GIOIELLI RUBATI
Dal Domenicale di Flavio Almerighi
https://almerighi.wordpress.com/
.
Geografia di graffi
dirò di quella volta
che l’ondata mi strappò
come una gigantesca mano
dallo scoglio
pensavo fosse finita
mentr’ero sballottato
come una cosa
poi mi guardai
la geografia di graffi
e mi toccai
inebetito
Gioielli rubati 3
Lungopò
noi due mi dici
siamo della stessa pasta
-quanto a me non so dire i difetti
la trave nel mio occhio
le anatre abboccano
le nostre briciole
tra dorati riflessi e giochi d’acqua
tu
ti mantieni bella e gli anni non sciupano
questa luminosità del viso
mi chiedo quanti inverni
ancora nelle ossa
che gemono nelle giunture
Gioielli rubati 5
Angelo
angelo icona della volta
che mi vedevi da lassù
la testa all’ indietro
a contemplare i lineamenti perfetti
nei tuoi occhi vedevo palpitare
il cuore della Bellezza e
m’ incantavo
poi per paura
del male del mondo
la sera mi rifugiavo nel sogno
di te e toccavo il cielo
quando
dopo la mia accorata preghiera
venivi a visitarmi
Gioielli rubati 8
La rosa di sangue
in sogno spio se
riesce a passare "qualcuno"
per la cruna
Dio non è stanco
mai dell'uomo
gl' insulti gli sputi
gli scivolano addosso
Lui perdona sempre perché "non sanno"
sempre viva è la rosa di sangue
e splende di bellezza
Gioielli rubati 18
Sapremo
sapremo - io di te tu di me dei nostri
scheletri nell'armadio
di ciò che non ci siamo detti
delle ammutolite coscienze nell'ora
alta delle scelte
dove si curva l'orizzonte dei pensieri
sapremo - non per speculum
in aenigmate: trasparenti saremo
Gioielli rubati 23
E oggi che mi ritrovi uomo fatto
padre che sei rimasto di me più giovane
consumato anzitempo
una vita sul mare e le brevi
soste col mal di terra
avevi la salsedine nel sangue
così presenti
mi restano le rare passeggiate
mattutine e mai che mi avessi preso
per la strada in discesa
a cavalcioni sulle spalle
di carezze non eri capace
e oggi che mi ritrovi
uomo fatto
sai: mi fa male quel distacco
Gioielli rubati 24
Elegia
ora m’incolpi del mio silenzio?
e Tu dov’eri mi chiedi
quando a migliaia
venivano spinti sotto le docce a gas
Io ero ognuno di quei poveracci
in verità
ti dico
Io sono la Vittima l’agnello la preda
del carnefice quando fa scempio
di un bambino innocente
Io sono quel bambino ricorda
anch’io in sorte ho avuto una croce
la Croce
la più abietta la benedetta
ho urlato a un cielo distante Padre perché
perché solo mi lasci in quest’ora di cenere e pianto
Gioielli rubati 27
Anche per voi
salgo sulla croce anche per voi disse con gli occhi
rivolto a quelli che lo inchioderanno
anche per voi che ancora nei secoli
mi schiaffeggiate sputate
negando la vita buttandola tra i rifiuti
aizzando popolo contro popolo
sotto tutte le latitudini
salgo sulla croce anche per voi
che mi sprecate nelle icone
per voi nuovi erodi/eredi della svastica
che insanguinate la luce delle stelle
oscurando la Notte della mia nascita
anche per voi potenti della terra
razza di serpenti
che non sopportate di sentirmi nominare
dal mio costato squarciato fiumi di sangue
tracciano il cammino della storia
la mia Passione è un solo grande urlo muto
di milioni di bocche imploranti
dinanzi al vostro immenso Spreco
con cui avete eretto babeli
di lussuria come cultura di morte
Gioielli rubati 31
Qui ci sta bene uno spazio
ecco vedi
la poesia deve respirare
nascendo dal bianco
innalzarsi come
cresta d'onda per poi
immergersi fino allo spasimo
in profondità d'echi e ancora su
con lo slancio felice d'un
enjambement
vedi
la poesia è una tipa
selettiva
sfoglia scandaglia spoglia
immagini le riveste a sua
somiglianza
porta
sogni e nuvole al guinzaglio
Gioielli rubati 88
La casa delle nuvole
cieli d'acqua e cavalli
d'aria
lì custodisco ore
sfilacciate e segrete pene
-oh giovinezza di deliri e
notti illuni
lì dove il turbinio
degli anni
è rappreso in un palpito
che nell'aria trema
Gioielli rubati 92
Luna park
ride la piccola Margot
alle smorfie del papà che si rade
"suvvia ti porto alle giostre" e
lei s'illumina di gioia e
poi a cavalcioni sulle larghe spalle
nella fantasmagoria delle luci
un po' ci si attarda
nell'aria ancora calda di fine settembre
riverbera una miriade di
stelle negli occhi innocenti
mentre le nasconde
il resto del viso una montagna
di zucchero filato
Gioielli rubati 93
Spleen (2)
lo scoglio
e tu
come un tutt'uno
quasi sul ciglio
del mondo avvolto
in una strana luce
labbra di cielo
questo
contatto di sole
vedi nell'aria
marina
un gabbiano planare
su una solitudine
che ti lacera
all'infinito
Gioielli rubati 106
Le vele del sogno
me ne andrei quasi di soppiatto
alle prime luci
mentre si fredda la tazzina
mai portata alle labbra
entrerebbe il vasto orizzonte
nei miei occhi azzurrocielo
il mare aperto
nell’abbraccio
delle vele del sogno
Gioielli rubati 123
L'ombra 2
meridiana a perpendicolo
poi eccola s’allunga
l’ombra oscuro specchio
che mi ripete
si spezza allorché riflessa
tra pigre nuvole nel lago
Gioielli rubati 124
L'albero di Giuda
tagliando per la pianura
non trovavi più il cuore
sulle punte delle stelle ti volevi
trafitto
e il sangue quasi ricamasse
una scritta ingloriosa
ma il tuo albero
ecco venirti incontro
e già il cappio
vederlo
-sinistro
Gioielli rubati 131
Cavalli di nuvole
i primi smarrimenti: quando ti sembrava
dovesse cascare il mondo
-disegnavi angosce o voli
pindarici nell’aria
da una feritoia ti guardava
un pezzo di cielo
-tu ragazzino -ricordi-
rifugiato in una baracca
a smaltire l’ “onta” di una derisione
non sapendola costellata di prove
la tua stella
intanto
cavalli di nuvole
a sequenza
dicevano la vita leggera
Gioielli rubati 140
Fedele alla vita
mia vita
senza rete t’appigli
alla Bellezza intaccabile
a quella del cuore e alle
armoniose figure della danza
o del cavallo nel bianco salto
finché ti chiedi dov’è
lei l’ irraggiungibile
non tutto è perduto
voltato sei sul giusto
versante lucente ancora
una volta – vita
fedele alla vita
Gioielli rubati 160
Avevo in mente una poesia
stamattina avevo in mente una poesia
stasera
non ricordo più nemmeno un verso
ho lasciato il foglio bianco
con flebili echi d'un mezzo secolo e
ora rammento solo una pioggia di luce
di stelle sopra il letto
e il caldo abbraccio di lei
sullo schermo della mente
un vissuto che sembra ieri
Gioielli rubati 167
Ai piedi della notte
un nodo d'inquietudine sospesa
si scioglie ai piedi della notte
sotto una luna ammiccante
l'amore è come l'ansimare del mare
s'abbevera del sangue delle stelle
aduna in sé il sentimento del tempo
vòlto dove è dolce la luce
Gioielli rubati 178
Emarginato
quest’uomo: tristezza
d’albero nudo
avanzo di vita aperta
ferita
-occhi scavati
che perdono pezzi
di cielo
quest’uomo
puntato a dito
quest’uomo fatto
torcia
per gioco
Gioielli rubati 184
La luna dei poeti
ho la luna dei poeti
-pesci sull’ imum coeli–
scivola
la barca della passione
verso terre di mistero
pesco sogni di ragno
nell’ intreccio di parole
nate sulla bocca dell’ alba
mentre
uno sbuffo di vento
porta afflati d’ amore
Gioielli rubati 190
Dei miei detrattori
(Diocleziano, uno dei più odiati della storia)
lasciai alla terra il corpo-zavorra
da cui forse con sollievo mi trassi
se sia ala d'angelo a coprirmi
il disonore -si dirà- ora che
s'una misera tomba s'accanisce
dei miei detrattori il ghigno
feroce e lo sputo
Gioielli rubati 195
Il mare era una favola
"non vorrei più uscire da questa
dimensione eppure basterebbe
come altre volte
stringere forte gli occhi e..."
ma voglia non ne avevo - poi giocoforza
mi ritrovai quasi deluso nel mio letto
avevo lasciato un mare che era
una favola
un'immensa tavola
imbandita per i gabbiani a frotte
Gioielli rubati 204
Spleen 4
brusio di voci
galleggiare di volti
su indefiniti fiati
si sta come
staccati
da sé
golfi di mestizia
mappe segnate
dietro gli occhi
vi si piega
il cuore
nella sanguigna luce
Gioielli rubati 210
La colpa
sono io quel ragazzo che
scappò da casa con poche lire in tasca
e un quaderno d'improbabili versi?
lo sono sì ma dopo sei decenni
non mi riconosco in lui se non nel sogno
ricorrente che al mattino mi lascia
il cuore stretto dall'angoscia
sarà un residuo di "colpa da espiare"
per aver procurato un veleno sottile
a chi bene mi voleva
Gioielli rubati 215
Creatura
sembra che il solo sguardo
la mantenga in vita
la sua creatura
ché Lui la pensò
ancor prima di sognarla
in forma ed essenza
poi del sogno
il suo farsi
carne e respiro
Gioielli rubati 222
Non sei dei loro
nel chiuso della stanza o
di pomeriggio nel sole
da un po’ ti sorprendono
a parlare coi morti – questi
non tornano e tu non sei
dei loro -ancora-
sono spirito (ma di essi
poco si sa) -ubiqui
ti leggono il pensiero e a volte
giocano con le nuvole – quando
nelle tue pareidolie
ti pare ravvisarli
Gioielli rubati 228
Dammi cuore (preghiera)
dammi ancora tempo
tempo per sognare
altre vite
tempo per
arcobaleni e luce e voli
e che io fedele sia
alla verità
alla fine
dei giorni che non debba
vergognarmi di me
dammi altro tempo - dammi
dolore
per gli ultimi
dammi cuore per gli ultimi
Gioielli rubati 236
Di noi
.
di noi
mostriamo esigua vita
più l’esteriore che
quella che ferve nel sangue
i viaggi mentali i sogni
mistero ch’è appannaggio
di proprietà esclusiva
-la testa reclina
il nostro fido ci guarda attento
come cogliesse pensieri
.Gioielli rubati 247
Fogli-aquiloni
impregnati dell’humus dell’estro
del vasto respiro di cielo
svolazzano s’impennano appena
liberati dall’artefice dei versi
-suoi non più suoi-
a volerli divulgare per il mondo
Gioielli rubati 254
I tuoi santi
corda tesa tra la bestia e l’angelo
scala al cielo per
l’Assoluto
c’è sempre
l’iconoclasta che
lascia osceni echi nel sangue
dileggiando i santi che
tu Nina preghi incessante
Gioielli rubati 261
Reliquie
a scrivere non la mano
ma la mia radice ferita
testimonianza siano
non lettere storte sull'acqua
o che volteggino eteree
dissanguandosi in volo
ma i momenti che restano
nel tempo appesi al cuore
Gioielli rubati 277
Primavera
mattina sul lago:
si spalma
sugli occhi la luce
intonano
melodie uccelli di passo
è un fremere di gioia la pineta
Gioielli rubati 291
Era una favola il mare
consapevole di trovarti nel sogno
chiederti se riuscirai ad uscirne
tuttavia volendoci restare
ancora un poco
ché
era una favola il mare
su creste d'onde guizzavano pesci
dalle squame luccicanti nel sole
calavano gabbiani a frotte
Gioielli rubati 301
Divagazioni sullo zero e sulla o
il nucleo l’anello l’uroboro
due zeri abbracciati ti danno
il simbolo dell’infinito
puoi notare
la vocale o di rimbaud
gli ovali dell’ottocento
la bocca spalancata nell’urlo di munch
le bolle di sapone
immagina
gli occhielli delle forbici gli oblò
simili allo zero o alla o
Gioielli rubati 325
Calvario
(a San Massimiliano Kolbe).
portavo le mie quattr’ ossa sul calvario
accomunato alle migliaia di sventurati
lungo i binari della morte.
ti parlo
a nome di chi nome non aveva
ti parlo dalla regione del dolore
con la bocca dei morti.
ove germogliano fiori
di quel perdono che non è dei vivi
.Gioielli rubati 339
*
Si spalma la luce
"come ti butta?"
i passeri hanno fatto il nido
primavera s'infiora la luce
si spalma sugli alberi le case
quanto a me una distanza
mi separa sempre da me
Gioielli rubati 353
Afrodite - William Adolphe Bouguereau
Versi per Nina
sento la vita quasi fosse
apparenza in vaghezza di sogno
l'anima è spersa dove fitta
trama d'ambiguo s'incaglia
ah le uve dei tuoi occhi: uno spasmo
di luce una spina nel sangue
e quel sorriso – oggi
che mi sorprendo a inseguire ombre
in cerca del tuo profilo –
mi si trasfigura in un graffio
difficile da decifrare
*
la mano disegna nell'aria
il tuo profilo indugia
su bocca naso e occhi
la mano della mente ben conosce
quei dettagli come una madre – Nina
stella del cielo che mi cammini nei sogni
ora sono aghi
che trafiggono
nell' accendersi nel sangue
la mai sopita passione
mentre la mente disegna
dove fermenta il cuore
*
silenzio allagato di luna – una
silhouette nella mente ondeggia
e gli arzigogoli
a dirmi vano
il ricordo sgualcito dal tempo
dalla foto color seppia
mi guardano
i tuoi occhi velati di mestizia
-ah l'assedio degli anni
e il cuore
a dare smalto a un sogno sbiadito
*
donna dei boschi: occhi
di cerbiatta – la tua
anima di foglia
di sé m'innamora
*
entro ed esco dalla tua anima
dove dimorano pezzi di me
un odore di pini ci avvolge
– certo lo senti anche tu –
i nostri passi sul viale accecato di sole
un grido di gabbiani e l'ascolto
del mare in una conchiglia:
questi i momenti
d' incantamento
fermati dal nostro amore imperituro
*
rosa il tuo fiato
fragranza di bosco la tua pelle ambrata
apparivi sirena
distesa s'uno scoglio
allucinazione forse
mi facevi un cenno
mentre il cielo s'apriva in una luce
aurorale
come il tuo sorriso
*
sparire nel nulla
è l'urlo della rosa strappata
da mano indelicata
consola a tratti un palpito
di luce selenica
che abbraccia il ricordo
ravviva empatie
gentile il velo spiegato
dell'angelo
su un lato del cielo
*
forse solo nell' oltre saprò
si scioglierà l' enigma – e intanto
i tuoi modi garbati che ritornano
nella camera viola della mente
mi sorreggono per il tempo a me concesso
mentre perso sono
nel perimetrare il vuoto che lasci:
un' ombra feroce
mi strappa all'abbraccio del sangue
il buconero risucchia
presenze umori respiri
non il tuo garbo che in me
non si cancella
*
non ti vedrò più Nina
se non in vaghezza di sogno –
oggi mi nutro come un passero
dei tuoi scritti di luce che aprono
su universi solo a te noti
e che forse ospitano la tua
essenza mentre mi appare
delinearsi il tuo volto
in una nuvola vagante
in questo cielo bianco di silenzi
*
e tu a lumeggiare le mie sere
anima di candore e di sogno
si fa conca il cuore
ad accogliere
dei versi dettati da un altrove
*
l'anima tendeva alle stelle
quando tu Nina apparivi
rosavestita
stagliata contro un lembo di cielo
ti fermavi nella piazzetta e
ti facevano festa i colombi
planando sul mangime che spargevi
allora
il tuo sorriso era una pasqua
mentre il tempo aveva una sosta
*
dimmi Nina: che vedi
tu che hai casa nelle nuvole
tu che sai il linguaggio dei voli?
forse
la giovinezza spezzata
che ora in lampi di déjà vu ritorna?
o
rivivi nel cuore
verde dell'acqua
che ti vide sirena emula del canto
di odisseo
rapimento
dei sensi
che in sogno ancora mi seduce
*
ahi i ponti sgretolati
o pure considera quelli
detti collanti di carne e di sangue
e il desiderio che
si fa arco d'amore
filo teso d'acrobata
all'altro capo sei Nina
e mi vedi adesso
varcare fra nuvole in sogno lo spazio
di un volo fino alle tue braccia
*
il tuo volteggiare Nina
nelle stanze viola della memoria
– dicevi il reale non è fatuo
apparire o entrare nello specchio
dell'essenza evocando
palpiti di luce
di un tempo senza tempo
noi dal celeste palpito
dicevi – qui siamo
affratellati nel sangue
con la terra e la morte
© Felice Serino
*
Amici poeti
TERESIO ZANINETTI
MI APRIRO' IN DUE
Mi aprirò in due
come guscio di ramarro alla frontiera
nel rigonfio del vento, parentesi graffiata
sul prepuzio dei miei sogni rapaci
che già morte pregustano indolore
Mi aprirò in due e sarò in un libro nudo
di bufera il precipizio
mentre cancella solchi d'abracadabra
la vecchia cornamusa avventuriera
Mi aprirò in due, brivido mai raggiunto
al culmine del coltello
nel centro del cranio
Io, come tutti come nessuno
alla foce del capitale
consegnerò la scorza della storia
Mi aprirò in due per non essere Uno
che ancora pensa Trino. Col coltello,
per mostrarti quanto sei lurido,
io mi aprirò in due
*
A questo non m'abituo
(Leggevo il tuo profilo esangue nei libecci
arrancando tra gladioli e fiordalisi
dentro i covoni della morte in panne):
questa luce falsa gli occhi, tradisce
bisogni e pazienze, stronca
sul nascere bocci – a questa luce
dai lividi brulli non s'abitua
il liso ricordo del domani in croce.
(Leggevo le tue rughe nei cristalli tintinnanti
assaporando intrecci mozzati di mani giunte
nel girotondo degli scorticati vivi) –
Forse era Natale o Capodanno, viziate
di droga capitalista le famiglie serravano
pance e manette (panettoni, anitre all'arancia
figli & figlie parenti stretti al collo
da gustare al dente)
-forse era l'altr'anno o non ancora.
Sta di fatto che a quest'aria di morte non m'abituo
Mentre il boia sorride con piacere automatico
ancora la mia mano rifiuta dovute tenerezze.
Sto con le mie prigioni dentro il piombo
del mio corpo stretto. Sto.
Non so come né quando. Sto.
Con il cranio dell'odio di classe. Sto.
In un mattino disatteso e stanco
qualcuno esplorerà il relitto
delle ossute gimcane a piedi freddi.
A questa maturità che selvaggiamente delicata cresce
solo un grido – domando – di vendetta e di riscossa,
dolce e tremendo come il dolore
nel tuo profilo esangue, trasparente, vivo.
*
Non per nulla
tutti i fiori ritornano nel perimetro estatico
del cuore rimasto
sgranulando bocci d'orchidee e trifogli
Nel caldo mattino
solleviamo briciole
per palpiti senza respiro e ancorché deserto
il prato riavrà parole dovunque l'aria lo voglia
silenzio
di fate di prua
nei vuoti balconi
dove rasserena la dolce canzone
di rabbie e singhiozzi
silenzio
non un'anima fiati
il silenzio si scioglie nel gelo.
(Dicembre 1994)
Dalla Rivista GRANDE VETRO, Maggio '07
*
Poesie di Donatella Pezzino
.
Potresti
Potresti attutire il rumore che faccio
cadendo; con le mani invece
rabbocchi quello che non manca
e mi peschi a caso
dal sacco delle foglie. Ho voglia
di liquirizia: ma non ricordo più la strada
che porta alle tue tasche. Sotto la lampadina
a risparmio
si diventa letargici, ragionando d'uva buona
e del mare sotto i treni e delle lenti da lettura
che ti sperdi per casa. Fuori l' autunno
ostenta certi fiori piccoli
che quando li calpesti fanno un silenzio
odoroso e impotente; ma tanto, mi dici,
verrà la pioggia a lavare via
la terra nera dal mandorlo
.
Linfa d'autunno
Foglia sgualcita, trasvolo lungo il fiume
dove l'acqua
ha le tue braccia, e un retrogusto
di lacrime mentre mi accoglie. E' lo stato larvale
della farfalla che rientra nel bozzolo, e che s'appaga
d'ovattato niente, rinunciando alle ali che ha bruciato
tra il calore del grano maturato al gelo
e il profumo struggente di un giorno che non torna
*
Quando le ali cadono lasciano erba
smossa, e vuoti carichi di braccia
respirate nel punto esatto dove le mandorle
e i crisantemi si sfiorano, e si pensano uguali
tristemente
per aver dentro qualcosa
di bianco, quasi un vellutato
pianto
e non saperlo ricordare.
.
Ho amato
come si amano gli angeli: a metà. Un'ala spezzata
ha fatto da cornice. Forse avevo paura
di rimarginarmi presto – ed era terrore, il mio –
o forse temevo il logorio dei passi
su quel lungo tappeto disteso
fra la follia e l'abbandono.
.
Lentamente
Sola. Sono la piccola solitudine dei fiori
quando non trovano il vento alla giusta latitudine
da potersi dire carezza, olfatto, tintinnio di bicchieri; sono
la pioggia che guarda gli uccelli sotto la gronda
senza potersi fermare. Da questo cielo
continuano a passare
voli
mentre io continuo a cercarti a ritroso
seguendo il calco delle mie ferite.
Estate 1979
.
Quello che so
Non importa
se un fiore che appassisce fra le pagine
lascia un'ombra inodore che non scompare
se siamo tutti
strappi deliranti, nella tela antica
che un male oscuro corroderà in eterno
clandestini a tempo
in questa strana osmosi
fra l'infinito ed un pugno di terra
ti ho perduto,
è quello che so
e tu, caldo rifugio
odoroso di talco e di carezze
sei diventata il gelo di un vento che soffia
tutte le volte
che un angelo piange
2013
Non parlatemi
Il mio pianto è una strada che non conduce,
il mio bambino un fiore sparpagliato a terra.
Non parlatemi di angeli oggi,
né di quante volte io debba pregare.
Ho schegge sulla lingua che mozzano le parole
e odori di sangue che piantano radici nel mio orto.
Nell'aria che brucia seccano seni e fontane
ma non ho mai avuto tanto freddo come adesso.
2017
.
Samovar
Mi spezzo
proprio ora che il vento si ferma:
ed è una morte
gentile, dove trapassano
i sogni, le rose, e le cose
perdute
che vedo solo io; e dove
amore
è un modo come un altro
per chiamare la solitudine
*
Non ti ho comprato le gerbere.
"Abbiamo colori bellissimi,
oggi" diceva la signora dei fiori.
Colori. Bellissimi.
C'era un azzurro
che tremava nelle ossa: inverno
e rimpianto. Giallo il polline
che il vento portava lontano
tra gli aranceti e il mare; dove la vita
ti urla negli occhi. E sotto
l'erba,
petali ancora freschi
che nessuno ricorda: il viola
delle cose non colte.
Ricordo profumi
Io in perispirito
ricordo profumi di sapone
e di cuscini tiepidi da sprimacciare al mattino
e assumo il mio corpo intermedio quasi fosse un calmante
prescrittomi per compiacenza quando in realtà non c'è niente da fare,
due compresse al dì: quanto basta per permettermi di passare con le dita
tra le maglie dello specchio, o di confondermi col grido
che si apre nell'erba
quando la terra non respira. Io – fame d'aria
lanciata in alto come una moneta
indecisa
da quale parte cadere
(2017)
Donatella Pezzino, storica, scrittrice, autrice di testi poetici e recensioni. Si occupa di storia religiosa, storia e letteratura femminile, teologia cattolica, poesia, archeologia, arte cristiana, storia della Sicilia. Sue pubblicazioni e ricerche sono presenti su Academia.edu, oltre che su riviste storiche e letterarie. Collabora con il sito di attualità "Alessandria Today". Sul blog del collettivo "Bibbia d'Asfalto", di cui fa parte dal 2013, tiene la rubrica "Caffè letterario" sui poeti italiani dell'800 e del '900.
https://stanzadeglispecchi.wordpress.com/
*
Poesie di Silvia De Angelis
COMPARSE ENIGMATICHE
Giocano utopie di fiati ammansiti
nel moto effervescente di ragione
stondato da sintonie in contrasto.
Ingombranti macigni di piombo
accumulati nella stiva del pensiero
accentuano l'elusione d'ingaggi surreali.
Si mescolano a comparse d'amore che vanno e vengono
per poi dileguarsi nel nulla.
E' in quel nulla che si perde il palmo della mano
inclinato di volta in volta in docili carezze
complici di profondi tessuti raddolciti da sguardi emotivi
rapiti da un silenzio sovrastante le stagioni
capace oscurare il tempo del sole…
@Silvia De Angelis
VICINISSIMA
Quasi lacero
papavero
creatura asettica
friabilissima
d'un volo sgualcito
su argute dita di vento.
Assenza totale d'impeto
nell'enorme franchigia
dovuta alla natura.
Solitudine in spicchi di sole
nel vuoto che non è confine
ma il piegarsi
a una ragione inamovibile
disarticolata
alla pochezza inflitta…
vicinissima alla mia cattedrale
ove non rivolgo prece….
@Silvia De Angelis
.
https://quandolamentesisveste.wordpress.com/
BELVEDERE DEL MATTINO
Ambiguità d'un dire giornaliero
erede d'un girone dantesco
esprime ombre di confine
su un vero dissociato dall'essenza.
Scaglie ingannatrici
e sfondi surreali
dilatano a forza l'entità d'immaginoso
scivolato su un'insensata deriva.
Si fa forte un'arte provocatoria e insistente
dedita a pregiudizi e finzioni
che irrompono nella loggia più intima
scomponendone l'originaria l'identità
sul belvedere del mattino.
@Silvia De Angelis
.
PERFETTA MECCANICA
racchiusa nel perimetro
d'un estro personale
mosso da eventi inaspettati
a cui assoggettare il pensiero.
Si scivolerà
senza rumore
sulla linea del tempo
ignorandone gli oscuri echi.
Resi lucenti da un'accentuata suggestione
annulleranno briciole d'ombra di luna
sospinte dal soffio d'una presenza interiore
vacante nell'immenso infinito
@Silvia De Angelis
.
https://deangelisilvia.blogspot.com/
LA DESTINAZIONE
Nelle pulsazioni d'aria metallica
spulcio il tuo dire silenzioso
inteso come una sberla alla vita che accade.
Affilo gli occhi in caduta libera
sul tuo ego riciclato
da una quasi ibernazione voluta.
Gazzelle si muovono velocemente
fuori del muto dogma
senza raggiungere la traversa
che ti attraversa..
proseguono imperterrite la corsa
mutando destinazione….
@Silvia De Angelis
.
SIGNIFICANTE AFFINITA'
Insistente
si posa
nel mio segreto
il tuo affascinante vociare
racchiudendo
"inaccessibile memorandum"
Dischiuso
sfiora
magica
indissolta affinità
come seducente amante
che nel vuoto
accarezza
avita simbiosi con te…
…spezzata da un ambiguo tuffo
in un lago di cenere
@Silvia De Angelis
https://deangelissilvia.blogspot.com/
.
Biografia di Silvia De Angelis
Amante di versi dell'immaginoso nasce a Roma Silvia De Angelis, sempre invogliata dal contatto con la gente per il suo carattere estroverso e comunicativo.
E' affascinata dallo scrivere liriche e dopo un inizio poetico rivolto a elaborati dai toni "scarniti", cresce notevolmente, modificando lo stile e delineandone il fascino, con scritti più congrui e completati da una struttura più armoniosa.
Gioisce al contatto con la natura, in tutte le sue manifestazioni, dedicandole svariati elaborati poetici, in particolare, un volume, completamente riservato agli animali "CONOSCIAMOLI MEGLIO".
Ne pubblica poi un secondo, intinto in variegate sensazioni dell'anima "CORALLI DI PAROLE INTAGLIATE COL FIATO" in cui si sofferma volutamente su tratti d'inconscio.
Ancora un terzo libro, stavolta in vernacolo, dedicato alla tradizione della sua città nativa, Roma, dal titolo "'N'ANTICCHIA DE'
ROMA MIA".
Infine altri due libri di poesie variegate "INGANNI TRAVESTITI D'INCANTO" e "SCREZI NEL VENTO".
Pubblica i suoi elaborati su siti virtuali, partecipando alla loro vita ed apprezzando notevolmente le opere di altri autori.
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Notizie tratte da https://alessandria.today.it
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Scelta di poesie di Angela Greco AnGre
Cinque poesie di Angela Greco da "PERSONALE EDEN", La Vita Felice – 2015
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c'è una strada che collega due attimi dai nostri nomi
materia inattesa che si dissipa ad un sorriso
distratto e malizioso questo battito di ciglia
differenza tra quotidiano e desiderio da attraversare
tra il bianco e il nero sfumati fino all'opera d'arte
ti guardo muovere il microcosmo senza regole sul tavolo
nasceranno nuovi silenzi e ritratti fermi tra le stelle
e dalla finestra tolgo limite allo sguardo profanando il cielo
sei tu stesso a crearmi figura fuori come fossi pelle
mentre sulla discesa ripida tra le ali catturo un bacio lento
e come faccio a dire della goccia che scivola alla tua voce
della capriola dello stomaco quando aspetto la luce e te?
ho dita tremanti che segnano un profilo nelle ore
[d'impazienza
e sembra rallentare il creato se non arrivi a segnarne il passo
ascolto sul petto sciorinando stupore al sole della tua schiena
e richiamo meraviglia oltre e più che le tue mani creatrici
ho un sospetto di sentimento che s'accorda al tuo nome
e vocali e voragini aperte nell'attesa di averti addosso
in questo momento sfuggito al caos di astri avanzati
trapiantati in tessuti sanguinanti affinché fioriscano aurore
*
raccontami la periferia delle tue mani
quando incontrano nude il nodo dell'universo
e risvegliano il senso d'essere donna e tua
segna a dito ogni confine e oltrepassalo
col tuo sapore poi sconfiggimi senza altra parola
che non siano nome e sorriso tuoi e ferma il corpo
contro me / seno di latte dalle vie colme d'azzurro
ti lascio scorrere caldo in questa terra bianca
come la prima stagione buona
in fioritura anticipata ad un respiro
nudi piegammo la schiena voltandola d'incanto
e tolsi fiato all'erba serrandola tra dita voraci
fino a diventare noi stessi il paradiso perduto
e questa volta fu il creato a chiedere di entrare
in noi
dalle tue natiche ai miei fianchi larghi d'attesa
bastò una voce e fummo ancora e nuovi
*
riprendimi esattamente da questo punto
quello in cui coloravamo il ritrovarci stretti
precisi nello sbottonare voglia e labbra:
tra le tue dita il mio dettaglio nascosto alza la voce
e fughiamo chiaroscuri di silenzi ormai altrove da qui
ché sappiamo adesso dove posare l'istinto incrollabile
ad afferrare e restituire duplicate ipotesi di paradiso:
ritrovami ancora umida meraviglia
che ho atteso leccando una ad una piaghe d'assenza
mancanza oggi risolta dalla conoscenza delle tue rughe
varchi di tempo narrato ai miei occhi e sapienza
di sapermi nell'intimo di un ancoradadire:
siamo distanti solo un bacio non di più
e questa attesa è solo il nostro abbraccio più lungo
*
nella cicatrice del giorno segno il tuo petto a passi di danza
sottile ci lega un'impazienza d'arrivare a sfiorare quella spina
che senza pudore preme a segnare di straordinario quest'ora
nel solonostro che ci invita ritroviamo carezze sospese
nella mezz'aria che sempre manca al saperci insieme
e confondendo baci a poche lettere riconosco il tuo sapore
d'immenso e d'albero fronde al vento dove riparare il battito:
sciolgo inattesa lode e tu raccogli trasparente silenzio
dalle labbra che nella tua direzione invocano mezzogiorno
e ad ombra zero penetra nell'ancora – ancora – da dire:
sosteniamo fieri lontananza fino al ritrovarci
ché nemmeno una sfumatura ci allontana dall'iride
custode preziosa di tutti gli argomenti possibili
sei tu il mio preferito
scrivendomi dentro percorsi d'azzurri insperati
oggi finalmente ha smesso di piovere
allacciando pensieri e gambe in questo letto
*
m'hai accarezzata a filo di voce o scrittura è uguale
hai acceso il brivido che si riconosce alla schiusa
nel frantumare istintivo il velo che ostacola vita
penetrando raggio incisivo di risurrezione
nel cavo d'un luogo troppo buio per vedere mattino:
caldo mi hai così avvinta fino alla resa in stelle
a trapuntare amplessi in universi ricreati
fragili per il troppo peso dell'ordinario sognare
ma necessari a chiamarci per nome o per mano:
il dettaglio della tua schiena mi stordisce
curva ad Oriente giorno in rinascita
ed io ultimo astro ne colgo il richiamo
nel sottoventre insperato dove nidificano silenzi
pas de deux le tue vertebre in arcuato canto
sospirano che t'avvolga di me oltre ragione
.da: https://lapresenzadierato.com/2015/06/19/cinque-poesie-di-angela-greco-da-personale-eden-la-vita-felice-2015/
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Summer evening. La luce penetra la notte intorno.
Siamo notte e luce.
Animali ringhianti a guardia dell'umanità.
Il chiarore sulla veranda rivela un desiderio insoluto;
nell'attesa liquidi ci interessiamo delle prossime stelle,
impegnate a illudere romantici. Un fruscio dall'interno
scioglie incertezze. Ululiamo posati alla ringhiera. Accade.
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Lo stiletto conficcato ossida il mattino. Al terzo intercostale
si risolve il dubbio e possiamo continuare. Lo strappo
rivela un volto sorridente sotto il primo velo di carta.
Si sovrappongono rappresentazioni e tempi e Mimmo lo sa.
Fuggiamo a Casablanca, a piedi, finché siamo in tempo.
Prenderò il porto d'armi soltanto per puntarti addosso
le canne del mio sovrapposto, oggi, che non sei più lo stesso.
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da All'oscuro dei voyeur (YCP, 2019; prefazione di Franco Pappalardo La Rosa)
§
Nell'oscurità della propria insonnia
il turno, la chiusura dei conti, il ritorno;
in un silenzio asfissiante
si assottiglia il coraggio
e feroce svanisce l'illusione di riuscirci.
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Qui non importa essere figlio di dio.
Il cielo è così distante da confondere idee
e la sera è uno stato permanente.
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Il rumore della sopravvivenza
fuori da questo perimetro
ha qualcosa di conosciuto che
non si può più ignorare.
da Ancora Barabba (plaquette; YCP, 2018)
§
Il sole pendola a un'ora ferma sulla grave
a sud di primavera anticipata; una sequenza
di rotti vetri colorati e legni e un ciondolo
appeso alla cipria del cielo, sul collo di un
pomeriggio casuale. Claire vede il verde
di occhi echeggiare alla parete carsica;
meraviglie nascoste dietro fessure di silenzio
e gatti in bilico tra troppe vite. Un falco sorvola
il luogo del prossimo nido incurante della sera
incipiente e dei suoi colori. Giochiamo a dare un senso
alle parole, che ci fraintendono prima della buonanotte.
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Si sfuoca in lontananza la visione e per oggi siamo
fermi in questo cerchio, affacciati a un balcone.
(inedito)
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Angela Greco è nata il primo maggio del '76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Edizioni Smasher, 2012; 2017); Arabeschi incisi dal sole (Terra d'ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini e nota introduttiva di Nunzio Tria); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017, prefazione di Giorgio Linguaglossa). Presente anche in diverse antologie e su diversi siti e blog è ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all'indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/
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Salvador Dalì
Poesie di Giovanni Perri
Uno che passa ride, ed apre il cielo;
santo e demone col cuore intrecciato
a una sua tutta piovosa malinconia.
Sapergli il nome e la ferita, farlo cadere
nell'ago di aprile come un sogno.
Ecco con quale leggerezza il vento
spiega un suo lucore alla notte,
come gli riempie l'occhio la perla lunare.
Inganno adulto è questo non sapere
da quale feritoia cadrà la mezzaluce del giorno
e dove infine apriremo al dolore la voce.
.
Avevo preso tutta l'acqua del fiume.
Il bicchiere era sul comodino
insieme ai libri al termometro a una
piccola macchia di sole wengè.
Come un dio avevo esclamato
nella lingua sonnolenta dell'acqua
e ogni mio giorno era finito dentro
quel fondo dal quale bevevo
come da una delle 7 opere.
Ma dentro, soldati e cavalieri e angeli dalle ali plananti, residui e residui di luce
dentro ancora io era senza orizzonti, senza lamenti di navi greche o fenicie, pensavo un uomo in sè totale, del tutto assente, del tutto chiuso in un suo mondo ulteriore
mentre dai labbri mi cadeva un albero maestro. ~Erano l'onde
e le voragini buie
e gli abissi labirinti a risalire
da tutti i miei mari
mischiati.
E invece con che suoni
dalla finestra il giorno
pieno di geometrie
nell'azzurro ignaro
cantava.
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Viene il pensiero di perderti talvolta
la sera è un posto girato nel sonno
stare di guardia fiutare come
dal picco di una brace la tua cena.
Ma non lo caccio, gli tocco l'osso
del gomito, gli faccio fare il giro della casa
prima che dica è tardi vai a letto
e così vado
a sedermi nelle sue occhiaie di marmo
nei suoi capelli così pieni di cavalli e canali
e penso che il tempo non passa, solo
ascolta gli spigoli e le buche
tiene girati i polsi sulla fronte.
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Andiamo per similitudini, e sembra quasi di sentirci
in questa cosa che appena ci somiglia se ne va.
Pellicola del sogno, mia pellicana dolcezza
lasciati incorniciare da uno sguardo
di pietra viva, fatti gettare da Pirra e da Eucalione
nel mio cuore di latte e cemento e aspettami,
io sono il tuo medesimo furto di occhi e di lingua
nell'ora che agguanta e moltiplica ogni anelito andare,
lasciati nominare miscuglio di ferro e mistero
nel mio ottobre di addii smisurati
e piegami e svolgimi e ripetimi
del padre e della madre l'identica luce
che accende parola e rivela.
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I° maggio
Attorno era la festa dei morti bruciati
un riapparire dentro le forme del fuoco
ma sempre da un angolo nuovo
e ognuno aveva addosso la sua sagoma
e c'era sempre quel numero mancante,
col pugno alzato sul fumo, a cantare.
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Lettera ad una madre
E' tempo di comprendere
che siamo qui a dividerci il pane:
scendo per dirti
che sono capitato per caso
e non ho ancora un nome:
qui si parla di niente
e la sera si contano i topi
ma in compenso non si vive male,
la gente passeggia e
sorride, una ragazza si sente chiamare.
Saluto te, madre
che mi hai girato le spalle
dicendomi di andare
in ogni porto
pregando
ed io per ogni porto
prego
l'insurrezione e l'amore,
ma sotto ho questo muro
impregnato di urina
e mi gira la testa:
sto con questo animale
e non parlo da giorni,
sento pian piano morire
anche il lamento del mare.
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Senza titolo
Impressioni
volano foglie d'oro, è il giorno degli avanzi di febbre,
qualcuno posa le buste pesanti sull'asfalto, respira e riparte
portando con sé una scia di ricordi.
In alto danzano i lampioni,
sembrano corpi condannati a resistere
più che luce, lividi, persi nel tempo, sopra il primo strato del tempo.
La sera ha questa pelle spessa
un taglio che non sanguina
una scritta sul vetro appannato, forse
questa è la vita, dico,
un rumore lontano, qualcosa che sai
sta nascendo.
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Melancholia
li morti tra li vivi s'assecondano:
si toccano le schiene stanno muti
ne li occhi rimestano paura
e paura li mangia
per fame, poco a poco:
ma i morti sono morti di luce, ché luce acceca l'occhi e sfibra
e parola s'accampa
legittima resa;
e più di tutto pesa
del cuore allegrezza
che è misura d'inganno e offesa.
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Vorrei veder tramontare ad oriente
sul breve canale delle canne addormentarmi
sopra una scia di spari cacciatori
fuggire gli alberi a ritroso
e la notte incendiaria sentire
l'annuncio dei cani arancioni
vorrei nascondermi nel fieno di maggio
nell'ampia volta del cielo che pende
sorridere per un ricordo
invertir l'ombra mia stessa
di lividi e dimenticanze
e d'anni che non ritrovo più.
Ma d'ore numinose è fatta
l'anima mia riflessa e d'archi e frecce,
portami il cuore nella luce a planare
sopra un acquaio di malinconie
saltami allegramente sulle sponde
della mia vena d'oro e scrivimi
col vento ogni ferita
degli occhi e della lingua
io ti sono nel canto padre e figlio
e fratello dei cocci lunari
allora fammi terra
fammi profumo di terra e di stalla
oppure scovami nella campagna ramata, raggiungimi
fin dove tocca l'erba la parola
e non v'è peso
né formula dei miei destini accumulati.
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Giovanni Perri
(da Bibbia d'asfalto): https://poesiaurbana.altervista.org/author/giovanni-perri/
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Il lettore deve sapere, leggendomi (leggendo questa non-biografia dalla quale estrapolo che nasco a Napoli e ci vivo col pregio d'arricchirmene fino a smarrirla) che un po' della mia poetica (ammesso che sia tale) risponde al desiderio, non del tutto cosciente, d'allargare il mio ipotetico dolore, la mia svagata gioia di vivere, e tutte le mie infinite miserie, ai piani più alti del sogno e della bellezza. Ogni poesia è un'occasione di sogno e di bellezza. E la bellezza è un lavoro paziente di scavo. Io sogno di essere archeologo e scultore: levigo negli affanni e a volte mi trovo a scoprire che la vita è un'invenzione stramba dei poeti che tutto sanno fare fuorché vivere.
(…)
Poesia mimetica e riflessiva, umbratile, ritmica, geometrica; poesia lunatica, ingenua, scenica (mi piacerebbe fosse, se fosse veramente, poesia) la mia.
*
La vetrata nera - di Giordano Genghini
Io sono colui che ascolta
nella notte
l'urlo interminabile
come un cane di tenebre alla luna
lungo i corridoi spenti
dall'alto i pini immani della notte
sul prato
la luce alta
sotto la finestra
del lampione
in contrappunto
la nenia il canto dell'uomo che muore
anima legata
da mille metastasi alla mente
ombra immane di pini nella notte
un animale ansima in agguato.
Punti di luce
nella città
suture
nel ventre immenso in agonia del cielo
stelle cadute
dalla vetrata oscura il grido sale
sull'asfalto nero
giunge fino alla notte di febbraio
spezzata dal vento
giunge fino ad un'altra primavera
in altra vita forse
e i pini
unghia d'asfalto nella luce obliqua
paiono immobili
ma attendono
come ogni notte
un animale ansima in agguato.
Punti di luce nera nella notte
suture
nel ventre immenso in agonia del cielo
e l'urlo della notte
che muore
i corridoi percorre un canto lento
il silenzio è conchiglia
dice il folle
non conosco il mio numero sai
ma ero un tempo forse una donna
forse
un tempo
un animale ansima in agguato
la notte non vuole morire.
E' facile invece
dice il bambino
divorare il corpo ma non la testa
è facile invece
dicembre nascono funghi immagini e pensieri
divorare l'involucro di grigia spugna
e grida
certo è facile invece
dice
con gli occhi ciechi e pieni di paura
e nient'altro dice
e niente altro
e un grido
percorre i corridoi da sempre forse
il grido della notte che muore
legata da mille metastasi
al corpo della terra in agonia.
Pigiama azzurro l'ombra d'un gabbiano
lei è ritornata
per questi suoni noi ti ringraziamo
musica auricolare pianoforte
e silenzio
sopra il tessuto d'urla della notte
che muore
mentre i sogni camminano leggeri
oltre la soglia
ti ringraziamo
per il carcere infinito dell'universo
per l'anima la vita e questa radio
e la piccola lampadina accesa
sopra la vetrata nera.
Il tempo si dibatte
come pesce strappato dalle acque
ogni cosa ritorna
anche tu cara sei davanti a me
e ti amo come quel giorno
e tocco la tua pelle
tiepida e sottile
e ti amo
oltre la notte che urlando muore
oltre la vuota scorza della mente
e i sogni che abbandonano la soglia
e l'ombra immane in falsa luce obliqua
e l'animale in agguato
oltre le squame del tempo
che si dibatte sulla riva
del cielo capovolto e delle onde.
Pomeriggio
macchie di luce fra stroncati rami
gonfi di gemme
la giovane donna seduta guarda lontano
oltre i rami
gonfi di gemme che non cresceranno
e vede il sole alto sopra i muri
oltre i tre uomini
di spalle
Ma poi per chi la raccontava quella
dell'annegato che ti tira giù
e nel corridoio l'amica
parlando a brandelli
da qualche tempo
s'è immersa nel nulla
e sono scivolata dice
quella dell'annegato
sono scivolata
per chi
dice
la raccontava ci si scosta
per non precipitare nell'abisso
degli occhi
Si spappola il cervello dice l'altra
i passeri sul davanzale
e può durare un'ora un mese un anno
è un grido cieco è l'anima che muore
i passeri vi trovano briciole
ininterrottamente notte e giorno
di timore non c'è qui
alcun motivo
E i due parlano
vicini
giovani sotto il giovane sole
filigrane di passeri nel volo
quando la smetterai con questo scherzo
lei dice
e la brezza del desiderio
come le ali ai passeri le muove
i lunghi capelli.
Sono colui che mai ti ha conosciuto
ed antico di mille anni
è il midollo d'immagini sepolte
nel tronco dell'anima
t'indicavo ricordi?
scheletri di tralicci e gru metalliche
e le sere e le nevi e le acque e i cieli
E venne poi l'artefice con l'urna
e la cifra bizzarra
oltre i sentieri antichi e l'erba nuova
oltre grida lontane di corvi
oltre steli che tremano nel vento
e venne un albero tagliato
e venne il sonno.
Così va bene grazie
a ritroso
attraverso generazioni e secoli
erbe sfuggite al faticoso seme
i millenni le ere interminabili
per riapparire ora
al cielo nudo in questa primavera
maldestramente dipinto
col grande sole falso di cartone
così va bene grazie
il senso d'ogni cosa è chiaro ora
fermo stabilito
come l'ora del turno agli infermieri.
Io sono colui che veglia
quando il mio corpo dorme
io sono colui che esplora
la pioggia sull'asfalto bagnato dalle luci
io sono colui che all'ultimo fiume
accompagna la notte
e guarda
il pettine d'argento
il molo dele anime
le grandi navi che mai salperanno
sono colui che immobile sta dietro
la vetrata nera.
Giordano Genghini
('85 – '93)
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Giordano Genghini - da Altri ritorni - Madrigali contemporanei
1.
Sarà forse domani: con un fioco
soffio di mani: un fuoco
di specchi spenti: accanto a me rimani
ancora un poco
in questi specchi della pioggia, strani
volti degli anni e dei millenni, persi
come in gorghi notturni gli universi
dissolti: e il vuoto inganno degli inganni
ora al ricordo riconosce fine
di suono sordo divelto: e il segreto
è in noi sepolto tra venti e rovine.
2.
Navi d'unghie di morti: arcobaleno
infranto: lunghe prore luminose
nello scroscio dei raggi chiari, ed acque
e radure di mari
tra steli d'oro: e d'improvviso il soffio
di cieli e stelle dall'immenso molo
libera l'universo:
minuscolo, sul palmo della mano
bianca, insetto di brina: nel mattino
fragile, al volo.
3.
Astrali azzurri nomi, luci fatue,
petali tenui di rumore: graffi
di gesti, esile traccia
sulla pista magnetica del nastro
assente:
grecaggio della mente: e in fogli strani
virati soli, corpi d'aria, voli,
nidi di mani in alberi di veli.
4.
Polvere d'astri limpidi e pianeti
negli universi: rete
d'aria labile, d'orme
s'intesse nel respiro e spersa smaglia
il campo delle forme, nell'arena
di infiniti confini: oltre foreste
di mari e di pensieri, scroscia tersa
e svanisce tra le onde la risacca
delle cose: l'immagine stupita
di germogli di stelle: e oscilla, pulsa,
vacilla,
viva fiorisce in cieli ed antri d'albe
e giorni, voce chiara: ed oltre stormi
d'orizzonti e frastuono d'ere, s'alza
brezza di luce in neri spazi: ed ombra
tra selve d'ali e suono nasce e muore
di ritorni, di un cuore.
5.
Lampade d'erba, e luci, e forme, ed ali
di foglie, ferme:
dissolti solchi di zolle racchiuse
in corpi, e bianche orme,
e nella notte lenta transumanza
d'astri gelidi e nuvole, attraverso
fiumi di spazi e valli d'universi
celate: anse del tempo ossa di vento
imprigionano in gesti: e freddi suoni
divelti
da sordo legno intorno: da millenni
un volo
d'angeli e antiche vite, in muto stormo
per i cieli,
ove dorme nel sorriso
la fonte del pensiero: morta al giorno
dei lampi
la luce gonfia: e dall'azzurro sole
notturno, d'improvviso ai campi irrompe
sgorgando dalle vene dei sentieri
la cavalcata degli alberi neri.
6.
Spaurito, nel cerchio: intorno cerco
un'ombra luminosa nella mente
verde di limo ed onde: e un arco freddo
affonda e affiora, e ancora
affonda, e rete smaglia, e serra il varco
tra pensiero e respiro: e lento ascende
al niente, mentre il giorno si fa sera:
sbagliava, primavera.
7.
Pingue nebbia di noia: nervature
d'ombre lunghe: ritorto
albero sopra la pietraia: adunca
l'unghia della radice
raschia il fondale oscuro della mente
e affonda, e in linfa langue sconosciuta
-umido giunco timido allo stelo,
esile trama d'alito- e la foglia
dall'immobile riva, in bianco gelo
a pena viva,
tra rami neri appare: e trema, e cela
sguardi, e il volto specchiato: e d'altre foglie
infinito ricamo, labirinto
d'ignoto velo: il corpo della notte
in verde cielo.
8.
Baia dell'ombra chiara: verde nave
se n'è andata, la vita: ieri, ancora
creta di risa spente: onici vaghi
di volti: ed ora, nera
presenza d'astri serici, riflessa
sopra il mare del corpo: e s'innamora
di spazi interminabili la sera
pallida di paura, ed alta sorge
la vetrata confusa, e in prati d'ali
sottile specchio di fiati scolora
al tocco delle dita: e presa, chiusa
nella gelida gola, nella roccia,
la voce attende il dono, la parola
rubata: squarcia l'anima sdrucita
da forbici di refoli di vento:
strappa forme la terra, sole il sole
nella cala delle ombre, dove cala
la tenebra: ove l'osso
perora il volto bianco della mente
e le file di denti morti: pietra,
teca, cristallo freddo e muto, niente:
tetro, il cialtrone intona uno starnuto.
9.
Nodi di fredda seta e d'oro fuso,
nodi di nervi e chiodi ed urla e frodi
all'improvviso sciogliersi: confuso
aggrovigliarsi, forse,
di momenti e di menti:
ma intrecci di respiri, e anelli, e corse
nel teatro di verdi reti: e un drago
liquido lento emerge dai sentieri
del vento
nella fossa: ma tonfi d'acqua e brago
nel lago dei pensieri, e suoni gonfi
nell'aria grigia: nodi d'intricate
gomene: ultimo segno
di navi e vele e cancellate tracce
di presenze: ma non voli leggeri:
passeri neri nel cerchio di legno.
10.
Sussurri, vetri: cigolìo di stanze
distanti: nel deserto dello specchio
danze esili: e la toga
aperta che una mano obliqua lega
nel riflesso è persona, e ad arco piega
labile corpo assente, e nella gola
cavo legno di noce una parola
pegno di luce, ancora
deriva nella gora: lontananze
d'un segno ancora, ancora d'una voce
petali azzurri
nel prato nero: nei muti sussurri
ancora danze
di maschere velate di sembianze.
11.
La pelle è di metallo: tocca, è fredda
la bocca, e più non chiama, e lento scocca
vento giallo
d'ali chiare, il respiro: alle pareti
di foglie, l'universo nasce e muore:
e nell'intrico d'ore agita il tempo
i cieli e il mondo, e sciamano le immense
ombre del cuore.
12.
Tracce di mani, vortici di volti
tra piume di pensieri: ma di notte
salpano: ma sarmenti
e sterpi e funi e la morta parete
chiudono l'arpa nella quiete, dove
rete di suono smaglia e strappa bianca
mano di stoffa: e cadono comete
soffici, sopra l'isola
di ciottoli e di soffi
lucenti, e chiara pace: ma il gigante
azzurro, dentro l'antro d'aria, tace:
in catene di nubi avvinto, solo,
le lente onde non ode: e sono spente
le navi e il vento nel deserto molo.
13.
Del vuoto ancora il grido: nell'ovale
risonante respiri: prati neri,
sonagli d'aria e argento e ferro, e cupi
dirupi della mente
ingombrano i sentieri.
14.
Vedi? l'angelo ride soavemente
invisibile, in volo: in ombra lenta
fragile rete di colori e fregi
e rami e rado verde
sul volto tenue, oltre galassie d'anni
e cieli: e, sola, l'isola, nel solo
luogo vero presente, ora: quel volto
nel mare della mente.
15.
Dunque t'attendo: per l'appuntamento
nella nicchia di tenebra: le squame
torbide nei cunicoli di rame
oltre grida e silenzi, in morti morbide.
16.
Ombra di legno: strappa il velo, appare
d'improvviso: nel volo, nello specchio
ricerca d'aria e d'acqua, balzo zoppo:
universo-gabbiano in alto, cieca
fuga, rapida corsa oltre le stelle
d'ambra e granito:
ed ali aperte sul segno e l'intarsio
di forme, a squarciatuoni:
ricaduta sul vecchio
pavimento dei suoni.
17.
E la tua mano mi conduce: ancora
salvo: nell'aria candida, oltre il vento,
la porta lenta s'apre nella luce
musica, della voce: e nel respiro
calmo, ti sento.
18.
In gocce di cristallo le parole:
forse, i respiri: escursione veloce
furtiva, foglia, voce: liberata
fuggiva, forma viva.
19.
Il viso nella rete: smagliature
d'invisibili passi: bianche crepe
sulla parete: fra vicini volti
di specchi
e ferro dentro il ferro, cerca afferra
antica luce estinta, mentre il tempo
lo governa e imprigiona: invano atteso
invano attende un nome: ingresso, uscita
nel buio angolo bianco, ala indecisa.
20.
D'improvviso, ecco irrompono le immagini
e sguardi fra le porte
spalancate, infrangendo il nero vetro,
fra voragini gonfie: e ruota sorte
d'acqua, fuoco, aria, terra:
ogni risposta è ignota: e mai c'è morte
in questa guerra.
21.
Nel corpo imprigionata si dissolve
la voce d'aria chiara: oltre la chiglia
della luna, s'avvolve
nero limo salmastro:
e sopra il lume rovescia la sponda
e in strepiti di schiume affiora e affonda
nell'acqua: e sulla riva, la lucerna
rivela il freddo palpito degli occhi
spalancati: e la carta dei tarocchi,
cifra delle onde, segno
lastricato di mani, alla taverna
precipita sul tavolo di legno.
22.
Tu non sai cosa cela l'alta porta
rinchiusa: nelle stanze più profonde
dove l'alito è avvolto nelle squame
e la traccia di luce non conduce
che a radure
sorde: tu parli, avvolto nella scorza
del volto, della forza: ma non eri
nel recinto sepolto, dietro i neri
ricami d'onde: tu bonsai, ma parli,
forma conclusa: ma oltre le pareti
solo la tua domanda ti risponde.
23.
Sento il peso del corpo, e dure zanne
sorgono a un tratto nella gola: siedo
e segni vedo e cerchi in pietra, e attendo
l'urto profondo
del sogno oscuro: irrompe, è spento il mondo
nella sera che incede: e il cielo vola
spinto dal nero vento
tra false nubi: e sbuffi
di canto, e strane stoffe, e stretti passi
sul legno dei pensieri: oh! Il soffio attuffa
ciuffi e glifi di rose,
e in groviglio s'azzuffano le cose.
24.
Fa' che non torni il giorno dai contorni
torvi: l'uscio si chiude, grigia grata
imprigiona la mente:
dov'erano le onde, sordamente
sciambrotta la belletta negra, e gridano
corvi, anime perse alla deriva:
oscilla nella stiva della notte
il vascello sepolto
nella rada… ma ora
ascolto ali ascolto mani ascolto
il ruscello ed ancora ascolto i verdi
coralli nella tersa acqua del volto
sconfinato: e le dita mi attraversano
e il bosco folto dei respiri ascolto
e foglie d'aria e sussurri: e si perde
fra monti in oro e azzurro
la parvenza del palpito: ossa e mura
di paura e di assenza
crollano: e immensa altura è cielo verde
dissolto: rispecchiato, il volto dura
nel mare d'erba pura, capovolto.
25.
Il gigante seduto: nella sera
stormi di luce fra le guglie grigie
della stanza, e silenzi
dentro l'ombra, nascosti:
e sguardi e suoni e falsi cerchi d'oro
tra siepi di velluto: like a bird
on the wire, tace, ascolta, è fermo,è solo
il gigante, di spalle: oltre le grigie
luci, intricate tracce di rumore
nella stanza:
e dischiude la mano il lento volo
oltre le tende e il tempo,a oggetti e spazi
confusi, nella stanza ingombra: e intanto
controluce, il gigante, in lontananza,
visto di spalle, è solo, è vecchio: obliqui
nella curva penombra, oltre lo specchio,
segni: immagini, forse, di un istante
presente, che non muta: forse, nera
nebbia distante.
26.
Sembianti inermi, valichi di specchi,
nuvole d'occhi, fermi
nei volti: mormorio stanco di maghi
e fiati di flauti
varcano i sogni folti: e cauti draghi
in vacillanti luci di voragini
chiare, e laghi d'immagini
in cieli capovolti.
27.
Oceani s'avviluppano irrequieti
nel sole, oltre le mani: la brughiera
… the moor
is dark: gelide reti nella sera
svanita intricano rami e pensieri
umidi, e l'aria spenta
incaglia strappa arronciglia: e le dita
la fossa d'acqua attende: al passo breve
fiorisce ghiaccio il prato, bianco d'onde.
28.
Semi di nebbia, nodi d'oro e fiamma
e onciali segni: mura alte di sogni,
lame di luce viva oltre la riva
nascosta: al sole correre, e negare
e la risposta,e l'ombra,e il cielo,e il mare.
29.
E invano cerchi il centro, invano cerchi
il varco in sogno vano:
la nave è morta foglia oltre la soglia
del niente,ed oltre il foglio è già la mano:
segretamente, in cerchi, guardi assente
fra specchi di metallo e nere danze
ripetute… non alberi d'argento:
chiome di fumo e maschere di vento.
30.
Riccioli verdi, eh, dici? e non capisci
se scherzi:
se, riccio aperto, lieto ti diverti
in brezze e in versi, o versi in frasche d'acqua,
in fontane: o in capriccio,
fruscio d'uccello: guscio
sottile aperto, oh bello! e dietro l'uscio
riaverti:
credimi, cose strane,
spruzzi barocchi, verde
guizzi di crine alpestre:
occhi, trine, finestre.
31.
L'urto del vento lacera la vela
in ventagli di neve, e nella nera
luce scoscesa, beve
l'ombra fonda del sole: ed onde bionde
indorano ora i raggi: il fiato lieve
del giorno, ora rinato,
induce ad altri viaggi: ad un ritorno
oltre le porte
dell'oceano dei sogni, a navi e legni
di raggi d'oro, d'intrecciati steli
in luminose gomene ritorti
fra le sartie ed i veli: oltre le bolge
e i viluppi del porto,
dirupi, valli, gelo avvolge il sole
in bianchi nastri, e nubi strappa il vento
aggrovigliando i vertici dei monti
nell'acqua antica, in chiari
vortici: e soffia, e travolge strinati
relitti di tramonti, cieli ed astri,
tra spirali di mari.
32.
Ora le tempie sfiorano del tempo
stormi di luci
e il mondo tace, ed intendo sul volto
un ventar d'ali, ed al chiarore stanco
densi rami offre al volo
l'albero della pace: e di polito
argento ricamata alba riluce
ed ornano le notti
nubi di seta e d'oro: l'universo
s'apre, morbido, in musica infinita
e forgia forme
di resina forbita ed aria, e labili
orditi di lucenti filigrane
e d'azzurri velami: oltre la soglia
invisibile, s'apre e corpi schiude
tra lievi tracce
di luce immacolata, dove giace
l'ombra abbracciata al sole: dove dorme
nella nicchia, la voce
e dita brune tessono le foglie
e i germogli del cuore
dischiude in noi, donandoci monili
d'ultimi astrali voli
di nubi e seta ed oro e di respiri.
33.
Ecco, il mio vuoto colmano le immagini
vuote: ringrazio, antica sera, il dono
ripetuto, lo stampo delle voci
di maiolica fredda, il morto suono:
qui, nella mente, io abito, lo vedi,
amica: un sordo saio di pensieri
ricopre il corpo-mare: e la tua luce
arabescata, lucciola sul niente.
34.
Ma ora ascolto te, mia cara, amore:
nella selva dei volti e delle mani
aperte: petali d'alito, stami
di lievi sguardi in fiore, e bianche perle
di sillabe velate: e nel vederle,
cieco, dorme stasera
il vento dei pensieri: ascolto voli
molli, di suono ed eco: calma attesa
d'accese luci, folli
soffi di sogni nell'aria distesa.
35.
E tu chi sei, che appari nella strana
bellezza umana? tu che pari vento
quando ti sento: e il lento
cerchio s'apre nel cuore: e nella mente
il dubbio tu riaccendi sull'oscuro
veto del tempo, oltre il muro ed il vetro
strinato del futuro: e taci, e ascolti,
e sciogli il velo che imprigiona i volti.
36.
Ritorna l'ombra della croce: a monte
cigola il ponte teso sopra il cielo
dell'istante, riaperto alle domande
e il segno eterno, minuscolo e grande
dell'universo, è lucciola alla mano…
Non mi seguire: non so come il mare
delle forme s'addensa in tempo umano.
37.
Suono di lente corse: nello specchio
invisibile, forse,
altre strette di forze, e fiati, e mare:
ma corazze di corde, nel volare,
imprigionano le ali: e il tempo morde
l'altra luna: nel secchio, dietro il tempio
di morbido metallo, occhio del niente,
la gabbia d'aria e ferro della mente.
38.
Ci rivedremo? v'ha accolto la sera,
cari: non forme o suoni, aria leggiera,
orme di luci spente nella vita
svanita, fiori ed erbe
che verde primavera in soffi sperde.
Siete svaniti: insieme, oltre la chiara
ombra del cielo: e vi ricopre il velo
sollevato sui sassi e le acque e i passi
del passato: tornati oltre le porte
che il vento d'oro ora chiude, e la morte
suona il dolce suo flauto, nel ritorno
della notte lucente, ala del giorno:
di voi mi resta un suono
assopito, di immagini: presente
nella pianura chiara della mente.
39.
Voglio restare accanto a te: non voglio
perdermi in canto giallo
fra rondini nel cielo di cristallo
spezzato: voglio toccare le mani
ed il volto, e la voce: ora, domani,
mentre il sole ritorna e erba di prato
germoglia: e nuovo è il tronco, lieve
trama di corpo, e verso il giorno viene
giovane,e già s'inoltra nella vita
il figlio da noi nato, e andiamo, insieme,
cercando una speranza senza fine,
tra grida di battaglie sul confine.
Sarà forse domani: dalla sera
si schiude un'altra notte: ora riposa
lo stormo inquieto di forme e di mani
che irrompono nel volto cancellando
i ricami dell'alito e le orme
di luce: è notte, ascolto
le sillabe del cielo, e le alte stelle,
e le bianche acque calme:ascolto il vento
ma è terra il corpo e trema, argilla nuda:
è cava tartaruga il tempo: dorme
su un azzurro guanciale nostro figlio.
E' lontano cento anni il nuovo giorno
e un miliardo di secoli il ritorno
dall'esilio.
40.
Dimmi tu chi era in preghiera: chi c'era
nella luce tua prima:
dimmi chi c'era, prima del respiro,
nel mistero tuo vero
oltre il chiarore teso sulle soglie:
dimmi chi s'era celato, chi c'era
tra velami di foglie e rami e rose
di vita che destando forme e cose
s'aprì nell'alba nera: ombra di mani
bianche, in paziente attesa
di onde di primavera nel domani.
Monza – Maggio 1994 [edito in proprio]
.
Octavio Ocampo
Poesie di Flavio Ballerini (in memoria)
Da qualche onirico terrazzo bianco
stazione ottica dei sogni aperti,
ancora ritransitabili a notti
inoltrate su crocevia
ove solo il soprassalire muta,
quei bianchi terrazzi ov'ero lì e altrove
insieme, affacciato su altri sogni
immortale e in medesima luce
nel lieve stupire primaverile,
vissuti con la materia dei sogni
eppure ricordati come eterna
promossa felicità!
Vissuti davvero quando ritorno
sorpreso improvvisamente in balìa
inafferrabile intemporale.
30 marzo 2003
*
Grigio che confonde cielo e orizzonte
consuma la collina nel risucchio
del suo verde umido già digerito
dai moli di sera una rosa luce
lacrima oltre la campana velata
traspira sangue un cosmico delitto
per pochi minuti o un parto divino
*
Libero dentro il guscio e solitario.
Ho sentito tutti i miei cari morti,
mostratogli la fonte del disagio
come infelice fuori dall'intero –
fuori dopo la pioggia miagolava
come un grido di dolore nell'aria
mutata e dolce una gatta d'amore
lo strazio che non puoi non ascoltare
Non mi resta altro che essere presente
oggi dentro e dopo tutti i congedi
Sopra il ponte del Miralfiore l'aria
disse d'esser la vita del pianeta
oltre l'umano. Tutto muta e si può
uscire dalla propria forma un poco
e in quell'allora nell'oltre guardare
e accorgersi forse di un altro fare…
Umili e leggeri oltre il terribile
*
Mai mi sono sentito così solo
Ed è una notte così bella nera
e luminosa di luna crescente
con tutto il cielo la stella più grande
si avvicina se la guardi alla terra,
l'aria è fresca e gli alberi della piazza
tremolano un'onda frusciante efferve
ovunque e il piacere di questi attimi
offre di starci insieme anche nel sonno.
*
Non si sa dove se ne sono andati.
Ed io non sono da allora più io.
Né confuso conosco quel che resta
nella scia di scomposti agglomerati
svaniti via, sol qualche monca memoria
qua e là nella geografia del vuoto
Appariva come una penisola
(ben ancorata a solida storia)
poi smisurabile fu il suo confine
ed arcipelago che s'allontana.
Per dubbie derive. Non sono più io.
Mi sembra un bel po' che mi cerco.
Fu quando la corrente si raffreddò;
Ad est del golfo non c'era più sale
fiumi d'acque dolci scendendo dai poli
le primavere incerte svanivano
il ghiaccio avvicinava tutti i cuori
sorrisi si stampavano di pietra
sospesa come nel gatto di Alice.
Segni d'allarme, sogni suoni di chiurli
campane gufi inascoltati ed urli
furono disseminati nel tran tran
………………………………..
*
(Per Kostas Kariotakis)
Per compensare tutto questo sole
d'aprile leggerò un poeta triste
la cui luce diverrà meno tetra
più attutita la vacuità del giorno
Resterò con i versi come in chiesa
-anche se dinnanzi a un inquieto mare –
in attesa che lo spirito aleggi
e come in una sentita preghiera
un angelo delicato e deciso
aprirà il cuore alla più pura pietà
Questa è la carità che voglio offrire
alla spirale nera dell'anima
[finalista al Premio "Paesepoesia",
Belvedere Ostrense 2005]
*
Pure come invisibile radice
sorprende ai varchi un puro domandare
ove l'alieno allea forma che muta
oltre il noto che si infissa vorace
cibo a perpetuare la stessa fine
l'uguale fuggire il Logos vivace
(a Felice Serino su "L'ombra")
11 luglio 05
Flavio Ballerini
*
Non ricordo se riflesso dal vetro
o se fu folgorazione dell'ombra
o se vidi me specchiato dall'alto
per un istante nel limpido fiume
ricordo però la curva del cranio
le linee assorbite di schiena e spalle
io vidi ciò che mai prima non vidi
il profilo la posa in un unico
familiare ed estraneo interrogare
il mondo intero attorno
come la parte chiede al tutto cos'è
io vidi di mela formalo stampo,
vivo, fatto di antica attesa, forte,
come non fosse tutto quel che non è,
stampo dell'antico a sé, il doppio
il precedente
impronta emersa dall'ombra nell'ombra
*
Tutta la notte sogni ruotavano sulla poesia il poetare
Sono giunto là dove nasce il vento
alla curva del sogno
all'esterno pervade l'aperto
-da sopra le curve degli alberi
nell'inoltrato rimbomba
in altro modo il tempo
dicembre '01
*
Se io posso dirti son io ascoltami
sono innamorato del tuo ascolto
e della tua vera voce
E tu mi dici che la tua vera voce
non è quella vera ma una fra le tante
Io so che rideremo insieme
e la risata risalirà i sensi
come il suono di una cascata
su per le valli dell'Acquacheta
anche gli abissi
rideranno
Flavio Ballerini
*
Bibliotecario, filosofo, libraio nel campo delle teorie e terapie olistiche, poeta, scomparso improvvisamente il 3 dicembre 2006, pubblica nel 2001 "Versi licantropi" che raccoglie poesie e prose e che diventa, in collaborazione col musicista Michele Donati uno spettacolo teatrale e un CD.
.
Dipinto di Kateryna Kovarzh
Giordano Genghini
PENSIERI
Io penso al destino delle anime - a volte -
quando al corpo le strappa le unghie della morte.
Dove sono ora - chiedo - uomini e donne nati
che a milioni dal mondo se ne sono già andati?
Menti, affetti, parole cosa diventeranno?
Forse, esse ora ci parlano soltanto con il suono
del vento e delle foglie, o col rombo del tuono
guardandoci dai sogni che la notte ci dona...
Forse forme invisibili ma per sempre viventi
si aggirano fra i nostri corpi, lenti opachi e pesanti...
Forse lucente nebbia nasconde i loro volti...
Spero e credo che noi non saremo mai morti
quando noi moriremo, lasciando il mondo e il tempo.
Ma che cosa saranno le anime nel vento?
Ci sono giorni in cui a ciò penso, talvolta.
In altri giorni sempre penso alla vita morta.
.
TERESIO ZANINETTI
Non per nulla
tutti i fiori ritornano nel perimetro estatico
del cuore rimasto
sgranulando bocci d'orchidee e trifogli
Nel caldo mattino
solleviamo briciole
per palpiti senza respiro e ancorché deserto
il prato riavrà parole dovunque l'aria lo voglia
silenzio
di fate di prua
nei vuoti balconi
dove rasserena la dolce canzone
di rabbie e singhiozzi
silenzio
non un'anima fiati
il silenzio si scioglie nel gelo.
(Dicembre 1994)
Dalla Rivista GRANDE VETRO, Maggio '07
.
MICHELE PIOVANO
Da: "LA VITA E' APERTA"
Genesi Editrice, Torino, 2011
dalla sezione:
OLTRE IL CERCHIO
No, non mi bastano i contorni
incerti della polvere a demolire
pregiudizi trattative che lasciano
scorrere i giorni nell'indifferenza.
Forse col sogno respiro energia
nel gioco perenne delle invenzioni
restituendo al cuore la sua fantasia
se la vertigine sale.
Reale è soltanto la voce del vento
a risvegliare il pensiero,
tracciato a volo basso
che batte e ribatte nella mente.
*
Solstizio d'estate
Vorrei stringere la luce, ma quella
più che mai mi sfugge
e sempre più si addentra con tocco sicuro
nella caverna in cui le cellule
danzano e muoiono nel buio.
La stanca è nelle cose
vive o meno che mi ronzano intorno.
Il giorno estivo è da bersi fino in fondo
anche se in fondo al precipizio
agonizzano le idee chiare o indistinte.
Un colpo di artiglio e frana la tempia,
il frutto spiccato dall'albero
come ricordo di stagione.
Non so che dire del caldo silenzio
che m'insegue, ma a volte l'ombra
di un ramo si posa sulla mia spalla.
*
Guardo negli occhi il vicino
se l'abito si allarga e viva
è la voglia di conoscere. Avrà un senso
l'orizzonte che appare
senza direzione precisa? Buongiorno:
con un largo sorriso sgorga
il calore del giorno. Ora io sono quell'altro
che aspetta oltre la tenda.
*
Piccole vite vagabonde
a mia figlia
Sono piccole vite vagabonde
che lo sguardo coglie lungo il cammino.
Esistono chissà come e dove
vuole il gioco del destino,
come il fiore ai piedi della scala
che si nasconde agli empiti dell'aria.
Una voce lontana fa il cuore
incerto tra vento e quiete,
ma resiste il soffio impetuoso della vita,
nudo dolore e gioia
fino a quando odora il mattino
e l'ombra si nasconde fra gli alberi.
Ora le foglie indolenti si svegliano
alla cerca di un mondo che fluttua.
C'è una continuazione,
qualcosa continua oltre i cancelli,
qualche perplessità, forse solo percezioni,
come un volo di uccelli.
*
dalla sezione:
LE PULSIONI CONTINUANO
LA PAROLA COMPIUTA
Cielo sereno da cogliere come presagio
se risplendono le labbra
e l'aria calda dello stagno;
nell'orto si spiega la nuova insalata,
gli iris fioriti danzano
sopra le spade. E' il presente
che sgorga come efemera dall'acqua
quando giunge il soprassalto a farci vivere
e allora vorremmo la parola compiuta,
quasi un fittone di tarassaco,
così profonda da coprire gli altri linguaggi.
Tempo di vespe, di canti d'amore
che ronzano attraverso il fogliame
e nell'aria passa il rumore di una nuvola.
*
Bolle di sapone
Un amore sfiorito
nei prati della dimenticanza,
che torna con l'aroma di nuove visioni,
il consenso suona le sue corde,
l'energia della luna
bevuta dal cuore innamorato.
Oh, come tutto si può sorseggiare
lentamente in bocca.
Le stelle lanciano segnali
con il loro profondo sussurro,
e noi accendiamo e spegniamo la luce
dell'immaginazione, uno stare con le cose
che incantano l'oriente e l'occidente,
come una bolla di sapone.
*
Sosta in panchina
Qualche ricordo
rimane impresso sulla pelle
quando il verde cammina, il mattino
apre strade giornali
e le panchine ai giochi di stagione.
Tempo al tempo - la luce
viene crescendo come l'erba
lo sguardo svagato d'una ragazza,
da un cantico in gola conforme
all'aria che lo nutre.
Oh, la solitudine marcisce nell'ombra
fin che perdo l'esattezza della forma
il sogno che apre
e chiude le piaghe - i tratti del volto
gli ossi ostinati si distinguono appena.
Un po' di saggezza e l'amore
per la vita con le sue contraddizioni
mi seduce e confonde.
*
dalla sezione:
VICISSITUDINI
La vita è aperta
Un volto nuovo e la voce al citofono
galleggiano sul letto. Prima o poi
il magma si avventura nel cielo e noi
a cercare la musica che tracci la strada
dopo le macerie. Una gioia appesa
ai balconi fioriti e l'alfabeto
canta con accenti più giovani.
La vita è aperta
a inventare nuove prospettive.
Notazione di un attimo - qualche lettera
in stampatello barcolla sulla pagina
ma non si arrende, anzi,
di fronte al bene e al male
si arrampica in aria scompigliando i princìpi.
*
I passi della luna
E' tempo di fermenti
incuriositi più che mai
alle varie stranezze. E' lì la vita?
Il sorriso si è spento sulle pietre
e la luna va scivolando nell'ombra.
Scusa il ritardo per un fatto banale:
la notte si è appoggiata
a una finestra semiaperta.
A volte inseguo il cammino dell'acqua
lungo i tubi del muro,
i pesci blu a spasso con le stelle,
la neve che cade a pois,
due cavalli marini imbizzarriti.
Hai visto? si è incrinato il bicchiere
e cricchia il legno scollato del parquet
sotto i passi felpati della luna.
*
La cresta dell'onda
"Intorno a te si torceva la vita"
Cristina Sparagana
Il guizzo delle isole appare all'orizzonte,
il volo degli uccelli marini
sopra le vele srotolate.
Adesso il mare ha il colore del vento
che cigola dentro le sartie
e fa incerte le nostre speranze.
Tempo, dici, che affila i nostri corpi
rendendoli vigili e attenti.
Guarda come splende la voglia della vita,
ma la vita è scavata dalle ondate
e sembra che il bar cada di sotto.
L'acqua manda barbagli,
una foga leggera
a sostenere la marea che sale
sale fino a entrare nel porto
con disinvoltura. E' impossibile
fermarla - quanti flutti
levati si sfilacciano nell'aria.
.
GIORDANO GENGHINI
I.
Distesa sul mio cuore, l'anima mia respira.
Sul volto della foglia risplende l'universo.
Rapita dentro il corpo, attraverso lo sguardo,
la luce immaginata crea ricami e colori.
Rivestito dal mondo, cinto dagli orizzonti,
l'alto soffio del sole fiorisce in cieli d'erbe.
Lo scoiattolo-nube gioca fra i verdi monti.
II.
Mille stelle in una bolla:
in un'ala di farfalla
vasti cieli di velluto.
Le galassie sono neve
e la luna è un fiocco lieve
nella tenue luce gialla.
Gemma d'anima rampolla
dentro il corpo che la culla.
.
FABIO GRECO
Notte si fa in me
più chiara
limpida del giorno.
A breve farà eco
un silenzio solo mio.
Nella quiete emerga
una distanza che almeno
d'illusione mi sazi.
Preda è l'anima ferita
più secca, nera di dolore.
*
Ogni volta
Ti ritrovavo
seduta su scale
di sale, il mare
fra morbide labbra
posava la linfa
ed esuli zattere
gemevano smarrite
nel silenzio
delle tue braccia.
.
ANDREA CROSTELLI
Ad Antonio Santinelli
L'onda, respiro del mare.
Soffiavano dalle nari i tuoi cavalli
un forte attaccamento alla terra,
un forte respiro di vento.
Voleva esser pieno il tuo passo
del giallo frumento verità,
dorato segreto dell'arte
a piccoli sorsi donato.
Appesa ai tuoi occhi e frapposta
l'atroce meridiana del tempo
fissava l'ora senza nome,
priva di sole e fughe d'ombra,
la somma di tutte le ombre.
Oggi guardo il pulviscolo dorato
nella fascia di luce: moscerini
in sospensione: catalessi del corpo
dell'arte, e penso a te, amico caro,
mentre passi ancora fra le nuvole
e sposti l'aria dei miei pensieri,
a te che mi gridasti aiuto senza voce…
riprendo a cavalcare in groppa
al tuo cavallo con la tua forza
in corpo, dopo che, per un attimo,
il tuo passo si fermò, il mare
ritrasse il suo respiro
e fu la secca.
Da: "IL CONTENITORE DELLE NUVOLE" - 2001
Circolo Culturale La Gioconda - Ostra (AN)-
LA MUMMIA
La mummia del mondo
non può ascoltarti,
sei per lei
ciò che è lei:
un organo senza fiato.
Le giri intorno,
cerchi una fessura
... occhi persi
dal grande dolore...
la cantilena del delirio
è fumo che non si posa.
*
VASTITA'
Il trapezio della luna
è un disco volante,
sul rettangolo azzurro
colpisce di luce la piccola sfera,
al ritmo di ping pong
le risate nella vallata
sono il tuono sangue del cocomero,
la gracchiante eco dei corvi.
Solitario
voli airone
al tuo nido di polvere,
congelati occhi
ti troveranno mai
Sul treno della luna i vagoni delle nubi.
*
ARMONIA
Mi cala la notte sulle spalle
il pesante mantello oscurità,
pensante paroliere al leggio
sfoglia veloce libro di parole
sulla bocca del silenzio.
L'arma in più
è l'estasiante sorriso.
*
SEGRETI...
Vero ufo
spia accesa, il Sole,
scopre segreti al sorgere,
arrossisce il tuo sguardo,
timido ti volti,
ombra che tradisce
l'anima svuotata
*
VENTO CIPRESSO
Il vento cipresso
spiraliforme nuvola,
cuscino spiumato
ventaglio carezzevole,
dormitorio perenne
pacificato spirito.
*
LA RETE
Il letto del poeta
è un fiume adagiato di parole
dove scorrono i nostri sogni:
pesci che di tanto in tanto
saltellano al di fuori
all'aria fossile:
imprimatur versi
la cattura immortale
del pescatore.
*
"CARTA BIANCA"
A Plinio Acquabona
e alla sua poesia
Non sempre
così felicemente sera,
sciogliere grumi di poesia
nelle mie vene.
Esse son lì,
a gridare solo d'esser prese,
parole di sangue universale.
Spazio in "carta bianca"
l'invenzione e l'ecclimetro
succhia al poeta.
*
FIAMMATA
Spandermi fumo
mentre l'azzurro si spegne
e arde coniato il mar rosso.
Odoro già di cenere,
vedo consumarsi
il braciere della mia esistenza.
Dondolo vuoto in cielo
ascoltandomi sereno.
*
L'ATTO
L'amore è lasciarsi
succhiare il sangue,
è un atto di farfalla
che si posa lievemente
sulle spalle dell'Infinito.
*
L'ENERGIA CHE EMERGE
Il bosco dei frati
muove il suo cappuccio stasera,
come dentro una conchiglia
tutto il respiro del mare in tempesta.
Ma non c'è inquietudine
in questa mia Pasqua,
landa di rassegnazione.
Io gorgo torbido d'un fiume
col collo radar di struzzo
rifiato dal mio circolo senza uscite.
La fede è l'energia che emerge
per camminare sulle acque,
passare a porte chiuse,
aleggiare da risorti in cielo.
* * *
Da: "DENTRO OCEANI"
(poesie e pitture per la Mostra
tenutasi a Belvedere Ostrense nel luglio 2008)
Oscuramento
Quanto mi spegnerei facilmente qui
all'ombra riarsa di un sole tagliente
alla memoria lugubre di un epitaffio immemore
quanto mi spegnerei facilmente qui
dietro il vetro che scompone il mondo
e ne clicca il suono oltre il suo sigillo
Loro son là per la strada maestra
e io di qua chiamo il mio maestro
che non arriva se non nella raccomandata di esistere.
*
Il ratto
Su questa carrozza dondolante
i cavalli, spossati, a volte si riposani,
sempre all'erta al morso del serpente,
alla rapina del fuorilegge.
Tutto ciò è il mare la nave le vele,
i tentacoli della piovra e gli agguati dei pescecani:
Terribili ansie a chi cavalca le onde,
insidie nascondono le acque
mostri per chi non può vedere.
Non gioca a carte scoperte l'Oceano,
luccicante il dorso che svia il tuo sguardo
pensi "adesso bara" e bara si fa paura.
Dubbi sulla sconfinata limpida onestà,
sincerità trasparente che non ha facce
se non la tua che vi riflette
l'anima sperduta inconsolabile dell'uomo.
*
Io sono sempre altrove
1
Ho ribaltato le mie case
e le mie cose in mare
lo faccio ormai da quarant'anni
ogni mattina quando mi guardo allo specchio
e vedo il vuoto più assoluto
piombarmi addosso
naufrago di me stesso
e della malattia che mi porto appresso:
l'ancora delle mie pazzie
gettata nell'universo senza suolo
2
Sbatto le palpebre
che si riaprono
nel nulla è cambiato
la mano del mondo
non sa dove sono
e non può afferrarmi
sono invisibile
come palpebre mute
che fanno meno rumore
e ancora meno presenza
della quercia che pensa...
io sono sempre altrove
3
Inoltrato dal silenzio
nel mare può vogare
il mio verso,
suono di bassa frequenza
ecoscandaglio di balena
parole viaggiano a lungo
sotto il braccio del mare...
... e il mare
sfoglia libri...
intanto smemorato
il mio viaggio
porta me altrove
senza rileggermi
*
Da "PAESI DI MARE"
Circolo Culturale La Gioconda - Ostra
Tecnostampa Edizioni, 2008
11 novembre 2007
Concentrato
su una gamba sola
come un fenicottero
raggiungo
stasi ed estasi
e perdo così
anche l'ultimo appoggio
mentre la mente
porta lontano
nel giorno che fugge
dal corpo
e il corpo alleggerito
lievita sospeso
galleggia a mezz'aria
improvviso s'impenna
mette le ali e insegue
la mente già lontana
per riaccorparsi a lei
accettando l'eccezione
della gravitazione
al posto del consueto
toccare piedi a terra
*
Provvidenza
Sembra allentarsi intorno
il foro dei chiodi delle stelle
ma non v'è pericolo che cadano
oltre il mare che le accoglie
con il suo salvagente
resteranno a galla
oscillando ancor più nel loro tremore
ricordando il mio spalpebrare
muto e sperduto
così anche i miei quadri
protetti dalle ali degli angeli
non si staccheranno dalle pareti
* * *
Andrea Crostelli è nato nel 1963 ad Ostra, dove vive e lavora.
Collabora con diverse case editrici come illustratore,
fumettista, critico artistico-letterario. Espone le sue opere
in Italia e all'estero. Ha pubblicato varie raccolte di poesie, e
l'opera per cui ha ottenuto lusinghieri consensi dalla critica,
"Nei Mari di Melville" (Moby Dick, 2004).
.
Raffaele Piazza
"Tesse una musica"
Tesse una musica il marino
fluire senza tempo, l'onda verde
che trasparente vola nella forma
di donna, di conchiglia che scolora
sulla spiaggia dalle felici trame
dove nella tua notte posi l'ombra
tra la sabbia dei passi che riveli
un moto precedente di parole
presunto tra l'argento che ti sfiora
di una luna a pochi tiri
di sasso levigato dall'attesa.
.
Flavio Almerighi
essere
essere treno d'ossa,
fiducioso aspetto un segno e uscire
dal mezzo di una stazione sognante
immersa emersa in mille soste estive,
tante volte una voce assonnata
annuncia partenza e liberazione
poi in sequenza muore,
senza lasciarmi andare
mai
.
Raffaele Piazza
Del mio tempo il senso
A Felice Serino
Ascoltami, Felice, esiste
una forma che sgretola
le cose, entra ossigeno
nel sangue ed è la poesia.
Dove tu sei ancorato
ad un computer per emergere
dalla chiave della
nebbia, immagino la città
di te da me visitata nel 1984.
Dove accade la vita ed è la
Vergine a prendermi per mano
sotto il Manto, gioisco e
trasalgo per mio figlio
amato e non voluto diciottenne.
Calma estiva nelle mattine
di pace occidentale nella sua
per economia differenziandosi
essenza,
da quella dell'Africa Centrale,
la morte dei bambini neri.
Presagi di gioia, Felice, dopo
le visite rarefatte alle librerie
e alle farmacie e i libri letti,
lo squillo del telefono,
la voce degli amici e
bere il vino rosso per redenzioni.
Parlano i pini del Parco Virgiliano
e un messaggio giuntomi per e-mail
da sorgiva ragazza, dice che
le sono piaciute molto le mie poesie
sul sito di Felice Serino.
Pasolini e Dario Bellezza
vegliano, maledetti angeli.
Mio figlio guida l'auto con
sicurezza, padre gioioso, ho spiato
il suo diario dove ha scritto
sei una ragazza affascinante
verresti a cena con me?
Ieri succhiava dalla tetta.
Alessia, perdonami una vita!!!
.
Dalì - Baccanale
Poeti vari
CHANDRA CANDIANI
a Misha Alperin
Dammi un gesto vuoto
senza redenzione,
suona al pianoforte
una salvezza per la mia
belva notte,
un a-capo in picchiata
fino alla riga spezzata
ruvida
di ogni poesia.
Sono parola minuscola e nel fitto
e tu già asceta
sei il silenzio
la foresta protesa
al canto di un solo uccello
quello che custodisce
nel becco
il segreto.
Ho l'anima di carta
prende fuoco per un nonnulla.
Il teatro di una piccola
città di mare
da solo nel buio
improvvisi al pianoforte
una prova impossibile.
Qualcuno mi strappa:
«È un momento di segreta
intimità». Ma
c'è piú abissale intimità
di suonare
a un pubblico spaventato
il silenzio
la gioia sfrenata
del silenzio?
Condividiamo il cibo del mondo
Misha
come gli uccelli il vento.
Senza saperlo.
.
Chandra Candiani da 'La bambina pugile'. Einaudi
.
Chandra Livia Candiani all'anagrafe Livia Candiani (Milano, 1952) è una poetessa e traduttrice italiana.
*
2 poesie di EUGENIO MONTEJO
Essere qui per anni sulla terra,
con le nuvole che arrivano, con gli uccelli,
sospesi ad ore fragili.
A bordo, quasi alla deriva,
più vicini a Saturno, più lontani,
mentre il sole gira e ci trascina
e il sangue percorre il suo profondo universo
più sacro di tutti gli astri.
Essere qui sulla terra: non più lontani
di un albero, non più inspiegabili;
lievi in autunno, rigonfi in estate,
con ciò che siamo o non siamo, con l'ombra,
la memoria, il desiderio, fino alla fine
(se c'è una fine) voce a voce,
casa per casa,
sia chi porta la terra, se la portano,
sia chi l'aspetta, se l'aspettano,
ogni volta spezzando insieme il pane
in due, in tre, in quattro,
senza dimenticare gli avanzi della formica
che viene sempre da remote stelle
per essere puntuale all'ora della nostra cena
benché amare siano le briciole.
(da Territudine, 1978)
.
.
Lascia che ti ami fino a quando girerà la terra
e gli astri inchinino i loro cranei azzurri
sulla rosa dei venti.
Galleggiando, a bordo di questo giorno
nel quale per caso, per un istante,
ci siamo destati così vicini.
Ho potuto vivere in un altro regno, in un altro mondo,
a molte leghe dalle tue mani, dal tuo sorriso,
su un pianeta remoto, irraggiungibile.
Sono potuto nascere secoli fa
quando non esistevi in nulla
e nelle mie ansie di orizzonte
potevo indovinarti in sogni di futuro,
ma le mie ossa a quest'ora
non sarebbero che alberi o pietre.
Non è stato ieri né domani, in un altro tempo,
in un altro spazio,
né giammai accadrà
quantunque l'eternità lanci i suoi dadi
a favore della mia fortuna.
Lascia che ti ami fino a quando la terra
graviterà al ritmo dei suoi astri
e ad ogni istante ci stupisca
questo fragile miracolo di esser vivi.
Non abbandonarmi fino a quando essa non si fermerà.
(da Papiri amorosi )
.
Eugenio Montejo (Caracas, 19 ottobre 1938 – Valencia, 5 giugno 2008) è stato un poeta e saggista venezuelano.
*
FERNANDO PESSOA
Ho pena delle stelle
che brillano da tanto tempo,
da tanto tempo…
Ho pena delle stelle.
Non ci sarà una stanchezza
delle cose,
di tutte le cose,
come delle gambe o di un braccio?
Una stanchezza di esistere,
di essere,
solo di essere,
l'essere triste lume o un sorriso…
Non ci sarà dunque,
per le cose che sono,
non la morte, bensì
un'altra specie di fine,
o una grande ragione:
qualcosa così, come un perdono?
*
Dylan Thomas
*
Fernanda Ferraresso Haziel
Tu, come lama di coltello sei entrata nel mio cuore in lacrime!
Charles Baudelaire, Il vampiro
.
su fondamenti invisibili fuori prospettiva
con precisione chirurgica
la lama della lingua
ha affilato il verbo amare
ma fu un punteruolo
che impugnò il desiderio e impudico
dal quel corpo analfabeta estrasse una costola parlante
l'ombra viva che con il fiato rimodellò
femmina da uno scheletro senza nome
insieme la carne tornita di fresco
ebbe la stessa immagine riflessa divina una sola semenza
ma qualcosa andò per il verso sbagliato e
lei non volle giacere sotto di lui non volle
stare sottomessa per un volere che non fosse il suo
rosso un mare aperto fu la sua casa di tendini e battiti e futura
la conoscenza di se stessa l'albero e il frutto in una sola terra
fuori dalla legge e lettera a se stessa il suo linguaggio
fu notte e crepuscolo
non addomesticabile la sua fiera è monaca ferina
di una natura selvaggia e ingovernabile monca in lei la morte
perché dea di terra in una terra la riconobbe
nel suo ventre radica preistorica una realtà millenaria
della vita e dell'inizio di ogni vita
fertilità di una passione mai prona che ogni regola trasgredisce
su tutto innalzando la bellezza
di tutto quanto è un cosmo creato
notte oscurità penombra è spirito di vento la sua orma
nella tempesta avanza piegando il giglio del suo desiderio
bianco regale e netto da terra si erge innocente in un caos di lussuria
il fiore liberato da qualsiasi sottomissione e ricatto
la sua purezza scintilla su uova di depravazione
la sua astinenza è l'inizio di tutto quanto è possibile ancora
f.f.- L'isola e il cerchio- su fondamenti invisibili fuori prospettiva è l'amore che non si può dire
*
Amina Narimi (Claudia Sogno)
Siamo stati angeli nell'acqua,
piccole stelle dell'alba,
quando ancora le viti erano muschi,
farfalle di mare che andavano alla deriva
sbattendo l'azzurro dei piedi
tra le onde del sole
seguivamo il ronzio genitale dei nostri delfini
i click sordi delle stenelle in amore,
nutrendoci degli errabondi, i mangiatori di luce-
di notte facevamo buon conto della neve marina-
Più di tutto amavamo i verdazzurri,
centomille in una goccia di sale,
e i nostri capelli luccicavano a giorno.
Quella notte, la grande notte,
seguimmo una forma di lacrima
che andava a deporre le uova.
Ohh cosa stavamo vedendo
nella buca profonda di sabbia,
bambini! Stretti nella preghiera
ci fermammo
per ordine delle mani
fino a farli sparire.
Il mare si calmò, con l'anno nuovo,
minuscoli pastori cercarono l'uscita,
puntarono al largo verso l'acqua nera,
portando sul dorso come faville.
fu allora che le albere presero a far luce
che ci contammo le ossa una ad una
passando le dita a vicenda negli anni
finché una bambina prese a salire,
con le giumelle educate all'amore,
le nostre timide gole per terra
alzando la neve dal suo libro d'ore
come fa un mattutino all'Ave Maria.
https://www.youtube.com/watch?v=zthq9p8uTBg
*
Dalì - Leda atomica
*
Poesie di Ezio Falcomer
Chele d'amore
Sequele di aromi
umori estasiati
tutto mi porta
il vento di vita
un flutto sommerge
miei malati sapori
le chele del tempo
brezze sciupano e faville
al macero di gloria
di boria ostinata
ma non il cuore che ama
singulti di stupiti cantori
si diramano a radure
e l'amore è ormai
mio vizio e mia aria.
(Ezio Falcomer, "La vita picara", Lanuvio RM, Narrativaepoesia, 2010)
.https://www.accademiadeisensi.it/2012/10/chele-damore-ezio-falcomer-la-vita.html
.
Prego le muffe
Del mattino io studio la freschezza
e l'illusione, i promontori
di parole vane, la gloria degli uomini.
Della memoria i meccanismi
sociali. Chiuso qui in convento,
prego le muffe e i fantasmi
del cuore, degli ancestrali volumi.
Farnetico di spiriti, di oscuri
sacrifici, di frutta lavata.
Ho un'anima gentile e malata,
ho i piedi nudi. Orecchie da sbarco,
cervello svaccato, sogni. Ogni.
.
Zucche marce
A volte divento malato
e amo i suoni
della ferraglia arrugginita,
dei cavi del tram che starnazzano,
del fetore delle zucche marce.
Amo il silenzio
della folla distratta dai pensieri,
delle vetrine
imbambolate dall'attesa.
Divento così malato
che mi schizzo via
da ogni orbita
e il mio cervello
è solo pieno di solitudine
e formaggi stagionati.
E non c'è un giorno da passare,
ho solo bisogno
di parole acide e convincenti
e dell'eterno,
come di una coperta slabbrata.
Voglio cadere fuori dal tempo
senza dare nell'occhio,
facendo finta di sputare
contro il muro.
.
Sei l'albore
Sei l'albore,
Il turgido granturco,
la viscera innamorata
che mi conduce
al di là del male.
In te riposo,
gioia e tristezza,
indomito abisso
io cerco,
fine
del dolore animale.
Come un fiore,
farmaco
al mio essere scisso.
.
Sulla prora
Amo in questo
essere sulla prora,
in questo
sottrarmi al dolore,
aggiungere amore
alle radici dei fiori.
Alzo lo sguardo sul mare.
Linguaggio crittato
d'onde e spume,
illusorio sprofondare,
dimenticando la storia.
Senza più rancore,
né pirati,
né granchi dalle chele avvelenate.
L'oblio è lettura,
la lettura è preghiera.
Dimenticare sofferenza e fatica.
Nero silenzio abbacinante.
.
Macerie
E verrà il giorno in cui mi arrenderò,
camminando fra le macerie,
il cappotto rubato a un cadavere,
l'orecchio a un antica musica,
deposta la fatica detta vita.
Mi arrenderò e sarà un sollievo.
Avrò fra i denti
un sangue d'ironia,
il teatro emaciato,
silenzioso senza più bestemmie
e sudore di apprensivi guitti.
.
Ora di punta
È un'ora di punta come un'altra,
questa, delle dieci del mattino.
Mi dico: "Ho sbagliato tutto nella vita?
Forse dovevo arrendermi prima".
Ma i cieli sono in fiore
e le fogne emettono umiltà.
Dovevo fare tante cose
prima di arrivare a questo punto.
È accaduto tutto tanto in fretta.
Le stelle sono collassate
prima che io avessi il tempo di dire "beh".
Non ero preparato a nulla.
La vita mi è venuta addosso
come un treno.
https://www.alidicarta.it/autore/ezio-falcomer/testi#sc
.
Mi accadi
Mi accadi di meandri di baci
esulto in braci di averti
taci
svelami il dono di concerti sontuosi
di carne e d'afrori
assaggiarti d'amore
ah i tuoi sguardi
coloniali romanzi scabrosi.
(dalla raccolta "La vita picara", Lanuvio (RM), Narrativaepoesia, 2010, p. 105)
https://www.rossovenexiano.com/blog/ezio-falcomer/mi-accadi
.
Ezio Falcomer è nato a Concordia Sagittaria (VE) nel 1962 e vive a Torino. Lavora come insegnante bibliotecario e archivista nella Scuola Superiore. Ha un'esperienza di attore di prosa in teatro e in Rai, negli anni Ottanta. Dottore di Ricerca in Italianistica (1997), ha pubblicato Carlo Vidua. Un giovane letterato subalpino in età napoleonica (Alessandria, Dall'Orso, 1991) e altri lavori di critica letteraria su Camillo Sbarbaro, Eugenio Montale, Giacomo Leopardi, Carlo Goldoni, Voltaire, Piero Gobetti, Ippolito Pindemonte. Nell'aprile del 2010, Nerosubianco ha pubblicato il suo Vorrei vincere il nobel per la Fisica come Frank Einstein. Post comici, demenziali, ludicomaniacali. Nello stesso anno è uscita la raccolta poetica La vita picara (NarrativaePoesia, Lanuvio, RM) e nel 2012 Rottami d'oro (Ilmiolibro.it).
https://www.puntoacapo-editrice.com/product-page/luna-comica-ezio-falcomer
*
Poesie di Giangiacomo Amoretti
Essi nell'ombra, i senza tempo, i morti,
così pallidi i loro volti, esili
e tremanti le loro braccia, le
mani diafane, aperte ancora, essi
che non parlano, che
forse appena respirano, lontani
più del cielo e degli astri, e ci riguardano
fissamente da sempre – sanno, i morti,
di noi ciò che ci è ignoto o fu perduto
nell'oblio, ciò che amammo
e che sognammo; e tristemente osservano
il logoro filmato in bianco e nero
del nostro scivolare,
del nostro lento approssimarci a loro.
*
Aperto sei tu, ancora,
e non sei tu – aperto
sei la lama e sei il taglio,
sei il sangue ed il respiro.
Ti avvolge l'aria, ti
brucia uno spasmo. Sei
lo scatto breve, il gesto
immobile – sei il volo
che oscilla e non si arresta.
Aperto, sei già oltre
la terra infesta e l'ombra
che la sòffoca. Aperto
sei il non essere e il buio –
l'orizzonte – la luce.
*
Le voci più lontane, il fruscio lento
della risacca sugli scogli, i rauchi
richiami a tratti dei gabbiani. È l'ora
che precede il crepuscolo e dischiude
a un silenzio più alto e mare e cieli
e nuvole e colline, quando sale
a poco a poco uno stupore nuovo
nell'anima e si fa quasi dolente,
guardando, il memorare – più segreto
lo sperare, più limpido l'attendere.
*
Appena trattenuto
lucore – sangue o anello – tra le unghie,
livido, come fosse
già semistinto e ancora
fin dentro la tua pelle
avido e la tua carne
di splendere nel vivo
tutto della sua fiamma
e nel suo sole, ancora, prima di
svanendo farsi nulla dalle tue
mani dischiuse – buie
mani stremate dalla febbre, cieche.
*
Io guardo te nel fondo dello specchio
e in te lo specchio, il vetro e il suo riflesso,
te immagine di nulla e corpo vero,
tangibile ora-e-qui, fantasma e velo.
*
Da quale sfatta mezzanotte a quale
biancore a malapena intravisto e già forse
temuto, tra le foglie, di là dai vetri, o
adesso in questo ombroso interno di memorie
e di vaghe presenze, quando spessi tendaggi
o velami nascondano i gesti rallentati,
nel sogno, di chi piange senza piangere – da
quale ansia, remota ancora, o quale
febbrile sussurrio, fra i divani, alla luce
crepuscolare e fioca di un abat-jour – da quale
rarefazione minima, là fuori, della coltre
vellutata di bruma che avvolge alberi e siepi –
a quale oltre, a quale via di fuga…
*
E così passeranno i nostri morti –
sarà memoria, sarà sogno, o altro... –
a passo lieve, per le strade e i viottoli
qui di Liguria, forse, o forse altrove,
per campi senza alberi e pianure
velate dalla nebbia. Passeranno
ignoti a noi – ci guarderanno appena,
come distratti, forse, o forse ci
ignoreranno – alti, silenziosi,
oramai senza volto e senza corpo,
senza nome. Così, a uno a uno,
scivolando fra terra e cielo e
svanendo nel crepuscolo, da noi
già quietamente prendono congedo.
*
Questo mistero, che tu sia te stessa
di là da me, guardandomi, eludendo
a momenti il mio sguardo, e muta là
respirando, lontana e vicinissima,
di terra e d'aria, più mi inquieta, più
mi meraviglia, adesso, del mio stesso
ancora, qui, esistere, guardandoti.
Forse altro non è, penso, l'amore
che questo lungo riguardare, questo
incantarsi dell'anima davanti
a un'imago, a un'icona, a un volto in ombra –
a una silente epifania dell'essere.
(In: Poeti italiani del '900 e contemporanei)
*
Come chiamare te – angelo, specchio,
volto dentro lo specchio, altro me stesso?
O nulla del mio nulla – né teda né lucore –
fuoco fatuo, riflesso – tremito d'aura – albore.
*
Velato amore, non dischiuso amore,
amore di ombre, amore di silenzi,
di non detto, di implicito, di vago,
amore che si occulta, muto, e spasima,
dolente – ignaro pur
di sé, di sé dimentico e di tanta
sua luce e fiamma.
*
Sussurro: 'tu'… e si apre a me uno spazio
ove non sono già più io, ma quasi
altro da me, da me remoto – come
se per prodigio in me di colpo fosse
qualcosa giunto a compimento di
profondo e ancora inconosciuto – chiuso
alfine il cerchio, risanata la
ferita che doleva, antica. E posso
parlare nuovamente, dire e forse
udire – posso pronunciare un nome,
questo, che è il tuo – tacendo, a tratti, gli occhi
semichiusi, non quieto, non inquieto,
o sussurrando, a voce bassa – io
memore e stanco, attònito di te.
*
E le bare, le bare in fila a Bergamo
davanti al cimitero – sullo sfondo,
in penombra, il Famedio – le hai vedute
dormendo? Quasi fossero
le tue da sempre, immagini
dei tuoi deliri, delle tue, né inconsce
né coscienti, paure... O sogni, ancora,
e null'altro che sogni... A una a una
le vedevi posare
più grevi sulla terra, oltre la notte –
come uccelli feriti, come foglie marcite,
premendo su di te, sul tuo silenzio.
*
Forse è questa, mi diceva, la pena
che ti attende e mi attende, non sai
quanto amara, e piangeva, lei
dolorando per me. Salivano lenti
larghi fiocchi di nebbia a separarci,
solo i suoi occhi ancora vivi e
tremanti. Madre, oh madre, io,
tendendo in alto le mani, invano,
dicevo, o sognavo di dire,
già muto, già di lei spogliato ancora.
*
La luce che balùgina
ai vetri a mezzanotte.
Un brividio più lungo –
un battere di denti.
Il corpo che non sa
e che sa – né dimentica
la punta della spina,
il bruciore del lampo.
Il corpo che si affida
al chiudersi, al non dire –
ad occultare sé –
a celare il morire.
*
Esistere che arde e si fa cenere,
che sale in alto – fumo, aria o luce;
che si assottiglia, che si sfrangia e
diventa altro, cede al non più essere,
al non vedere, al non mai più sapere
che è oblio e già evidenza – cecità
e balenio di una veggenza d'oltre –
nulla e non nulla – buio e primo incipit.
E fosse, chi può dirlo, appena un filo
d'erba che oscilla, un soffio
lene di vento, o questo blando ora
va e vieni delle acque
sull'arenile. Esistere che palpita
un attimo e dilegua
subito nel non più – e così è
per sempre, in questa notte che lo serba.
*
Tu chiedi chi io sia, tu che mi ascolti
adesso fra speranza e dubbio – e io
che non so nulla e a malapena so
di te e delle tue angosce,
dei tuoi silenzi e delle tue parole,
io ti guardo stupito, a lungo… Io sono
da te, io sono a te – invisibili
i miei occhi, invisibili da sempre
le mie ali di aria – io connato
in te e con te dall'acqua
purissima e segreta di una stessa
polla battesimale.
Io sono in te il silenzio, in te la voce.
Sono l'Angelo – sono te medesimo.
*
Di amore questo puoi
dire, dubbioso: amore
è appena un volto, appena
due labbra che si schiudono;
forse una mano che
vada sfiorando lieve
un'altra mano; forse
meno ancora, uno sguardo,
una tinta, il profumo
di un corpo che non c'è.
E avresti quasi detto
già tutto, e pure ancora
mancherebbe qualcosa,
un nonnulla, quell'ultima
sfumatura che sfugge
al dire – l'inespresso,
l'inesprimibile altro:
di là dal cielo il cielo,
di là da questo mare
il mare quando è l'alba –
e l'altra rosa dietro questa rosa.
*
Acrostico (nuova versione)
Ora la luce è come aerea, come
Trasparente e remota, in questa ora
Tarda che si fa sera e lunghe, rosee
Ombre già si diffondono. È così
Breve adesso al tramonto il giorno... questa
Rarefatta chiaria, questo velato
E dolente presagio di una fine...
*
Settembre. Le ali porpora dei cirri
sfatti nell'alto, gli esodi infiammati
fra cielo e cielo dei rondoni, i voli
e i silenzi e gli spazi,
le albe, i non ritorni
per sempre –
ed i ricordi,
i ricordi che straziano.
*
Spleen
Malinconia dell'angelo che guarda e che non vede,
che si avvicina a Dio da sempre e ne è lontano
più di noi stessi – le sue ali bianche
più alte di ogni cielo e di ogni nuvola.
Malinconia di esistere – angelo, uomo o rondine –
in bilico tra i mondi e sospesi nel tempo.
La linea del confine sempre oltre.
Il mare uguale senza un orizzonte.
E quando si fa sera questo lungo discendere
come di un velo fumido sulle spiagge deserte.
Le acque immote, color blu cobalto.
Sospeso in alto, fioco, il plenilunio.
*
Giangiacomo Amoretti · Ha studiato presso Università degli Studi di Genova · Ha frequentato Università degli studi di Genova · Vive a Genova · Di Imperia.
*
Maria Chiara Linn
*
Poesie di Mattia Tarantino
21 luglio '18
C'è un'estate di sangue e mare. Un secolo che ci obbliga a tramare un'elegia, un'elegia all'Europa che muore.
Per il Collettivo MalaTerra:
"Oppure da una lingua del Nord
sarà la sillaba che gonfia le ossa
dei morti? Fummo il fanciullo e fummo
l'acrobata: c'è sempre
una fune tra luce e precipizio.
Veniamo a bruciare
le vertebre al cielo, veniamo
a invertire la pioggia:
certi versi sgozzano
le aquile, altri
marciscono i vessilli dell'Impero.
Quest'acqua ci disperde, non conosce
i nomi cui ha rubato sangue
e sorte. A quest'acqua
noi torniamo in obbedienza, senza croci
che trattengano le stelle.
Da lontano una Medea
araba conduce la sardana:
chi rompe il cerchio lo rimette
ai margini del tempio.
Arrivano le schiere: impugnano
e rovesciano il gerundio;
arrivano le gazze
ma tu raccogli solo fiori estinti."
Mi preme segnalarla a Claudio, Annamaria, Gabriele
A Ginevra, che ne custodisce il segreto
*
Mi troverai al di là della luce,
nell'orma bianca del passo
tracciato dal canto, dove tutto
il dolore del mondo è ammainato.
Sarò il verbo custode
di ogni avvenire, la fiamma
che purifica il fiore:
vivremo nel bosco segreto
dove accade ogni cosa, dove
regna la mano che stringe
la mano, e l'uomo con l'uomo.
Già tramo l'incanto dell'iride
e conosco il mistero dei mondi.
Ho visto la prima parola
e il primo bacio svelarsi:
saremo la grazia e la lira,
il passero che addomestica il cielo.
Saremo la rovina dell'angelo
caduto da un cielo ostinato.
(inedito per gentile concessione dell'autore)
*
La vita è davvero bizzarra: tutto prende un verso, tutto ha più di un verso, tutto è verso. Ma i versi non sanno molte cose, si perdono, si consumano.
Per il Collettivo MalaTerra:
"Ma i versi non sanno
ingoiare le falene quando sempre
più nere e sempre
più feroci insorgono e devastano.
Non sanno quanti nomi
possiamo dare agli angeli, quante
voci setacciare fino all'ultima
vocale ancora intatta.
Non sanno quali giri
porta avanti la fortuna, quali sfere
interrogare perché i bimbi
non confondano il sangue con le rose.
Eppure conoscono
il mistero delle gazze quando legano
alle ali un cielo furibondo."
*
Un salmo usurato
Comando che il tuo cuore tossisca
timido, tra le mani degli angeli.
Poiché non fui che un salmo usurato;
il profeta dei morti e il fanciullo
che invoca perdono dai fiori,
chiedo in questa veglia la parola
che ci salvi dall'inverno e faccia casa.
***
La stanza
Si ammala la parola, le mie
vertebre si curvano in silenzio.
Non piove che acqua sporca,
e questa stanza è troppo bianca:
morirò nel singhiozzo delle allodole.
***
Luce
C'è l'acqua, c'è la pietra, e tu potresti
sprofondare nei miei versi non salvando
che una rondine corrotta:
troppa luce squarcia l'ala, troppa luce
squarcia il nero e lo redime.
Prenderemo Roma con i nostri
nervi curvi in cui collassa
il cielo; non avremo
che una voce malaticcia a rivelare
ciò che tramano le sillabe:
questa luce è lo starnuto
di ogni angelo perverso.
***
Silenzio
Ma lo conosci il segno
degli angeli? Quello che confonde
l'acqua con le rose, il pane
e un antico verbo senza suono.
Da molliche e da crepacci risorgiamo
a una veglia furibonda:
è singhiozzo, questi versi e poi il silenzio.
***
Mio nonno
"In autunno i morti gorgogliano,
hanno in gola la rosa
interrotta, le ultime
parole mozzate ammainando
la luna. Strette
queste ossa, stretto
il bacio che li negò al mondo:
c'è qualcosa di sepolto
tra mio nonno e il mio cognome"
*
Vorrei guardare il cielo
Vorrei guardare il cielo, ma le stelle
mi aprono il sangue e disturbano
i versi in bocca ai morti:
stanotte mia madre non partecipa
al pane che si spezza, non consente
né risate né preghiere, capovolge
tutti i nomi e li scavalca;
stanotte mio padre non ricorda
quante volte ha indovinato, quante volte
la parola gli ha mozzato la parola.
Stanotte prendo l'ago e cucio
i miei occhi agli occhi di mia madre, prendo
un piccolo coltello e svuoto
le mie ossa nelle ossa di mio padre.
Vorrei guardare il cielo, ma le stelle
le ho tra i denti e fanno male.
*
Mattia Tarantino è nato a Napoli, a secolo già iniziato.
Dirige il blog "Alka-Seltzer – La disobbedienza è la blasfemia dei servi"; fa parte del collettivo artistico "Nucleo Negazioni". È presente in diverse riviste e pubblicazioni, cartacee e digitali. Si è sempre schierato dalla parte del torto, preferendo, da subito, Capitan Uncino a Peter Pan ed Ettore ad Achille. Ora vive nella terra dei fuochi, e si affretta a pubblicare le sue poesie prima che divengano postume e, quindi, famose.
da: https://poesiaurbana.altervista.org/mattia-tarantino/
*
Iole Toini – da Niente di tiepido, Pietre vive Editore 2023
*
POESIE DI ENRICO BESSO (EBYWEB) IN MEMORIA
S'ATTARDANO I CHIARORI DELLA SERA
S'attardano i chiarori della sera
ed è un incendio rosso il vecchio molo.
Giù alla marina l'aria è a pizzicotti,
ghiaccio a cristalli è il sale sulle labbra.
In questi tardi giorni di settembre
spiuma nell'onda l'ultima illusione,
quella promessa al buio sottomuro,
la fuga degli sguardi sul domani.
Pesa sul cuore questo mare scemo,
che prende e poi riporta ciò che ha preso,
pesa anche il tonfo sordo del silenzio
e questo vecchio immobile pontile.
Risillabo tra i denti piano un nome
e in me si muore l'ora della notte.
*
IN QUELL'ANDARE A STRUSCIO MURO D'OMBRA
In quell'andare a struscio muro d'ombra,
sfugge, tra un battito di ciglia e l'altro,
l'ora del giorno che si appresta a sera
e mi dolora, genuflesso, l'ansia
nel dormiveglia tra la pietra fredda
e l'incartare del sole in persiane
rigate a coltello dal vento.
Come
il muso del cane, che mi somiglia,
scompiglio l'ombra a questa vita morta
nel segno dei miei denti sulla mela.
*
LA MIA ISOLA
Confina a nord con l'orizzonte
l'isola che il male, a sud, lentamente
consuma
e all'onda, il gesto,
straniato anche Dio,
è un passo incerto alla battigia, stanco.
Riscatta il tempo, la sopravvivenza,
rabbrividisce al volgersi, la fine,
ché di perpetuo non esiste il moto
e nell'oscillazione è l'amarezza del domani
di quest'isola mia.
*
SMURO, A TRE PASSI DA UN'ORA QUALUNQUE
Smuro,
a tre passi da un'ora qualunque,
l'intrigo complice delle stagioni ormai perdute
e in questa vedovanza di sorrisi,
al gelo arato di rughe,
lascio le stoppie scritte a bordo pagina,
cariate da menzogne dolorose.
Oh possa io confondermi di nulla
migrando sulla rotta delle rondini,
oltre l'icona della sofferenza,
ortogonale a un tronco di carrubo.
*
DILAVA LA PIOGGIA DAI VETRI
Dilava la pioggia dai vetri
che già declina, obliqua,
l'ombra nell'incorruttibile sera,
dal ballatoio sul cortile.
Non sento il tuo odore da un anno
e prigioniero dei ricordi fiuto,
come un cane randagio,
ogni angolo del nostro letto.
Spengo la notte nei lampioni
di strade che non conoscevo
e il giorno mi sorprende vivo
col cuore appeso ad un bicchiere.
*
ABITO, PALUSTRE, LA CODA ACCESA DELLA LUNA
Abito, palustre,
la coda accesa della luna,
il semicerchio stillante
a graffiare la notte con le dita,
la polvere di stelle tra le cosce.
Ho scoperto la morte, bella!
-Vuoi forse fare l'amore con tua madre? –
E l'ho odiata. Poi, sono andato a spasso nel cervello,
attraverso il naso, l'occhio,
fino a palpare il sesso dell'ipòfisi,
orgasmo di una sega circolare.
Ora, sono così come mi vedi,
-un non vivo- e siamo in tanti,
ci diamo appuntamento al buio,
guarda, l'ultima a destra è la mia stella,
quella dove scrivo, vivo,
tutte le mie poesie.
*
LO SPECCHIO NON RIFLETTE PIU' CHE GLI OCCHI
Lo specchio non riflette più che gli occhi
e smascherato il viso al giorno,
schivo, nell'estro di luce,
l'ansia rubata di soppiatto al buio.
Non puoi conoscere quel vuoto
-a richiamare con la mente un gesto
e abbandonarlo, vinto,
ché anche una lacrima è fatica -,
non puoi.
Hanno le mani piccole i bambini,
piccole mani ad inventare grandi sogni
sui vetri appannati di fiato,
la morte è altrove.
*
A FISSARE INDELEBILE NEGLI OCCHI
Di questo ferragosto – avanti un passo
lungo le diagonali in mattonelle grigiorosso sporco –
ricorderò la balconata a mare
e il cielo a picco nell'alga che si piega a cartapesta stinta sugli scogli.
C'è l'agonia dell'onda lasca,
al ritirarsi lento dell'acqua,
in rassegnata attesa della fine.
-Clicco su pause, fermo immagine,
a fissare indelebile negli occhi questo istante. –
C'è un pò della mia vita
nel sale a scaglie che rimane.
Nell'aria a graffi e brividi, lontano,
a pelo d'orizzonte oltre lo sguardo,
la sagoma sfocata di una nave.
Sarà la vita che continua o forse
la vita che, passata, è andata via.
.
(Rivoli-To, 8.12.1957 – dic.2019)
.
https://farapoesia.blogspot.com/2008/01/enrico-besso-e-gli-anni-di-vento.html
*
Gianpaolo G. Mastropasqua
*
Eugenio Montale
Spesso il male di vivere ho incontrato
Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
*
Giovanni Giudici
Vivranno per sempre?
………………………………..Sempre, sì – mi dicevo
e le vedevo
alla distanza del tempo rimpicciolire
lontanissime, in piedi, a braccia conserte
su quelle stesse soglie, o leggendo gli stessi giornali
crollando il capo, scuotendo gli stessi grembiali,
di nero o di grigio vestite e decisamente
fuori di moda come diventerà
ogni persona vivente
– ovunque e su quella stessa
strada fra il mare e una fila di platani
dove quieta ubbidiente e dimessa passò
la mia età infantile
………………………….– quelle persone viventi
che passarono poi come l'età
rispondendo di no alla domanda
che avevo dimenticata: no (dicendo)
non vivremo per sempre
– senza notizia alcuna, senza coscienza
di storia o di giustizia, senza il minimo dubbio
che un'altra vita sarebbe stata a venire
più vera, con più intelligenza:
e dunque senza viltà consegnate alla sorte
– alcune con stupore della morte,
con desiderio altre, con sofferenza.
(da La vita in versi, 1965)
*
Salvatore Leone
25 maggio
Gli orgia
Vengo da acque rotte e la Semele incenerita
a danzare sui vostri specchi, ordinando fiori e vino nuovo
e resistere allo scintillio che mia madre ha veduto.
Sono qui, nel giglio e nel coltello
a stordire l'oriente e la bestia cantando.
Vengo da un porpora osceno che divarica l'inguine
se gli ori ai padroni vi raddrizzano le schiene
e giurate solenne obbedienza.
E vengo a consacrare sudori al ventre
le mischie fatte di voci e sulla pelle
rantolo d'alba e la lama.
Vengo a inumidirvi coi rossi e d'acque piegate
al grido breve. A scongiurare il demone
fermo sul collo, mani che stringono
il cielo alla testa, e in terra la rigirano
e la battono, e mi rivestono
di fuoco migliore, l'altissimo bruciore.
sl2019
*
Raffaele Carrieri
Ho un angelo che mi guarda dietro la spalla stanca, un angelo senza bilancia non
pesa la mia giornata. Un angelo che non mi condanna quando la rosa ferisco,
quando fuggo la speranza, quando batto la fronte sulla pietra del disinganno,
quando inganno la morte con rondini di carta. Ho un angelo che mi salva dietro
la spalla stanca.
*
Roberto Mussapi
Ritorno dal pianeta
Io sono disceso e lo ricordo
il pianeta : a poco a poco si spegnevano le luci
e il sonno saliva dalle finestre, come una marea,
una luce che si spegneva e la radio ancora accesa,
buio e voce.
Chi spossato si addormentava come un animale
Nel Tir simile a un gigante pacificato,
immenso e muto sullo spiazzo dell'autostrada,
vidi gli insonni, la fame, la paura,
la disperazione di chi cercava una dose,
vidi la notte scendere su altri, nel cuore,
corpi che si placavano umidi, abbracciati,
proseguendo il respiro dove le parole hanno fine,
li vidi, addormentati, il molteplice e l'uno,
l'amore dei corpi che si rigenera nel sogno.
E io che credevo di essere luce fui buio,
perché buia era la notte sui mortali e buio il pianto
che da me, come avessi occhi, calava su loro.
Ho guardato, ho visto, credimi, Dio,
non fu inferiore
l'amore tra corpo e corpo, tra persona e persona,
quando abbassarono le persiane cercando un silenzio
più disperato e pieno di tutti i miei voli.
Questo posso testimoniare, questo ho veduto
Su quel pianeta dall'alto più piccolo della mia mano,
e che soffrì le acque, il delfino, il tuffatore,
che conobbe la donna e in essa il dolore,
e strade che imitavano la luce di quel cielo,
l'asfalto le automobili,
dove uno accelera e l'altro si affida,
e ognuno sogna un viaggio senza fine,
ho visto fari spegnersi nella notte e voci ronzare
e uno solo nel silenzio con l'autoradio
(sembrava la mia voce)
Due che chiedevano fino a quando,
fino a quando, amore?
Li ho accarezzati, ho posato
L'ala sulle loro spalle, ho sfiorato le mani,
le mani che si stringevano nel molteplice e nell'uno,
dal fumo della sigaretta che lei aveva appena acceso
io vidi nei suoi occhi il firmamento,
e il roteare eterno verso una sola luce.
Poi mi allontanai, lasciandoli soli,
nel firmamento, nell'abitacolo, nell'uno
che essi avevano scoperto nella valle del pianto e dell'amore,
e il ricordo,
e quel ricordo vela la trasparenza dei cieli.
Questo ti chiedo, il termine, il tempo,
che paghi l'amore e la separazione
se il tempo li generò e rese vivi
più di me. Dio, più del mio volo.
***
In attesa che l'amico torni
Tu non sai cosa sia la notte
sulla montagna
essere soli come la luna;
nè come sia dolce il colloquio
e l'attesa di qualcuno
mentre il vento appena vibra
alla porta socchiusa della cella.
Tu non sai cosa sia il silenzio
nè la gioia dell'usignolo
che canta, da solo nella notte;
quanto beata è la gratuità ,
il non appartenersi
ed essere solo
ed essere di tutti
e nessuno lo sa o ti crede.
Tu non sai
come spunta una gemma
a primavera, e come un fiore
parla a un altro fiore
e come un sospiro
è udito dalle stelle.
E poi ancora il silenzio
e la vertigine dei pensieri,
e poi nessun pensiero
nella lunga notte,
ma solo gioia
pienezza di gioia
d'abbracciare la terra intera;
e di pregare e cantare
ma dentro, in silenzio.
Tu non sai questa voglia
di danzare
solo nella notte
dentro la chiesa,
tua nave sul mare.
E la quiete dell'anima
e la discesa nelle profondità ,
e sentirti morire
di gioia
nella notte.
*
PIER LUIGI BACCHINI
Contemplazioni meccaniche e pneumatiche
[da "Atelier" n. 32, pagg. 100-101 - dicembre 2003]
* * *
Punto di riferimento
Lo specchio sfaccettato, e la cameriera
che roteava con lui, moltiplicata
nelle luci riflesse – sprazzi
come stelle – e il bicchiere della mia fantasia,
umiliata in un succo di pompelmo. All'esterno
la strada, auto
dietro i vetri, i passanti: non siamo
come siamo, da non crederci – estesi
più nella memoria e nel pensiero infinito
e nell'ansia amorosa,
che nel breve spazio. Urne
minime. Straniti
nell'osservarci da qui, simmetrici non simultanei,
con orologi atomici
tra moti astrali, velocità incrocianti, orbite nuove.
*
Nomi
Perché trovarsi nella solitudine disperatissima di viole
o di giunchiglie
e abbandonare questa città
col ricordo gioioso e protettivo
d'un sole meccanico che si riflette, e il frastuono,
i vetri ampi dei bus
rispecchianti facciate in movimento? E il daffare, i ristori
e i tavolini
come cimiteri già fioriti, che spuntano di bacche
e di sorrisi.
Gente che si ritrova
con memorie così lontane
da sembrare velari trasparenti.
I giorni dei viaggi, quei baci che si scambiano
tra monumenti
e i dipinti nelle gallerie.
Quando l'uomo ha scavato le cripte,
con le pietre enormi di sostegno e le colonne,
con i nomi dei pellegrini antichi nei muri
sotto una mano d'intonaco, allora si amano
le meditazioni,
soltanto allora, in quei luoghi. E le giunchiglie si amano
quando ci si accompagna e si ride
e si beve la bocca dell'altra – così il nome divino
si colora di noi, delle nostre essenze
profumate e artificiali. E' difficile scontrarsi
con la città di Dio
a tu per tu
con la sua robustezza selvaggia e l'inafferrabile grazia.
Le nostre anime
sono firme lasciate nel cielo, come i pellegrini,
che le affidano all'ampiezza affrescata
delle cupole e delle absidi.
Ma gli inganni degli uomini a poco a poco ci deludono
- le loro scaltrezze –
e alla fine ci annoiano, e la vita che si cerca
è solo la musica
i grandi cori sinfonici, e il risalire di un violino
e la memoria senza fine antica dei suoni.
***
Ezio Falcomer
ECCO, ADESSO
Ecco, adesso sono più leggero.
Se mi dici che ti lavo via tutto il sale,
se mi dici che con me sprofondi
in un sonno di pace,
se mi dici che leggi il nostro futuro
ogni giorno,
se mi dici che i fantasmi non hanno potere.
Ecco, sono più vero,
se il mio cuore si apre,
se il sapere è identico all'amare,
se con te sono pirata e bambino,
libero di mostrami stupido.
La sera è una conquista,
il silenzio del sussurro
nei petali di complicità,
nelle note che il tuo corpo rimanda
se toccato nell'immenso ascolto
del dimenticarmi di me.
Voglio viverli questi flutti
del dolore e del piacere
degli occhi tristi e luminosi
del variare delle stagioni.
Siamo tutto quello che viviamo
e abbiamo vissuto
tutto quello che non sappiamo
tutto quello che mangiamo insieme.
Ecco, adesso sono leggero.
CHELE D'AMORE
Sequele di aromi
umori estasiati
tutto mi porta
il vento di vita
un flutto sommerge
miei malati sapori
le chele del tempo
brezze sciupano e faville
al macero di gloria
di boria ostinata
ma non il cuore che ama
singulti di stupiti cantori
si diramano a radure
e l'amore è ormai
mio vizio e mia aria.
.
UN ACANTO, UN LICHENE
Un acanto, un lichene
e trasmutarsi in liriche di vento
come di savana
eccedere nel compiersi
di favola gitana
amare e dire
il rosso della sera
come folle
su abissi e sommità
raccontare
l'odore di gimcana
fra corolle di luce
e freddi baratri di inerme niente.
*
OLANZAPINA
Sbroda una plebaglia d'inconsulte forme
in licantropa frenesia
la giostra del mio cuore
vuole andare oltre
sempre e comunque
acuminato dente si conficca
a stridere il mio sonno
la notte per amica e la caccia
ad imprese urgenti
bulimia selvaggia
spiaggia di fuochi accesi
solo una molecola per limite
e la mia saggezza
di reduce di sbarchi e liquami
solo una molecola e sinfonie di pagine
e voci
joker da scena
puttana di lungo corso
briccone trickster
sopravvivere comunque
a ogni sghimbescio
a ogni perplesso sguardo
di suocere madri mogli
piccolo borghesi
di vilipesi padri suoceri
zeri di fallo, di ordine ossessi
azzerati e sorpresi
dal timballo del lessico
solo una molecola
e il combattere allo stremo
con la morte per amica
e una fica d'ossessione
e il miracolo di amore
e la luce
che ti invade alla fine
come un alzarsi d'aquilone.
https://www.facebook.com/RottamiDoroEzioFalcomer201012
*
Mi vive qualcosa
Fluttuano da lava e poltiglia
le luride e artistiche cose,
come una flebo mi trascorrono le ore
e i secoli.
Genoma che visita i figli dei figli.
Ignaro dei padri, degli avi.
Scricchiola ogni legno pestato nel bosco;
è tundra, è taiga
la strada del sogno migrante.
Accadono i fenomeni
fanfara di luci, suoni, fetori
e bancarelle del porto.
Mi vive qualcosa
che permesso non chiese.
*
Le foglie
L'anima tua mi abita
gialla,
senza tormento.
Come un manto,
le foglie
dei tuoi giorni
indugiano sul mio viso;
la tua gioia mi sveste
da rottami e chincaglie.
L'amore è questo gelato che mangio,
esposto alla tua luce,
che di meraviglia
sprimaccia il cuscino,
lo ingolfa
di emozione e di senso.
*
Scialo
Scialo, deduco, drago
sradico liquami da calme fiale
conduco gli squali ai moli
il bruco diafano che ami
candito lo riduco al tuo fiele.
*
DUE POESIE DI FERRUCCIO BRUGNARO
ABBIAMO VISTO
Abbiamo visto e vissuto come il gelo
abbraccia l'erba di notte,
come il mare
addenta sempre le stesse baie.
Abbiamo visto e vissuto
ciò che altri uomini abborriscono
e altri ignorano. Abbiamo accettato
scalzi la neve, le giornate tristi
e interminabili e solo noi conoscemmo
il nevischio assiepato sui regoli
delle finestre, il sole trascinato via
di forza dal vento. Noi conoscemmo la luce
del silenzio come nessuno, sentimmo come
nessun altro venire con la notte
l'amore degli astri e il cuore morire.
IO SOLO CON LA VITA
Abbandonatemi al buio
quanto più vi aggrada, allontanatemi isolatemi quanto vi fa piacere.
Io non vi dirò più nulla ormai,
il mio pensiero guarda solo all'amore:
con lui solo discorre
giorno e notte e va per la terra.
Sono un uomo, sono un uomo ora!
Il silenzio mi ha rivelato un camminamento segreto.
Il dolore
mi ha raccontato
cose grandi. Battete pure,
fate a piacimento.
Io sono con la vita
ormai
ho una vita tutta per me.
*
Poesie di Donatella Maino
Inferno
.
Eravamo a due passi dall'inferno,
viva carne al disgelo il nostro corpo.
l'amore ormai orfano d'intenti
ascolta il suono dell'anima dannata
mentre il sasso aspetta la sua croce
in quel desiderio di averti sul mio petto
già tronco alla compassione delle lame
arrotate dalle vecchie ossa
che saranno pulite dalla pioggia
quando la terra capovolta sarà il cielo.
.
*
.
Offertorio
.
S'eleva ad offertorio
il sole d'alba,
s'insinua nella bocca,
apre la gola a liturgie segrete,
un elogio alla negazione:
un gioco inquietante di volti
mangiati dalla notte, colpiti alle spalle
dalla mia disperata voglia di salvarli.
.
*
.
Venere
.
Ogni memoria regge
un figlio d'amante,
la sua lingua buca
la membrana
al cuore di Venere
.
Ah, il mondo degli interludi…
è mare gualcito, aria fibrosa
di poeta straniero
.
" sei bella "
e' che ciò che dice il tuono
nello squarcio di fuoco
dove si amano le tenebre.
.
Cammino piano piano
e con la mano spingo
la porta dura del granaio
ché sempre si moltiplica il verbo
a formare tocchi di pane.
.
*
.
Sentimentale
.
E' uno stato di grazia,
è un'apologia omerica
quando la tua voce diventa
organo dei bassi.fondi
che narra di poeti e muratori,
di pugili rotti al setto,
di donne possedute,
di te ricreato nel mio letto
con le tue esagerazioni
con la solennità episcopale
di un artigiano maledetto.
.
Ci siamo ammazzati
per il desiderio di vivere.
*
EZIO FALCOMER
La poesia come rischio e tensione espressiva, vitalistica; rabbia, risata ed ebbrezza. La poesia come diario dello scacco e della perdita, diario di bordo nel naufragio di fronte al nihil e alla malattia. La poesia come canto dell'amore e dell'eros: selvaggio, pagano, orfano biblico o, più semplicemente, alla fine della tradizione. La vita picara raccoglie tre anni di percorso creativo ed esistenziale sviluppato attraverso il blog e nel dialogo e confronto con il lettore-commentatore.
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Ezio Falcomer è nato a Concordia Sagittaria (VE) nel 1962 e vive a Torino. Lavora come insegnante bibliotecario. E' scrittore ed attore.
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Da La vita picara
(Poesie 2007-2010)
Lanuvio RM
Narrativaepoesia
2010
E/Scatologica
Sull'asse della memoria
mi aggrappo
si stemperano gli arcani maggiori
ovipari di sensi e di storia
armigeri di eventi
pirofori di esistere in etere violaceo
di crepuscolo, come
prima di cadaverica baldoria
io, scoria di angeli
strame di miti di gloria
agli estremi bordi del Tempo
oh, restasse segno o runa
su questo sentiero
vivesse di me cuore o fremito
emaciato
su tumida e madida duna
come un resistere
a ossessa, febbrile fortuna.
Seta e agata
Come se tu fossi qui
a spellare con me
gamberoni e aromi di sguardi
come se tu non fossi andata via
su quelle rotaie di ignoto
parlare l'amore ancora, ballare
alla luce di mani
intrise di olio e tocchi yin e yang
rubare arcani e sillabe alla notte
con rabbia averci e stordimento di onde tenui
di fianchi parole respiri
inesprimibile labirinto di praterie
di seta cremisi e agata corniola
solo dita umide e attenzione
sentire il tuo acquoso gemito
il tuo vuoto
saturo di maestà rapace
di sete che rifiuta la paura del naufragio
di fame
che ama me
che mangio te
che mangi me.
Tu mi fai essere
Tu mi fai essere
cauto scavo nella tua voce
enigma tremore silenzio
sei creatura d'acqua
di sorriso
di nervosi refoli d'ombra.
Armageddon
Asce scorrono lungo i viali dell'anima
svaniscono i fenomeni
a scroscio si riversano le falangi
mischia bolgia omicidio
pallide scoliosi di sciacalli splendono all'alba
si ridestano fiamme di furia
tutto un cercare la luce
tutto un ritorcersi d'asfissia
delirio remoto d'angeli nel tunnel
la fatiscente sclerosi di un dio.
Stenti fatali
Cos'è che c'è
in questa spugna dov'è intrisa la vita
in questo sogno
in cui muoiono gli dei
ragnatele di eventi
amore dolore fetore
spazi di plasma
di braccia allargate
a trafiggere il vuoto
gambe sommerse fino al ginocchio
da un mistero di palude risucchiate
lancio il bengala sull'orizzonte
l'accolgono angeli fatali
amanti
di miasmi amori e di stenti
su questa pianura
che ha desiderio d'istanti.
Azzurri sensi
Azalee d'improvvisi bagliori
orti sarchiati d'azzurro
sussurrano gli immensi spazi
arazzi di silenzio
respiri d'assenzio
invasi di sensi mai sazi.
Lunare
Lunare,
chiedi amore
e scendi lungo un fiume di malinconia
labbra di pesca cantano perenne estate
fragranza di sorrisi caldi, nascosta
sotto timido feroce veleno
sogno i tuoi fianchi...
che ti porterei alla mia bocca
...e traversare il tuo deserto
di oasi lussureggiano.
Strusci e fotoni
Mi ammoscio su lungaggini d'orizzonte
scroscio pensieri e veleni
sfascio cartilagini e crisantemi
piscio lunatiche tossine
striscio ubriaco lungo muri di mattoni
struscio fianchi bisognosi di attenzioni
sciami le mie ore si gettano nel mare
origami di fotoni che si perdono nel dare.
Si diramano anfratti e segrete
Si diramano anfratti e segrete
nel canto del sogno
e luci e sonagliere delirano
ascolto i miei spiriti frinire
fiotti d'ira e di blu anelano al cielo
parto su scafo fenicio
l'Orsa e le Pleiadi mi guidano
e l'Oltre al centro del Qui
vi si appoggia chi muore ogni istante
rido ubriaco d'incoscienza
e di enciclopedica follia.
Notturno con mare
A che punto è la notte
questo calice non contiene tutto me
di stagione in stagione
varco ogni soglia
e dico addio
senza sponde dove consistere
esisto persisto e muto
camaleontica traversata
come un dramma senza esito finale
come clown che schiamazza per la via
ai bordi di un mare saturo di ciclone
vi balugina il canto degli arcipelaghi di sogno.
Spasimano
Spasimano le spettinate onde di papaveri
vento e luce si inabissano su gialle spighe
aria solo aria
e la notte per guarire
si elidono dai rami fiori e frutti
spauriti
per l'ignoto.
Giostra
Scalfisci diafana malinconia
nei riverberi dei tuoi vortici
centrifuga ebbrezza
in spirale l'anima si avvita
seta di schegge precipita
si deformano cavalli e figure
come fuga a favola di risa
prosciuga ogni pensiero
la sarabanda delle tue luci.
Ho tra le mani pochi attrezzi
Ho tra le mani pochi attrezzi
romanzi di avventure altrui
sapori di mie spiagge e periferie
sangue e lacrime anche non piovute
e l'incognito domani da disegnare
so essere intero nel frammento ma
muoio ogni istante da quando son nato
assaporo quand'è il momento
spuma che ritorna all'onda
fragilità che non ha perché.
Brume al di qua del sole
Il sogno
Brume al di qua del sole
echi di larve o dei
mi abitano
non invitati
dipingono alfabeto remoto
e bevo le immagini
oscuro sussurro
o voluttuoso giardino
ambrosia o assenzio
d'ignoto.
Piovasco strenuo
Piovasco strenuo
mi schieno su vetrina
aspiro e fumo.
https://www.eziofalcomer.blogspot.com/
Da La vita picara
(Poesie 2007-2010)
Lanuvio RM
Narrativaepoesia
2010
Escrescenze di nodi
Escrescenze di nodi
delitti di un osare innocente
allo specchio sto
fievoli fantasmi di emozioni
tralucono
celiano di bruciori inghiottiti
irreversibili ferite
il passato è solo nella mente
vorrei dire, ma
cos'è questa viscera che non tace
cappio e catena
retribuzione di un vivere
che solo voleva andare
come spavaldo e sereno giocare
bambino che non voleva dormire.
Homenaje
S'assiepano rodei di odori africi tuoi
lungo i vicoli della mia anima
ed entro viscere che si consacrano a te
divina
con la lingua trascorrerò i tuoi petali
a bere le gocce di rugiada
che sanno di muschio e mare.
Aetos
Vorrei un giorno di refoli di luce
d'azzurri spasimi di niente
e planare su nuvole
gonfie d'elettrico e d'immenso
aquila
dominare cime e urli di baratri
con occhi che sanno
l'orrore e la bellezza
della storia
berlo, il calice
come un andare a scontro di schiere
a bolgia
di furia ed amore
a dolore attraversato
e vedere.
Anastasis ton nekron
Sono stato cadavere per secoli
ora canto alla luce di una stella
mannara e serafina
vidi gli abeti sussultare
su crosta lavica
licheni contorcersi
aspidi infami
su pianure di fuoco
e di polveri solitarie
lamenti di cavità viscerali
budelli di ululati
orchidee di apprensioni giallospeziate
setose lacrime
che non riuscivano ad annegare
nei torrenti della vita
avida ed incosciente.
Lejos
Come un lupo mi aggiro
nella notte
saturo di coscienza
nell'attesa di spegnermi
e separarmi da figure parole eventi
dove sono i tuoi fianchi?
felice la mano
si poserebbe
lieve
calda neve
sui tuoi colli addormentati
moriria feliz
a tu lado
mi amor.
Ebbro Ebro
Con questa camicia nera
sfondando vetrine di ovvietà
piogge fangose
sui miei bracieri di anarchia
ho camminato il mio miglio verde
per averti al prezzo
di un'elegia di luce e sinastria
senza di te non sono nulla
nell'uragano rigurgito sangue
e matricidi di civiltà andate
il mio vincolo è un tatuaggio
sull'odore della tua pelle
krishnamurti al kamasutra
del tuo incanto di fata celtica
piovuta su una terra
di silenzi e tori
sacrificati.
Sequestro
Ti ho sequestrata tra nevi e paludi
il vento mi diceva il tuo segreto
e cantava la tua vita amara
ignara di me.
Ti ho come perla
libera
che sfugge a consuetudine.
Ti ho come magia
gettata da un'onda
sulla riva della mia insipienza
stupido e stupito ti ho
e non ti ho mai del tutto.
Sei canto di ninfa
barbara e trasparente
fragile agli istinti
sei nenia ipnotica che ci si porta dentro
inquieta favola che cura e ammala
che regala incanti.
Saltimbanco
Che ansimare equivoco
è il canto che sale
da muffe e licheni
come strana salmodia
manto di emblemi
s'innalza da terra amara
io respiro fra nevi
per secoli di attimi
testardo, intimo al sole
sempre
nuove gocce di speranza
e mi contorco alla luce nuova
mattino che riannoda parole e amori:
saltimbanco sospeso
fra il male e la gioia
in gola l'urlo bambino
che domanda, come seme o spora,
sfrontato rigoglio continuo
ancora e ancora...
Sei bella miracolo di gheparda
Sei bella miracolo di gheparda,
scabra luce in fondo alla notte;
melmosa calda alga sei;
frecce le mie mani
ti inebriano, strette,
morbida albicocca.
Di febbre licantropa e criminale
oltraggio sepali tuoi,
irragionevole dettame d'amore,
mentre
in languido afrore marcisco
di lotta d'eroi,
errando in tuo aroma,
tempesta che involve
mia lurida anima
dannata.
Sei stella che ride e s'attarda
sul cuore mio che attinse alla notte.
Alma falena, le tue mani
tracce lasciano su me,
diroccato da arsura felice
di te.
Si addice
il miracolo che al deserto mio
s'attarda.
Succubi d'amore
La tua carne, infinita domanda
dove si placa il caso,
il possibile mio non esserci.
E il soffio della tua anima
è il mio esserci nell'avvolgerti,
donna di brivido e di mistero;
riempio nell'amarti
il possibile tuo non esserci.
Perderci nel donarci,
ascoltare la pioggia,
succubi dello stringerci
e dell'amarci.
Come un respiro
Come un respiro mi ritorni
alle ore di gocce e miele
sentirti in emozione e pensieri
averti sfuggente e acuta
in cuore
come orizzonte di gabbiano
ascoltarti nel volare comune
mangiare e mangiarti
i tuoi sonni proteggere
folle cerbiatta
di ansimi e graffi
penetrante liquore.
Un acanto, un lichene
Un acanto, un lichene
e trasmutarsi in liriche di vento
come di savana
eccedere nel compiersi
di favola gitana
amare e dire
il rosso della sera
come folle
su abissi e sommità
raccontare
l'odore di gimcana
fra corolle di luce
e freddi baratri di inerme niente.
Le sere che
Le sere che
pallidi i convolvoli
esclamano smeralda follia
si tingono i cuori
di un indaco serico
e madido amaranto
mi scorre
nel tacito grido
che anela
speziati cobalti d'ignoto.
Panismi
Sono ubriaco del tuo odore
nel dolore del tuo non esserci
mordo il mio canto pallido
e spasimo in sogno le tue carni
come gangetico tramonto
selene cananea
io strame d'angeli
dal mio deserto rosso
pastore di ade
risata e urlo di fetida foresta
t'assalgo in vampiriasi
di nenie per zufolo e crotalo
sei il mio centro
ti scuoto mea domina mio giogo
ti rovescio a estatico mistero
di respiri di maglio.
Anima predata
Se ti dài irrorata dai miei sguardi
straluma la mia anima predata
della ritirata brucio i ponti
alla lotta vado
con riso d'orgia commediata
al caos
e alla bolgia di sapori e silenzi e assensi
che mi trafigge
un'isola è ciò che vedo
(naufrago)
di polpe petali e battigie di sogno la sera
mormorio di schiume
galassie roteanti
su incroci di fiati
feroci.
https://www.eziofalcomer.blogspot.com/
*
TERENZIO FORMENTI
ha iniziato il suo viaggio nell'infinito
sabato 25 aprile 2009
[Poeta, psicodrammatista, psicoterapeuta, "persona attenta ai sogni,
alle immagini, alla fantasia, alla natura, alla vita" -
col quale ho avuto una breve corrispondenza alcuni anni fa, in occasione della
mia partecipazione alle "gocce di rugiada" (dewdrops) tradotte in molte lingue.
Bresciano, aveva 86 anni .]
"mi farò una casa nel vento"
mi farò
una casa nel vento
giocherò
con le nubi
mi poserò
sul vecchio baobab
mi confonderò
con la sabbia del deserto
fischierò
fra le rocce
canzoni d'amore
e
finalmente stanco
adagiato sulle onde
mi lascerò cullare...
dolcemente
*
IO SONO L'ARCOBALENO DELLA NOTTE
a Paola
Io sono l'arcobaleno della notte
nato dalle tenebre in questa sera di magia
mi chiederete quali sono i miei colori
chiudete gli occhi e li vedrete
sono il pianto di un bimbo nella notte
la luce negli occhi di due innamorati che si cercano nel buio
i sospiri i sussurri i baci di un incontro d'amore
un fuoco d'artificio che nasce dal buio e muore nel buio
sulle rive di un lago in una notte di festa
sono gli occhi di una tigre in amore che bramisce nella giungla
le luci di Broadway e di Chinatown
gli occhi di un gatto
che miagola alle stelle sul tetto di una baita
una falce di luna
che taglia la segala in un prato di montagna
gli occhi di una volpe
che ha deciso che questa notte non ammazzerà
gli occhi di una lepre
che rassicurata bruca l'erba di un prato tenero
i palpiti di luce di una lucciola
che cerca la sua compagna fra i cespugli
sono i fantasmi e i folletti buoni
che compongono i sogni della notte
uno gnomo
che gioca a nascondino con le sue immagini
la serenata di un grillo del focolare
un fuoco fatuo
che illumina le paure di un viandante
le favole di un nonnino
narrate alla luce dei tizzoni ardenti
un vulcano
che proietta nel cielo i suoi lapilli di gioia
il pianto di stelle della notte di San Lorenzo
sono un piccolo uomo
ma sono anche
l'arcobaleno di questa notte di magia
un frammento di infinito
Terenzio Formenti
per maggiori informazioni vai sul suo sito:
www.terenzioformenti.com
*
CORRISPONDENZE
SEBASTIANO AGLIECO
FRAMMENTI DELLA VOCE
Come un canto si sprigiona la sera
dai tuoi occhi
e in questo istante accetto di parlarti
verso la notte non c'è vento, né aria
solo attesa
perché il silenzio non dice che silenzio
e mi stupisco se il nome ancora chiedi
il tempo, l'ora, e ti dimentichi
che nulla ti può atterrire gli occhi
l'anima di colpo guarisce
quando ad un tratto dispare il riflesso della luce
Quanto ancora ti porti del mio sangue alla deriva?
dove tu attingevi scorre un fiume eterno di malinconia
ferita che sempre nutre le diaspore
a fondo devi scavare per trovare la sorgiva del tuo cuore
lì disseterai le solitudini
e spogliato dei tuoi amori, infine
ti disseccherai
Sempre il limite della tua terra varcherai
e ti parrà il ritorno sempre una partenza
e la partenza ti parrà sempre un ritorno
perché a lungo cercato sempre troverai
perché a lungo trovato sempre dovrai cercare
Non c'è niente che non abbia in sé un seme
e allora non chiedere l'origine e la fine
ma passa oltre e guarda dentro l'abisso
protenditi, e vedrai la tua vita
che ritorna dalle larvate strade
e la riconoscerai, come intatta
alla vista di un tremante colore
Quello che chiami ritmo
è un vuoto formicolante che si mostra in tratti
isole pulsanti dai confini calmi
o tumultuose prevaricazioni del respiro
io sono la forma della voce che sempre invochi
io sono, altro non posso dirti se non descriverti
questo esistere nostro in un ritmo più grande
ombra nella luce in cui respiro
luce nell'ombra in cui sono respirata
[dalla raccolta: "Poesie per la riconciliazione"]
*
GIUSEPPE GORLANI
SE VOLESSI
Potresti, se volessi,
togliere ombre dalle pareti delle case
tornare al pozzo cui s'abbevera la vita.
Se i tuoi pochi anni non annaspassero
distratti
in melmosi cortili senza cielo
ove s'assommano parole vuote,
potresti evocare cherubini e dèi,
comprendere la sapienza apofatica
dell'Areopagita
e rinascere nella quiete viva del cuore.
Ma ad abbracci d'innocenza
ti rifiuti.
Nelle orecchie trattieni seduzioni
striscianti
e in utopie televisive affoghi
a poco a poco.
Potresti sul nulla dei miraggi soffiare
con gote d'oro,
il mondo ricordare degli antichi eroi,
risalire al Principio,
spaziare sul mondo.
Potresti raccogliere l'amore
con mani sicure
e benedire
libero da pesi e fatiche.
Realizzare il Bene potresti se volessi,
ma non vuoi
ed innalzi inni alla materia,
inventi dicotomie, catene, muri, distanze,
tempo, evoluzione, antenati scimmie:
paludi nelle quali spegnere la fiamma
che Dio pose preziosa in te,
sua emanazione diretta,
l'Uomo.
*
MARCO MERLIN
Se ti dicessi
che ho ormai gustato tutta la mia vita
e il futuro mi è padre
diresti ch'è superbia, crederesti
di capire. Ma so vedere anch'io nel cieco
riflusso del millennio
l'alba del Quinto Giorno.
Quello che non comprendi
è l'oceano saturo di sale
nella goccia sorgiva,
è la piaga che ride sul mio volto.
L'ANGELO - LA MIA SORTE
I
Sia benedetta ogni strada, ogni voce
ascoltata
-se unica è la meta
Ma lasciatemi su queste rovine
a cercare la verità morente
il dubbio che ci libera. Io non sono
l'eroe che chiude nel pugno il passato
e punta le pupille dentro il sole
Io non posso , il mio destino è qui, in qualche
libro già letto,
in un balocco rotto
o in un nome troppo semplice, tradito
a dovere nel figlio
dal padre, come un amore irredento
Il mio viaggio profonda
questo tempo, il futuro
preme dietro le spalle.
In un vagito l'angelo
mi chiama sotto i sassi,
impetra l'obbedienza
l'abbandono
II
Comprendo bene
quale condanna dobbiamo scontare
trovare un nuovo
angolo di silenzio,
tornare a dire a sollevare al cielo
macigni di parole
e lasciarli ricadere su noi
Affondare le mani nella piaga
Ogni altra cosa
(anche la sapienza
anche la sapienza)
viene dalla paura.
La mia sorte è legare in ogni gesto
follia e umiltà
*
EMANUELE ROZZONI
(Lethe)
Sei acrocori e piane e bacini
strapiombi fiordi di mare
impazzito e rade profonde
scaglie di rame inverdito.
Nero orifizio dirupo scivoloso
per dove piombo a precipizio
m'inabisso, dal tuo lethe oblioso
sgravato riemergendo
stranito.
*
L'acqua, il vento posa
tace il piovasco venuto
iroso a rimbrottarmi.
Sorridi, e ti si increspa il viso.
Conosco la smorfia gentile
non condanna, sentenza
(dicono che qui finisca l'estate)
senza assoluzione.
Spiove, salgo le scale
(pure già tarda l'autunno a venire).
D'altro che resta? Guardarsi le mani,
aspettare, chiedersi cosa faremo
domani. Rispondersi è meglio dormire.
*
POETI SEGNALATI DAL PROFESSOR
GIORDANO GENGHINI (MONZA)
tramite i circuiti postali della "xeropoesia"
negli anni '80-'90
TRE POESIE DI VICO PIAZZA
1.
Standoti vicino, seduto così ad osservare
alberi, case rare, viadotti passare o restare
la giusta lunghezza della vita apprendo
in quest'ora meridiana d'ombre
corte come punte d'insetti, d'ombre
che nulla hanno di vita.
"Perché ci hai lasciati?"
"Viaggio ora solitario, so
che niente vale
ciò che mi attende".
Poi si interruppe - o così io credetti -
insieme cercammo la stazione. La radio
gracchiando francese, arabo, fischiava
gemendo. Vedi quel punto vuoto,
quel silenzio che ora temiamo
spostando - a dispetto della morte
che incombe - inutili le ore
ora, amandovi ora
poche sagome scorgo: la mia
le vostre riconosco.
2.
Non so descriverti
che per somma di cenni
(tralasci di assecondare il mio sguardo).
Ti aspetto
contando i minuti,
i secondi, mi accorgo
ch'eri tu la prima
a dover pazientare.
3.
Il volo trancia l'azzurro
lo incolora e srotola la strada
il nodo della tua venuta. Dicevi:
"Ciò che tu vuoi" - un'altra volta -
ed era un'arida ventata di scirocco.
L'ombra si leva agli angoli
solo un abile gioco di riflessi
metteva luce. Ma da te non traluce
alcun possibile nulla: era la tua mano
un segno, un pegno
senza proporzione essere
in quella sufficienza di perdono.
*
LUIGI GERARDO COLOMBO
DIES ILLA
Dio distrusse la morte
creando egli stesso la morte:
ogni giorno
costretto a vivere
per destino o miracolo
l'uomo si prepara la sua distruzione.
In un'ora destinata
a sua insaputa
si ritroverà
svestito della sindone
dei suoi rimorsi divoranti
destato dai suoni
delle tube angelicate
per risorgere
dai rimorsi devastatori
completamente trasfigurato
in un corpo uguale e diverso.
Gli specchi andranno in frantumi
gli enigmi sveleranno ogni segreto
in una nudità abbagliante
finalmente sottratta
al crollo strepitoso dello spazio
e al franare irresistibile del tempo.
*
CROCIFISSO
Non un fremito di pietà
viene dalla tua pupilla
alla mia anima in tumulto
ma il consenso accorato e costante
della tua mortale compostezza.
Nessun segno di stupore
né di rimprovero
nel tuo viso
che si china
in un bisogno di abbandono
sulla spalla destra
che è quanto di te
rimane da accarezzare.
Il tuo sguardo si rifugia
sotto le palpebre
e quando vorrei farmi forza
per avvertirne il tremito mi sento sospingere
ineluttabilmente
sul tuo cuore squarciato
per respirare
un alito
in cui si accordano
il tremito delle mie labbra
e il pulsare delle tue vene.
*
ACQUAMARINA
PER LA MANUTENZIONE DELLA VITA
MICHELE ARCANGELO FIRINU
Il mattino ti viene incontro, latteo,
adorno degli argentei ghirigori ricamati
coi fili di bave di lumache.
Ti ci vorrà quasi mezzo secolo
perché tu gli dedichi l'inchino
di quattro fili di erbe.
Il flusso delle ore verso di me si curva, radioso,
con deferenza.
Me ne infischio degli inchiostri più celebri:
io posso intingere il mio sguardo
nell'acquamarina delle mia mente.
Io sono obiquo,
se qui mi avvolgo e vado
in un saio di luce.
*
"HAIKU OCCIDENTALI"
composti durante un "Esercizio di Scrittura Creativa"
nell'Istituto 2E dell'Istituto Tecnico MOSE' BIANCHI di Monza
La morte
è un lenzuolo bianco
nel deserto in delirio.
(non firmato)
*
Vedemmo in loro
fitta la morte.
Tornammo a sentirci isole.
(non firmato)
*
Sospesa sopra il mondo
l'anima disperata vide
il suo corpo scomparire.
(Alessandro De Marco)
*
La via del sonno:
un fiume di ricordi che mi porta via
senza ritorno.
(Hu Bing Kiu)
*
Nel deserto era scesa
la mia colomba, stanca:
un lieve sogno nella sera bianca.
(Giordano Genghini - Insegnante)
*
PIERLUIGI PANZA
BENIAMINO
con gli occhi afflitti e con un pianto rotto
io sento come tu Beniamino
nel gravido convitto della notte
singhiozzi la speranza di un destino.
Tu che non morto voli un vento
che non è più dell'aria tu che non sei che aria
ma piangi a un respiro che può del tempo
cerchi un cercine di stracci nel cuore
un volto per volgerti ai vivi.
Oh! il tuo volto mi fa paura
mi fa paura il tuo viso furtivo
perché qui nel nido è già sera.
Ma ora che l'oscuro discende
e la regina si benda le ciglia
ma ora che la luna s'accende
e l'uncino arrotonda il suo taglio
tu chiara gora d'acqua
sorgi qual vento nel tondo del mio orto
e dall'urna per cui io giacqui
levati improvvisa nell'aria incerta.
O forse senza che ti veda
guarda fuori guarda la terra sotto
e senza che tu accada
rischiarati di te che non sai tutto
di te piangendo brilla
di te brillando piange
che già grave nel grembo della stalla
seppi di te che dentro ti raggiungo
e sono in te sono te... E già temo
che t'avrò tra il mio orrore
paura tra le paure e celato
ti conserverò tra il tremore e il dolore
di sempre.
[dalla rivista "il bagordo", anni '80]
*
MARIO TUCCI
STANZE SPARSE
Così ha pur fine l'inverno
l'ombra del cortile si addensa
dalla corte dei gatti innamorati sfuma
lo stupefatto febbraio. Ora che
m'è dato in tua memoria censire il mio tempo
e gli anni che ti ho attesa gli amici
mandano cartoline illustrate cartoline mandano
dalle frontiere dell'Ovest
da costole di azzurre periferie.
Thank you for a fine real time,
ma l'inverno ha graffiato
le strade di un tempo ha spento il lampione un sasso
prima che l'alba sorgesse dai bordi d'una
luna dimezzata; una tortora si schianta
nella barriera dell'ombra
si schianta a un segnale d'amore.
Parte di te mi chiama
dalla tromba di Satchmo per la campagna brulla
per filari indistinti per viottoli di bruma
quando la curva a un tratto si para davanti
e il prima di esistere salda un futuro
allo stridore dei freni al gioco dei piedi alla
scheggia di un brivido venuto da lontano.
***
L'erba nera della penombra
è un teatro inabitato affonda
nel silenzio delle tue ciglia nel sordo
mormorio della pioggia.
***
Ma vinta dall'ombra del prisma e del poi
una città riemerge dai campi dei papaveri
tra spiragli di nomi da ricomporre
verso le dune della sera
nella luna ridotta a sogno
oscilla lentamente dall' humus primordiale
d'una colomba morta.
Vira al rosso l'attesa della notte
alla prova del volo
voci distratte un suono
basta a scomporre ciò che non siamo
da ciò che non fummo per tutto
ciò che possiamo di nuovo gridare
mentre tubano allegre le tortore
e tu aspetti invano che il sonno
cancelli le tue impronte.
[da un numero del periodico letterario "il bagordo"]
*
Alfonso Gatto
Lettera non spedita
Albero chiuso in tutta la mia sera,
vento calmo di stelle ramo a ramo
compiuto nelle sillabe di un nome
che mi risponde se a tacerlo chiamo,
e tu, sempre lontana dalle chiome
della limpida notte, fresca nera
povera meraviglia del creato.
Amor che a suggello di ogni cosa
incide il segno della mano piena,
nel mio triste contento con me solo
per sempre resterò --fermo nel volo
che mai si leva -- a chiedere che il male
dell'offesa vivente mi sia vivo.
Albero chiuso in tutto il mio passato
e nel gesto perenne remissivo,
ch'io mai ritorni, o cara, a dire morta,
la mia pietà, la breve gioia porta
notizie, brucia, ma la lunga pena
trattiene le sue mani, ancora prova
nel dirti addio una parola nuova.
*
Alessia D'Errigo
Si dipinse la blasfemia dei giorni, il panciotto inciambellato
di ogni forma prese a volare, del resto, come i sognatori
e le unghie effimere del giorno seppellirono appena
l'oscurità reciproca del canto, la carità che fa vero pure il mare
agli occhi degli stolti. Dio ci sia in lode, quanto le fronde
di questo autunno gelate e secche da innumerevoli ammanchi,
si rifocillino pure di carne e neve, così, com'è la terra
nell'affrontare l'acqua e l'aria, così com'è l'uomo
nell'affrontare l'ombra e le pietre. Dio ci sia in lode!
C'è ancora tanto verde in giro e il gregge è ancora accosciato
da prendersi cura l'un l'altro, bruscamente, delle stagioni.
*
Ezra Pound
Histrion
Nessuno mai osò scrivere questo,
ma io so come le anime dei grandi
talvolta dimorano in noi,
e in esse fusi non siamo che
il riflesso di queste anime.
Così son Dante per un po' e sono
un certo Francois Villon, ladro poeta
o sono chi per santità nominare
farebbe blasfemo il mio nome;
un attimo e la fiamma muore.
Come nel centro nostro ardesse una sfera
trasparente oro fuso, il nostro 'Io'
e in questa qualche forma s'infonde:
Cristo o Giovanni o il Fiorentino;
e poi che ogni forma imposta
radia il chiaro della sfera,
noi cessiamo dall'essere allora
e i maestri delle nostre anime perdurano.
*
Raffaele Piazza
"Tesse una musica"
Tesse una musica il marino
fluire senza tempo, l'onda verde
che trasparente vola nella forma
di donna, di conchiglia che scolora
sulla spiaggia dalle felici trame
dove nella tua notte posi l'ombra
tra la sabbia dei passi che riveli
un moto precedente di parole
presunto tra l'argento che ti sfiora
di una luna a pochi tiri
di sasso levigato dall'attesa.
*
Flavio Almerighi
essere
essere treno d'ossa,
fiducioso aspetto un segno e uscire
dal mezzo di una stazione sognante
immersa emersa in mille soste estive,
tante volte una voce assonnata
annuncia partenza e liberazione
poi in sequenza muore,
senza lasciarmi andare
mai
*
Maria Grazia Calandrone
Una poesia-sudario per Genova 14 agosto 2018
Il sudario si chiama sudario
perché assorbe gli umori
dei morti. Viene deposto
sul volto, per nascondere allo sguardo dei vivi
il lavorio della morte
nei lineamenti amati, le enfiagioni
e lo scavo finale, la riduzione all'osso, che riporta
la materia conclusa di un corpo nel non finito dell'altra
materia, all'indistinto delle zolle e degli astri.
Il sudario è deposto per pudore
sul volto, perché quel volto smetta di finire
sotto i nostri occhi. Così vorrei
che le parole, poiché non possono asciugare davvero
neanche una goccia
del vostro sangue, ricordassero almeno
la vita, il celeste profondo
o la rosa canina fra i paranchi
che vi ha fatto sorridere
per la sua ostinazione d'essere viva
nel cantiere perpetuo del porto
luminoso di sole morente
o l'altro sole, la grandezza radiale dell'alba
sollevata tra guizzi di reale come un rinascimento.
Mondo contemporaneo che vai a morire
tra i gabbiani delle periferie,
sotto la rotazione della Via Lattea come una verde insonnia dell'universo
che non ci guarda, mondo che sei questo infinito esistere che non contempla
i mortali, senza nome e cognome torneremo cose
tra le cose, senza involucri e senza nostalgia ritorneremo
all'indifferenziato delle stelle. Ma adesso, adesso
che siamo vivi
*
Loreto Orati
LE MIE LABBRA NON SONO CHE SPONDE DI TERRA
E' nel tormento della parola
che respirano a fatica i poeti,
nella spina del verso,
nell'insonnia che rinnega il sogno,
e cercano luce, per spezzare tutto quel buio,
e frutteti rigogliosi, al centro preciso di ogni deserto,
ed io non posso che inchinarmi
davanti al sangue della bellezza, ai fogli d'oro e di miele,
al silenzio che diventa montagna inarrivabile,
d'echi che scuotono il mondo,
perchè le mie labbra non sono che sponde di terra
su cui germoglia soltanto il tuo nome...
*
Luigi Giordano
GLI EX MORTI
Sei dentro una bara
come la luna nel cono del sole
a calzare di notte il mare
con parole nascoste
dietro l'inchiostro
sul banco abbandonato
in una profonda voragine
e piano si allontanano i passi
al suono di una campanella
nell'ira dei morti
appesi agli angeli.
*
Raffaele Piazza
Del mio tempo il senso
A Felice Serino
Ascoltami, Felice, esiste
una forma che sgretola
le cose, entra ossigeno
nel sangue ed è la poesia.
Dove tu sei ancorato
ad un computer per emergere
dalla chiave della
nebbia, immagino la città
di te da me visitata nel 1984.
Dove accade la vita ed è la
Vergine a prendermi per mano
sotto il Manto, gioisco e
trasalgo per mio figlio
amato e non voluto diciottenne.
Calma estiva nelle mattine
di pace occidentale nella sua
per economia differenziandosi
essenza,
da quella dell'Africa Centrale,
la morte dei bambini neri.
Presagi di gioia, Felice, dopo
le visite rarefatte alle librerie
e alle farmacie e i libri letti,
lo squillo del telefono,
la voce degli amici e
bere il vino rosso per redenzioni.
Parlano i pini del Parco Virgiliano
e un messaggio giuntomi per e-mail
da sorgiva ragazza, dice che
le sono piaciute molto le mie poesie
sul sito di Felice Serino.
Pasolini e Dario Bellezza
vegliano, maledetti angeli.
Mio figlio guida l'auto con
sicurezza, padre gioioso, ho spiato
il suo diario dove ha scritto
sei una ragazza affascinante
verresti a cena con me?
Ieri succhiava dalla tetta.
Alessia, perdonami una vita!!!
*
Davide Rondoni
Addosso vienimi, non lasciare
spazio, che l'aria il cielo o cosa
sento fare pasto di me se
non ti stringi, non spezzi con linee
strane il disegno delle braccia, il bavero
il torso
se non disponi con il tuo il mio corpo
ai nuovi assalti del giorno
ferma le piastre del respiro
ho qualcosa di troppo antico nel petto,
radunami da tutte le città del mio volto
sono solo ombra che brucia
se la tua non mi viene
subito addosso.
***
LA MORTE CAMMINA A TACCHI ALTI
Di Tiziana Monari
Sgomente
s'ammassano mille bocche
in attesa del pianto
inermi
contano il sangue di angeli caduti
vaga smarrita
senza approdo
una fiumana
di membra sfollate e pietra.
E' sceso il buio
la morte ha camminato con i tacchi alti
impotente
sbircio la pioggia dietro i vetri.
Vorrei solo
portare a Dio
un altro conto da saldare.
[Fonte:
Stravagario Emozionale - numero 4 aprile 2009]
***
DAVID MARIA TUROLDO
(1916 - 1992)
Mostrati, Signore
a tutti i cercatori del tuo volto,
mostrati, Signore,
a tutti i pellegrini dell'assoluto,
vieni incontro, Signore;
con quanti si mettono in cammino
e non sanno dove andare
cammina, Signore;
affiancati e cammina con tutti i disperati
sulle strade di Emmaus;
e non offenderti se essi non sanno
che sei tu ad andare con loro,
tu che li rendi inquieti
e incendi i loro cuori;
non sanno che ti portano dentro:
con loro fermati perché si fa sera
e la notte è buia e lunga, Signore.
*
Tutto deve ancora avvenire nella pienezza:
storia è profezia sempre imperfetta.
Guerra è appena il male in superficie
Il grande Male è prima,
Il grande Male è amore-del-nulla.
Per favore, non rubatemi
la mia serenità.
*
E la gioia che nessun tempio ti contiene,
o nessuna chiesa t'incatena:
Cristo sparpagliato per tutta la terra,
Dio vestito di umanità:
Cristo sei nell'ultimo di tutti
come nel più vero tabernacolo:
Cristo dei pubblicani,
delle osterie, dei postriboli,
il tuo nome è colui che-fiorisce-sotto-il-sole.
*
Ti sento, Verbo, risuonare dalle punte dei rami
dagli aghi dei pini dall'assordante
silenzio della grande pineta
-cattedrale che più ami- appena
velata di nebbia come
da diffusa nube d'incenso il tempio.
Subito muore il rumore dei passi
come sordi rintocchi:
segni di vita o di morte?
Non è tutto un vivere e insieme
un morire? Ciò che più conta
non è questo, non è questo:
conta solo che siamo eterni,
che dureremo, che sopravviveremo...
Non so come, non so dove, ma tutto
perdurerà: di vita in vita
e ancora da morte a vita
come onde sulle balze
di un fiume senza fine.
Morte necessaria come la vita,
morte come interstizio
tra le vocali e le consonanti del Verbo,
morte, impulso a sempre nuove forme.
*
Non so quando spunterà l'alba
non so quando potrò
camminare per le vie del tuo paradiso
non so quando i sensi finiranno di gemere
e il cuore sopporterà la luce.
E la mente (oh la mente!) già ubriaca,
sarà finalmente calma e lucida:
e potrò vederti in volto senza arrossire.
*
"Anche Tu / finivi con la certezza di essere /
un abbandonato./ Anche Tu / non sapevi!
E hai gridato il perché/ di tutti i maledetti,
appesi / ai patiboli. E non era / desiderio di
sapere la ragione / del morire: non questo, /
non la morte è l'enigma.../ Mistero è che
nessuno comprende / come Tu possa, Dio,
coesistere / insieme al Male..."
(O sensi miei..., p. 606)
*
Liberata l'anima ritorna
agli angoli delle strade
oggi percorse, a ritrovare i brani.
Lì un gomitolo d'uomo
posato sulle grucce,
e là una donna offriva al suo nato
il petto senza latte.
Nella soffitta d'albergo
una creatura indecifrabile:
dal buio occhi uguali
al cerchio fosforescente di una sveglia
a segnare ore immobili.
E io a domandare alle pietre agli astri
al silenzio: chi ha veduto Cristo?
*
Perfino gli ulivi piangevano quella notte,
e le pietre erano più pallide e immobili,
l'aria tremava tra ramo e ramo
quella Notte.
E dicevi: "Padre, se è possibile...".
Così da questa ringhiera
quale un reticolato da campo
di concentramento, iniziava
la tua Notte.
Si è levata la più densa Notte
sul mondo tra questa
e l'altra preghiera estrema:
"Perché, perché... ma perché, mio Dio..."
Notte senza lume: disperata
tua e nostra Notte. "Perché...?"
*
Padre,
non sappiamo più ascoltare;
Padre,
nessuno più ascolta nessuno:
nessuno sa fare più silenzio!
Abbiamo perso
il senso della contemplazione,
perciò siamo così soli e vuoti,
così rumorosi e insensati;
e inevitabilmente idolatri!
Anche quando l'angoscia ci assale
donaci, o Padre, di non dubitare;
o anche di dubitare,
ma insieme di sempre più credere:
di credere alla tua fedeltà,
al tuo amore
al di là di tutte le apparenze;
e con il tuo Spirito
sempre presente
nella nostra storia.
(da "La notte del Signore")
***
Joë BOUSQUET
FUMAROLA
L'AMORE
nello specchio che affascina gli astri
POVERA
fumarola
SI
preferisce credere di aver sognato il tuo destino
e che nessuno conosca sogno
più esattamente significativo
di una laboriosa digestione
COSÌ
in piedi sulla terra che ti si rotola attorno
e ti stringe con i suoi anelli
ma
i tuoi occhi con i loro tesori
di ricordi e di visioni
subiscono l'attrazione di un astro
invisibile e quell'astro ha una stella
gemella che ti cattura con le canzoni
ch'ella ti fa sentire
e il tuo volto è appeso
alla quadriga stellare
affinché la terra vi entri
con gli orizzonti che ti hanno fatta
e che tu respiri
quando ami
E
tutto ciò che è in questo mondo
ti violenta con i suoi profumi
brucia dentro di te come una lampada
e prende dal tuo cuore delle
ispirazioni amorose
di cui ti ricopre
davvero bisogna che in piedi
seduta o distesa e perfino
con le gambe all'aria
e il sedere al vento tu
tenda dentro di te la ragnatela
ma
questo lavoro da schiavi
fa pietà
NON
si uscirà dunque mai
COME
si comprende il perverso
che vuole essere amato fino alla follia
e imporre all'innocenza
un amore che sia l'oblio
del proprio sesso
ah quello prende il fiore delle sfere
pianta una radice nella vita animale
e subito sente nella sua paura
la vastità e la pesantezza alata
di quella verità che l'occhio
di un uomo non può scorgere
MI
hanno spezzato le ossa affinché diventi
il pensiero la trasparenza di questa verità
e che l'insegni agli uomini
perché essa non può mangiarmi le viscere
L'AMORE
è eterno
come
gli altri amano
delle capre o delle pecore
io
amerò una
BAMBOLA
***
L'OMBRA DI UN'OMBRA
I
La luce fa spazio alla pura verità dei rumori
che si rintanano. Crepuscolo ansioso in cui, nella camera
di un malato, un ciuffo di giglio si ricorda che è
stato giorno.
Tutta la calma della sera, tregua di un cielo che
si dipinge le sue rive.
Ma colui che sa ha degli occhi per vedere il
bianco, il lungo dileguamento in cui le trasparenze
dell'aria sono le sole a sopravvivere, colui che sa che la
bellezza di una donna sogna senza fine quella
felicità che egli ha perduto…
Ascolta, è dolce, l'estate viene di notte
quest'anno. Ascolta, la canzone si ricorda di un
amore senza troppo sapere se si tratta del tuo…
Nell'ora strana che si capovolge, il silenzio viene
da per tutto. L'ombra del'anima, dove brillano
debolmente le forme degli esseri che io amo, mi
appare in tutta la sua grandezza rocciosa, e sento
che la mia realtà d'uomo è per un istante come
schiacciata davanti all'altezza di quello che chiamo il
mio sogno. Altezza materiale e sensibile, che ravviva
attorno a sé un orizzonte interiore in cui la purezza
delle forme è così grande da riuscire a dividere le
tenebre sulla propria chiarezza. Comprimo con due
mani il mio cuore che batte, perché, in questo
scorcio aperto su delle tenebre che fanno regnare
soltanto il mio essere su di me, scopro che il
sentimento della mia umanità si perde, e che
davanti a me, tremante, interdetto, sotto il cielo
morto di una fatalità implacabile, la mia vita ascolta
la mia vita.
Nessuno sa se io dormo. I miei occhi hanno
sognato che non c'erano più lacrime. Nella debole
luce che cade dalle stelle, mi sembra che la mia
anima interroghi il cielo attraverso il pallore del mio
volto che rabbrividisce; e indovino che ogni cosa
vivente si oblia nell'apparizione di una bellezza che,
in me stesso, è silenzio. Solo, come se nessuno
sapesse chi sono, ascolto nella vita dell'ora più
irreale il gemito di tutto ciò che vuol finire e pensa
così di sopravvivere. C'è per me nella macchia scura
di un vetro, sotto i tetti così lontani dalla finestra in
cui mi trattengo, un bambino che scrive il suo diario
senza sapere che egli sarà infelice e che mai una
donna si chiederà che cosa abbia portato dentro il
suo amore.
[...]***
da La conoscenza della sera (La Connaissance du Soir, 1947)
traduzione di Annamaria Laserra, in
Poesia Due, Milano, Guanda, 1981.
Passare
Infanzia passata nello spazio
Come un volo inseguito fino a sera
Chiamo piano la tua ombra
Per paura di vederti
Sorella a lutto dalla veste chiara
La tua fuga è l'uccello blu dei giorni
Che con il suo canto rischiara
I gesti sognati dall'amore
Una fanciulla per il tuo incanto
Con il corpo abbozzato nei cieli
Fece sciogliere le città in pianto
Illuminate nei suoi occhi
E avesti il coraggio di rendere
Il mio dubbio più vivo di me
Passarosa dalle ali di cenere
Che mi aprivi il tuo cuore nel vento
*
Il largo
Non è il suo nome a esaltarlo
Ma che piano sia mormorato
Nelle voci che non conosce
Il segreto di un cuore incrinato
Quando ogni lamento gli svela
Di che cosa abbia pianto la pena
L'uomo sente il suo cuore chiamarlo
Nelle voci che l'hanno ignorato
Così vedono tutte le stelle
Avverarsi la notte delle vette
Ventilando nella notte con le ali
La voce di qualcuno che verrà
Lui il suo male è la stessa pietà
Ciò che è lui a sua volta si oscura
E per rendergli quello che ama
Si rivolge alla pena del giorno
*
Madrigale
Dal tempo che era amata stanca di se stessa
Lei aveva giurato d'essere questo amore
E ne fu l'incanto lui ne fu il poema
La terra è leggera a promesse passate
Il vento piangeva gli uccelli migranti
Cullando i mari sulle ali di sale
Prendo la stella con una bella nuvola
Se la pagina bianca ha consumato il cielo
Nell'aria che fiorisce al suo riso
C'è un vecchio cavallo color del cammino
Capisci al suo passo la morte che m'ispira
E che va senza me a chiederne la mano
*
Poema della sera
Su un giaciglio sfinito
Il lampo che oscura un istante
Mette la veste di fumo
E segue il vento distante
Su terre senza memoria
Ogni piede ha la sua scarpa
L'ala è bianca l'ala è nera
Il giorno è solo metà
E su una trama di cenere
Dove l'uomo non è che i suoi passi
Il cuore palpitò per cogliere
Ciò che uno sguardo non vede
E' la speranza che un mondo a venire
Abbia fatto buio con la nostra ombra
E sorridendoci alla finestra
Abbia solo i nostri occhi per vedersi
Dietro le quartine che lei ispira
Ai giorni che dubitano di te
La vita ha i suoi denti per sorridere
Di ciò che una volta era già stata
*
L'ombra gemella
Varca la notte senza sponde
Se tu sei solo vagamente
L'oblio restituirà il tuo volto
Al cuore da cui nulla è assente
Il tuo silenzio nato da un'ombra
Che a tutto il cielo l'ha unito
Schiude l'amore dove ti abbandoni
Alle braccia di un doppio infinito
E annullandoti sotto i tuoi veli
Presi alla notte da un fiore
Concede occhi alla stella
Di cui la tua ombra è il cuore
*
La fortuna dei giorni
Io so un rosaio dove sboccia una rosa
Non c'è più notte per l'ombra che è
Da un'aiola errante di bagliori chiusi
Dove lo sciame vibrava dei giorni passati
Non c'è fuoco nel buio che il cielo non l'abbia
Con il mio amore morto a tante cose
Tessevo il drappo funebre dei voti sfumati
Era quello di un pianto in cui sboccia una rosa
Alba di una vita estranea ai giorni
L'oblio dell'imprevisto morto dal nostro amore
Dischiude nel fiore la mano che lo stringe
E senza me cogliendo la rosa delle notti
Una sorella di cenere lascia le nostre terre
Rende il corpo lunare ai morti che io sono
*
Giorno e notte
Sul corpo di un uccello di bosco
Inchiodati dalle sue ali immense
I giorni crocifissi alle notti
Aggiungono un nome al silenzio
Passando su lui senza vederlo
Fanno occhi più grandi della vita
All'amante che strugge di sapere
Come si muoia d'essere gradita
I giorni che disfecero i fiori
Per seppellirsi sotto il loro peso
Si sono uniti al cielo nei cuori
Dove s'aprono le ali dell'ombra
Denudandosi sotto le acque
Che la sua trasparenza ha velato
Il mattino che nasce a occhi chiusi
Allibisce di una stella fuggita
La croce che spalanca l'orizzonte
Sente in voci che si chiamano
Due nomi sbocciare un canto
Dove l'alba ride di una rondine
***
TIZIANO FRATUS
Il vangelo della carne, 2008
[torinopoesia.org]
da: Parte prima / Poesie in pelle
dittico marino
I.
a picco sul mare ogni giorno il sole sulla terra
mentre rinunciamo ad afferrare le parole che ci piacciono e rassicurano
raccogliamo noi in noi chini sulla sabbia compatta della spiaggia
rami secchi conchiglie spolpate e pezzi di vetro
li cataloghiamo nel nostro personale linguaggio mediocremente scientifico
li sedimentiamo in vasi trasparenti sigillati da tappi di sughero
ci capiamo senza ragionare in queste corte giornate di vento a piedi nudi
ci basta l'istinto l'intesa lo sguardo e il tatto
il resto del mondo resta in bilico ma le uniche notizie le scoviamo tra le braccia
scolpite tra ossa e arterie setacciate nel sangue
emerse di colpo sul fiorire delle labbra
ad un passo dal ruggire delle onde che spazza via ogni tentativo di fissità
II.
i piedi fasciati nelle scarpe che abbiamo comprato insieme
in una mattina di pioggia
sprofondano lateralmente nelle sabbie della spiaggia deserta
mentre il vento riempie le orecchie fessura le palpebre e arriccia le onde del mare
grigi e blu minerali mischiati in un continuo pulsare d'animale
che non tace un attimo
accade e non di rado che la felicità si faccia strada in noi
quando la parola non ha modo di fluire
quando ci si bacia negli occhi e ci si tiene per mano
e si resta appesi al presente privo di lividi
*
da: Parte seconda / Vene maggiori e vene minori
sei un uomo che crede in un unico dio
sei un uomo che crede in un unico dio
figlio di una terra dimenticata e dalle radici in continua ricerca di profondità
sei un uomo del mare rimasto senza pesci e senza fiato per tenere stretto fra le mani
il rumore della risacca che si rincorre in cavalloni che percorrono distanze maggiori
di quelle che separano i pianeti le costellazioni il cuore indurito di due amanti tagliati in parti
sei un uomo spento nel cuore del vulcano
sei un uomo senza futuro e con un passato mozzato e sbiadito
sei un uomo forse che si è dimenticato cosa possa essere un uomo
sei un uomo senza arti senz'anima
le figure umane costrette dentro le cornici nere che adornano le stanze della tua abitazione
dormi con gli occhi chiusi le rughe incarnate
le ciocche di capelli sfuggite ad un'idea vaga di ordine
sei un uomo che piange negli angoli nascosti dei castelli e dei musei che visiti
sei un uomo che ama tradendo sé stesso e tradisce sé stesso amando
senza riuscire mai a tradire e nemmeno ad amare
sei un uomo che sente ridere i ricordi lontani che non ha mai saputo raggiungere
sei un uomo che brulica in un abito di api intente nella piccola misura del loro ronzare
sei un uomo che si consuma come il fumo di una sigaretta svanendo verso il basso
o verso l'alto o verso un punto qualsiasi dell'universo
*
progetto architettonico per un acquedotto
la vita sgocciola e per quanto tu stringa perde sempre
quella goccia che nelle ellissi della luce sembra nulla
nel cubo di silenzio della notte scava a fondo
scuote i cieli e le profondità della terra
solleva i fondali degli oceani e ribolle il sangue
un'idea d'amore che non dà scampo
bracca la notte per annidarsi sotto cute e rifiorire il giorno
ti fotocopia al negativo
ti converte all'antica pratica del pianto per amore
a cui non avevi mai creduto
eppure se la vita tua può essere salvata
dipende anche dallo schianto della debolezza
dalle parole che scrivi la mattina sulla sabbia
a pochi centimetri dall'acqua
dal sapere abbracciare invece di fuggire
invece di uccidere
*
le legioni sguarnite dell'innocenza
I.
in anni lanosi di scorie o detriti che caricano le bocche e gonfiano le pupille
ti abbandoni all'idea che il vuoto pneumatico che pompa le ore del giorno e della notte
possa essere colmato e disatteso dalla compagnia occasionale
che sia possibile che da fuori qualcuno arrivi a stappare
per consentire lo sgorgo del mare nero che respira dentro le pareti dell'esistere
in anni raccolti i segni di una cura inefficace
in anni ti percuoti a insistere nell'errore
in anni ti racconti storie che non convincono nemmeno le statue nelle chiese
quando fra un passo e l'altro ti rifugi sotto lo sguardo pietroso di
una madonna di un san filippo o di un santo stefano
sedendoti in mezzo ai banchi vuoti
sui legni scheggiati dai secoli e dai silenzi di chi si pente
depositi monete che transitano dal buio delle tasche al buio delle scatole
abbassi il viso e componi una preghiera laica
fingi di rivolgerti al signore o al detentore spirituale della chiesa
chiedi scusa goffamente
chiedi perdono e talvolta cerchi di dire qualcosa che sappia di religioso
la cura dell'anima
la fuga dal vuoto della solitudine
passa per il silenzio delle stanze da letto
piuttosto che nel baccano confuso dei lamenti di due esseri senza pace
guarda il nostro respiro dico contando le ossa del tuo costato
[...]
*
alle porte di san pietro
si dice che si soffra per amore
in verità si soffre per mancanza d'amore
per quel senso di distanza che s'innesta nel sentiero dell'impotenza
dopo una quaresima di morti bianche
innescate dall'abbandono alle leggi del vangelo della carne
a braccia a testate a morsi avrei abbattuto le porte di san pietro
e divelto mani e alabarde delle guardie che si sarebbero interposte
fra la mia rabbia e il centro della conoscenza che fa della
filosofia commercio di reliquia
non interessava contestare il potere
lividare il dubbio di un'epoca densa di contusioni
è chiaro che l'uomo è in fuga dalla decadenza
dal giorno stesso del concepimento
il sangue nascosto schizza dalle atroci convulsioni dei corpi
macchia di scuro il vortice dei pensieri che nel silenzio dei secoli
preme al fondo dell'anima
senza che se ne renda conto piuttosto di raggiungere la punta delle lingue
una visione di mimi francesi e acrobati russi si inalbera
nel cuore del paesaggio
sul palcoscenico scarsamente illuminato
con una luce troppo chiara per rendere giustizia delle intenzioni del regista
quelle vesti riutilizzate da un'antica rappresentazione del riccardo terzo
emanano polvere ad ogni rilassamento nervoso
effetti che il pittore fatica a rendere nei giochi di ombre
del quadro a cui sta dando la caccia da anni
pensare da troppo tempo d'essere responsabili del proprio dolore
al di là di quello che altri dicono e compiono e azionano
si gira e dimentica il nome e il cognome con cui è stato battezzato
un coro di vergini vestali della dea atena e un controcanto di castrati romani
inneggiano al sacrificio che bisogna compiere per salvare sé stessi da sé stessi mentre da un pulpito giovanni sartori
rispiega la politica per la milionesima botta
le donne usano nuovamente dipingersi nèi finti a lato del labbro
*
testa contro testa
proprio non so perché nella tua testa ti dica che per noi il futuro
non può che essere di dolore
non c'è alcun merito nel ritrovarsi nel sangue di un'altra persona
nel sentirsi così chimicamente in fusione
come avviene in noi quando siamo insieme
e ora in questo momento vorrei chiudere gli occhi
e riaprirli lì accanto a te sdraiati nel letto insieme
l'una contro l'altro ad accarezzarci a dirci piccole parole senza significato
*
da: Parte terza / I muri bianchi
sguardo miope di un discendente di galileo galilei
non raggiunge il silenzio qua carcerato
il tremolante gorgheggio del mare
ferito dalle lame del sole
che oggi illumina la distesa delle sabbie
le cinque pareti bianche che circondano
hanno perso presto la memoria della tua voce
le tue parole suicide su qualche foglio di carta
anche le tue foto riposano vuote
so che ti stai facendo divorare dal dubbio
dal torchio oliato del dolore
in una parte della città che non mi è concesso raggiungere
mormoro tra me e me il tuo nome
lo ripeto in chiesa quando riesco a trovare la forza di uscire fra la gente
ma a volte sembra che noi due non sia mai esistito
***
GIUSEPPE VETROMILE
UN PUGNO DI TEMPO
Ho appena conquistato un pugno di tempo da smaltirmi rilassato
sulla liquefatta balconata dopo aver rimesso in tasca
l'ultima ombra della cuccagna agguantata ieri in un effluvio
di sole abbacinante laggiù vedo un acero contorto e la luce
vi piove attorno come per accontentarlo io e lui
non siamo che gravità occasionali impulsi di terra
raccontati al cielo infinito come una fiaba per dormienti
buoni e castigati
non si sa mia cara veniamo da vicine ombre
l'uno all'altra affacciato per sentire le cose con gli stessi sensi
e i riti riprendere per esorcizzare la malasorte
e viviamo della stessa spesa e delle stesse orme di storia
nulla ci abbandona se non quest'ombra a sera e ci distacca la luna
dalle nostre orbite subliminali è vero siamo fantasmi mia cara
che cercano speranza nel buio corridoio
tra una stanza e l'altra
in abbondanza di miti scritti sulla nostra pelle di consumatori a sbafo
[segnalata con particolare menzione al XLIV Concorso Aspera -
edita sulla rivista Alla bottega n. 3/2006]
*
NON CI TOCCA LA SPERANZA
Siamo brevi incastri di terra e perdono:
mai nessuna nostra molecola è andata oltre
l'accoppiamento chimico dovuto
scritto nel quaderno del creato
un tornare indietro mille volte con la mente
cercando una possibile rinascita
laggiù nell'eden
o venuta dai cieli misteriosi
la nostra scaturigine ancora intonsa
e densa di peccato e immodestia
noi voluminoso amplesso di infiniti organi
incasellati da Dio in un fiat di luce
Non ci tocca la speranza
né l'avidità del prodigo figlio
che ritorna a scardinare ogni avere
per un attimo di felicità infeconda
Non ci tocca il domani inesistente e sgravato ora
pensando ad impossibili certezze
(nulla è il tempo che scandiamo ancora
dentro di noi)
mia cara:
ci dissero di profanare l'ombra e la morte
smagrirci fino a diventare spirito innocente
ma dove si compie il destino del sole
è su questo amen che ci richiude per sempre
nell'abito di terra
in questo qualsiasi giorno che non ci appartiene
[segnalata al XLVI Concorso Aspera -
edita sulla rivista Alla bottega n.3/2008]
***
TOMASO KEMENY
Tre poesie
Celebro la poesia
Celebro la poesia
che alle altre non somiglia:
scorre nelle vene azzurre dell'aria
per tingere di desiderio i cieli
e di gemme e di fiori incorona
la mai sazia d'amore.
Lei sola sfida il terrore senile
dell'avventura e accende il tramonto
a sospendere la lacrima stellata
della notte sovrana. Celebro lei,
la poesia che nel sangue germoglia
e ogni cosa decrepita muta
nella rosa di luce
che il mondo risveglia.
*
Stanze anarchiche
Ninna-nanna del porco mondo
la mia vita t'appartiene
e si trasforma di colpo
in un incubo a cinque stelle.
Chi cavalcherà la tempesta
alla testa dei giovani, dei vecchi, dei decrepiti?
Chi disgregherà lo smercio dei ritmi
spenti? Chi ruggirà
la gioia di vivere?
Chi suggerà la luce
dalle poppe stellate
della notte sconfinata?
*
Lappole
Fare l'amore
lungo il fiume
là dove la sabbia
bianca
diventa un letto
tra gli arbusti
Sentire
la vita
volare
sfiorando
le onde
Nel tuo grembo
di piacere
svanire
"Sei il vento
che mi
increspa
l'anima
di piacere"
mi sussurri,
qualche lappola
attaccata
alle calze di lana
tra salici e pioppi
in fuga
tra gli astri.
Ora il tuo volto
sembra una maschera di vento,
un sospiro infuocato
che mi rapisce l'anima.
L'albero e la sua ombra
tu ed io per sempre.
*
PIERLUIGI CAPPELLO
ASSETTO DI VOLO
Crocetti Editore, 2007
[per gentile concessione
dell' Editore, che ringrazio]
DA DENTRO GERICO
1998-2002
Isola
Padre, io a te
io inchiodato a te su questo scoglio
divino che conosci la tua alba
e allacci la tua potenza al fulmine
da questo culmine di spasimo
io vinto mando a te
vincitore di padri
la prora disorientata delle mie parole.
Concedi a coloro che erano ciechi
e a dismisura adesso vedono,
rotto il sigillo della fiamma,
l'ustione della carezza, il fragore
del pugno, ora che sanno
il tossico del palmo e delle nocche
ed è notte, profonda notte
a occidente di ogni immaginare
ora che le iridi conoscono
le costellazioni del dolore e del piacere,
concedi loro di sopportare
per ogni ciglio sospeso alle tenebre
al tramonto di ogni palpebra sfinita
la pronuncia dell'alba e del crepuscolo
e il rombo immenso, che sale dall'uomo.
*
DA DITTICO
1999-2003
dalla sezione Inniò
[versione in calce alla poesia in friulano]
Caino
Ma per te, Caino, fratello che ti scrivo,
le ginocchia sbucciate e la fronte segnata dal lampo,
rincorrersi, rincorrersi per sempre,
il sangue che batte il tempo, dentro le tempie,
la sua corsa il correre del tuo tremare
e ogni giorno la sosta un passo avanti a te;
per te, Caino, né il soltanto né l'abbastanza
né la pace del prima
né il conforto del dopo in pace,
soltanto la maledizione
di non poter cadere.
***
ANTONIO SPAGNUOLO
Da: Misure del timore
6 – Mare
La brezza ha una speranza lungo l'orizzonte:
una nenia che alberga tra il cielo
ed uno spazio che scivola.
Una vela, tre vele, venti vele, le tante vele
che intagliano arcobaleni incandescenti.
L'aria ti accarezza come un mutamento
nel capriccio celeste, corrode il sorriso
che vorresti affondare nel flessuoso millennio,
sino a divenire l'incavo dell'iride
e rischia di fluttuare tra le immagini
di un umido segnale.
*
10 – Dialoghi
Non ha senso annotare e scrivere nel nulla.
Desidero tornare a quella dolce malinconia
che ci accompagnava per i viali,
tra rami e ciottoli, tra le erbe aromatiche
ed il muschio, nell'umido rincorrersi.
Simile a quello che un tempo era il procedere
del destino, per scommettere qualche fantasia,
che circondi gli spazi della oltraggiosa passione,
per non tenerla in agguato come un presentimento
insonne sul corrodersi del tempo.
Chiedo un salmo che colmi il cuore,
una voce che tuoni profezie
e appaghi la tortura dell'ira.
Il dialogo che Dio non concesse
nel migrare di ore ventose,
nelle infinite pagine bianche
tramutate in un buffo risuonare dell' eco.
*
11- Ricordi
Come una volta ai miei ricordi,
quando la marina ripeteva richiami,
e gli scogli ascoltavano irrequieti,
ed il tramonto richiamava miraggi,
e le finzioni aggiravano sorprese,
e le acerbe lividure tornavano alle sere,
e brividi tormentavano il fascino delle ombre,
sgranare in silenzio qualche ritaglio
già seppellito più volte
per rinchiudermi nella solitudine.
Una sorpresa di colori,
come riserva ancora primavera,
misconosciuta nel volgere dei giochi
tra le carni per imperfezioni,
quasi mascherata da fiamme
per le mie urgenze che hanno il mutamento
della pelle che arrossa.
Hai l'ultima confidenza con le mie parole
per lasciare le corde degli estremi.
*
12 – Rimbalzi
La luna inceppa nel cielo,
impazzita per le fitte, barcollando,
per le sere che chiudono il mormorio,
a dissuadere gli incontri.
Decifrare il tuo ciglio è l'abbandono
più accogliente,
qualcosa che lentamente sgocciola,
nel fioco riverbero di alcune barriere.
Invano cerco lusinghe
nelle piccole storie quotidiane,
vagabondo a scartare le manie
o ancora una bugia da scoprire.
Più nulla intorno, intese di armonie
che fondono gli sguardi, suoni e colori,
per un'amara nostalgia
che sembra frammentare il passato
Fuggi mentre annaspo nel tempo
mentre fermenta la più strana parola,
e sventrano scorie intimidite
da nuove ferite, nei colori di ovattati
rimbalzi.
sito web di provenienza: https://www.ebook-larecherche.it/
*
Dalì
*
GUGLIELMO PERALTA
Da: Sognagione
L'albero della visione
Dammi Signore
la mia cecità
quotidiana
affinché io possa
mangiare
dell'albero
della visione
Nel giardino
soale
insegnami
ad arare
a coltivare
il canto
prodigioso
Ed io
mi nutra
del sonoro
frutto
E la terra
ne abbia
messe copiosa
E gli occhi
esultino
per la vendemmia
*
Sognagione*
Nella piantagione
dei sogni
l'agricantore**
coltiva
la sua messe
di stelle
E la vergine terra
accoglie
il suo canto
apre i frutti
sonori
nella bocca
del mondo
affinché tutti
mangino
dell'albero
in abbondanza
e ciascuno
veda
con gli orecchi
la luce e la dimora
* piantagione (o stagione) dei sogni
** è il poeta soale, che coltiva i sogni e il canto nella terra di Soaltà
*
Rivelazione
Nel sepolcro
di stelle
la notte
sapiente
custodisce
il suo
canto
E il mondo
che all'improvviso
si svela
ha il volto
del sogno
che squarcia
i sipari
*
Messia
Con la sua
scenografia
viene
la parola
lo s-guardo
ad incantare
E la parola
è il golgota
e il sogno
la sua croce
*
Metamorfosi
Vede stelle
lo s-guardo
nel nido
soale
Sull'albero
sono frutti
di luce
sonori
La mano
in ascolto
coglie
il canto
in volo
d'uccello
*
La visita
Io canto l'amore
che con passo di danza
viene a visitarmi
Ed ecco
il mio s-guardo si nutre di oro puro
plana nella notte profonda
come un sole-gabbiano
e l'ospite prima inatteso
ora mi è familiare
Nel giardino soale
cresce
col sillabario celeste
l'albero della visione
Amo quest'amore
che nel cielo infinito moltiplica
le mie braccia
Quando l'angelo viene
ha inizio lo spettacolo
il sogno si spalanca sulla scena
e apre nuovi sipari
Con mille bocche riproduce
il suono delle cornamuse
tracima il firmamento
con tutte le stelle
nello spazio fiorito
e la voce che chiama
silenziosa
è un fiume di luce
Io amo
questa veglia d'amore e di fuoco
amo la soglia segreta
il mistero numinoso
che fa di me un viandante
Amo
la Poesia
che con fruscio d'ali
bussa ed annuncia
Allora i miei passi conoscono
lo stupore del cosmo
E le cose
anche le piccole
e dimenticate cose
sognano il loro angelo
E l'uomo
che vinto si piega all'ascolto
libera le neurostelle*
per il convivio d'amore
* le idee, splendenti come stelle (neologismo dell'autore)
*
Dentro, fuori
Io canto il cielo invisibile
che con intima voce
canta. Dentro,
ove s'annida l'implume
parola, è il mito della nascita.
Fuori, nella falsa luce,
si aliena l'infinito. Ma
rotonda è la visione
che lo s-guardo assapora
nel giardino soale
dove coi sogni vola
la rondine sonora.
Io canto la pura dimora,
la scena segreta che s'apre
allo spettacolo. Dentro,
dove crescono i frutti,
si rinnova il miracolo.
Fuori, nell'uso quotidiano,
marcisce la rosa. Ma
sempreverde è la notte
dal candido calice,
dove sbocciano le stelle
per incanto,
dove fiorisce l'albero
dal fertile respiro del vero.
*
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*
Giangiacomo Amoretti
Matura nel silenzio e vi si cela
come in esilio la parola. Sembra
inerte, viva a malapena – seme
che non fiorisce, luce che non schiara.
Ma radicole e filamenti vanno
più giù, tentando il buio della terra.
Un'acre linfa scorre tra le cellule –
tra le sillabe un'ansia, come un tremito
lungo di febbre.
*
DA "IL LIBRO DELL' INQUIETUDINE"
DI BERNARDO SOARES (eteronimo di FERNANDO PESSOA)
33.
(154) 15.9.1931
Nuvole… Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento, vivendo nella città senza vivere nella natura in cui la città è inclusa. Nuvole… Sono loro oggi la principale realtà, e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno dei grandi pericoli del mio destino. Nuvole… Corrono dall’imboccatura del fiume verso il Castello; da Occidente verso Oriente, in un tumultuare sparso e scarno, a volte bianche se vanno stracciate all’avanguardia di chissà che cosa; altre volte mezze nere, se lente, tardano ad essere spazzate via dal vento sibilante; infine nere di un bianco sporco se, quasi volessero restare, oscurano più col movimento che con l’ombra i falsi punti di fuga che le vie aprono fra le linee chiuse dei caseggiati.
Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso. Nuvole… Che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio! Nuvole… Continuano a passare, alcune così enormi (poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell’aria alta contro il cielo stanco; altre ancora piccole, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, da parte, in un grande isolamento fredde.
Nuvole… Mi interrogo e mi disconosco. Non ho mai fatto niente di utile né faro niente di giustificabile. Quella parte della mia vita che non ho dissipato a interpretare confusamente nessuna cosa, l’ho spesa a dedicare versi prosastici alle intrasmissibili sensazioni con le quali rendo mio l’universo sconosciuto. Sono stanco di me oggettivamente e soggettivamente. Sono stanco di tutto e del tutto di tutto. Nuvole… Esse sono tutto, crolli dell’altezza, uniche cose oggi reali fra la nulla terra e il cielo inesistente; brandelli indescrivibili del tedio che loro attribuisco: nebbia condensata in minacce incolori; fiocchi di cotone sporco di un ospedale senza pareti. Nuvole… Sono come me un passaggio figurato tra cielo e terra, in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose, che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l’oscurità, finzioni dell’intervallo e del discammino, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo.
Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto.
Traduzione di Maria José de Lancastre e Antonio
*
JORGE LUIS BORGES
IL COMPLICE
Mi crocifiggono e io devo essere la croce e i ...
chiodi.
Mi tendono il calice e io devo essere la cicuta.
Mi ingannano e io devo essere la menzogna.
Mi bruciano e io devo essere l'inferno.
Devo lodare e ringraziare ogni istante del tempo.
Il mio nutrimento son tutte le cose.
Il peso preciso dell'universo, l'umiliazione, il giubilo.
Devo giustificare ciò che ferisce.
Non importa la mia fortuna o la mia sventura.
Sono il poeta.
*
ANTONIA POZZI
Per Emilio Comici
Si spalancano laghi di stupore
a sera nei tuoi occhi
fra lumi e suoni:
s’aprono lenti fiori di follia
sull’acqua dell’anima, a specchio
della gran cima coronata di nuvole…
Il tuo sangue che sogna le pietre
è nella stanzaun favoloso silenzio.
Misurina, 7 agosto 1938
*
Sgorgo
Per troppa via che ho nel sangue
tremo
nel vasto inverno.
E all’improvviso,
come per una fonte che si scioglie
nella steppa,
una ferita che nel sonno si riapre,
perdutamente nascono pensieri
nel deserto castello della notte.
Creatura di fiaba, per le mute
stanze, dove si struggono le lampade
dimenticate,
lieve trascorre una parola bianca:
si levano colombe sull’altana
come alla vista del mare.
Bontà, tu mi ritorni:
si stempera l’inverno nello sgorgo
del mio più puro sangue,
ancora il pianto ha dolcemente nome
perdono.
(12 gennaio 1935)
*
Desiderio di cose leggere
Giuncheto lieve biondo
come un campo di spighe
presso il lago celeste
e le case di un’isola lontana
color di vela
pronte a salpare –
Desiderio di cose
leggere
nel cuore che pesa
come pietra
dentro una barca –
Ma giungerà una sera
a queste rivel’anima liberata:
senza piegare i giunchi
senza muovere l’acqua o l’aria
salperà – con le case
dell’isola lontana,
per un’alta scogliera
di stelle –
1° febbraio 1934
*
Funerale senza tritezza
Questo non è esser morti,
questo è tornare
al paese, alla culla:
chiaro è il giorno
come il sorriso di una madre
che aspettava.
Campi brinati, alberi d’argento, crisantemi
biondi: le bimbe
vestite di bianco,
col velo color della brina,
la voce colore dell’acqua
ancora viva fra terrose prode.
Le fiammelle dei ceri, naufragate
nello splendore del mattino,
dicono quel che sia
questo vanire
delle terrene cose
– dolce –,
questo tornare degli umani,
per aerei ponti
di cielo, per candide creste di monti
sognati,
all’altra riva, ai prati
del sole.
3 dicembre 1934
*
Alpe
(...)
Sulle vette,
quando la brezza che ci sfiora è l’alito
di vite arcane riarse di purezza
ed il sole è un amore che consuma
e, a mezza rupe, migrando le nubi
sopra le valli, rivelando a squarci,
con riflessi di sogno, la pensosa
nudità della terra, allora bello
sopra un masso schiantarsi e luminosa,
certa vita la morte, se non mente
chi ci dice che qui Dio non è lontano.
Pasturo, 28 agosto 1929
*
LASCIATE CHE IO MI PERDA
O lasciate lasciate che io sia
...
una cosa di nessuno
per queste vecchie strade
in cui la sera affonda -
O lasciate che lasciate ch’io mi perda
ombra nell’ombra -
gli occhi
due coppe alzate
verso l’ultima luce -
E non chiedetemi - non chiedetemi
quello che voglio
e quello che sono
se per me nella folla è il vuoto
e nel vuoto l’arcana folla
dei miei fantasmi -
e non cercate - non cercate
quello ch’io cerco
se l’estremo pallore del cielo
m’illumina la porta di una chiesa
e mi sospinge a entrare -
Non domandatemi se prego
e chi prego
e perché prego -
Io entro soltanto
per avere un po’ di tregua
e una panca e il silenzio
in cui parlino le cose sorelle -
Poi ch’io sono una cosa -
una cosa di nessuno
che va per le vecchie vie del suo mondo -
gli occhi
due coppe alzate
verso l’ultima luce -
*
Fine 7
Ritorno ed è ancora sul greto
orma di mare
mentre l’onda si esilia.
E m’imbarca:
e saluto le rive e i colori,
sfumo nel dolce morente
tramonto,
con te mare,
ora vasta
della mia fine notturna.
*
Da PAROLE, 1938
LAMENTAZIONE
Che cosa mi hai dato
Signore
in cambio
di quel che ti ho offerto?
del cuore aperto
come un frutto –
vuotato
del suo seme più puro –
gettato sugli scogli
come una conchiglia inutile
poi che la perla è stata
rubata – (...)
Milano, 6 maggio 1933
DORIAN VERUDA
Da Sarò l'ultimo papa
Genesi Editrice, 1987
Collana di Poesia I Gherigli - n° 25
PROMETEO – L'ELETTO
A Sergio Quinzio
1.
Condannato a fissare
Spire – su spire – di luce…
- laggiù
carriarmati si cozzano – esplodono – il napalm
erige ululanti piramidi-torce
La cupola
è diventata falò gigantesco
… e la folla
… la folla ubriaca…
crepita
nel martirio
supremo…
La croce…
la croce…
danzerà…
nel violaceo
crepuscolo…
Sarò
L'ultimo Papa
- l' Eletto…
Me ucciso…
l'orgiastico – tripudio – di abominio…
culminerà…
L'epocale fastigio.
Poi calerà la – celestiale – armata.
2.
Nelle membra – inrocciate – una gioia
- orrenda – formicola.
E mentre
per l'etere fisso sciamare quei punti
barbuglianti – con essi compulso
mi dissemino in quegli – assorti – nodi.
Divengo un'orbita anch'io.
(Nel tuo sudario
accoglimi
- o Notte –
oppiaceo…)
Ahi – nella grande
metamorfosi
- esplode –
di fuoco
- la memoria precosmica.
(Nel tuo
- calamitato –
maestoso
orgasmo…
mi allucino…
dilato…)
3.
Pupazzo
mi guardo
- lustrale…
- alla forca
- mi tasto –
penzo
lante
- del colonnato di San Pietro.
Ma tu…
redivivo Plutone
- Lucifero…
Ahriman…
non avrai
il mio sangue
- per sempre –
il mio scettro…
Dall'
incesto
obbrobrioso
- per cui
ora mi avvinghia aculeata rupe –
sarò sbalzato
- tratto nella sedia
gestatoria…
Corone di mani
Corone di volti imploranti
Sarò
dischiodato
da gente
dissoluta
- blasfema –
per l'ultimo baratto
… e poi sgozzato
sul libro del dubbio…
Cadrò
con le flaccide membra…
Sputeranno
- imprecheranno
- alle ceneri sparse…
Nel fiume – insanguinato –
sparirò.
E la croce
- la croce –
danzerà
nel violaceo crepuscolo…
Allora
- oh allora…
(senza scampo è l'anatema)
sarà l'inizio dell'Apocalisse.
*
DIALOGO CON MIO PADRE
Padre, la notte s'è spogliata: aduna
gufi e civette per il grande sabbath
quando la mente straripata – formicolerà – di sulfuree
lune e il destino – schiumerà – in vascelli
di folli di streghe fachiri.
Perché
la morte trionfale prepara giumente di bronzo
inghirlanda la fronte di diademi spettrali
per il sommovimento archetipico
il tripudio – che seppero – i re Magi dei mistici.
Il mondo bolla iridescente svàpora…
Il cavallo dall'ali – arpionanti – già plana
con l'angelo d'infanzia su – ciminiere - gravide
di putrescente – annichilante – gas.
E noi…
noi così dementi
- penitenziali – cerei…
aspettiamo lo squarcio del cratere
la sibilla che grida
che grida
disseminando bambole – chiazzate – di pus.
Padre, il mistero – mitico – dischiude le sue valve.
Ciò che fu predetto fu ampliato in furore di trombe
i sigilli divelti confessano arcaici enigmi.
Il mondo
Che amammo si svela
Controfigura di un Moloch
Sidereo…
Le membra spezzate del Dio
generarono mostri
senza mai fine
- ma i mostri
sono scoppiati in un grottesco riso.
Ed ha vinto la Morte paziente
sacerdotessa del vento…
Accetta, padre, la preghiera del bimbo
trafugato
al di là, nel deserto
contraffatto
del sogno.
*
UN GIORNO SCENDERAI
Signore,
un giorno
scenderai dalle nubi d'argento
col carro di fiamme che esplodono in grida
entro lo sguardo di stella scoppiante
uncinerai le – nostre – piattaforme
i nostri grattacieli
le piramidi.
Un giorno scenderai – fulva cometa –
sulle nostre metropoli schiantate.
Troppo peccammo scatenammo giusto
furore
la tua sacra rabbia.
I nostri
misfatti – hanno tradito – il tuo sorriso
il tuo splendido – sogno – aquilonare.
Troppo peccammo: costruimmo ordigni
di sterminio.
Godemmo di boati
ed – orizzonti – di bagliori.
Croci
uncinate intessemmo in camere a gas
e labari librammo in processioni
- fanatiche – empie.
Facemmo tirassegno sui bambini.
Sventrammo le donne
con voluttuosa insania.
Le città
bombardammo.
La cenere
- cateratte di cenere –
testammo
ai nostri – figli – sciagurati…
° ° °
Quale perdono noi potemmo chiederti
quale preghiera osare?
Dove cercare la tua franta Immagine?
Quando dal Tuo silenzio ci balzasti
e le voci dei giusti calpestati
-dei miseri abbattuti –
in Te si fusero…
i morti si schiodarono dall'ombra
brandirono i sudari come lance
imbracciarono i teschi fiammeggianti.
Ora marciano – insieme a te –
per il grande olocausto.
Per il compimento dei tempi.
Signore,
abbi pietà dei nostri bimbi.
Soltanto – essi –
ancora
non hanno avuto il tempo di peccare.
Essi corrono – ignari – come il vento.
***
Chiedo venia, non mi è stato possibile riprodurre la posizione dei versi come nell'origine.
___
JORGE LUIS BORGES
IL COMPLICE
Mi crocifiggono e io devo essere la croce e i ...
chiodi.
Mi tendono il calice e io devo essere la cicuta.
Mi ingannano e io devo essere la menzogna.
Mi bruciano e io devo essere l'inferno.
Devo lodare e ringraziare ogni istante del tempo.
Il mio nutrimento son tutte le cose.
Il peso preciso dell'universo, l'umiliazione, il giubilo.
Devo giustificare ciò che ferisce.
Non importa la mia fortuna o la mia sventura.
Sono il poeta.
*
GIOVANNI COZZA
PIANSE LUI ALMENO
Io cerco e non oso la
svogliata ombra del
Cristo sul muro al materialismo
indotto e rotto
trascino le mie bave per
chiostri e affreschi remoti e
sbiaditi. Oltre il
dirupo urge il digiuno e il
capo sotto la tenda allo
sperpero delle miserie consce ove
placa il fetore del sudato e il
feroce turgore per l'esclusa rinuncia
dato il breve spazio. Eppure
non vale. La breccia torna da
tempo troppo incisa e il
tuo corpo di carne sale al
mistico repertorio della sacrilega
offerta nella stupenda
lascivia di un mantello per me
disteso e fatto. Appeso alle
mie plastiche
mani figuranti profili
fermi d'avorio nello
stillicidio mi vedo di mal
sommerse paure. Pianse Francesco almeno
un giorno lontano e santo nel
saio avvolto.
2° classificato al Premio Internazionale di Poesia
"Guido Gozzano" 1975
Da "Controcampo", anno II - N. 1
*
CARLO ERBETTA
FANTASIA N. 6
Bagliori viola su crocefissi
aggrumati in deserti
tabernacoli pipistrelli di
silenzio "Cristo dove
sei?" - "Ancora Ti
giocano ai dadi del
la parodia!" stingono rotule di
legno farisaiche labbra al
l'ora nona del Venerdì Santo da
pulpiti-uragano agli eletti
quaresimali di pani
d'oro da graticole reprobi
iconoclastici invocano
paradisi il grido cade per
la terza volta il
clamide cade fustigato
anfiteatro di fiaccole al
Gladiatore morente
"adagio maestoso" sul
la piazza-proscenio si
recita a soggetto strabocca il
calice di tutti i
crocefissi una
parabolica verità
mistificata.
Encomio al Premio Internazionale di Poesia
"Guido Gozzano" 1975
Da "Controcampo", anno II - N. 1
*
TERESIO ZANINETTI
Non per nulla
tutti i fiori ritornano nel perimetro estatico
del cuore rimasto
sgranulando bocci d'orchidee e trifogli
Nel caldo mattino
solleviamo briciole
per palpiti senza respiro e ancorché deserto
il prato riavrà parole dovunque l'aria lo voglia
silenzio
di fate di prua
nei vuoti balconi
dove rasserena la dolce canzone
di rabbie e singhiozzi
silenzio
non un'anima fiati
il silenzio si scioglie nel gelo.
(Dicembre 1994)
Dalla Rivista GRANDE VETRO, Maggio '07
*
T. S. ELIOT
La precipite colomba spezza l'aria
La pricipite colomba spezza l'aria
D'una fiamma di terrore incandescente
Le cui fiamme proclamano
L'unica remissione dell'essere e del peccato.
L'unica speranza, o se no la disperazione,
E' nella scelta dell'una o dell'altra pira -
Ad essere redenti dal fuoco mediante il fuoco.
Chi dunque appressò il tormento? L'Amore.
Amore è il nome inusitato
Dietro alle mani che temerono
L'intollerabile tunica di fiamma
Che forza umana non può strappare.
E soltanto viviamo, soltanto sospiriamo
Consunti dall'uno o l'altro fuoco.
*
Felice Serino - Collage apparso sul catalogo "Siviera", mailart
*
NICOLA FIORELLA
DIARIO D'INVERNO
Verdi onde salate muovono il linguaggio solare
nella stagione che brucia le foglie.
Qui di fronte al mare
apro il mio diario d'inverno
con le pagine logorate dal tempo
e urlo per il sangue perduto,
per il sole che cade nei giardini di pietra.
Vibrazioni di voce
narrano la storia dei mondi rovesciati
nel vuoto del cielo.
Un grido di terra
nelle sfere ossidate, una luce ferita
fra le ombre tradite
battono le pietre nel gioco crudele degli atomi.
Ora che l'uranio muove le ruote atomiche
entro nel vuoto delle chitarre infelici
dentro il labirinto della vita
e con la rabbia del vento
cancello tutte le memorie del computer.
[dalla III Rassegna Int.le di Letteratura
LOGOS 1988]
*
TERESIO ZANINETTI
A questo non m'abituo
(Leggevo il tuo profilo esangue nei libecci
arrancando tra gladioli e fiordalisi
dentro i covoni della morte in panne):
questa luce falsa gli occhi, tradisce
bisogni e pazienze, stronca
sul nascere bocci - a questa luce
dai lividi brulli non m'abitua
il liso ricordo del domani in croce.
(Leggevo le tue rughe nei cristalli tintinnanti
assaporando intrecci mozzati di mani giunte
nel girotondo degli scorticati vivi) -
Forse era natale o capodanno, viziate
di droga capitalista le famiglie serravano
pance e manette (panettoni, anitre all'arancia
figli & figlie parenti stretti al collo
da gustare al dente)
- forse era l'altr'anno o non ancora.
Sta di fatto che a quest'aria di morte non m'abituo
Mentre il boia sorride con piacere automatico
ancora la mia mano rifiuta dovute tenerezze.
Sto con le mie prigioni dentro il piombo
del mio corpo stretto. Sto.
Non so come né quando. Sto.
Con il cranio dell'odio di classe. Sto
In un mattino disatteso e stanco
qualcuno esplorerà il relitto
delle ossute gimkane a piedi freddi.
A questa maturità che selvaggiamente delicata cresce
solo un grido - domando - di vendetta e di riscossa,
dolce e tremendo come il dolore
nel tuo profilo esangue, trasparente, vivo.
Teresio Zaninetti (fondatore e editore della Rivista) - 1988
[da LOGOS, 1991]
*
CARLO ERBETTA
BALLATA N. 8
CHI MI DARA'
palizzate d'oniriche
speranze su zattere
naufraghe in marciti
fosforiche la
meridiana d'ore a
illudere il tempo proiezioni di
sole dilaniato sul
l'antico quadrante del
cuore?
CHI MI DARA'
oltre pantografi numerati sul
la tavola pitagorica del
cemento lontananze di
muschio comignoli non
blasfemi presso un
Natale di poche
noci?
CHI MI DARA'
fiocine d'istanti
esplosi entro coralli di
rugiada tramontane a
frugare lunari
soffitte dietro chiuse
vetrate per
accogliere innesti di
amore?
CHI MI DARA'
su caste pale una
fronte di trittici rosa-
pallido e oro la
Annunciazione senza
fiocchi d'organza o Rolls-
Royce per vivi cassa da
morto?
CHI MI DARA'
periferie gitane a
percuotere cieli di
rame gli orti lavati in
absidi di nuvole il
fragore di variopinte
balere a
dilatare vicoli in
festa?
INTANTO IL
frantoio dei sogni da
bidoni rovesciati inesorabile
rigurgita pattume su
anime di
asfalto.
[da Alla bottega -
2° Premio al Concorso di Poesia -Aspera- 1974]
*
BALLATA N. 2
RIDATEMI
arcobaleni di gazze
crocifisse su pali
telegrafici di lira
cherubini suonatori da
arcate bramantesche a
planare su
sguardi d'ogivale
stupore
(Piangono dèmoni
nascosti in pieghe di
tufo con un occhio
solo appollaiati!)
RIDATEMI
pascoli di nubi
scotonate come
tragiche meduse in
metamorfosi d'acquario
mani senza
dimensioni algebriche né
spazi incatenati da
diagrammi di
colore.
(Il colesterolo morde
coronarie aggrumate
l'Amore sbadiglia
nella noia del
coito!)
RIDATEMI
binari di fumo
palette ancora
verdi su pensiline senza
ritorno radure di
carri imbalsamati nel
sole trito da
cicale a battere il
tempo.
(Cornamuse di luna
cantano remoti
peana all'abbaglio
angoscioso del
laser!)
*
BALLATA N. 5
TORNERANNO
tènere sul mangiafumo
coccinelle multicolore feltri
giocheranno specchiere
murali a
Portobello.
TORNERANNO
filari di pace
stemperata da
nuvole d'erica dischiusi
cancelletti in
distici di
rose.
TORNERANNO
pagine di azzurro
sfilacciate ciglia del
mattino una
pausa di sole la
paletta su
vicoli di
fiaba.
TORNERANNO
abbaini di polline
spiovente sintonia per
disperse dolcezze ritrovate
se
una foglia vizza dietro
Nelson potrà ancora
essere la
luna!
[da Alla bottega, n. 4 - luglio-agosto 1975]
*
GUIDO PAZZI
MADRI DI SOLITUDINI
Vicino a stelle che indossano vesti di malinconia
ha vita un pasto di luci dovendosi posare fra occhi di bimbo
con lievità sconosciuta e togliere dolore da madri
con il cuore racchiuso in taglienti solitudini.
*
TERESIO ZANINETTI
CANZONE
già da sempre impiccati
all'albero maestro i predoni
della storia ricamata
con cocci di diamante
dal lustrascarpe di turno
(per ossari e sacrestie
conducevano il fanciullo censurando
i clamori dell'incenso e i guaiti
della folla incatenata
al cerchio di luce sul capo)
e se ancora la pioggia trasforma
in palude il granaio
restiamo insieme a rammendare
il lacerato cielo sopra
questa terra insanguinata.
*
GENESI UNO E DUE
aruspice, dinastia di suoni amorfi
cui il guanto sta come
un seno alla donna. che se
poi rughe sui ginocchi incrociandosi fanno
vento si muore
d'infamia procreando rettili. e
così(s)sia
(nell'antro del lupo). ma
domani
(sotto un sole nuovo)
sventoleremo il giorno sopra
le macerie dell'uomo
(il mai nato di ieri che parla
linguaggi di neve
smussata agli albori
tra scorie e cascate di sangue).
e saremo.
[da Alla bottega, n. 3 - maggio-giugno 1977]
*
GUIDO PAZZI
GIARDINI DI LUNGO IGNOTO
In un giardino di attimi abbigliati
a lungo dall'ignoto termina un pasto di luci;
dovendosi dileguare fra occhi di bimbi
che tolgono lagrime da madri cariate di dolore
e balzi di solitudine.
E riposano dove il pudore sorride alla luna
che sibila bianca eternità e dona fonti
di silenzio purpureo che abbacina
le notti dei sogni col cuore del vento.
[da Alla bottega]
*
GIOVANNI BARRICELLI
RESURREZIONE
Invocando vite inapparenti m'indussero
le zolle sentore di prodigio, dai visceri
del cardo d'impeto sgorgò il fiore giallo.
Era la terra che impugnava il pennello
a tempestare il grembo di colori nuovi.
Il presagio del chicco morituro quando
il pugno vibrava nuvole di grano simile
a proclama: - Fango risorgerò dalle fibre
infrante, in più vite rivivrò verde
linfa ritornata sangue.
*
IO SONO DEL TUTTO E DEL NULLA
Nel breve giro in quegli mi alleno, nel
rapido abbraccio riscopro ambedue, il
pianto ed il riso in comune.
Sprofondo alla terra laddove radice è
l'anima mia che arde in grovigli di spini,
risalgo alla somma del tronco, ritrovo nei
rami deformi le braccia che avevo perduto
e dallo stormire di foglie richiamo il
verbo facendolo mio.
Io sono del tutto e del nulla e l'occhio
m'è cieco perché ogni piccola piaga del
mondo ricalca lo sguardo.
Porziuncola di corpo, trattengo soltanto
una parte di ciò che fu mio, che il più
fu perduto dal seme che spiego nutrendone
il mondo.
*
I RESPONSI DELLE NUVOLE
Messaggi scritti sulla sabbia del cielo
e tu che trattieni e rendi incancellabili
geroglifici di steli
sommersi da altre nuvole che incidono
responsi, parole nuove su lavagne
anch'esse inabissatesi e consunte
tanto via via sbiadisce
il detto e all'occhio trascolora
perché si accavallano le nubi.
E' tutto un rinnovarsi di coscienze
che recano messaggi sopraggiunti.
[Da Alla bottega]
*
GIORGIO BARBERI SQUAROTTI
Per anni non fu che un'agonia (cioè - disse - una
lotta o, meglio, una gara non voluta, una corsa obbligata avanti agli
occhi dei carnefici, fra i curiosi attardati per le strade
delle sere lunghe di dicembre), c'era di là forse la vita, ma
non seppe mai quale voluntate fosse pace per te per lui per il Dio che
ogni tanto pregava nel timore degli autunni o dei fulmini o dei giorni
di veglia accanto al tuo sonno inquieto, alla tua febbre,
o se di tutta la fatica e l'affanno il senso fosse
continuare resistere durare
senza fare domande.
*
Pierluigi Cappello
GIORGIO BARBERI SQUAROTTI
IL FOGLIO
Candido un uccello bucò il foglio
scialbo del cielo d'estate, lentamente
si abbassò sul popolo di anime
nude sotto il vento basso: e dallo strappo
ecco uscire gonfi pesci nerastri con la bocca
aperta, un volo di locuste, le gote rosse di un ragazzo
che soffia invano dietro l'ombra lieve
di una nube rotonda come un'ultima
difesa del pudore sopra questa
vulva spalancata della storia che produce
vermi scorpioni re coronati che severi
assistono alla morte degli schiavi
topi con le lunghe code ispide
un volo biondo di capelli un riso ambiguo
sopra un volto caprino l'ano nero
di una scimmia che vomita monete
d'oro l'urto di una tempesta che forse
è esplosa in qualche parte del tempo dove lascia
rami spezzati, strade piene di fango, foglie,
stracci di vapori velenosi, torri
infrante, schegge di vetri in cui si specchia il nulla
di un giorno senza fine, in cui già tutte
le possibili storie sono state
rappresentate fino in fondo, nessuna traccia ne rimane
negli occhi fitti della gente che ora un poco
si muove sulla spiaggia, scuote dalla
memoria le immagini di fumo, le figure d'aria,
i fantasmi usciti dalla pagina
bucata del libro di Babele: un uccello,
il primo che quest'anno giunge fin qui,
con un pesce che ancora s'agita nel becco,
poi si perde nel vuoto verso terra,
il cielo si è richiuso sull'estremo guizzo di una coda,
il tempo muore, e non c'è altro segno
che quello di Giona.
*
GIAN LUCA FAVETTO
PER UNA VOCE SOLA
In una sera - quando ancora è giorno - buia di libri
annego. In alto tra le medesime fiamme
giacciono gli immortali invecchiati sonni.
Il vento non li avesse amati! e musiche
come preghiere, abbracci distruttori.
Sfilano parole cicatrici che incantano e ribrezzano
i cieli di fredde stelle e lune - chiazze
nel lago, simili a lenzuola da poco usate.
Allora immergo la mia pen(n)a e vorrei un altrove
debole ma vero, ma fuggito all'imballo della carta.
E mentre parlo dormo e il veleno in me è pace.
Dilenziosa gioia per le ringhiere degli occhi
sale lenta e senza affanno: che so che posso
amare ancora fuori d'ogni inganno.
Contro il futuro ed il possibile già digerito
s'agita in lanterna una lamella d'inconnu,
nuvola sospesa su altre nuvole
piove - rada - ripida - e fulgente.
Ed andavamo io e lei che era notte e alba e giorno fatto
ed andavamo ancora.
*
FERDINANDO BANCHINI
EVENTO
Monti gregge violaceo che sta
ammusato brucando la pianura
vaporante la sua vita segreta,
grani di luce che si spande lenta,
stupore mattutino.
Scacchiere colorate, luccichii
d'acque di strade, chiazze verdi bianche
d'alberi casolari, pigri fiumi,
lo stridulo sfrecciare delle rondini,
l'aprirsi del miracolo, l'avvento
di sgomento e di fiamma, del mio tempo
di cenere e di canto, la presenza
che si staglia nel giorno.
[da Noialtri - marzo/aprile 2007]
*
FERDINANDO BANCHINI
OLTRE
La sera allarga il suo varco quieto
nell'ordito rosa-viola, avanza
nel gioco indolente d'un soffio
di vento salso fra gli ulivi. Sparsi
segni fugaci brillano a un riverbero
ultimo, di splendori in numeri annunzio
sereno. Ampio indugio pacato
bellezza rinnovantesi. Voci alate
sommesse si rispondono nei folti
cupi dei lecci. Oh certo trepide mani
ora illudono volti di fiori e di luci,
svanendo ansie in parole lievi.
Quale gioia si spande, quale accordo
mite si compie? Intorno
la buona terra odora.
Ma altrove, altrove è l'eterno.
Oltre sabbie riarse, aerei picchi,
alta aspra è la vita.
[da Noialtri - gennaio/febbraio 2009]
*
FRANCESCO MAROTTA
LA CANZONE DEL SONNO
città irate cieco confine
di cui diranno il nome
frugando luci
che gemono
fra le pietre mappe
invisibili
che ondeggiano confuse armonie
febbre di mani
che si dissetano
nella pietà di un fiore
i passi somigliano
di lampade
verso orizzonti murati
nel gelo
di una voce gli occhi
scomposti
come lontane aurore
questo notturno appesantire di stelle
prive di mondi
attendono gli sguardi e forse
inventeranno un sole
sulle pareti
di palazzi vuoti
giocheranno i domani
come approdi sognati di sete
dove è già tramonto
ogni storia che strapparono ai giorni
canti deserti
di ore rovesciate
le stagioni negate alla terra
**
perché è autunno
l'anima che vedi rotolare lontano
distaccata
risonanza di abbandono
che per nessun volo
saprebbe ormai farsi sentiero
o dimora costretta
a stupore di liquidi ciechi
di carne
e memoria esplosa
tra le rotaie
e la sera compagna
di un grido
compagna di un dio che trascorre
come chi semina
voci di pietre
e frutti domanda a penombre
di sabbia
un dio che morde e avvampa
vestito da bambino
che uccide le sue mani
simili a vento
profumo di spine
dagli anni feriti parole fiorisce
di un oggi che è tempo
che non pesa
e in pozzi di strade
annega
di luce
che non conosce immagini
***
nome non ha né giorno
questa città che mi scoppiava
in mezzo agli occhi
di maschere liberate
nella ritualità
del suo dolore danza
lungo il grigio delle ombre
e i suoi istinti
e notte il canto assenza il viso
che si dispiega per cammini
sterili nulla la voce
che la guida
tranne talvolta quell'unico
lamentato silenzio
che non grida che
non chiede
non dice i passi
non legge l'ora sanguinante
al fuoco dei suoi muri
l'ombra dipinta
che ti viene incontro la polvere
che degli anni è rimasta
impigliata in graffi lenta
curva di lampi
franati
su strade arate di luna
e porti di vento intorno
che affondavano lievi
il cielo superstite
il giorno nell'acqua dei navigli
****
a fatica sospeso in voli di peste
ricompongo le voci
del suo canto io vado là
nel sole di un altrove sommerso
a leggere torri di vetro
stagioni di sale
in un nome a gridare
preghiere senza sonno
come fossi già un passo
sopra l'altro
tra Milano e la follia
più vicino alla lingua
che senza sangue
fa rivivere i volti
non riflessi dagli specchi del giorno
che abita grovigli di vite
accenti e rumori di esistenze
bruciate e neppure c'è un dio
oltre il sonno
ma un cielo compare
e parla di giorni invisibili
racchiusi in un punto io
li penso così
e trovano il tempo di fermare la mano
sul cuore
sia veglia sia sonno
fosse anche l'ultimo sogno
trovano spazio ancora recisi
di sbocciare da radici
di pietra
[dalla rivista Alla bottega]
*
ALFONSO GATTO
PRO MEMORIA
Amico d'una volta,
allegro giustiziere,
ascolta.
Forse di me dovrai dire:
è morto per sbaglio
o voleva morire.
S'accusa sempre l'errore
in ogni tempo di viltà.
Sempre s'uccide il fiore.
.
AGLI AMICI
Fumeremo nel bastimento della bottiglia
tra le grandi lettere tremolanti sull'acqua
la pipa dei racconti, il dolce odore del legno.
Poi dal clamore esiterà nel nulla
l'ultimo sparo che dondola il capo.
*
Dall'intimità - J.L. Borges
Non sarò più felice. Non importa
forse, ci sono ben altre cose al mondo;
un istante qualunque è più profondo
e più vario del mare. Breve il vivere
benché lunghe le ore, e in una d'esse
un oscuro miracolo si cela:
la morte, un altro mare, un'altra freccia
che ci fa liberi da sole e luna
e dall'amore. Il bene che mi desti
e mi togliesti devo cancellarlo;
ciò ch'era tutto dev'essere niente.
Solo mi resta il gusto d'essere niente.
Solo mi resta il gusto d'essere triste,
l'abitudine vana che m'inclina
al Sud, a quella porta, a quel cantone.
*
Il Sud - J.L. Borges (Dall'intimità)
Da uno dei tuoi cortili aver guardato
le antichissime stelle,
dalla panchina in ombra aver mirato
le loro luci sparse
che il mio ignorare non ha ancora appreso
a chiamare per nome
né a ordinarle in costellazioni,
aver sentito l'acqua che fa circoli
nell'occulta cisterna e l'odore
di gelsomino e caprifoglio,
il sonno silenzioso dell'uccello,
sapere l'arco dell'androne e l'umido:
questo forse è poesia, non altro.
*
FERNANDO PESSOA
Grandi misteri stanno
sulla soglia del mio essere,
la soglia su cui si posano un momento
grandi uccelli marini che mi fissano
se lento avanzo a guardarli.
Sono uccelli degli abissi,
come quelli dei sogni.
A pensare mi riempio di dubbi,
per l'anima è un cataclisma
la soglia su cui posa.
Allora mi scuoto dal sogno
e mi rallegro alla luce,
se pur il giorno è triste;
perché la soglia è terribile
e ogni passo è una croce.
[traduzione di Vittoria Corti]
*
Alfonso Gatto
Il Caprimulgo
Tornerà sempre l'ironia serena
del sortilegio sulle tue corolle,
fiore disfatto.
E tu che voli e piangi
stridendo coi tuoi grandi occhi oscuri,
o caprimulgo dalle piume molli,
il buio sempre ingoierà la notte
delle farfalle nere, le lucenti
blatte in cui l' uomo misero rattrae
le mani e gli occhi a rispettarle,
umane della pietà per sé.
Per la scala degli inferi discende
il consenso perenne, l'ordinata
congrega delle vittime plaudenti.
O misura dell'uomo in sé dipinto
costretto oltre la morte, mummia salva
a schermo delle mani,
a non aver più limiti, distratta
è la forza latente, il bruco insonne
della materia che ci traccia e insegue.
Un fenomeno oscuro il divenire
l'enfasi sorda che alle sue parole
non crede più, ma giura. Ancora scende
questa scala degli inferi e l'informe
che chiede un senso smania di figure.
*
Paul Celan
Todesfuge
Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo al meriggio, al mattino, lo beviamo la notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti
Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive e va sulla soglia e brillano stelle e richiama i suoi mastini
e richiama i suoi ebrei uscite scavate una tomba nella terra
e comanda i suoi ebrei suonate che ora si balla
Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino, al meriggio ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti
Egli urla forza voialtri dateci dentro scavate e voialtri cantate e suonate
egli estrae il ferro dalla cinghia lo agita i suoi occhi sono azzurri
vangate più a fondo voialtri e voialtri suonate che ancora si balli
Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca coi serpenti
egli urla suonate la morte suonate più dolce la morte è un maestro tedesco
egli urla violini suonate più tetri e poi salirete come fumo nell’aria
e poi avrete una tomba nelle nubi lì non si sta stretti
Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e al mattino beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
egli ti centra col piombo ti centra con mira perfetta
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
egli aizza i suoi mastini su di noi ci dona una tomba nell’aria
egli gioca coi serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco
i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith
da “Papavero e memoria”
*
BRUNO SOURDIN
[Dal poemetto "Recandomi a Lisbona dopo una visita a Francois Augieras senza incontrarlo" - facente parte del libretto "Paris git-le-coeur", fuori serie della rivista Quetton L'Arttotal, 4° trimestre 1994, per la collana Poesie clandestine]
.
Neon ammiccanti, bagliore selvaggio, sul marciapiede all'alba
Vento leggero, dopo una lunga notte magica
Coltivata sotto un riflesso, strada misteriosa
Le auto filano senza arrestarsi
Sogno lampo, nell'aria scintillante
*
E io t'immagino entro la gioia
Selvaggia di questo sole che sorge
Solo appollaiato sul bordo di scogliere
Da dove guardi scorrere la Dordogne
In compagnia di uccelli di serpenti
E del cri di cicale che ami
*
Nuvole fluttuanti del mattino
Rotolate nel mio sacco a pelo
Ho male a svegliarmi
Cielo freddo, alcune case, colline
*
E t'immagino nel silenzio
Selvaggio di questa caverna
Accendere fuochi sul ciglio del vuoto
Il tuo fumo sale verso il sole
Tu sei felice e chiudi gli occhi
Nella forza nascente del giorno
*
Si fila attraverso la Spagna
Muscoli irritati, ubriachi di stanchezza
Gli insetti gracchiano, gioia vigorosa
Vento chiaro, ronzio di conversazioni
La strada s'immerge attraverso la grande pianura accesa
*
E t'immagino nel sogno
Selvaggio di questa notte d'estate
Solo nel profondo segreto della pietra
Donde fai cantare le corde del tuo arco
I suoni si perdono all'infinito
Ed è così che tu adori l'universo
*
Mille nuvole, sole già alto
Erbacce, polvere fine, la strada profuma
Noi parliamo, scherziamo
Spirito chiaro, Lisbona appare
Questa pura gioia del giorno, a che assomiglia?
*
E t'immagino nel sogno
Selvaggio di questo pianeta
Solo e felice di eternità
Tu guardi a lungo il cielo crivellato di stelle
Vecchio uomo venuto dagli astri
Tu ami l'universo che è il tuo dio
*
Percorro Lisbona sacco in spalla, i grandi occhi aperti
Rilucenti di sudore, stanchi
Di nuovo solo, nel polverìo del sole
Già vedo il Tage, mille dita s'agitano, cielo immenso
Strade polverose, capelli al vento,
Assaporo la luce pura, immacolata
Una volta ancora rivedo la mia vecchia vita
Vita magica, lasciatemi in pace
Ah! questa chiara gioia
D'esistere
Lontano dagli uomini
.
Bruno Sourdin (traduzione di Felice Serino)
*
JORGE LUIS BORGES
Rimorso per qualsiasi morte
Libero dalla memoria e dalla speranza,
illimitato, astratto, quasi futuro,
il morto non è un morto: è la morte.
Come il Dio dei mistici,
del Quale si devono negare tutti i predicati,
il morto ubiquamente estraneo
non è che la perdizione e l'assenza del mondo.
Tutto gli derubiamo,
non gli lasciamo né un colore né una sillaba:
qui c'è il patio che già non condividono i suoi occhi,
là il marciapiede dove spiava la sua speranza.
Perfino ciò che pensiamo potrebbe starlo pensando lui pure;
ci siamo spartiti come ladroni
il capitale delle notti e dei giorni.
*
Sabati
Fuori c'è un occaso, gioiello oscuro
incastonato nel tempo,
e una profonda città cieca
di uomini che non ti videro.
La sera tace o canta.
Qualcuno decrocifigge gli aneliti
inchiodati nel pianoforte.
Sempre, la moltitudine della tua bellezza.
* * *
A dispetto del tuo disamore
la sua bellezza
prodiga il suo miracolo nel tempo.
E' in te l'avvenire
come la primavera nella foglia nuova.
Già quasi non sono nessuno,
sono soltanto quell'anelito
che si perde nella sera.
In te sta la delizia
come sta la crudeltà nelle spade.
* * *
Opprimendo l'inferriata sta la notte.
Nella sala severa
si cercano come ciechi le nostre due solitudini.
Sopravvive alla sera
il biancore glorioso della tua carne.
Nel nostro amore c'è una pena
che somiglia all'anima.
* * *
Tu
che ieri soltanto eri tutta la bellezza
sei anche tutto l'amore, adesso.
[da: "Fervore di Buenos Aires"]
PEDRO SALINAS
LA MATERIA NON PESA
La materia non pesa.
Il tuo corpo ed il mio,
uniti, non sentono mai
schiavitù, sentono ali.
I baci che tu mi dai
sono sempre redenzioni:
tu baci verso l'alto,
e qualcosa di me porti a luce,
costretto prima
nel fondo oscuro.
Lo salvi, lo guardiamo
per vedere come ascende,
e vola, per l'impulso che gli dài,
verso il suo paradiso
dove ci aspetta.
No, non opprime la tua carne
e neppure la terra che calpesti
né il mio corpo che stringi.
Sento, quando mi abbracci,
che ho tenuto contro il petto
un lieve palpitare,
vicinissimo, di stella,
che viene da un'altra vita.
Il mondo materiale
nasce quando tu parti.
E sull'anima sento
quest'oppressione enorme
di ombre che hai lasciato,
di parole, senza labbra,
scritte su fogli di carta.
Restituito alla legge
del metallo, della roccia,
della carne. La tua forma
corporea,
il tuo dolce peso rosa,
è ciò che mi rendeva
il mondo più lieve.
Ma ciò che non sopporto
è che mi schiaccia,
chiamandomi alla terra,
senza te per difendermi,
è la distanza,
è il vuoto del tuo corpo.
Sì, tu mai, tu mai:
il tuo ricordo, è materia.
[trad. Emma Scoles]
VICENTE HUIDOBRO
Fatica
Cammino giorno e notte
come un parco desolato.
Cammino giorno e notte tra sfingi cadute dai miei occhi;
guardo il cielo e la sua erba che impara a cantare;
guardo la campagna ferita a grandi grida
e il sole in mezzo al vento.
Accarezzo il mio cappello pieno di una luce speciale;
carezzo il dorso del vento;
i venti, che passano come le settimane;
i venti e le luci con apparenza di frutta e sete di sangue;
le luci, che passano come i mesi;
mentre la notte s'appoggia alle case
e il profumo dei garofani gira intorno al loro asse.
Prendo posto, come il canto degli uccelli;
è la fatica lontana e la bruma;
cado come il vento sulla luce.
Cado sulla mia anima.
Ecco l'uccello dei miracoli;
ecco i tatuaggi del mio castello;
ecco le mie penne sul mare, che grida addio.
Cado dalla mia anima.
E mi rompo in pezzi d'anima sull'inverno;
cado dal vento sulla luce;
cado dalla colomba sul vento.
*
Illusioni perdute
Foglia dell'albero caduta in infanzia
foglia caduta in ginocchio
al centro del suo oblio
dolce balocco di speranze e lampi
che sanguina dalla testa ferita
come le illusioni ottiche
nel palazzo di morte non scordabile
costante nave dal cuore dolente
tra naufragio e ombra che s'affretta
Foglia del nodo caduto in albero caduto in infanzia
dove mai ti trascinano foglia dal dolce cuore
e gli eccessi del fuoco delle aquile visive
foglie dei rami riscaldabili
ferme nell'aria
pronte alla corruzione fra le loro stesse braccia
come le acque stregate
Foglie di fantasmi sorpresi
foglie di uccelli scritti
ciascuna ha un cavallo e una colomba
ciascuna ha un orizzonte ad ogni costo
e per la sua amarezza né albero né vela.
Foglie dell'albero cadute
sul capo del poeta
sul suo desiderio di piangere perché non giunge mai
quello che aspetta in fondo ad ogni verso
quello che attende dietro tutte le ombre
*
Fabio Greco è nato a Torino nel 1969. Ha pubblicato i volumi di poesie: Sulle rive dell'estro, Tra le pieghe dell'ego, L'orologio a vento.
Alfonso Gatto
Notte
Tremo d’esile vena per lontane
arie di suono, mi lusingo in volto.
Come alleviate toccano le vane
solitudini il cielo vuoto, ascolto.
Lungo sereno dileguano piane
voci apparenti nel mondo sepolto:
m’adeguano nel sonno di montane
bare odorose, ed il cuore n’è folto.
*
Erba e latte
Mansueta di campani la sera remota
alle finestre pallide di cielo
odora umido, e tace in gradini la casa vuota.
Svanisce, continuo tepore di gelo,
nella bottiglia verde il latte; nuvole chiare
lontanano nel fioco armonioso tacere
della campagna. Sembra compiuto nel limitare
della mia casa il sonno delle riviere.
Beato volto al sereno, quasi la notte m’apra
continuamente a sgorgare in fragranza.
Tepida e lieve, cauta, mi lambisce una capra:
odora d’erbe e di muschio la stanza.
*
Alba
Passerà l’alba in un sogno
al freddo freddo d’ogni casa
al solitario azzurro del mare.
È nudo il mondo un’altra volta.
Erompa il cuore con la mela rossa
contenta d’esser dura.
In una selva molle di nuvole e di nevi
pozz’acre di verde si rimescola il mare.
Lo spazio smemorato si ridesta
tra lontananze ventilato leggero.
*
Le cose
Un giorno busseranno ad ogni casa,
chi vive è già colpevole d’avere
la sua vita segreta. Scende il buio
della notte, si resta dietro ai vetri
ad aspettare come giunge il vasto
assurdo della quiete. È nelle cose
di sempre ferme al loro posto il nuovo
sguardo impietrito: l’angolo deserto
mette in salvo il fuggiasco o per lo scarto
gli affaccia la sua muta. Sembra un vano
delirio questo credere alle cose.
*
Carri d’autunno
Nello spazio lunare
pesa il silenzio dei morti.
Ai carri eternamente remoti
il cigolìo dei lumi
improvvisa perduti e beati
villaggi di sonno.
Come un tepore troveranno l’alba
gli zingari di neve,
come un tepore sotto l’ala i nidi.
Così lontano a trasparire il mondo
ricorda che fu d’erba, una pianura.
*
Vento sulla Giudecca
I venti, i venti spogliano le navi
e discendono al freddo
e sono morti.
Chi li spiegherà nel rigoglio
delle accese partenze
ove squilla più forte più forte il mare
e l’antenna sventola il mattino?
Tutta donna tutta forte tutto amore
ed è rossa la mela, giallo il pane
della Pasqua d’aprile…
Ed eri calda
ed eri il sole, mattone su mattone,
oltre quel muro la campagna il cielo.
*
Osteria flegrea
Come assidua di nulla al nulla assorta
la luce della polvere! La porta
al verde oscilla, l’improvvisa vampa
del soffio è breve.
Fissa il gufo
l’invidia della vita,
l’immemore che beve
nella pergola azzurra del suo tufo
ed al sereno della morte invita.
(Tutte le poesie, Mondadori, 2017)
Alfonso Gatto nasce a Salerno nel 1909.
Nel 1941 ottiene la cattedra di Letteratura Italiana al Liceo Artistico di Bologna. Alfonso Gatto si dedica inoltre alla pittura e alla critica; è anche attore cinematografico. Muore nel 1976 per le conseguenze di un incidente d’auto.
.
Irene Rapelli
DELICATEZZA
Silenzio è il trasparente
carcere di narcisi da potare.
Attendono solo
che una forbice incida
steli e radici ed il pistillo voli, perpetuamente,
nell'azzurrità rupestre
dove l'abisso si apre a cesure ebbre,
taciute o sfatte di essenza
più sensuale del seme vincolante,
in vene e suoni
di millenni. Sorride
del germoglio zittito l'aura informe,
nuda ed aspersa dell'ultima luce
prima del salto. L'assoluto parla, vivo e nullifico,
di eternità rubata
del tremulo sospiro nella bocca
di fiori della poesia. Ancora qui? Da me
odi delicatezza, un'agonia
che pulsa, implode ed esplode, trabocca, piccola morte
sul margine di ogni rupe, bianchezza, virgola lisa
di pagine elettriche del sole sfrondato
ch'emani. L'assoluto canta nero
duramente, di povera
immensità ridotta a buio
nel tuffo d'acqua.
https://irerapelli.blog/2025/03/13/delicatezza/
.
Giovanni Perri Agua
Vorrei veder tramontare ad oriente
sul breve canale delle canne addormentarmi
sopra una scia di spari cacciatori
fuggire gli alberi a ritroso
e la notte incendiaria sentire
l'annuncio dei cani arancioni
vorrei nascondermi nel fieno di maggio
nell'ampia volta del cielo che pende
sorridere per un ricordo
invertir l'ombra mia stessa
di lividi e dimenticanze
e d'anni che non ritrovo più.
Ma d’ore numinose è fatta
l’anima mia riflessa e d’archi e frecce,
portami il cuore nella luce a planare
sopra un acquaio di malinconie
saltami allegramente sulle sponde
della mia vena d’oro e scrivimi
col vento ogni ferita
degli occhi e della lingua
io ti sono nel canto padre e figlio
e fratello dei cocci lunari
allora fammi terra
fammi profumo di terra e di stalla
oppure scovami nella campagna ramata, raggiungimi
fin dove tocca l’erba la parola
e non v’è peso
né formula dei miei destini accumulati.
.
Giangiacomo Amoretti
Solo nella penombra
più rarefatta e interna,
di là dalle figure
stinte dell’iconòstasi,
fra due colonne, spento
anche l’ultimo cero,
vedrò io – senza un lume
che veli – per un attimo
sospeso e come assolto
dal tempo e dal morire –
l’icona più segreta –
l’invisibile Volto?
.
Settembre. Le ali porpora dei cirri
sfatti nell'alto, gli esodi infiammati
fra cielo e cielo dei rondoni, i voli
e i silenzi e gli spazi,
le albe, i non ritorni
per sempre –
ed i ricordi,
i ricordi che straziano.
.
Spleen
Malinconia dell’angelo che guarda e che non vede,
che si avvicina a Dio da sempre e ne è lontano
più di noi stessi – le sue ali bianche
più alte di ogni cielo e di ogni nuvola.
Malinconia di esistere – angelo, uomo o rondine –
in bilico tra i mondi e sospesi nel tempo.
La linea del confine sempre oltre.
Il mare uguale senza un orizzonte.
E quando si fa sera questo lungo discendere
come di un velo fumido sulle spiagge deserte.
Le acque immote, color blu cobalto.
Sospeso in alto, fioco, il plenilunio.
.
Mattia Tarantino
21 luglio '18
C'è un'estate di sangue e mare. Un secolo che ci obbliga a tramare un'elegia, un'elegia all'Europa che muore.
Per il Collettivo MalaTerra:
"Oppure da una lingua del Nord
sarà la sillaba che gonfia le ossa
dei morti? Fummo il fanciullo e fummo
l’acrobata: c’è sempre
una fune tra luce e precipizio.
Veniamo a bruciare
le vertebre al cielo, veniamo
a invertire la pioggia:
certi versi sgozzano
le aquile, altri
marciscono i vessilli dell’Impero.
Quest’acqua ci disperde, non conosce
i nomi cui ha rubato sangue
e sorte. A quest’acqua
noi torniamo in obbedienza, senza croci
che trattengano le stelle.
Da lontano una Medea
araba conduce la sardana:
chi rompe il cerchio lo rimette
ai margini del tempio.
Arrivano le schiere: impugnano
e rovesciano il gerundio;
arrivano le gazze
ma tu raccogli solo fiori estinti."
Mi preme segnalarla a Claudio, Annamaria, Gabriele
A Ginevra, che ne custodisce il segreto
.
La vita è davvero bizzarra: tutto prende un verso, tutto ha più di un verso, tutto è verso. Ma i versi non sanno molte cose, si perdono, si consumano.
Per il Collettivo MalaTerra:
"Ma i versi non sanno
ingoiare le falene quando sempre
più nere e sempre
più feroci insorgono e devastano.
Non sanno quanti nomi
possiamo dare agli angeli, quante
voci setacciare fino all'ultima
vocale ancora intatta.
Non sanno quali giri
porta avanti la fortuna, quali sfere
interrogare perché i bimbi
non confondano il sangue con le rose.
Eppure conoscono
il mistero delle gazze quando legano
alle ali un cielo furibondo."
.
Nunzio Buono
Era l'oceano
Il vento
teneva il cielo
sopra ogni tuo sguardo
eri l'oceano
e mi ricordo naufrago
d'inverno
*
Giangiacomo Amoretti
Settembre. Le ali porpora dei cirri
sfatti nell'alto, gli esodi infiammati
fra cielo e cielo dei rondoni, i voli
e i silenzi e gli spazi,
le albe, i non ritorni
per sempre –
ed i ricordi,
i ricordi che straziano.
Giangiacomo Amoretti
Spleen
Malinconia dell’angelo che guarda e che non vede,
che si avvicina a Dio da sempre e ne è lontano
più di noi stessi – le sue ali bianche
più alte di ogni cielo e di ogni nuvola.
Malinconia di esistere – angelo, uomo o rondine –
in bilico tra i mondi e sospesi nel tempo.
La linea del confine sempre oltre.
Il mare uguale senza un orizzonte.
E quando si fa sera questo lungo discendere
come di un velo fumido sulle spiagge deserte.
Le acque immote, color blu cobalto.
Sospeso in alto, fioco, il plenilunio.
*
mattia tarantino - napoli, 2001
Mi troverai al di là della luce,
nell’orma bianca del passo
tracciato dal canto, dove tutto
il dolore del mondo è ammainato.
Sarò il verbo custode
di ogni avvenire, la fiamma
che purifica il fiore:
vivremo nel bosco segreto
dove accade ogni cosa, dove
regna la mano che stringe
la mano, e l’uomo con l’uomo.
Già tramo l’incanto dell’iride
e conosco il mistero dei mondi.
Ho visto la prima parola
e il primo bacio svelarsi:
saremo la grazia e la lira,
il passero che addomestica il cielo.
Saremo la rovina dell’angelo
caduto da un cielo ostinato.
(inedito per gentile concessione dell'autore)
*
"Felicità ti chiedevo"
Felicità ti chiedevo
avevi un sorriso scabro
non molto misurabile nella luce
dei tuoi occhi immani, e
le spighe dei tuoi capelli
in sogno, la prateria infinita
sulla tua bocca si faceva
parola, e così parlavi
ondeggiando nel tempo
nel colore rosa dello spazio.
Raffaele Piazza
*
Mattia Tarantino
21 luglio '18
C'è un'estate di sangue e mare. Un secolo che ci obbliga a tramare un'elegia, un'elegia all'Europa che muore.
Per il Collettivo MalaTerra:
"Oppure da una lingua del Nord
sarà la sillaba che gonfia le ossa
dei morti? Fummo il fanciullo e fummo
l’acrobata: c’è sempre
una fune tra luce e precipizio.
Veniamo a bruciare
le vertebre al cielo, veniamo
a invertire la pioggia:
certi versi sgozzano
le aquile, altri
marciscono i vessilli dell’Impero.
Quest’acqua ci disperde, non conosce
i nomi cui ha rubato sangue
e sorte. A quest’acqua
noi torniamo in obbedienza, senza croci
che trattengano le stelle.
Da lontano una Medea
araba conduce la sardana:
chi rompe il cerchio lo rimette
ai margini del tempio.
Arrivano le schiere: impugnano
e rovesciano il gerundio;
arrivano le gazze
ma tu raccogli solo fiori estinti."
Mi preme segnalarla a Claudio, Annamaria, Gabriele
A Ginevra, che ne custodisce il segreto
piccolo sogno
di irreale splendore,
vivi di rose
invernali fra i capelli e
le mani,
fluttui leggero
sopra ogni cosa .
gli occhi dentro
gli occhi,
i pensieri come
ali di angeli.
.
silviavezzani
(diritti riservati)
Giovanni Perri Agua
Vorrei veder tramontare ad oriente
sul breve canale delle canne addormentarmi
sopra una scia di spari cacciatori
fuggire gli alberi a ritroso
e la notte incendiaria sentire
l'annuncio dei cani arancioni
vorrei nascondermi nel fieno di maggio
nell'ampia volta del cielo che pende
sorridere per un ricordo
invertir l'ombra mia stessa
di lividi e dimenticanze
e d'anni che non ritrovo più.
Ma d’ore numinose è fatta
l’anima mia riflessa e d’archi e frecce,
portami il cuore nella luce a planare
sopra un acquaio di malinconie
saltami allegramente sulle sponde
della mia vena d’oro e scrivimi
col vento ogni ferita
degli occhi e della lingua
io ti sono nel canto padre e figlio
e fratello dei cocci lunari
allora fammi terra
fammi profumo di terra e di stalla
oppure scovami nella campagna ramata, raggiungimi
fin dove tocca l’erba la parola
e non v’è peso
né formula dei miei destini accumulati.
*
Giangiacomo Amoretti
Solo nella penombra
più rarefatta e interna,
di là dalle figure
stinte dell’iconòstasi,
fra due colonne, spento
anche l’ultimo cero,
vedrò io – senza un lume
che veli – per un attimo
sospeso e come assolto
dal tempo e dal morire –
l’icona più segreta –
l’invisibile Volto?
.
Un atomo, un nonnulla
di materia ed è già
l’inizio di un bagliore –
un lampo, un segnavia.
Tra il cerchio e il centro è l’arco
di un istante, la via
brevissima che lega
il minimo all’immenso,
al non più il non ancora –
il tuo volto, l’incerto
fulgore dei tuoi occhi
a me, all’universo.
Irene Rapelli
DELICATEZZA
Silenzio è il trasparente
carcere di narcisi da potare.
Attendono solo
che una forbice incida
steli e radici ed il pistillo voli, perpetuamente,
nell'azzurrità rupestre
dove l'abisso si apre a cesure ebbre,
taciute o sfatte di essenza
più sensuale del seme vincolante,
in vene e suoni
di millenni. Sorride
del germoglio zittito l'aura informe,
nuda ed aspersa dell'ultima luce
prima del salto. L'assoluto parla, vivo e nullifico,
di eternità rubata
del tremulo sospiro nella bocca
di fiori della poesia. Ancora qui? Da me
odi delicatezza, un'agonia
che pulsa, implode ed esplode, trabocca, piccola morte
sul margine di ogni rupe, bianchezza, virgola lisa
di pagine elettriche del sole sfrondato
ch'emani. L'assoluto canta nero
duramente, di povera
immensità ridotta a buio
nel tuffo d'acqua.
https://irerapelli.blog/2025/03/13/delicatezza/
.
Parola
Fiore cannibale del male
ansando sfonda l’arco del pensiero.
Bellezza provocante del banale
buco affollato allarga. L’infeconda
rupe sul precipizio gronda
per la stella del buio più nero
obesa eternità per nullità.
Scrive in cattività l’amplesso
del canto. Terra, luna, poesia
truffe o malattia. Schiavitù
di moda e marchio rovente
per eroi senza movente — va
un’uguaglianza più larvale
che danza senza figura né pane
nel silenzioso fumo
del rogo senza arrosto del rituale.
Così il vestito ritaglia
cervelli in libertà di vetro.
Ed io ci ballo, senza riposare,
il cuscino è una scacchiera cinica
con un gioco truccato
di saponi nel bagno del re nudo
crudele solo in vanità.
Sarò tenuta in vita, senza odiare
che la sua infinità, aprirà
gambe alle nozze per procura in clinica
di morte, e pace sarà. Sta
un’inesplosa bomba, nella tomba.
Così sprofonda vegetale.
I. Rapelli
*
"Così di noi non resta che il mistero
d'esser vissuti ignoti anche a noi stessi;
come vivono gli alberi confitti
dalle radici entro la terra; e tutto
è un vano giuoco di sequenze, uguale
a specchi d'acque tra le nubi e il sole."
Giuseppe Villaroel, Quasi vento d'aprile in La bellezza intravista. Antologia poetica 1914-1956, Firenze, Vallecchi, 1959, p.163.
Flavio Almerighi
Dio, dammi i remi giusti
per potere attraversare
tutto questo vino nero,
la giusta direzione
contro il sole spesso vago.
Evitami litigi con le stelle,
voglio gioire ogni momento
(scrivi ancora?).
Fa' che nudità e bellezza
non si divorino, escano
per onorare la luna piena.
Sfila l'aureola, voglio toccarla
niente spazio al freddo
e nessuna catacomba.
Nient'altro serve all'amore.
Bollettino ondeggiante
benedetto dalla luna piena
riflessa su questo mare,
vanitosa com'è, scende
senza parole.
Dio trovami tra mille rimandi,
uova che il sole schiude.
*
"Dio trovami", in "Isole"
Edizioni Ensemble, 2018
*
Lucia Triolo
non si appartiene veramente
che
alla paura di incontrare
se stessi
non ha speranza
l'ombra della rosa
non ha profumo
pettinare sogni
e’ solo un lampo con radici
nel sangue
l'ombra della rosa
incenerisce
Nadine Swan
Anche Dio ha avuto fame
La fede in Dio è il passo
lento sulla brace —
Mi hai sciolto il sale negli occhi,
Mi hai bendato la pelle
come un corpo che ha attraversato il fuoco,
e adesso ha cicatrici che parlano.
Ora ti chiedo la tua sete,
fammi spazio nella fame —
tra la voce e il silenzio
dove preghi con i lamenti taciuti.
Così anch’io sarò carne
che si lascia consumare,
ostia non consacrata
ma ardente,
trafitta di tenerezza.
Inchinami alla tua bocca
non come chi implora,
ma come chi conosce
la grazia della ricostruzione.
E poi mangiami
in un nome che non serve più
pronunciare.
Non ti chiedo di amarmi,
ma di scavarmi con la lingua
come si fa col midollo:
lì dove resta dolce anche il sangue.
Sono il pane dimenticato sull’altare,
l’ombra della benedizione,
un grazie mai detto,
rabbia masticata fino a farla bestemmia.
Dammi la bocca,
non il bacio —
ma il morso che mi separa da me.
Nutriti,
che io mi svuoti a tua immagine:
devota, spoglia,
come un volo
interrotto.
Lasciami ferita,
ma in tuo segno —
come si lascia un graffio sulla costola,
per ricordarsi che anche Dio
una volta ha avuto fame.
(da Facebook)
Alfredo Bruni
ho incontrato un mio pensiero
nell'angolo più assurdo del mondo
stava seduto per terra
abbattuto
le spalle appoggiate
al muro caduto
sembrava un barbone
che era nato nobile
e troppo presto decaduto
sembrava un bambino
troppo presto cresciuto
sembrava una rosa
da cui era nata una spina
sembrava una morte
che non poteva avvenire
non chiedeva elemosina
continuava a gridare
squarciando il silenzio
frantumando lo spazio
abolendo il tempo
e lo strazio
ecco dov'eri ho pensato
esiliato
ma nemmeno dannato
se un giorno apro il libro
lo trovo
che balla sul foglio
come la stella
che segue la luna
e non può scaldare
il bastardo
sul volto ha messo
una maschera
di sangue e ricordi
il mio pensiero indecente
che sembrava perduto
Sibari 15 aprile 2013
Julie Sopetrán
Sin aliento
Hay algo entre las risas de la noche
que provoca tristeza
tedium vitae que socava y destruye
como una araña de melancolía.
Sinfonía de ecos como clavos
que hieren el espectro, los sentidos, la gana,
constelación de síntomas, ebullición de estrellas,
dolor, insomnio, mordedura de fiera entronizada,
silencio, ansiedad, fuego que agota, presión que vacía el ser
y esta amargura que sangra biografía
que tiene prisa de borrar el camino.
Bailo con las normas y siendo libre me ato a las sombras
me dejo caer siento el vértigo del malestar
me aferro a la imprudencia
de la nada
Soy pluma en el abismo, desintegro mi llanto
vuelo hacia el fondo
voy y vengo
quemo el aire.
©Julie Sopetrán
*
Senza fiato
.
C’è qualcosa nell’ilarità della notte
che provoca una tristezza,
un tedium vitae che mina e distrugge
come un ragno di malinconia.
Sinfonia di echi come chiodi
che feriscono lo spettro, i sensi, il desiderio,
costellazione di sintomi, ribollire di stelle,
dolore, insonnia, morso di una bestia in trono,
silenzio, ansia, fuoco che esaurisce, pressione che svuota l’essere
e questa amarezza che sanguina biografia
che ha fretta di cancellare il cammino.
Danzo con le regole e essendo libera mi lego alle ombre
mi lascio cadere sento la vertigine del disagio
mi aggrappo all’incoscienza
del nulla
sono una piuma nell’abisso, disintegra le mie lacrime
volo verso il fondo
vado e vengo
brucio l’aria.
.trad. Flavio Almerighi
.
… non è che un sunto
Fa in modo di farti trovare in piedi
come gli steli fioriti di un prato
non ancora calpestato o falciato:
tant’è primavera e aperto è alla brezza
lieve, da invitare alla danza d’ali.
È breve il frusciare che di essa inebria
per te che la morte non è che un sunto.
E se un raggio arcobaleno ti accende
sporgi sempre più il viso al sole caldo:
ne avrai bisogno in ogni tua cellula
quando alle membra sentirai gli spilli,
sentimenti ipocriti mai sopiti,
fondi infiggersi ghiacci nella pelle
come rimorsi fruttati d’inverno.
https://sempreadelantando.wordpress.com/2025/06/05/non-e-che-un-sunto/
Franco Massimo Botturi
·
SEA SONG
Per la potenza dell’acqua, la scultorea
madre magnanima che lava le mie angosce.
Ne berrò come la belva il sangue caldo
fino a impazzire la mente, e il corpo stanco
al quale hai dedicato le mani più pazienti
le vene della bocca, la danza dell’amore.
L’utero d’acqua salina è la mia casa
sparviero di pianura, fuori da storia e tempo;
ho le narici di sale, il petto glabro, Nausicaa
culla il mio divenire. Qui vivrò
nell’ossatura dei pesci, e l’alghe, e spume.
Tra le corriere dei fulmini e la nenia
l’andare e poi il venire del piede della rosa.
Tra la risacca e l’affondo, magma azzurro
e verde del coriaceo guerriero. Tra carcasse
gettate a riva nel saliscendi; il tempo vivo
e quello morto in zattere e corda. Tra i bambini
caduti come ceri pasquali da un altare
sul fondo delle braccia più povere del mondo
coperte di corallo e pietà, figlio anch’io
sempre.
(da Facebook)
Lorenzo Curti
Ancora
mi vengono incontro
memorie di notti lunari
propizie agli incanti;
ferite di luce nel cielo
come fosforo di lampi
oltrepassano stagioni e iridi,
scrivono parole che sai,
alfabeti segreti
sulla pergamena del sangue.
Mariangela Ruggiu
prima che fossi questo corpo
che sente pensa ama
ero nell'Essere infinito
indistinta e senza nome
ero perfezione senza limiti
conoscenza e amore
poi è stato corpo e me che sono
come un vaso di coccio
che ha mani pelle occhi cuore
vaso unico e diverso
scrigno di bellezza
seme di Amore e fame
che non ci basta mai
perché veniamo da un infinito
che sempre chiama
anche quando siamo persi
abbiamo mani che si cercano
corpo perso tra l'Io e il Noi
c'è un oltre che ci aspetta
quando andiamo oltre la morte
ma siamo ancora vivi
mr (da Facebook)
.
Edoardo Sanguineti
'(...)
Che cosa è l’uomo? dove sta la sua anima?
è il teorema di Pitagora, la chitarra, il giornale:
vedi la vanga, le tenaglie, la biro,
che fanno il mondo che ti è naturale:
sciogli il tuo braccio, che hai tanto sudato,
e lungo è il tempo che ti hanno sfruttato:
quando un automa ci avrà faticato,
può incominciarci anche l’uomo umanato'
'Senzatitolo ' Feltrinelli, 1992
Pier Paolo Pasolini
Per essere poeti, bisogna avere molto tempo:
ore e ore di solitudine sono il solo modo
perché si formi qualcosa,
che è forza, abbandono,
vizio, libertà, per dare stile al caos.
Io tempo ormai ne ho poco:
per colpa della morte
che viene avanti, al tramonto della gioventù.
Ma per colpa anche di questo nostro mondo
umano,
che ai poveri toglie il pane,
ai poeti la pace.
Emilio Capaccio
·
Dio non nasconde
le ragioni incomprensibili
Sono inspiegabili ma esistono
lo sappiamo
Sono inspiegabili quanto basti
per poterle accogliere con la fede
e non nella pazzia
La fede è lo scongiuro della pazzia
Nessuno può dirsi pazzo
se ha in mente nel viaggio
la salvezza
È una ragione incomprensibile
dover morire per avvicinarsi
ma la fede è una barca
la pazzia il mare nella barca
che urla l'insostenibile prigione
(da Fb)
Lorenzo Curti
·
Dove si posa
in volo la luce
è timido riflesso d' acque
tumida malinconia
Distesa equorea
fragile ai venti
fomenta il senso del limite
Noi termini di paragone
malmessi vascelli
non si sa se in mare aperto
o vicini a qualche oscuro porto.
Noi piante secche e virgulti
rose marcescibili
che abbiamo amato
al loro sbocciare.
Dove si quieta il pensiero
l' abisso di ciò che sfugge
alle nostre mani prensili
incapace di trattenere
l' essenza dei fiori
fiotti di dolcezza.
Appena in grado noi
di imparare a morire
disimparando a vivere.
(da Fb)
MARIO LUZI
DURISSIMO SILENZIO
TRA NOI UOMINI E IL CIELO
Durissimo silenzio
tra noi uomini e il cielo,
arido
per aridità di mente
o scomparsa degli angeli
rientrati nel Verbo, muti,
alla sorgente,
afasia, anche,
o morte dei profeti,
ma colmato
da nuvole, da pietre,
da alberi, animali,
da quel loro
ininterrotto afflato,
tutto, creaturalmente.
O anima del mondo,
da tutto ferita,
da tutto risarcita,
non piangere, non piangere mai
dice nel sonno
la sua amorosa lungimiranza.
da " VIAGGIO TERRESTRE E CELESTE DI SIMONE MARTINI " ed.GARZANTI
Pedro Salinas
Tu vivi sempre nei tuoi atti.
Con la punta delle dita
vai sfiorando il mondo, strappi aurore, colori, allegrie:
la tua musica è questa
e la vita sta nel tuo suono.
Sì, io ti sto cercando al di là della gente.
Non nel tuo nome, se lo dicono,
non nella tua immagine, se la descrivono.
Al di là, più in là, più oltre... ti vado cercando..
E ti cerco anche al di là di te stessa.
Non in questo tuo specchio
e nella scrittura di te,
e nemmeno nella tua anima.
Più in là ancora, più oltre...
Anche al di là di me stesso.ti sto cercando.
Poiché tu non sei ciò che io sento di te.
Non sei ciò che palpita
con il mio sangue dentro le vene,
e non sei nemmeno in ogni mia piccola parte.
Ti vado cercando al di là, più oltre, ancora.
E ti cerco per trovarti,
per cessare alla fine di vivere in te,
e in me - e negli altri.
Per vivere al di là da tutto,
sulla sponda altra di ogni nostra cosa,
e finalmente raggiungerti,
come se stessi attraversando
la mia stessa morte.
da "La voce a te dovuta"
Umberto Saba
Il profumo del ricordo
Questa via stretta, antica,
tra i muri caldi e l’ombra lieve,
mi riporta a un tempo remoto,
quando la mia anima bambina
scopriva il mondo tra la polvere e il vento.
Odor di pane, di terra bagnata,
di vite intrecciate nella piazza,
il canto dei panni stesi,
il riso che si perdeva tra i tetti.
Era un tempo povero,
eppure così ricco d’immenso.
La mia città era madre severa,
ma nei suoi abbracci di pietra e mare,
tra il sale che ardeva sulle labbra,
io trovavo un calore antico,
un rifugio dall’infinito mondo.
Ora cammino tra le ombre di ieri,
e il ricordo mi accompagna dolce,
come una carezza sul viso stanco.
Non ho più il cuore d’un ragazzo,
ma questa memoria mi fa eterno.
.
MARIO LUZI
Sangue – sua profusione
in ogni dove
del mondo,
capillarmente
in tutto l’universo,
sua stormente
ramificazione
in ogni specie
dell’aria, della terra,
degli acquitrini
dentro vene,
arterie, cannule,
tubicini –
suo spreco,
sua dissipazione antica
nelle stragi palesi e clandestine,
nelle cacce, nelle ecatombi,
nelle mattanze, nelle carneficine,
nelle croci – una alzata ad espiarne
lo sperpero, lo scempio…
Dove corre il sangue, dove annega?
come l’acqua, come i fiumi
ritorna alla sorgente
il sangue, scende e sale
dalla morte alla resurrezione
O sanguis meus…
da " POESIE ULTIME E RITROVATE "
ed. GARZANTI
Giovanni Perri Agua
·
Forse il colore viene via soffiando
e resta un codice occulto:
così la statua nella canicola
così il silenzio nella campagna di luglio, bum! lo sparo di un fucile,
passare dove non sei e quasi sfiorare
il calco di un'assenza
questo sovramondo del nostro vedere.
La vita è tutta una somma
di questo non sapere in quale fotogramma finire
con quale danza esplodere, farsi molecola, azzurro che il sole dolcemente decapita.
Ma la magia è tutto il transuente,
il vento che anticipa l'alba
ripetere il bacio sulla nuca
senza voce cantare.
Sapete:
vedervi crescere così in fretta
è come la caduta dei gravi
ma leggera
come l'aria sulla stuoia del pomeriggio
che tiene in equilibrio la casa.
Irene Rapelli
·
PAROLA
Fiore carnivoro del male
ansando sfonda l’arco del silenzio.
Bellezza provocante del banale
buco affollato allarga. L’infeconda
rupe sul precipizio gronda
per la stella del buio più nero
obesa eternità per nullità.
Scrive in cattività l’amplesso
del canto. Terra, luna, poesia
truffe o malattia. Schiavitù
di moda e marchio rovente
per eroi senza movente — va
un’uguaglianza più larvale
che danza senza figura né pane
nel silenzioso fumo
del rogo senza arrosto del rituale.
Così il vestito ritaglia
cervelli in libertà di vetro.
Ed io ci ballo, senza riposare,
il cuscino è una scacchiera cinica
con un gioco truccato
di saponi nel bagno del re nudo
crudele solo in vanità.
Sarò tenuta in vita, senza odiare
che la sua infinità, aprirà
gambe alle nozze per procura in clinica
di morte, e pace sarà. Sta
un’inesplosa bomba, nella tomba.
Così sprofonda vegetale.
https://irerapelli.blog/2025/03/19/parola/
Francesco Marotta
(...)
scrivere è un’ora covata dal destino
la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
fino a che sanguinano anche i sogni,
fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
gli alfabeti rappresi dentro un grido
(sono queste le voci che mancano a una pietra
per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
sono questi gli accenti
che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
dove la morte è presagio di stagioni,
oracolo dei frutti e del ricordo)
*
da Esilio di voce
scrivi strappando chiarori di pronome
dalla voce la luce malata
che s’innerva
al rantolo di un verbo scrivi
con lo stilo di ruggine che inchioda
l’ala nel migrare anche la morte
che sul foglio appare dal margine
di sillabe di neve s’arrende alla caccia
al sacrificio necessario
dell’ultima lettera superstite
*
ci accomuna la conta differita dei morti
la mano adusa a separare codici e correnti
dal gorgo dove si adunano le ore
indicibile chiusa
di apocrifi in sembianti di volti
di giorni in forme declinanti
di parole
*
come questa luce di specchio
quando raccoglierla è già spreco
di fulgidi rosa un chiedere al sonno
gli spazi
intagli per minimi azzurri
l’abuso di crescere che sia privo del prima
mutilata la mano da una lama
d’inchiostro
che trema sul foglio.
La radice del cielo
nella vampa del crepuscolo, Gabriele,
anche gli angeli cambiano colore – assumono
sembianti carichi di voci, parvenze di infinito –
talvolta somigliano una nuvola, profumano di corallo,
e tu sai che più pura è la loro luce
che avvolge la tavola imbandita di invisibili presenze
fluttuanti nell’oro degli sguardi, più pura
quando lacrima il sale della vita la materia del distacco,
quando l’ombra ti lascia senza pace
inquieto di un tremore opaco, preda del vento
che succhia linfa alla fonte dei pensieri –
cosa sono le nuvole mi hai chiesto – e io ho raccolto nel palmo
la pioggia dispersa dell’aprile, la sua ferita d’aria
per mostrarti come si forma un’ala,
da quale precipizio risale il giorno e spinge a riva
gli ospiti muti delle notti,
come può una corona di piume legare alla terra
esili germogli fioriti da suoi pori –
cosa sono le nuvole –
e io ti porgevo il calice delle mie mani d’acqua
perché al richiamo di quell’ultimo bagliore di sorgente
tu riprendessi la rotta del tuo volo,
ritrovassi la radice da cui ricomincia il cielo
da Lettera al figlio
in Hairesis –
https://rebstein.wordpress.com/.../francesco-marotta...
Italo Bonassi (1932 – 2025)
Come ti riconoscerò lassù?
Come ti riconoscerò lassù?
Curiosamente sfoglio tra le pagine,
cerco la verità, ma non è facile,
sai. Metti nel conto
l’ansia, l’irrequietezza ed il dilemma
dolceagro del credere o non credere…
Come ti riconoscerò quel giorno,
metti che ci sia?
Oh, con stupore,
penso, ti cercherò tra le altre anime
nel vento freddo delle nebulose
di un paradiso insospettato,
tra vampate di colori e di riverberi
di musiche, riflessi e luminarie
di una città fantastica!
Ma io
come ti riconoscerò tra tanti?
Appena appena ho in me
una pallida idea del tuo profilo. Serbo
con gran fatica la tua immagine, lo sai,
ma ho ben poco di te. Indugio
a volte nel pensarti vivo,
giovane com’eri.
Ma non credere,
è illogico ch’io ti possa riconoscere,
lassù! Frammenti di memorie
non bastano, e l’anima tua nuda
eternamente andrà come un fantasma
anonimo.
Arena di silenzio,
giungla di desideri tramutati
in bioccoli di echi! Una sottile
pioggia di luce smeraldina
trascolorante in morbidi ricami
sarà alba perpetua per noi morti.
Come riconoscerti?
Chiamarti,
dire forte il tuo nome ed il cognome,
gridarlo mille e mille volte,
e mille altre?
Urlare
la via e la città dove abitavi,
infrangere il silenzio delle stelle,
e poi udirti
da quel mare di anime assopite
rispondere ai miei urli?
Vedi, fratello mio
( dici, parlandomi
quasi con nostalgia ), è negli abissi
di questa dolce eternità di morte
che vive il mio pensiero come un’eco
spenta di voce.
Illusione di un sogno di fanciullo,
l’idea in un paradiso interstellare,
frutto di un desiderio!
Anime no,
né angeli né spiriti,
siamo pensieri nella mente eterna
di Dio. Pensieri
sì, solo pensieri, eterni.
Giangiacomo Amoretti
·
Opaca luce, amaro
trasalimento all’alba
d’altre nubi, riflesso
d’altri cieli – nell’alto
ventare un nulla di
nero-bianco, una rondine
tutta ali – poi lieve
ricadendo più giù
la sua torbida, fuggitiva anima.
Bastava che cantasse
Faceva presto
il canto a essermi sorriso.
Indosso la camicia blu a righe
—parevano cantare finanche quelle—
e da cornice, in prospicienza,
certi fatali pini
—filosofia di odori forti—
ed un agosto di luci appese ai colli.
Sì che cantavi, padre!
Ma gli occhi erano lucidi,
lucidi di malinconia i tuoi occhi.
E io lì a chiedermi:
“Si è forse più inclini al canto, a sera?”
Ora altissimi i silenzi.
Memoria estatica,
fragile a un tempo,
infranta dal battacchio della mente:
prima rintocchi indizi e decibel acuti,
dopo nel nulla ti disperdi.
Sei suono di campana.
NUNZIA BINETTI
Pierluigi Bacchini
·
Vieni a sopportare ancora questa vita.
È vita, abbiamo da fare, vieni. Fingi,
con una lieve esaltazione. Non senti
come scorre il suo respiro?
C’è ancora tempo, qualche piacere.
E parlare di ciò che vale oltre noi,
questo nostro scoprire, la curiosità.
E non abbandonare questi lineamenti,
il tuo volto, che ancora appartiene a noi,
o pare. Tutto è concreto, e sogno assieme, è
non so, memoria. Abbi forza, ritroviamoci.
da Staminali eterne, Mondadori
Donatella Pezzino
Monade
Attese. Assonanze.
Piccoli profumi da rendere al vento;
è un gocciarmi lieve, di foglia
in foglia
il mio essere pioggia.
Di un solo giorno
Di un solo giorno
Venivamo dalla marina,
zingari come strade. Tutto
era un dopo; le ore,
una teoria
di scale
– i ceri accesi
delle cattedrali. E infine
la notte
liquida, erbosa; una terra
di mezzo
nel torpore antico
dove le nostre tristezze
diventano cose.
Potresti
Potresti attutire il rumore che faccio
cadendo; con le mani invece
rabbocchi quello che non manca
e mi peschi a caso
dal sacco delle foglie. Ho voglia
di liquirizia: ma non ricordo più la strada
che porta alle tue tasche. Sotto la lampadina
a risparmio
si diventa letargici, ragionando d’uva buona
e del mare sotto i treni e delle lenti da lettura
che ti sperdi per casa. Fuori l’ autunno
ostenta certi fiori piccoli
che quando li calpesti fanno un silenzio
odoroso e impotente; ma tanto, mi dici,
verrà la pioggia a lavare via
la terra nera dal mandorlo
Basalto
Noi siamo
il silenzio che ci unisce:
una ginestra
e il suo abbraccio di cenere.
Non ha importanza
Silenzio. Silenzio
dov’era musica, silenzio sulle mani,
sul gorgo imploso dove finisce
la pioggia dei giorni, coi detriti che non dicono,
con tutti i fiori che non si aprono.
A metà
Ho amato
come si amano gli angeli: a metà. Un’ala spezzata
ha fatto da cornice. Forse avevo paura
di rimarginarmi presto – ed era terrore, il mio –
o forse temevo il logorio dei passi
su quel lungo tappeto disteso
fra la follia e l’abbandono.
Angel
Che il tuo volo mi sia lieve
nel ricordarti carezza,
che mi sia lieve il giorno, dove tutto
è stanchezza; ora
che sai di foglie.
Vedessi com'è bianco il giorno
Non uscire: così bianca
ti confonderesti con la neve
e ti perderei. Non dormire: fra le tende
accostate
lasciamo tremare la luce, un poco. Hai
l’ultima sigaretta: fumala. Questa volta
entrerai nel cono d’ombra
a piccoli passi
Lentamente
Sola. Sono la piccola solitudine dei fiori
quando non trovano il vento alla giusta latitudine
da potersi dire carezza, olfatto, tintinnio di bicchieri; sono
la pioggia che guarda gli uccelli sotto la gronda
senza potersi fermare. Da questo cielo
continuano a passare
voli
mentre io continuo a cercarti a ritroso
seguendo il calco delle mie ferite.
Samovar
Mi spezzo
proprio ora che il vento si ferma:
ed è una morte
gentile, dove trapassano
i sogni, le rose, e le cose
perdute
che vedo solo io; e dove
amore
è un modo come un altro
per chiamare la solitudine
Binario 5
Si aspetta; sempre. E nell’aspettare
si diventa foto in bianco e nero
per ricordare cose: il paltò
senza tasche, l’orologio
indietro. Si resta così,
modelli in carta
di profumi dimenticati
C'è una fiamma
Distanze. La diafana
certezza dell’ora, che passa
nel sentirsi
tremare, in una foglia
per cadere, infine; restituirsi
alla terra; e cos’è
ogni sera, in fondo
se non un ritorno
Lo spazio fra due punti
Ecco il fiore dalle foglie scarne,
la farfalla dimenticata sugli spilli.
Figlia di Imran, di quante croci è fatta
la sabbia che calpesti?
Il respiro è pianta che germoglia sulla pietra.
La tua mano, un velo sottile che si posa sulle cose.
Le gerbere
Non ti ho comprato le gerbere.
“Abbiamo colori bellissimi,
oggi” diceva la signora dei fiori.
Colori. Bellissimi.
C’era un azzurro
che tremava nelle ossa: inverno
e rimpianto. Giallo il polline
che il vento portava lontano
tra gli aranceti e il mare; dove la vita
ti urla negli occhi. E sotto
l’erba,
petali ancora freschi
che nessuno ricorda: il viola
delle cose non colte.
su larecherche.it
g. amoretti
Luce che all'alba defluisce e schiara
le plaghe mute dell'inizio – luce
più alta, che si stinge e si ritira.
Nadir e zenit, nord e sud – il male
da sempre già in questa incoincidenza,
in questo non ancora e già non più,
che è il cuore nero – il centro della luce.
Vittorio Sereni
PAURA SECONDA
Niente ha di spavento
la voce che chiama me
proprio me
dalla strada sotto casa
in un’ora di notte:
è un breve risveglio di vento,
una pioggia fuggiasca.
Nel dire il mio nome non enumera
i miei torti, non mi rinfaccia il passato.
Con dolcezza (Vittorio,
Vittorio) mi disarma, arma
contro me stesso me.
*
ALTRO COMPLEANNO
A fine luglio quando
da sotto le pergole di un bar di San Siro
tra cancellate e fornici si intravede
un qualche spicchio dello stadio assolato
quando trasecola il gran catino vuoto
a specchio del tempo sperperato e pare
che proprio lì venga a morire un anno
e non si sa che altro un altro anno prepari
passiamola questa soglia una volta di più
sol che regga a quei marosi di città il tuo cuore
e un’ardesia propaghi il colore dell’estate.
da "Stella variabile"
Octavio Paz
Come chi ascolta piovere
Ascoltami come chi ascolta piovere,
né attenta né distratta,
passi lievi, pioviggine,
acqua che è aria, aria che è tempo,
il giorno non finisce di andarsene,
la notte non arriva ancora,
figure della nebbia
al voltare l’angolo,
figure del tempo
nell’ansa di questa pausa,
ascoltami come chi ascolta piovere,
senza ascoltarmi, ascoltando ciò che dico
con gli occhi aperti verso dentro,
addormentata con i cinque sensi svegli,
piove, passi lievi, rumore di sillabe,
aria e acqua, parole che non pesano:
ciò che fummo e siamo,
i giorni e gli anni, questo istante,
tempo senza peso, pesantezza enorme,
ascoltami come chi ascolta piovere,
lampeggia l’asfalto umido,
il vapore si alza e cammina,
la notte si apre e mi guarda,
sei tu e il tuo sembiante di vapore,
tu e il tuo volto di notte,
tu e i tuoi capelli, lento lampo,
attraversi la strada ed entri nella mia fronte,
passi d’acqua sopra le mie palpebre,
ascoltami come chi ascolta piovere,
l’asfalto lampeggia, tu attraversi la strada,
è la nebbia errante nella notte,
è la notte addormentata nel tuo letto,
è l’ondeggiare del tuo respiro,
le tue dita d’acqua bagnano la mia fronte,
le tue dita di fiamma bruciano i miei occhi,
le tue dita d’aria aprono le palpebre del tempo,
sgorgare di apparizioni e resurrezioni,
ascoltami come chi ascolta piovere,
passano gli anni, ritornano gli istanti,
senti i tuoi passi nella stanza vicina?
non qui né là: li senti
in un altro tempo che è proprio ora,
ascolta i passi del tempo
inventore di spazi senza peso né luogo,
ascolta la pioggia scorrere per la terrazza,
la notte è ormai più notte fra gli alberi,
fra le foglie si è annidato il fulmine,
vago giardino alla deriva
– entra, la tua ombra copre questa pagina.
***
(Traduzione di Ernesto Franco)
da “Albero interiore (1976-1987)”, in “Octavio Paz, Il fuoco di ogni giorno”, Garzanti, 1992
Fernando Pessoa - Questa vecchia angoscia
Questa vecchia angoscia,
questa angoscia che porto da secoli dentro di me,
è traboccata dal vaso,
in lacrime, in grandi immaginazioni
in sogni tipo incubi senza terrore
in grandi emozioni improvvise, senza alcun senso.
È traboccata.
Quasi non so come comportarmi nella vita
con questo malessere che mi riempie l’anima di pieghe!
Se almeno impazzissi per davvero!
Ma no: è questo essere a mezza strada,
questo quasi,
questo essere sul punto di…
Il ricoverato di un manicomio almeno è qualcuno.
Io sono il ricoverato di un manicomio senza manicomio.
Sono pazzo a freddo,
sono lucido e matto,
sono estraneo a tutto e uguale a tutti:
sto dormendo sveglio con sogni che sono pazzia
perché non sono sogni.
Sono in questo stato…
Povera vecchia casa della mia infanzia perduta!
Chi avrebbe detto che mi sarei tanto disperso!
Che ne è del tuo bambino? È impazzito.
Che ne è di colui che dormiva tranquillo sotto il tuo tetto provinciale?
È impazzito.
Ma chi, fra quelli che fui? È impazzito. Oggi costui è chi io sono.
Se almeno possedessi una religione!
Per esempio, una per quel feticcio
che c’era in casa nostra, la vecchia casa, che veniva dall’Africa.
Era bruttissimo, era grottesco,
ma c’era in lui la divinità di tutto quello in cui si crede.
— Giove, Geova, l’Umanità —
uno qualunque servirebbe,
infatti che cosa è tutto se non quello che pensiamo di tutto?
Scoppia, cuore di vetro dipinto!
.
Fernando Pessoa,
Poesie di Álvaro de Campos,
a cura di Maria José de Lancastre,
traduzione di Antonio Tabucchi,
Biblioteca Adelphi, 1993, 5ª ediz.
Flavio Almerighi
Pioverà neve e ci daremo del tu.
Nessuna anima sarà in disparte,
perché amore è questo.
Nei sotterranei troveremo aria fresca
greve di umidità.
Spesso la domanda è una sola:
chissà dov’è adesso,
mistero senza soluzione, vivere è questo
ascoltare chi è svanito,
la sua voce dentro i sogni.
La pianura è insondabile, non ha orizzonte,
le prime alture danno la sensazione
di lontananze che diventano confini.
Fortunati noi, non abbiamo subito guerre,
ma abbiamo creduto fosse progresso
esaudire desideri,
annegare la stanchezza in un caffè,
infine portare sulle spalle Anchise
per preservarlo dal fuoco.
https://almerighi.wordpress.com/2025/08/21/chissa-dove-adesso/?fbclid=IwY2xjawMa985leHRuA2FlbQIxMQABHvSbDw4nvnyVzyc0XPu_4IPzSucm968mAR8B72ZD_eJBoKlDWHH9qSXgpPc7_aem_Yquq9gtYIXND6bWrhWnM-w
Enrico Cerquiglini
·
Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto 1950)
L’uomo che respirava le colline
E Cesare perduto nella pioggia
sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina
(Francesco De Gregori, Alice, 1973)
Aveva il passo doppio di chi non torna mai,
anche se il ritorno lo fa ogni giorno.
A Torino respirava il fumo e le nebbie,
ma negli occhi portava vigne di settembre
e mattini freschi, col fieno ancora umido.
In campagna si sentiva cittadino
– scarpe troppo strette, mani senza calli –
in città, un contadino sperduto
tra i muri che nascondono le stelle.
Gli amori,
un tavolo vuoto
dove la donna siede
solo per andarsene.
Nei suoi letti restavano voci,
e il freddo di chi non ha voluto restare.
Non c’è niente di più amaro
che un’alba vista da soli,
scrisse,
ed era già un epitaffio.
Il mito lo teneva vivo:
uomini che parlano agli dèi,
donne nate dal mare,
ragazzi che sfidano il padre
e perdono sempre.
Il mito come giustificazione
del sangue e dell’abbandono.
La guerra l’aveva vista troppo da vicino:
le colline piene di passi che non tornavano,
il fango che inghiottiva i nomi,
il cadavere del nemico da guardare negli occhi.
E dirsi:
«Non sono io che cerco di non finire.
Io non credo che possa finire.
Ora che ho visto cos'è guerra, cos'è guerra civile,
so che tutti, se un giorno finisse,
dovrebbero chiedersi:
“E dei caduti che facciamo? Perché sono morti?”
Io non saprei cosa rispondere.
Forse lo sanno unicamente i morti,
e soltanto per loro la guerra è finita davvero.»
Scrivere era il suo modo di restare in piedi.
Ogni parola un sorso d’acqua
in mezzo a un deserto che cresceva.
E alla fine,
nell’albergo anonimo,
la solitudine non era più una stanza
ma un coltello nel fiato.
Ha scelto di fermarsi lì,
lasciando frasi come vestiti piegati,
pronti per un viaggio
che non avrebbe fatto.
Sulla collina il vento canta piano,
parla di un uomo che nessuno chiama.
(da Facebook)
Cesare Pavese
La finestra socchiusa contiene un volto
sopra il campo del mare. I capelli vaghi
accompagnano il tenero ritmo del mare.
Non ci sono ricordi su questo viso.
Solo un’ombra fuggevole, come di nube.
L’ombra è umida e dolce come la sabbia
di una cavità intatta, sotto il crepuscolo.
Non ci sono ricordi. Solo un sussurro
che è la voce del mare fatta ricordo.
Nel crepuscolo l’acqua molle dell’alba
che s’imbeve di luce, rischiara il viso.
Ogni giorno è un miracolo senza tempo,
sotto il sole: una luce salsa l’impregna
e un sapore di frutto marino vivo.
Non esiste ricordo su questo viso.
Non esiste parola che lo contenga
o accomuni alle cose passate. Ieri,
dalla breve finestra è svanito come
svanirà tra un istante, senza tristezza
né parole umane, sul campo del mare.
Cesare Pavese
Mattino [9-18 agosto 1940]
da "Le poesie aggiunte", in "Lavorare stanca",
Einaudi, Torino, 1998
Fabrizio De André
Il mio bambino
il mio
labbra grasse al sole
di miele
tumore dolce benigno
di tua madre
spremuto nell’afa umida
dell’estate
e ora grumo di sangue orecchie
e denti di latte
e gli occhi dei soldati cani arrabbiati
con la schiuma alla bocca
cacciatori di agnelli
a inseguire la gente come selvaggina
finché il sangue selvatico
non gli ha spento la voglia
e dopo il ferro in gola i ferri della prigione
e nelle ferite il seme velenoso della deportazione
perché di nostro dalla pianura al mondo
non possa più crescere albero né spiga né figlio
ciao bambino mio l’eredità
è nascosta
in questa città
che brucia che brucia
nella sera che scende
e in questa grande luce di fuoco
per la tua piccola morte.
Sidone, in genovese Sidun, è la città del Libano che nel 1982 fu devastata dall’offensiva delle truppe di Ariel Sharon.
Cesare Pavese (1908 –1950)
Sempre vieni dal mare
e ne hai la voce roca,
sempre hai occhi segreti
d'acqua viva tra i rovi,
e fronte bassa, come
cielo basso di nubi.
Ogni volta rivivi
come una cosa antica
e selvaggia, che il cuore
già sapeva e si serra.
Ogni volta è uno strappo,
ogni volta è la morte.
Noi sempre combattemmo.
Chi si risolve all'urto
ha gustato la morte
e la porta nel sangue.
Come buoni nemici
che non s'odiano piú
noi abbiamo una stessa
voce, una stessa pena
e viviamo affrontati
sotto povero cielo.
Tra noi non insidie,
non inutili cose –
combatteremo sempre.
Combatteremo ancora,
combatteremo sempre,
perché cerchiamo il sonno
della morte affiancati,
e abbiamo voce roca
fronte bassa e selvaggia
e un identico cielo.
Fummo fatti per questo.
Se tu od io cede all'urto,
segue una notte lunga
che non è pace o tregua
e non è morte vera.
Tu non sei piú. Le braccia
si dibattono invano.
Fin che ci trema il cuore.
Hanno detto un tuo nome.
Ricomincia la morte.
Cosa ignota e selvaggia
sei rinata dal mare.
19-20 novembre 1945
Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
di un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d’ombra
appiattati così come vecchia brace
nel camino. Il ricordo sarà la vampa
che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.
Cesare Pavese (9 settembre 1908 - 27 agosto 1950)
.
Dino Campana
Viaggio a Montevideo
Io vidi dal ponte della nave
I colli di Spagna
Svanire, nel verde
Dentro il crepuscolo d’oro la bruna terra celando
Come una melodia:
D’ignota scena fanciulla sola
Come una melodia
Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola
Illanguidiva la sera celeste sul mare:
Pure i dorati silenzii ad ora ad ora dell’ale
Varcaron lentamente in un azzurreggiare:
Lontani tinti dei varii colori
Dai più lontani silenzi!
……La riva selvaggia sopra la sconfinata marina:
E vidi come cavalle
Vertiginose che si scioglievano le dune
Verso la prateria senza fine
Deserta senza le case umane
E noi volgemmo fuggendo le dune che apparve
Su un mare giallo de la portentosa dovizia del fiume,
Del continente nuovo la capitale marina.
Limpido fresco ed elettrico era il lume
Della sera e là le alte case parevan deserte
Laggiù sul mar del pirata
De la città abbandonata
Tra il mare giallo e le dune.
SILENZIO
Octavio Paz (1914-1998)
Traduzione di Emilio Capaccio
Così come dal fondo della musica
germoglia una nota
che mentre vibra cresce e s’assottiglia
fino a che in un’altra musica ammutisce,
germoglia dal fondo del silenzio
un altro silenzio, acuta torre, spada,
e sale e cresce e ci sospende
e mentre sale cadono
ricordi, speranze,
le piccole menzogne e le grandi,
e vorremmo gridare e nella gola
si disperde il grido:
confluiamo nel silenzio
dove i silenzi ammutiscono.
*
SILENCIO
Así como del fondo de la música
brota una nota
que mientras vibra crece y se adelgaza
hasta que en otra música enmudece,
brota del fondo del silencio
otro silencio, aguda torre, espada,
y sube y crece y nos suspende
y mientras sube caen
recuerdos, esperanzas,
las pequeñas mentiras y las grandes,
y queremos gritar y en la garganta
se desvanece el grito:
desembocamos al silencio
en donde los silencios enmudecen.
(da Fb)
IL MIO SCRIVERE E' SOLO UN BUIO ERRARE
Maria Marchesi, tre poesie
Del mio inferno conservo le fallite
ribellioni, il riverbero dell’impotenza,
le successioni di ore che parevano secoli
e creavano montagne cupe labirinti anemici.>
---
Quale veramente il motivo
per cui sono finita in manicomio?
Quante ipotesi! Io ricordo che i tramonti
mi portavano carrettate di carogne
e non sapevo che farne, così danzavo nuda
sul terrazzo per morire a mezzanotte
nelle braccia d’un cameriere che portava
cognac francese. Bevevo a garganella,
rubavo qualche stella, facevo all’amore
come un treno, dalle fogne
arrivavano gridi senz’ardore.
---
So che il dolore in parole è appena
un venticello di stracci, murene nell’acquario.
Ma io sono stata morta per troppi anni e adesso
sono oltre le velleità del dolore e oltre la comprensione
che sillabe su sillabe possano dare.
Il mio scrivere è soltanto un buio errare
tra funeste stazioni diroccate, tra binari spenti
che tracciano disegni angusti, stenti
ricoveri di stelle cadute nelle pozzanghere.
dalla raccolta "L'occhio dell'ala"
Milo De Angelis
Milano era asfalto, asfalto liquefatto. Nel deserto
di un giardino avvenne la carezza, la penombra
addolcita che invase le foglie, ora senza giudizio,
spazio assoluto di una lacrima. Un istante
in equilibrio tra due nomi avanzò verso di noi,
si fece luminoso, si posò respirando sul petto,
sulla grande presenza sconosciuta. Morire fu quello
sbriciolarsi delle linee, noi lì e il gesto ovunque,
noi dispersi nelle supreme tensioni dell’estate,
noi tra le ossa e l’essenza della terra.
da Tema dell’addio (Mondadori, 2005)
Ezio Falcomer
La luna si declina in cento tinte,
la mia sera ha il silenzio incantatore,
così per scherzo
mi sento quasi immortale.
L’istante è eterno nel suo morire.
Ho ansimato mille volte
per arrivare a questo blu,
a questo animale raffermo
di vita nascosta.
Sono muto.
Il segreto della realtà
è una stanza vuota.
Il freddo protegge
i bambini e il dolore.
Se c’è un delirio
non è molto irrazionale,
è fatto di strade,
di pensieri parassiti e semillegali.
Nel vicolo c’è la festa dei lunatici;
spariscono gli oggetti e le illusioni.
Il sole a volte è un uccello nero
e stride come legno di brigantino.
Si può morire per troppa luce.
(da "Mattina turchese")
Dylan Thomas
L’alba sorge dietro gli occhi,
Tra i poli del cranio e dell’alluce il ventoso sangue
Scivola come un mare;
Senza legami, senza barriere, i torrenti del cielo
Si versano dove magicamente
Si svela in un sorriso l’olio delle lacrime.
Notte nelle cavità delle orbite
Come una luna di catrame, il limite dei globi;
Il giorno inonda l’osso;
Dove non è freddo, i venti che limano la pelle
Disfano le vesti dell’inverno;
Le membrane della primavera pendono dalle palpebre.
La luce nasce sui segreti destini,
Su particelle di pensiero dove i pensieri odorano nella pioggia;
Quando muore la logica
Il segreto della zolla cresce attraverso l’occhio,
E il sangue balza nel sole;
Al di sopra dei desolati terreni l’alba si ferma
(versione di Raffaele La Capria )
Luca Gamberini
SE L'ACQUA SI BEVE LA LUCE DEI FIORI
Il mio amore per te è stato
come temere di perdere il treno
che non passerà, come elicriso
blindato dentro a un cassetto,
come contare i minuti da una
clessidra vuota. Un temporale
estivo senza pioggia, un mare
di cemento armato, di buone
intenzioni. Smetterò di pensare
se l'acqua si beve la luce dei fiori.
Da questa larga finestra confondo
me stesso con il finto buio del cortile,
come scrivere il tuo nome sulla nebbia,
come un mucchio di stracci inutilizzati.
Anche fumare da soli, mentre muta
la marea, potrebbe avere un senso.
(da Fb)
Giordano Genghini
Anche noi ce ne andremo, spenti fuochi,
da questi giochi intessuti dal tempo.
Respiri e sguardi lasceremo, muti
nel vento. E pare, ad ogni ora più lenti,
di svanire, ed ormai trema la mano
e la parola resta nella gola:
lucciole al freddo di settembre, suoni
di ultime note stonate di un piano.
Andremo nel segreto e fra le ombre
o quieti e preparati alla partenza
o senza abbracci e senza addii, sorpresi,
al lungo viaggio. Sarà forse ottobre
o forse maggio. Andremo, nell’assenza
di luci, un giorno notturno, con gli occhi
velati come stelle senza forme
perse nel cielo, o nubi grigie e strane
di cenere, o, stupite ali di foglie
tenere, che l’estate via dai rami
toglie: ed invano vorremo restare
per un minuto od un secondo ancora
con lei o lui: dovremo abbandonare
le cose e i visi vivi ed i sorrisi
le rose e i prati e i sogni e il cielo e il mare.
Else LaskerSchüler - (Elberfeld 1876 - Gerusalemme 1945)
"L'ultima stella"
Il mio argenteo guardare stilla nel vuoto,
Mai presagii che la vita fosse cava.
Sul mio raggio più leggero
Scivolo come su trame d’aria
Il tempo in cerchio, a palla,
Instancabile la danza mai danzò.
Freddo serpente scatta il fiato dei venti,
Colonne di pallidi anelli salgono
E crollano di nuovo.
Che cos’è la silenziosa voglia d’aria,
Questa oscillazione sotto di me,
Quando io mi giro sopra i fianchi del tempo.
Un lieve colore è il mio movimento
Ma mai baciò il fresco albeggiare,
Mai l’esultante fiorire di un mattino me.
Si avvicina il settimo giorno –
E la fine non è ancora creata.
Gocce su gocce finiscono
E si sfregano di nuovo,
Nelle profondità barcollano le acque
E si accalcano là e cadono a terra.
Selvagge, scintillanti ebbre-braccia
Schiumano e si perdono
E come tutto si accalca e si stringe
Nell’ultimo movimento.
Più breve respira il tempo
Nel grembo dei Senzatempo.
Arie vuote strisciano
E non raggiungono la fine,
E un punto diventa la mia danza
Nella cecità.
(traduzione di Nicola Gardini)
Giangiacomo Amoretti
Non ha peso di corpo, non ha voce
di labbra che riparlino. Si muove
leggero, a passi morbidi. Non sai
come né dove.
Oscilla, avanza, retrocede. Pare
non essere che un gesto, che lo stanco
persistere di un fragile ricamo
su un foglio bianco.
Ma procede, in silenzio, ora vicino,
ora lontano, come dietro un velo
diafano, come in una teca, tra
la terra e il cielo,
sempre ed ancora. Il tempo senza tempo
che obliquo sale-scende, nella pura
trasparenza di un sogno antico – il tempo
della scrittura.
Cesare Pavese
Mito
Verrà il giorno che il giovane dio sarà un uomo,
senza pena, col morto sorriso dell’uomo
che ha compreso. Anche il sole trascorre remoto
arrossando le spiagge. Verrà il giorno che il dio
non saprà più dov’erano le spiagge d’un tempo.
Ci si sveglia un mattino che è morta l’estate,
e negli occhi tumultuano ancora splendori
come ieri, e all’orecchio i fragori del sole
fatto sangue. È mutato il colore del mondo.
La montagna non tocca più il cielo; le nubi
non s’ammassano più come frutti; nell’acqua
non traspare più un ciottolo. Il corpo di un uomo
pensieroso si piega, dove un dio respirava.
Il gran sole è finito, e l’odore di terra,
e la libera strada, colorata di gente
che ignorava la morte. Non si muore d’estate.
Se qualcuno spariva, c’era il giovane dio
che viveva per tutti e ignorava la morte.
Su di lui la tristezza era un’ombra di nube.
Il suo passo stupiva la terra.
Ora pesa
la stanchezza su tutte le membra dell’uomo,
senza pena, la calma stanchezza dell’alba
che apre un giorno di pioggia. Le spiagge oscurate
non conoscono il giovane, che un tempo bastava
le guardasse. Né il mare dell’aria rivive
al respiro. Si piegano le labbra dell’uomo
rassegnate, a sorridere davanti alla terra.
Giuseppe Ungaretti
O NOTTE
1919
Dall’ampia ansia dell’alba
Svelata alberatura.
Dolorosi risvegli.
Foglie, sorelle foglie,
Vi ascolto nel lamento.
Autunni,
Moribonde dolcezze.
O gioventù,
Passata è appena l’ora del distacco.
Cieli alti della gioventù,
Libero slancio.
E già sono deserto.
Perso in questa curva malinconia.
Ma la notte sperde le lontananze.
Oceanici silenzi,
Astrali nidi d’illusione,
O notte.
Wislawa Szymborska
Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d'acqua.
E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
Chiedo scusa all'albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
Verità, non prestarmi troppa attenzione.
Serietà, sii magnanima con me.
Sopporta, mistero dell'esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.
Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
So che finché vivo niente mi giustifica,
perché io stessa mi sono d'ostacolo.
Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
e poi fatico per farle sembrare leggere.
Alda Merini
Bambino, se trovi l’aquilone della tua fantasia
legalo con l’intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
che portino la pace ovunque
e l’ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell’acqua del sentimento.
Giorgio Caproni
Quanti se ne sono andati…
Quanti.
Che cosa resta.
Nemmeno
il soffio.
Nemmeno
il graffio di rancore o il morso
della presenza.
Tutti
se ne sono andati senza
lasciare traccia.
Come
non lascia traccia il vento
sul marmo dove passa.
Come
non lascia orma l’ombra
sul marciapiede.
Tutti
scomparsi in un polverio
confuso d’occhi.
Un brusio
di voci afone, quasi
di foglie controfiato
dietro i vetri.
Foglie
che solo il cuore vede
e cui la mente non crede.
Giovanni Raboni
*
Stanco della vita, io? Non scherziamo.
Ma se me la mangio con gli occhi, ancora,
tutte le sue insegne,se non c’è amo
al quale non abbocchi! Semmai è ora
d’accennare, questo sì, a qualche addio,
cominciare a spegnere le candele
e chiudere gli spartiti, un leggio
per volta fino all’ultimo, al più fedele
degli strumenti… Quale? La memoria
sussurra i due violini, il cuore un flauto
o il tuo silenzio – ma io so che una storia
si fa da sola, e che è empio o almeno incauto
scriversi il finale. Basti l’atroce
strozzarsi in gola, vero, della voce.
*
Ogni giorno in una casa succede
qualcosa d'inspiegabile: i coltelli
col manico d'osso che erano quattro
e adesso sono tre,
le chiavi che di colpo si rifiutano
di entrare nelle loro toppe,
il libro sparito che ricompare
dove nessuno, neanche i filippini,
può averlo messo...Ma no, quali spiriti,
a spostare o corrompere le cose
non sono gli spiriti ma gli spifferi
dei giorni che cadono a pezzi,
delle settimane uscite dai cardini,
dei mesi, degli anni che tremano
alle spallate d'un vento invisibile.
*
Giovanni Raboni
da "Barlumi di storia"
Ed. All'insegna del Pesce d'Oro, 1963.
e "Tutte le poesie" 1949 - 2004
Einaudi, 2014.
L'ultima annotazione dell'ultimo quaderno
di Rainer Maria Rilke pochi giorni
prima di morire di Leucemia.
***
Vieni tu, tu ultimo ravvisato,
Tu, insanabile dolore, intramato
ora nel corpo. Un tempo nello spirito,
ecco, in te, sono io ora calcinato;
il legno a lungo s'è opposto
della fiamma ad essere alleato,
che in te avvivi, ma ora
in te io brucio, ti sono a lato.
La mia dolcezza nel tuo furore
si fa furore non di qui, d'inferno.
Salii, nudo, puro, né progetti,
né futuro, sull'intrico
del rogo del dolore.
Certo di non poter comprare
scheggia di futuro per questo cuore,
che d'ogni provvista vuoto
qui si è fatto muto.
Sono ancora io, io che brucio
Ormai qui inconoscibile?
Non vi trascino ricordi.
O vita, vita. Esser-fuori.
E io in fiamme. Da Nessuno riconosciuto.
Pedro Salinas
A te si giunge solo
attraverso di te. Ti aspetto.
Io certo so dove sono,
la mia città, la strada, il nome
con cui tutti mi chiamano.
Ma non so dove sono stato
con te.
Lí mi hai portato tu.
Come
potevo imparare il cammino
se non guardavo altro
che te,
se il cammino erano i tuoi passi,
e il suo termine
l’istante che tu ti fermasti?
Cosa ancora poteva esserci
oltre a te offerta, che mi guardavi?
Ma ora,
quale esilio, che assenza
essere dove si è!
Aspetto, passano i treni,
il caso, gli sguardi.
Mi condurrebbero forse
dove mai sono stato.
Ma io non voglio i cieli nuovi.
Voglio stare dove sono già stato.
Con te, tornare.
Quale immensa novità
tornare ancora,
ripetere, mai uguale,
quello stupore infinito!
E finché tu non verrai
io rimarrò alle soglie
dei voli, dei sogni,
delle scie, immobile.
Perché so che là dove sono stato
né ali, né ruote, né vele
conducono.
Hanno tutte smarrito il cammino.
Perché so che là dove sono stato
si giunge solo
con te, attraverso di te.
(Traduzione di Emma Scoles)
Lorenzo Curti
LITURGIA DELLA MEMORIA
Lo specchio al mattino
ricorda che sei un grumo
di sangue, un pingue nido
di ossa, carne viva che muore
a poco a poco ogni giorno,
che ogni giorno reca il peso
di tutte le albe, l' esile memoria
di tutto gli addii, dei nuovi inizi,
graffiti su un muro scrostato
d' un vicolo muto. Una ruga
accennata, una cispa d' occhio,
un brivido di freddo,forse anche
un disappunto l' eco di troppe lune
tramontate, di un vento lamentoso
su cardini arrugginiti; ritornano
a sprazzi, per lacerti, guizzi
di immagini a ricordarti chi fosti,
a scongelare ibernati sussulti,
odori perduti come sogni,
al farsi fiore la luce,
polvere la notte,
incerto il domani.
(da Fb)
Nadine Spaggiari
[La pratica dell'essere]
Ecco l'uomo dalle morbide ceneri
con il silenzio della roccia e il futuro di un adulto
al passo pieno su un letto di conforto
sempre assente al passaggio dell'inverno.
L'uomo, finché esiste, avanza. Il suo traguardo è confine,
confine di leggere braccia
che scavano la luce chiara,
il sole dolce,
dolce l'acqua che sazia le gole dei bambini,
le loro parole liquide,
le voci familiari nello spazio aperto
spalancato nelle loro coscienze di terra.
E come l'inganno della promessa
la menzogna dissolve, il puro lamento della fame,
l'ambiguità dei loro desideri.
Silenziosi santi, miti ritorni,
santi con le bocche asciutte,
sciolgono i lacci
per mantenere lo sguardo
sereno nei vostri occhi liberi,
liberi ritrovati, ritrovati in una carezza.
Santi che nutrono il giorno
e guadagnano pietre,
la durezza dei sentieri.
Bellezze quiete, volti sereni,
giunti, giunti a riposo
sulla terra, sulla luce, sull'aria tersa.
Chiari, chiari i confini all'orizzonte,
nulla frena il nostro arrivo,
e prati di stabile equilibrio,
le strade gremite, gli amori sereni.
E ovunque la pienezza,
la solida consistenza della luce.
L'uomo tra gli uomini e la strada davanti,
la brezza sopra la brezza e intorno resta la domanda.
La domanda è nel rifugio della viva tenerezza,
che in ogni crepa hai dimenticato, la domanda a te stesso,
te stesso è ancora una domanda irrisolta.
La croce si è mutata in oro per te,
e l'angoscia si è sciolta.
Un piccolo guadagno, una piccola speculazione,
è sempre la leggerezza del cielo
che si posa sulla tua fronte sudata.
Ma sei sereno in questi fari che ti contrastano,
giri in cerchio tra le ombre che il tempo cancella,
cancella attraverso gli anni
come un rasoio
il tronco della gioia.
Libero nella calce del silenzio,
l'intonaco si gratta con le unghie,
nessun muro può trattenere il tuo vago andamento.
Di fronte alla faccia ripulita,
i santi si allungano ai tuoi piedi,
l'erba alta ha accolto il tuo cristallo.
Con un suono limpido sulle labbra e sulle mani,
sei entrato nella luce.
(da Fb)
.
Alfonso Gatto
Le cose
Un giorno busseranno ad ogni casa,
chi vive è già colpevole d'avere
la sua vita segreta. Scende il buio
della notte, si resta dietro ai vetri
ad aspettare come giunge il vasto
assurdo della quiete. È nelle cose
di sempre ferme al loro posto il nuovo
sguardo impietrito: l'angolo deserto
mette in salvo il fuggiasco o per lo scarto
gli affaccia la sua muta. Sembra un vano
delirio questo credere alle cose.
(Da "Poesie", Mondadori 1943
Eugenio Montale
"La casa dei doganieri"
Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura.
e il calcolo dei dadi più non torna
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.
Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende…)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.
(da Le occasioni, 1939)
Giordano Genghini
Gli uccelli fermi e la campana vuota
nella casa in cui nulla più si muove.
Sono le nove: immobile è la terra,
Qualcuno – dove?- sembra sospirare:
gli alberi pare sorridano: punte
di foglie fanno l’acqua tremolare.
Sola, una nube attraversa la sera.
Un uomo canta su una porta rosa:
la finestra si apre, silenziosa.
(Versi ispirati a “Secret”- “Segreto” di Pierre Reverdy, 1889-1960).
Mario Luzi (1914-2005)
SE PURE OSI
Vento d'autunno e di passione. E polvere,
polvere che striscia sulla terra
di queste vie più candide che ossa.
Tempo, questo, che il cuore oppresso s'agita,
revoca in dubbio quel che fu reale,
non fiaba, non apparizione vana.
Tue notizie che possono recarmi?
Ti conosco abbastanza per saperti
inquieta, sono certo che osi appena,
se pure osi, chiederti che penso.
Penso a te, alla tua passione schiusa,
alla luce di gemma ch'è dell'Umbria
di prima estate tra Foligno e Terni,
mi chiedo, scusa la follia, se mai
una gioia sarà gioia per sempre
o comunque sia colma la misura
delle cose che devo amare e perdere.
Salvatore Quasimodo
SOLITUDINI
Una sera: nebbia, vento,
mi pensai solo: io e il buio.
Né donne; e quella
che sola poteva donarmi
senza prendere che altro silenzio,
era già senza viso
come ogni cosa ch’è morta
e non si può ricomporre.
Lontana la casa, ogni casa
che ha lumi di veglia
e spole che picchiano all’alba
quadrelli di rozzi tinelli.
Da allora
ascolto canzoni di ultima volta.
Qualcuno è tornato, è partito distratto
lasciandomi occhi di bimbi stranieri,
alberi morti su prode di strade
che non m’è dato d’amare.
Ognuno sta solo sul cuore della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.
TUTTE LE POESIE
Nuova edizione MONDADORI 2020
da “Acque e terre”
Alfonso GATTO
"Se tornerai una sera prossima
lungo la strada dove l'ombra cade
azzurra come se la primavera volesse già sbocciare,
per raccontarti quanto è buio il mondo e come
i nostri sogni accendono la libertà
le speranze dei poveri nel cielo,
vorrei trovare un bambino che piange,
con gli occhi aperti e un sorriso, nero
nero come le rondini del mare.
Ho solo bisogno che tu sia vivo,
un uomo che vive con il cuore, è un sogno.
Tutta la terra è un ricordo ombra
Della tua voce che diceva ai bambini:
"Quanto è bella la notte e quanto è bello
amarci così, così che l'aria trabocca
nel sonno. Hai visto il mondo
come la luna piena nel cielo che lo supera,
gli uomini che camminano verso il sole nascente.
(Poesia scritta per il padre.Tratta dalla raccolta Povertà come la sera)
Bernardo Negro - in memoria
IL PALPITO DELLA VALLE
Dalle fronde ombrose della quercia
s'alza un palpito e ne scuote l'alba.
Tu sei lì nel silenzio che è ancora attesa
dopo tanti anni. C'era la guerra in Vietnam
quando, supina, cercavo la tua bocca
e le labbra rispondevano al cuore. Poi un vento
scialbo porto' la luce ed i nostri occhi
erano una risposta alle fronde vertiginose.
È la quercia che ci ha riparato dai lampi,
dai furori smarriti nel tempo e gli anni
si colmano di poesia, magari per una ghianda
secca che non sa per quanto l'abbiamo cercata
mentre le stagioni si piegavano al sonno
e restava lontano il portafortuna dei poeti.
16/10/2023
Mariangela Gualtieri - Alcesti
Ma solo pensare a te.
Non è una figura che viene
una nitida traccia.
È come cadere in un posto
con un po’ di dolore.
Tu sei il mio tu più esteso
deposto sul fondo mio. Tu. Non c’è
un’altra forma del mondo
che si appoggi al mio cuore
con quel tocco, quell’orma.
Tu. Tu sei del mondo la più cara
forma, figura, tu sei il mio essere a casa
sei casa, letto dove
questo mio corpo inquieto riposa.
E senza di te io sono lontana
non so dire da cosa ma
lontana, scomoda un poco
perduta, come malata.
Un po’ sporco il mondo lontano da te,
più nemico, che punge, che
graffia, sta fuori misura.
Mio vero tu, mio altro corpo
mio corpo fra tutti mio
più vicino corpo, mio corpo destino
ch’eri fatto
per l’incastro con questo mio
essere qui in forma di femmina
umana. Mio tu. Antico suono
riverberante, antico
sentirti destino intrecciato
sentire che sei sempre stato,
promesso da ere lontane
da distanze così spaventose
così avventurose distanze da
lontananze sacre.
Tu sei sacro al mio cuore.
Il mio fuoco
brucia da sempre col tuo
il mio fiato.
Io parlo delle forze –
di correnti sul fondo del mio lago
sul fondo del tuo, oscure e potenti,
più del tempo dure più dello
spazio larghe, ma sottili
al nostro sentire,
afferrate appena
e poi perdute, nel loro gioco.
Che cosa siamo io e te? Che cosa eravamo
prima di questo nome? E ancora
saremo qualcosa, lo sappiamo e non
lo sappiamo, con un sentire
che non è intelligente lavorio cerebrale.
Nessuna parte di corpo che muore
nessun pezzo umano, nessun arto,
nessun flusso di sangue, nessun
cuore, nessuno, niente che sia
stretto nel giro del sole, niente
che sia solo terrestre umano muove
il tuo cuore al mio, il mio al tuo,
come fossero due parti di un uno.
Allora tu sei la mia lezione più grande
l’insegnamento supremo.
Esiste solo l’uno, solo l’uno esiste
l’uno solamente, senza il due.
Nadine Spaggiari
Non è un piacere osservare la miseria,
non è l’osservare la miseria del piacere
ma è un compito vegliare.
È la voce che veglia, la più antica
è il braccio che salva
ciò che ancora respira.
Sopra il capo fioriscono rose
tortore e parole scendono a fiamme
giri di foglie istrioniche tra i passi
dèmoni che stanno in silenzio accovacciati
come informi ammassi di tormenti
negli occhi viandanti.
Si custodiscono i passi smarriti
si riportano le stelle al loro sonno.
La via che respira il petto in fiamme
di rabbia e di malizia
non dà il verbo al giorno.
Si pensa di amare come matti
chi vedi morire in una guerra
si pensa di ingannare l'ascesa
d’ogni sera a venire.
Il passo, il verso,
la breve banalità del male.
Mi chiamo ad adorare l'amore più giusto,
lavare la fronte degli inquieti.
Sarò madre del vuoto e del sogno,
finché la luce non torni a cercarmi.
Amina Narimi (Claudia Sogno)
La morte si vive se come un sole
si porta nel più profondo di sé
lo strazio immenso, la stessa madre,
quando si apre nel mattutino
perdendo il suo sangue meraviglioso.
L' osso fedele è il chiaro del bosco,
nella foresta che adesso riposa.
Tu veglia il suo corpo, l’orecchiodebole
con la tua voce sussurrerà
dove è il principio dell’arcobaleno.
Tutti i bambini sanno il mistero
dell’angelo che, prima di nascere,
ponendo un dito sopra la bocca
imprime il ricordo di un nome solo -
un piccolo seme, tra il naso e le labbra.
Se sfiori il contorno della fossetta,
c’è il puntosplendenza delle sue ali;
lui ti confida che un tempo toccò
la fiamma, i suoi bordi, per poi gettarsi
con tutto il corpo nel fiore dei cari,
nell’identico istante dell’ultima foglia
dell’ultimo albero
__________________al grandeposto.
Versando alla terra lacrime folli
saremo le spose del loro sorriso,
la spugna in ascolto che lascia passare
fra i vuoti amati . . . tutta la luce.
Mario Luzi, 20 ottobre 1914 – 28 febbraio 2005
Lasciate il vostro peso alla terra
il nome dentro il nostro cuore
e volate via,
quaggiù non è vostro l'amore.
Nella sua profondità si libra il biancore notturno,
le ore passano senz'orme
e ovunque una dolce carità
di voi, d'ogni bellezza parla del vostro corpo che dorme,
e dormendo naviga senza dondolare al suo porto,
lascia consumare il suo volto,
il suo tenue colore ed il fiore
del viso dove odorano le giovani pene, il desiderio raccolto...
Gianfranco Isetta
Dopo il temporale
.
Muto, come il ciclone del silenzio,
il pesce arcobaleno che si tuffa
tra il poco che rimane dello stile
.
di nuvole goccianti su un cortile
e sull’umida quiete di quel secchio
dove un sasso s’attende che riaffiori.
.
Giovanni Perri Agua - Fb
è martedì e piove: dalla finestra gialla una sagoma scompare.
Nel cielo molte radici, per questo gli alberi, per questo la notte;
scrivo da una grondaia:
da questo ramo d’aria bevo e scrivo:
questa è l’ora dei matti, l’ora degli uccellini nei parchi
delle lune astigmatiche.
Sopra il divano silenzioso il cane rimbalza
negli occhi una meticolosa pena
penso – se questo è pensare:
devo sognare il vento
devo cadere anch’io da questa voce
con un salto spettacolare
da cuore a cuore fin dentro l’inverno maestoso
fino alla faglia più intima del tempo, la sua più cruda
stupefazione
devo ingoiare tutta la luce del giorno
che ogni mio organo si illumini
di lampi versicolori
come un cane rivolto allo specchio anch’io
devo cercare annusando
l’osso della felicità.
.
Umberto Saba (1883-1957)
Inverno
È notte, inverno rovinoso. Un poco
sollevi le tendine, e guardi. Vibrano
i tuoi capelli selvaggi, la gioia
ti dilata improvvisa l’occhio nero;
che quello che hai veduto – era un’immagine
della fine del mondo – ti conforta
l’intimo cuore, lo fa caldo e pago.
Un uomo s’avventura per un lago
di ghiaccio, sotto una lampada storta
Rosario Bocchino (Sarino su wp)
due grammi di perle bianche
Nel mare che mi hanno dato
porto il silenzio appena dopo una fiaba
dove la luce si sceglie migrando
alcuni dettagli da inseguire,
porto il vento per stordire i rami
e come un tramonto visto dall’alto
ripasso qualche verso
con gli occhi di nuvole pronte.
Sono la barca complicata di mille parole
e spero in quel rifugio simile all’onda
con due grammi di perle bianche
e l’attimo indeciso di una guancia.
Sarà un discorso calmo
la trama delle vampe,
un ultimo rumore di fondo
rimasto troppo a lungo tra i denti.
Ma le labbra hanno l’affanno delle ali
sono fiori che tendono a sparire,
come la luna in partenza di una nave.
Nunzio Buono
Di mia Madre
Di mia Madre il sogno è l’albero
a cui hanno tolto i frutti. Il seno gravido di pioggia.
Il deserto delle sere spese a contare i doni.
L’abbecedario
e la cartella quadra con le parole sulle spalle.
Il letto rimboccato, la camicetta bianca dipinta da un sorriso.
La ruga mai indossata, l’orologio spento.
Di mia Madre
ho il pasto freddo, la misura della sua mano alla mia bocca.
La cena ringraziata.
I suoi trent’anni appena,
la gonna plissettata dove nascondersi era casa.
La cartolina mai spedita; il suo diario a righe senza note.
Di Lei
la ferrovia del vento; il treno
col saluto al finestrino in un abbraccio di ricordi.
Dove è precipizio il mio cammino
e la promessa è un orizzonte a gocce
mi arriva ancora, sempre
l’eco di una voce alla finestra
l’onda lunga della sua ombra che mi chiama.
.
Lorenzo Curti
Lava scorie di sonno
l' alba, spezza silenzi
con mani avvizzite
di luce. Nascere è verbo
antico, come un respiro
di speranza nei polmoni
del mondo; uno iato di tempo
ci avvolge e ci illude; siamo
l' intetcapedine tra due nulla
un fuoco di paglia rapido
a brillare nella notte, una parola
monca. O forse siamo chicchi
di grano gettati nell' universo,
germogli, spighe d' amore
e di solitudine, atomi di carne
e di sogni.
Enrico Cerquiglini
Trattato dell’effimero
Viviamo tra l’inizio e la replica,
in un tempo che finge di scorrere
mentre resta immobile,
come un orologio che sogna di avere le lancette.
Le vicissitudini –
piccole, immense, uguali –
passano accanto come nebbia che non tocca.
Ci convinciamo di essere vivi
perché il vento ci muove i capelli.
Ma sotto la pelle,
tutto è silenzio.
Il cuore non ricorda perché batte,
l’anima non sa per chi respira.
Forse la vita è solo questo:
una monotonia che cambia maschera,
una speranza che si traveste da abitudine,
un niente che si racconta
per non morire del proprio nome.
E noi, attori ciechi del consueto,
cerchiamo un senso nel pulviscolo,
mentre l’essere, calmo e distratto,
si dissolve in se stesso
senza accorgersi di noi.
****
Non cercarmi nel pensiero.
Io non abito dove la mente costruisce i suoi specchi.
Sono la pausa tra due battiti,
l’ombra che dimentichi accanto al tuo passo.
Tu mi chiami “anima”
ma io sono soltanto l’abitudine del respiro,
un ricordo che ha smesso di appartenerti.
Hai cercato la verità nei giorni,
nelle vicissitudini,
nel lento disfarsi della materia,
ma la verità non è nei giorni.
È nel loro svanire.
Tutto ciò che ami ti lascia
perché nulla può restare dove tutto passa.
E il nulla che temi
è soltanto la forma più pura dell’essere,
quella che non ha più bisogno di nome.
Tu, uomo che osservi il tuo stesso dissolverti,
sei il sogno che io faccio
quando mi illudo di esistere.
Tu sei la mia illusione più dolce,
la mia condanna più umana.
Non cercare un senso:
l’eternità non ne ha bisogno.
Cammina, dunque,
come chi attraversa un sogno sapendo di sognare,
e lascia che il mondo, nel suo sfocato nulla,
ti dimentichi con gentilezza.
(da fb)
Luca Erminio Pinato
IL VUOTO CHE MI ABITA
Non appartengo più a niente.
Nemmeno al mio nome.
Mi sveglio e il mondo non mi riconosce.
Neppure io.
Le cose esistono —
la tazza, la luce, il respiro —
ma tacciono, come gusci senza mare.
Non voglio capire.
Non voglio disfarmi.
Solo stare.
Nel punto in cui la mente si spegne
e il cuore si ritira nel suo silenzio,
qualcosa accade:
il vuoto respira,
la luce si piega,
la presenza scompare.
Il vuoto non è assenza —
è Dio senza parola,
è la vita spogliata del suo nome.
Scrivo per sentire
se ancora vivo
o se è il vuoto che mi sogna,
se è il silenzio che mi plasma,
se è l’assenza che mi genera.
E forse, in questo niente che resta,
io sono finalmente intero,
un frammento di nulla
che contiene l’universo,
un silenzio che parla
con la voce del silenzio.
(da fb)
Enrico Cerquiglini
Labirinto
Abito stanze che non ricordo di aver costruito.
Ogni pensiero apre una porta
che conduce a un’altra mente,
a un altro me che non sa di essere mio.
Sono molti, e nessuno coincide.
Alcuni pregano, altri dormono,
altri ancora contemplano il nulla
come un dio che li sogna.
A volte mi incontro per caso
in un frammento di memoria,
in un volto che porto e che mi ignora,
e capisco che la mia unità
è una leggenda che mi serve per respirare.
La mente è un labirinto che si disegna da sé,
senza centro né uscita,
un gioco di specchi che riflettono il vuoto
fingendo una forma.
Eppure,
tra un riflesso e l’altro, qualcosa mi ricompone per un istante,
una presenza che non esiste e tuttavia respira in me.
Non come certezza,
ma come miraggio che dà sapore al deserto.
Nel suo abbaglio mi credo intero,
per un istante dimentico la molteplicità,
la deriva, il dubbio.
Il mondo si contrae in una sola voce,
e io, che non esisto,
mi sento reale nel suo pronunciare il mio nome.
Poi il silenzio ritorna,
e le mie maschere riprendono a vivere,
ciascuna col proprio cielo,
col proprio abisso da guardare.
So che l’amore è l’ultima illusione,
l’inganno più misericordioso della mente.
Ma se è un sogno,
è quello che preferisco abitare,
perché in esso il labirinto si quieta,
e il nulla, per un momento,
si lascia chiamare vita.
(da fb)
G. Amoretti
Il sonno qui da sempre è già un morire.
Non sogni, qui, non albe che si schiudano
a stupefatti occhi. Senza stelle
è qui la notte e grigio sangue il cielo.
Si va in silenzio, tu e io e altri,
da una piaggia a una landa senza luce.
Qui tutto è uguale, sassi ed erbe e ceneri,
e tu e io e un volto e un altro volto.
Qui speranza è da angoscia indistinguibile.
Giuseppe Conte
Mia vita
sempre cruda e in salita
io ti assomiglio a Genova
città di fili a piombo
dove le case in bilico
crescono sulle case
e i muri sopra i muri
incastrandosi ciechi
tracciano come un carcere
da cui sai che non esci
se non voli nel cielo
o se non prendi il mare.
Che esistere è fatica
qui impari con più antica
sapienza. Che esistere è
restare in ginocchio
sopra grani di sale.
Salire amare scale.
O Genova
sempre per me straniera
sempre come stasera
che mi fingo protetto
nel tepore di un caffè
di piazza Corvetto.
O vita
sempre sin troppo amata
sempre a me sconosciuta.
Milo De Angelis
Ci teniamo vicini
all’urlo, mentre passa il dodici
e l’attimo separato
dal suo vortice resta qui, nel cuore
buio dell’estate, nell’annuncio
di una volta sola. Tu
non ci sei. Resta la tua assoluta
voce nella segreteria, questa
morte che non ha luogo.
Nadine Spaggiari
Con la stessa uguaglianza
Pubblicato il 20.11.2025
Anche se piena di nomi e di strade,
la solitudine abita.
Cammina tra gli sguardi,
si siede nei bar, si veste di tenerezza.
Quel respiro di brace
che simile all’onda ritorna
porta una lieve frattura nei versi,
come se l’aria stessa
esitasse prima di posarsi.
Del dolore,
per profonda che sia la ferita,
non si parla — come fosse un vuoto d’aria,
una lampada tenue sul tavolo,
o un oggetto morto nel tuo sguardo
rapido nel passare,
nel cancellare i bordi
d’un’ombra,
in cambio di bellezza
e colpi luccicanti.
Ma ciò che resta sul fondo
spacca la mitrale:
calcola il disastro,
le pupille appese al vuoto,
i resti, l’accumulo,
il disfarsi della vita
che avanza,
progressivo.
Si può dire — forse —
che a un certo punto il grido
venga soffocato,
la bocca interrata sotto un biancospino,
così —
che tutto appaia astratto,
e il dolore non pesi più d’un grammo.
(Il peso, poi,
è soltanto un aspetto,
un tremito misurato male.)
L’aria contraria
non toglie il volo agli uccelli.
E noi ci chiudiamo
nel dirsi, nel darsi,
seduti su una crepa di terra,
e non cambia l’immagine,
non muta il destino
d’una morte già in atto,
d’un fatto sbiadito,
d’un sangue seccato
che ancora, in segreto, ci chiama.
https://nadinespaggiaripoetry.com/2025/11/20/con-la-stessa-uguaglianza/13/poesia-di-nadine-s/nadine/#comment-125
Giangiacomo Amoretti
D’una troppo crudele alba d’estate già
esausto ogni riflesso ormai, nell’aria senza
colore più né aloni, appena questo acre
sentore di salsedine, di sfatta erba e di menta.
E da lungi una voce che più e più si allenta,
come strozzata – il grido
rauco di un cormorano oltre la spiaggia – e il soffio
del libeccio, il risucchio fra gli scogli
a mezzanotte, cupo, della schiuma gelata.
Milo De Angelis
In te si radunano tutte le morti, tutti
i vetri spezzati, le pagine secche, gli squilibri
del pensiero, si radunano in te, colpevole
di tutte le morti, incompiuta e colpevole,
nella veglia di tutte le madri, nella tua
immobile. Si radunano lì, nelle tue
deboli mani. Sono morte le mele di questo mercato,
queste poesie tornano nella loro grammatica,
nella stanza d’albergo, nella baracca
di ciò che non si unisce, anime senza sosta,
labbra invecchiate, scorza strappata al tronco.
Sono morte. Si radunano lì. Hanno sbagliato,
hanno sbagliato l’operazione.
da “Tema dell’Addio”, “Lo Specchio” Mondadori, 2005
Margherita Guidacci
Non da montagne, da stelle
o dall'irosa vastità dei flutti:
da impercettibili ombre
si misura tra noi la distanza.
E neppur ombre, poiché spesso è diafano
l'invalicabile schermo
luogo cui come insetti smarriti
sulle due opposte facce d'un vetro
le nostre anime vagano senza incontrarsi.
Luca Erminio Pinato
A volte non ci lasciamo davvero,
semplicemente smettiamo di guardarci in faccia.
Questa è una poesia sul momento in cui
smetti di passarti accanto
e ti incontri davvero allo specchio.
.
IL RITORNO DEL VOLTO
Da tempo passo oltre gli specchi,
come si sfiora uno sconosciuto nel corridoio,
lo sguardo inchiodato alle piastrelle,
la fretta in tasca, pronta come alibi.
Stasera la casa è una tregua di penombra,
una lampada fioca tiene il bordo delle cose
e all’improvviso mi incontro
fermo sull’uscio,
come una sentinella dimenticata
che non ha mai smesso di aspettare.
Il volto è più anziano dei pensieri,
porta rughe che non ricordo di avere scelto,
una piega alla bocca immobile
tra resa e sorriso.
Negli occhi un lume ostinato
lasciato a bruciare dietro le palpebre
per non dover rovesciare la vita.
Resto così, senza raddrizzare i capelli,
senza cercare un’espressione di riserva.
Lascio che la faccia parli al posto mio,
che dica chi ha sostenuto il peso
mentre andavo in scena
nel ruolo di chi sta bene.
Ogni linea è un sentiero segnato,
ogni ombra una frase rimasta in gola,
ogni segno sussurra sei rimasto
anche quando hai firmato la tua assenza.
Non chiedo perdono allo specchio,
non faccio patti, non mi prometto cambiamenti.
Muovo appena le labbra e dico ci sono
come si dice a chi è rimasto sullo zerbino
con il cappotto in mano
finché la stagione è cambiata.
Nessuno verrà a restituirmi il volto,
non esistono uffici oggetti smarriti
per ciò che si abbandona vivendo.
Il ritorno non è grazia, è passo nudo in avanti.
Da domani potrò ancora tremare,
tirare fuori maschere dai cassetti,
farmi piccolo contro il muro,
ma questo volto l’ho visto,
porta il mio nome intero,
non posso più travestirlo da nessuno.
Roberto Fontana
sangue
e le tregue sottili — traditi
dal potere i deboli — no pace —
mentre il comunicato dice ‘bla bla bla’ —
‘cronache di sangue’ dice una figura
di bomba esplosa su un bimbo
aperto e inanimato — la madre
il padre — tutto disperato
e i cimiteri cenere si rifanno resort
per ricchi morti viventi —
e se la sorte ti ha messo tra i poveri
sopravvissuti — devi capire — la gente
di qua — educata male — soprattutto
vuole consumare — vuole
il nuovo nuovo — vuole vedere
come muori
https://robertofontana1991.wordpress.com/2025/10/14/sangue-2/?_gl=1*163d1on*_gcl_au*NDM1NzAyOTIzLjE3NTk5MDE2ODMuMTA0NTgwMDk2Ny4xNzYwNDIwMTA5LjE3NjA0MjAxNDg
Franco Massimo Botturi
PERCORSI ACCIDENTATI
Vedemmo, ti ricordi? Quelle bestie.
Costrette a legatura giravano d’intorno
un cerchio che toccava la terra fino al sangue.
Così, talvolta, capita a me certe serate
che penso ai tuoi capelli lunghissimi sul seno.
Sicura li potevi scalfire con il pianto
coprirti come la Maddalena, farne nido
per la mia bocca uccello presa dal primo volo.
Ma ora, più succinta figura t’orna il capo
la nevicata tenue che sale da radice.
La fronte s’è ripresa l’origine del mondo
il sole la fa un’aia piena di foglie e grano
ed io ci casco e graffio le labbra, gli occhi belli.
(da fb)
Daìta Martinez
non riesce a sentire la voce
del vento e tutta d'aria cade
nella mano la mano senza tempo
a luce sbiadita per sbaglio divisa
nell'eterna direzione dello sguardo
"l'altro" quando indietro dal giardino
nudo tenta il gelsomino come nuda
è pioggia sotto appena l'ombra della
testa resta prima che tornare sia tenerezza
la volpe sul viso dell'angelo la lingua spezza
Antonia Pozzi
Solitudine
Ho le braccia dolenti e illanguidite
per un’insulsa brama di avvinghiare
qualche cosa di vivo, che io senta
più piccolo di me. Vorrei rapire
d’un balzo e poi portarmi via, correndo,
un mio fardello, quando si fa sera;
avventarmi nel buio per difenderlo,
come si lancia il mare sugli scogli;
lottar per lui, finché non rimanesse
un brivido di vita; poi, cadere
nella più fonda notte, sulla strada,
sotto un tumido cielo inargentato
di luna e di betulle; ripiegarmi
su quella vita che mi stringo al petto –
e addormentarla – e anch’io dormire, infine…
No: sono sola. Sola mi rannicchio
sopra il mio magro corpo. Non m’accorgo
che, invece di una fronte indolenzita,
io sto baciando come una demente
la pelle tesa delle mie ginocchia.
Milano, 4 giugno 1929
Josefa Parra
C'è del sale sopra le labbra. Sulla lingua
resti di naufragi e sirene,
a volte alghe e il gusto dei fondali
spumosi e verdi dell'oceano.
Il sesso sempre ha il sapore del mare nell'inverno,
di vento freddo nel cuore della notte.
Umberto Saba
Amai
Amai trite parole che non uno
osava. M'incantò la rima fiore amore,
la più antica e difficile del mondo.
Amai la verità che giace al fondo,
quasi un sogno obliato che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l'abbandona.
Amo te che mi ascolti e la mia buona
carta lasciata al fine del mio gioco.
John Keats
Stella lucente, foss’io come te costante –
Ma non in solitario splendore sospesa sull’altura
Della notte a osservare, con le tue eterne luci accese,
Quasi paziente, insonne eremita della natura,
Le acque mobili nel loro sacro dovere
Di pure abluzioni per le spiagge umane,
O a contemplare le nuove, dolcemente scese, maschere
Di neve sulle montagne e sulle brughiere –
No – costante sempre, mai mutevole, vorrei risiedere
Sempre sul guanciale del seno dell’amore
Mio, per sentirlo sempre pulsare cedevole,
Per sempre sveglio in dolce inquietudine,
Per sempre, sempre udire il suo respiro tenue
E così vivere in eterno – o venir meno nella morte.
Emilio Capaccio
Quando l’occhio si stanca di dirmi che ti sta guardando
è allora che mi addormento
perché tutto il tuo corpo è dettagliato
in un punto confuso
e solo nel sonno mi vieni vicino
L’aria ti trattiene nel suo immobile respiro
nell’incessante rumore del non dir nulla
e ti soffoca riempendoti la bocca
del sangue che ti ho offerto
Nel sonno la linea del mio viso si distende
e cade tutta la carne
cade il mio aggrapparmi sempre
al profumo che porta ai polsi la tua trasparenza
cade la voce dalle labbra che si sfogliano
e diventano pietra per i giorni senza di noi
È il primo tentativo della morte
che promette ancora di restare solo per il sonno
I POETI NASCONO VIANDANTI
Me ne andrò a divellere le code rabide del vento
sbrindellando in ampie direzioni d’occaso
i sonagli dell’ostro e del garbino
Me ne andrò con una pipa Oom Paul fra i denti
sulla sagoma d’un vecchio galeone
che sussurra l’epica venturosa del viaggio
Me ne andrò in porti primaverili
con una tasca colma di versi
e canti di tritoni su ventagli di sogni appastellati
Me ne andrò vestito di spuma e umanità
parole per chi ha sete di parole
e un mantello raso di fosforo e di zolfo
Rischiarerà la notte una vampa d’ostro
sulla mia scapola d’oro
un alone saltellante che scandaglia il cammino
Mi curerò l’anima ai bastioni di domani
con preghiere erette a faraglioni
da ebbri marinai di locande, infingardi
spiriti tatuati di lungo corso
(da Fb)
Giangiacomo Amoretti
Ancora salga a te il silenzio come
una memoria mite senza luce
e senza eco di parola – salga
a poco a poco a te come la nebbia
sale talora lungo le colline,
d’autunno, e vela boschi e prati. Che
si posi lieve sopra la tua fronte,
domani, e ti sia balsamo, ti sia
grazia, forse, in quest’ora
notturna, così greve
di suoni rochi e di vocii (a tratti
un crepitio di mortaretti, un rombo
di tuono in lontananza, che ti strazia).
(da Fb)
Giuseppe Ungaretti
D’improvviso
è alto
sulle macerie
il limpido
stupore
dell’immensità
E l’uomo
curvato
sull’acqua
sorpresa
dal sole
si rinviene
un’ombra
Cullata e
piano
franta.
MARIO LUZI
Il tempo,
il tempo medica le piaghe,
ché all'uomo, dici, è forza porre fine
alle lacrime, è forza cominciare
ogni giorno - questo è più acuto strazio -
e la vita può darsi nella cenere
e questa piaga atroce può volgere in salute
o prossima o lontana di te o di tuo figlio
che ora compita presso i vetri in un'altra stanza.
Il tempo adduce e porta via le forme,
il tempo ci dà vita e ci distrugge
mentre immobile vigila l'essenza.
Nadine Spaggiari
Ma è sera tarda
Forse sono io l’errore.
Forse sono la diffidenza –
un cambiamento di schema
in ciò che avrei potuto essere —
la virgola, una pausa breve,
lì – nella tua figura,
una parentesi di spalle.
Ma è sera tarda —
il cielo è un segno
di punteggiatura,
sembra unire le bocche aperte,
c’è forse un dio in questo angolo,
o forse tu che dichiari un’intenzione
ad arco
sulla mia schiena.
Questa distanza
funge da tenerezza, contro il nostro petto –
alla certezza che l’amore da vicino
si stacchi come carta da parati,
o un vento salato a un’ombra negli occhi.
Forse sono io una volata di piccione –
per portare un messaggio esco
fuori dal corpo –
ciò che è visto come neve
nella luce morente.
Ma conferma un’intonazione,
l’incapacità di volare
porta a bruciare corpi —
ho bisogno di scrivere con te.
https://nadinespaggiaripoetry.com/?p=1205
.
Wislawa Szymborska
La vita
La vita – è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;
essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;
distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;
stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.
Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;
e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla
nel vento;
e persistere nel non sapere
qualcosa d’importante.
Salvatore Quasimodo
Come il vento del Nord
A primavera, quando
l’acqua dei fiumi deriva nelle gore
e lungo l’orto sacro delle vergini
ai meli cidonii apre il fiore,
ed altro fiore assale i tralci della vite
nel buio delle foglie;
in me Eros,
che mai alcuna età mi rasserena,
come il vento del nord rosso di fulmini,
rapido muove: così torbido
spietato arso di demenza,
custodisce tenace nella mente
tutte le voglie che avevo da ragazzo.
Jorge Luis Borges
Il sonno
L'altro, lo stesso (1964)
Se il sonno fosse (c'è chi dice) una
Tregua, un puro riposo della mente,
Perché, se ti si desta bruscamente,
Senti che t'han rubato una fortuna?
Perché è triste levarsi presto? L'ora
Ci deruba d'un dono inconcepibile,
Intimo al punto da esser traducibile
Solo in sopore, che la veglia dora
Di sogni, forse pallidi riflessi
Interrotti dei tesori dell'ombra,
D'un mondo intemporale, senza nome,
Che già il giorno deforma nei suoi specchi.
Chi sarai questa notte nell'oscuro
Sonno, dall'altra parte del suo muro?
JORGE LUIS BORGES
TUTTE LE OPERE
a cura di Domenico Porzio
Volume secondo
I Meridiani - Mondadori 1985
Fernanda Ferni Ferraresso
·
ai primi giorni della creazione
ai primi fiumi alle prime albe ai lampi
di temporanei miraggi
mi sono incamminata
poi una zanna un'impronta un corno qualche scaglia
galleggia tra l'acqua e la riva furtiva
mentre gli uccelli in rari voli lontani
sembravano voler raggiungere il giorno in cui l’universo per loro ebbe inizio
e da quel punto mi sono apparsi in un felice sogno
luminosi e trasparenti i miei due altri figli
perché anche i figli dei figli sono per me gioie
di una felicità che non si divide e intera si fa casa
per l'ultima attesa come un lungo ingresso lieve
questa volta
per le voci e i volti i passi che in me risuonano senza frantumi
così come voi mi siete venuti incontro nei sogni
così anch'io m'incamminerò in quegli stessi luoghi da cui veniste
in una pioggia di luce dove tutte le pareti svaniscono
le distanze crollano e il tempo s'inginocchia
nel tempio dei nostri corpi in un unico trattino che ci unisce
fin dal primo nostro mostrarci
aspra e scricchiolante resta la vita ma c'è
dovunque e canta
una musica di tutte le eco tessuta
ariosa una parola che tutto anima
.
l'anima ha truccato per me
tutti gli attori di questa scena
un linguaggio misterioso
si è fatto premurosa lettera e lettura
un breviario di incontri
in cui lei recita
l'infinito di questo attimo
a cui ignara e cieca ho attinto
in un paese senza passaporto
che appartiene a lei
a lei che tutto attraversa e abita
.
Puntellata di specchi e di nebbie
la mia storia non è stata mai
un lasciapassare per la verità
tu che mi sei sorella
delle cime un acquazzone di luce
lungamente in una estenuante
pianura che ho percorso
ho consumato la mia vita
per raggiungerti
-ed era tranquillo il viaggio? o
quanto ha galoppato il cuore
fino all'ultimo battito?
fino allo schianto sul muro del buio
ha corso veloce il passo? e
le lingue tutte le lingue raccolte in un unico ramo
in amore si è trasformato?
f.f.- AGLI ULTIMI TORNANTI
(da Fb)
Octavio Paz
Due corpi, uno di fronte all'altro,
sono a volte due onde
e la notte è oceano.
Due corpi, uno di fronte all'altro,
sono a volte due pietre
e la notte deserto.
Due corpi, uno di fronte all'altro,
sono a volte radici
nella notte intrecciate.
Due corpi, uno di fronte all'altro,
sono a volte coltelli
e la notte lampo.
Amelia Rosselli
… Chi mi fece dunque
così cieca? Se non è per me, che sia per te! …
Io non so se la tua faccia sa ripetere una
tua crepa interna o se i miei sensi meglio sanno
di questa mia virile testa che è vero, o se è
falso colui che è bello, bello perché simile.
O bello perché buono? Io cerco e cerco, tu corri
e corri. E io corro! e tu ridi alle folle spaventate!
Non so quale grandezza ci fu preparata: Iddio
non perdona chi porta a fior di labbra soltanto
il suo difficile nome, il suo dono di sangue,
la sua gialla foresta. Spianai un terreno
per riceverlo, ma scappai prima che i tamburi suonassero.
E così saprai chi sono: la stupida ape che ronza
per un punto fermo, cercando Lui, quella giungla
di alberi di ferro battuto.
Da : La libellula
Salvatore Quasimodo
"Dammi il mio giorno;
ch’io mi cerchi ancora
un volto d’anni sopito
che un cavo d’acque
riporti in trasparenza,
e ch’io pianga amore di me stesso.
Ti cammino sul cuore,
ed è un trovarsi d’astri
in arcipelaghi insonni,
notte, fraterni a me
fossile emerso da uno stanco flutto;
un incurvarsi d’orbite segrete
dove siamo fitti
coi macigni e l’erbe."
Lorenzo Curti
Piovosi mattini
ricordi? da arterie
di esangui nubi
spruzzi chiari
su siepi di bossi
e seni di mare
prima che
si sciogliesse il giorno
in un gorgo di buio
e una ruga di luna
apparisse e sparisse
a versare il suo obolo
di luce sui miei occhi
cisposi di stanchezza
sui tuoi sibillini sguardi
da profetessa d' amore.
Sono graffiti quelle gocce
sonore, stille di memoria
nelle caverne dell' ippocampo,
nei vestiboli di quel tempio
sconsacrato che chiamano
cuore ma è solo un pugno
di tessuto che scandisce
il tempo come una clessidra,
condensa e dilata il fragile
tempo d' ogni amore.
(da Fb)
Eugenio Montale
Maestrale
S’è rifatta la calma
nell’aria: tra gli scogli parlotta la maretta.
Sulla costa quietata, nei broli, qualche palma
a pena svetta.
Una carezza disfiora
la linea del mare e la scompiglia
un attimo, soffio lieve che vi s’infrange e ancora
il cammino ripiglia.
Lameggia nella chiarìa
la vasta distesa, s’increspa, indi si spiana beata
e specchia nel suo cuore vasto codesta povera mia
vita turbata.
O mio tronco che additi,
in questa ebrietudine tarda,
ogni rinato aspetto co’ tuoi raccolti diti
protesi in alto, guarda:
sotto l’azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va;
né sosta mai: ché tutte le cose pare sia scritto:
“più in là”.
Antonia Pozzi
Canto selvaggio
Ho gridato di gioia, nel tramonto.
Cercavo i ciclamini fra i rovai:
ero salita ai piedi di una roccia
gonfia e rugosa, rotta di cespugli.
Sul prato crivellato di macigni,
sul capo biondo delle margherite,
sui miei capelli, sul mio collo nudo,
dal cielo alto si sfaldava il vento.
Ho gridato di gioia, nel discendere.
Ho adorato la forza irta e selvaggia
che fa le mie ginocchia avide al balzo;
la forza ignota e vergine, che tende
me come un arco nella corsa certa.
Tutta la via sapeva di ciclami;
i prati illanguidivano nell’ombra,
frementi ancora di carezze d’oro.
Lontano, in un triangolo di verde,
il sole s’attardava. Avrei voluto
scattare, in uno slancio, a quella luce;
e sdraiarmi nel sole, e denudarmi,
perché il morente dio s’abbeverasse
del mio sangue. Poi restare, a notte,
stesa nel prato, con le vene vuote:
le stelle − a lapidare imbestialite
la mia carne disseccata, morta.
Pasturo, 17 luglio 1929
da “Parole: diario di poesia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964
Cesare Pavese
Dove sei tu luce
Dove sei tu, luce, è il mattino.
Tu eri la vita e le cose.
In te desti respiravamo
sotto il cielo che ancora è in noi.
Non pena non febbre allora,
non quest’ombra greve del giorno
affollato e diverso. O luce,
chiarezza lontana, respiro
affannoso, rivolgi gli occhi
immobili e chiari su noi.
E’ buio il mattino che passa
senza la luce dei tuoi occhi.
da Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi, 1951
Ghiannis Ristos
Cammino su ferite ancora aperte ,
il cielo è lontano... ubriaco di assenze.
Sprofondo i passi in un fango che geme,
muto, cieco, dimentico di voce.
La strada è lunga, scomposta, smarrita,
popolata dai volti che sembrano maschere,
e non conduce che a un baratro di gelo,
o a un esilio muto come le celle spente.
Dentro di me , ogni cosa si è fusa con un grido ranco, spezzato.
Cammino colmo di vuoto,
abbracciando passi ciechi
che i marciapiedi deridono in silenzio.
Fuggo da un corpo stanco,
che inciampa nel tempo storto,
e compie - a cuoro spento -
i riti dolenti dello smarrimento.
ANTONIA POZZI
LA VITA SOGNATA
Chi mi parla non sa
che io ho vissuto un'altra vita -
come chi dica
una fiaba o una parabola santa.
Perchè tu eri
la purità mia,
tu cui un'onda bianca
di tristezza cadeva sul volto
se ti chiamavo con labbra impure,
tu cui lacrime dolci
correvano nel profondo degli occhi
se guardavamo in alto -
e così ti parevo più bella.
O velo
tu - della mia giovinezza
mia veste chiara,
verità svanita -
o nodo
lucente - di tutta una vita
che fu sognata - forse -
oh, per averti sognata,
mia vita cara,
benedico i giorni che restano -
il ramo morto di tutti i giorni che restano,
che servono
per piangere te.
25 settembre 1933
Guido Ceronetti
Ahi lo straziato corpo della vita
nella notte che piange i morti figli
batte alla porta e casca senza vita.
Io ti rivelo il mio viso atterrito:
sul mio letto è quel corpo singhiozzato
tutto piagato dal male infinito.
E come baci nel cielo persi
piango ogni vita in questi segni impressa
i mari ventrali e le croci dorsali.
DOVE LA PELLE SI STRAPPA
Susana Chávez Castillo (1974-2011)
Traduzione di Emilio Capaccio
Essere l’opera perduta della morte
è trovare l’origine sulla tua riva,
essere un raggio di luna nel bosco
che scopre che sei al suo centro.
Dovrò ritornare
dovrò strapparmi la pelle
per cadere nella tua anima,
per entrare,
uscire dalla tua bocca.
Scuoto le soglie in questa confessione
con discorso profetico,
dopo aver disfatto la tua libertà.
Riconosciamoci nel luogo indicato:
in quel luogo dove il guanto
si sfila per prendere a schiaffi la verità.
Dove le tue mani,
abitano una colomba
e tocco ciò che mi propongo.
Luogo in cui il mio pane è il tuo vino
e il mio vino è il tuo autunno morto.
Mentre, sospese andiamo nella materia,
attraversiamo il fondo,
dondolandoci fin dove fugge la pioggia
e il narrare abbandona il sogno,
dove la pelle si strappa.
*
DONDE LA PIEL SE QUITA
Ser la obra extraviada de la muerte
es encontrar en tu orilla el origen,
ser un rayo de luna en el bosque
que descubre que te encuentras en su centro.
Habré de regresar,
habré de quitarme la piel
para caer sobre tu alma,
para entrar,
salir de tu boca.
Sacudo umbrales en esta confesión
con discurso profético,
después de haber deshecho tu libertad.
Reconozcámonos en el sitio señalado:
en ese sitio donde el guante
se quita para abofetear a la verdad.
Donde tus manos,
habitan una paloma
y toco aquello que me designo.
Sitio en que mi pan es tu vino
y mi vino es tu otoño muerto.
Mientras, suspendidas vamos en la materia,
cruzamos fondo,
balanceándonos hacia donde la lluvia huye
y narrar abandona el sueño,
donde la piel se quita.
(da Fb)
Nadine Spaggiari
Vorrei restare, come il tuo cane romantico,
con la precisione di chi tocca le cose
solo per sentirle respirare.
Le luci sono spente sul silenzio umano,
qui si riconosce chi ha amato troppo —
chi ama porta la notte nelle tasche,
una corrispondenza tra due segrete
della stessa febbre.
Una volta ho dormito accanto al fuoco
e ho creduto che la brace mi capisse.
Non chiedeva nomi — potevo travestirmi
da lepre soprannaturale.
Il mattino mi trovò sdraiata sull’asfalto,
il volto sporco di stelle.
Ognuno custodisce una città
dove non può tornare.
Quando piove calce ci riconosciamo
dallo stesso modo in cui accendiamo
una sigaretta.
Ci sarà sempre un bar con la luce accesa,
una ragazza che ride dietro il vetro,
un poeta che scrive in comunione di pioggia.
Una città da ricostruire —
ma ogni gesto che condividiamo
sarà una resurrezione.
- Ero i sassi contro la tua finestra -
Mi trovo qui, straniera, a piantare
fiori nel buio della mia carne,
a sputare zolle di terre lontane.
Il cielo deve aprirsi, simile
a un fiore di sangue
evitando quel sapore moralistico.
Il cielo deve accogliermi,
poiché ho finito i sogni ed insieme i ricordi.
Nessuno spazio è mai stato tanto vuoto,
ero i sassi contro la tua finestra.
Eugenio Montale
Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l’alte
nebulose; hai le penne lacerate
dai cicloni, ti desti a soprassalti.
Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo
l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole
freddoloso; e l’altre ombre che scantonano
nel vicolo non sanno che sei qui
(“mottetto” dedicato all’amata Irma Brandeis).
Ora so che ogni poesia dev’essere provocata da un assoluto scandalo del sangue.
Non si può scrivere solo con l’immaginazione, o solo con l’intelletto; è necessario che l’infanzia e il cuore e le grandi paure e le idee e la sete e di nuovo la paura lavorino all’unisono mentre io mi chino verso il foglio, mentre io stramazzo sulla carta e provo a dare un nome alle cose, e anche a me stessa.
(Alejandra Pizarnik)
.
"Scrivere è tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive e legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene. Chi non scrive o non legge mai, è sempre fuori casa. È un povero, e rende la vita più povera."
(Anna Maria Ortese)
…dorsale di un altrove
non ha altro orizzonte che la lingua
dove il lampo si denuda.
Thierry Metz
"Avete fatto voi queasto orrore, maestro?"
chiese l'ufficiale nazista.
"No, l'avete fatto voi", rispose Picasso
Guernica, 26 aprile 1937
"La ragione del male non può trovarsi in alcun oggetto determinante l'arbitrio per inclinazione, né in alcun istinto naturale; ma soltanto in una regola, che l'arbitrio dà a sé stesso per l'uso della sua libertà."
Immanuel Kant, La religione entro i limiti della sola ragione
""Pensò che la bellezza del mondo nascondeva un segreto, che il cuore del mondo batteva a un prezzo terribile, che la sofferenza e la bellezza del mondo crescevano di pari passo, ma in direzioni opposte, e che forse quella forbice vertiginosa esigeva il sangue di molta gente per la grazia di un semplice fiore"".
(Cormac McCarthy, "Cavalli selvaggi")
Il processo creativo è (...) un miscuglio di coscienza e incoscienza, di paura e piacere; è un po’ come amare, l’atto fisico dell’amare. Francis Bacon (pittore)
la scienza più recente (la meccanica quantistica) dimostra sorprendentemente che in certi casi una cosa esiste se la pensiamo e la guardiamo altrimenti non c'è...
Tutto questo mondo qui è solo una metà della realtà, solo la parte oscura, il debole riflesso di un altro mondo della vera realtà, irraggiungibile ai nostri sensi, però presenza viva nel nostro spirito che è esso stesso un frammento di questa realtà immutabile.
Joseph Ratzinger, Popolo e casa di Dio in Sant'Agostino
Tutte le volte che non penso alla morte ho l’impressione di barare, di ingannare qualcuno in me.
Emil Cioran
Ogni poesia è misteriosa. Nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere.
Borges
E' che sei tu. E quando si tratta di te io non so che mi succede. Per quanto cerca di trattenermi, se si tratta di te, io sono felice.
Carlos Ruiz Zafòn
Il migliore tra gli uomini è colui che arrossisce quando lo lodi e rimane in silenzio quando lo diffami.
Kahlil Gibran
Quando ti trasformi è tutto il mondo che si trasforma, perché il mondo è solo un riflesso di ciò che sei.
(autore ignoto)
Emilio Paolo Taormina
era così stretta
la porta del silenzio
che la parola
vi lasciò una traccia
di sangue
Peccato se la poesia non porta
sulle spalle l'intero universo.
Alain Borne
"La stupidità deriva dall’avere una risposta per ogni cosa.
La saggezza deriva dall’avere, per ogni cosa, una domanda."
(Milan Kundera)
«La poesia è l'arte di far entrare il mare in un bicchiere»
Italo Calvino
Preoccupati sempre di quello che pensano gli altri e sarai loro prigioniero.
Lao Tzu
“E sento
che l’ io
per me è poco.
Qualcuno da me si sprigiona ostinato”
V. Majakovskij "La nuvola in calzoni, I"
Creature di nebbia
andiamo di sogno in sogno
sprofondiamo attraverso mura di luce
dai sette colori.
Nelly Sachs
... il più sublime lavoro della poesia è alle cose insensate dare senso.
G. B. Vico
Il segreto della vita è “morire prima di essere morti”, e scoprire così che non c’è morte.
Eckhart Tolle
Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile.
Platone
Lo spirito del profondo mi insegnò che la mia vita è cinta dal bambino divino.
Dalla sua mano mi è giunta ogni cosa inattesa, ogni elemento vitale.
Questo bambino è ciò che sento come una fonte di eterna giovinezza in me.
C. G. Jung, Liber Novus– Liber Primus
“Dio è presente, ma a modo suo... Non interviene al posto mio, ma insieme a me; non mi esenta dalla traversata, ma mi accompagna nell'oscurità. Non mi custodisce dalla paura, ma nella paura. Così come non ha salvato Gesù dalla croce, ma nella croce.”
Ermes Ronchi
“Penso sempre che la maggior parte degli uomini non sia in grado di conoscere e riconoscere la propria anima. Dopotutto, la quasi totalità delle persone vive con il corpo e nutre solo il corpo, quasi mai l'anima.”
Franco Battiato
“Si dice che quando una persona guarda le stelle è come se volesse ritrovare la propria dimensione dispersa nell'universo.”
Salvador Dalì
La vita dei morti è riposta nel ricordo dei vivi.
Cicerone
La giustizia è come una tela di ragno: trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi.
Solone
Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario.
George Orwell
La porta della conoscenza si apre solo quando inciampi nella vita.
da kiranblog2.wordpress.com
È - E con accento
trobar clus: comporre in modo difficile, ermetico.
polisemia: capacità di una parola di esprimere significati diversi
esegeti: commentatori, interpreti
tracce mnestiche: immagini mentali
la "Weltschmerz": il dolore del mondo
eigengrau: il colore del buio, non del tutto nero.
abreazione Si può definire come una scarica emozionale avente una funzione catartica
andare in giulebbe: beatitudine, fatua.
epanalessi - ripetizione di una parola per rafforzarne l'idea.
anedonico: appiattimento dell'affettività e delle emozioni
bondage - costrizione, gioco erotico
reverie - fantasticheria
candente - d'un candore abbagliante
attanti dell'essere: protagonisti che svolgono funzioni diverse (animali, piante ecc).
non omnis moriar - orazio - non morirò interamente
a rebours = in senso contrario
hybris = insolenza, tracotanza
liliale = puro come giglio
tonitruante = di ciò che fa rumore di tuono
pruderie = moralismo eccessivo
altrettale = simile, tale e quale
acribia = meticolosa precisione
dilucolo = albore
egro (corpo) = malato, fiacco, afflitto
eradere = cancellare (il ricordo)
streben = tendere all'infinito, alla bellezza, lontani dal quotidiano. neoromantici.
il guindolo del tempo si dipana (arcolaio)
sotteso di = venato, soffuso
agglutinarsi = congiungersi
interanimarsi = specchiarsi con
paredolie di nuvole : vedere facce nelle altre forme
odeporico: che è proprio del viaggio
atrabile : bile - atrabiliare: irascibile
malmostoso: scontroso, con la luna storta
d'emblée: di primo acchito
pareidolia: per es. volti o animali nella forma delle nuvole
egregore: una forma-pensiero in meditazione collettiva.
camena: ispirazione poetica
“…non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola. / A volte ne scrivo una, e la guardo, fino a quando non comincia a splendere…”
Emily Dickinson
Sono vivo e ho sorpreso nell’alba le stelle […]
Stamattina la vita ci scorre sull'acqua
e nel sole [...]
Non c’è voce che rompe il silenzio dell’acqua
sotto l’alba. E nemmeno qualcosa trasale
sotto il cielo. C’è solo un tepore che scioglie le stelle.
Fa tremare sentire il mattino che vibra
tutto vergine, quasi nessuno di noi fosse sveglio.
CREAZIONE da "Poesie edite e inedite"
A cura di Italo Calvino.
Einaudi, 1967
CESARE PAVESE (1908-1950)
Giangiacomo Amoretti
·
Matura nel silenzio e vi si cela
come in esilio la parola. Sembra
inerte, viva a malapena – seme
che non fiorisce, luce che non schiara.
Ma radicole e filamenti vanno
più giù, tentando il buio della terra.
Un'acre linfa scorre tra le cellule –
tra le sillabe un'ansia, come un tremito
lungo di febbre.
G. Amoretti
Essi nell’ombra, i senza tempo, i morti,
così pallidi i loro volti, esili
e tremanti le loro braccia, le
mani diafane, aperte ancora, essi
che non parlano, che
forse appena respirano, lontani
più del cielo e degli astri, e ci riguardano
fissamente da sempre – sanno, i morti,
di noi ciò che ci è ignoto o fu perduto
nell’oblio, ciò che amammo
e che sognammo; e tristemente osservano
il logoro filmato in bianco e nero
del nostro scivolare,
del nostro lento approssimarci a loro.
-------------
Arpeggio di astri, calami d’ali e sangue
bordone di singhiozzi sull’immagine
d’infanzia di quel volto, fra il solstizio
dei boccoli e il mattino verginale
del Figlio d’uomo. Iperbole purpurea
che nel silenzio aureo del raggio
divino occiduo il mio delirio immìtria
nell’ombra del crepuscolo che manca.
Fulcro d’aurora in me rifuso indarno
su un altare di porfido e alabastro
in fondo al tempio astratto dei pensieri,
Signore, spicca il volo, spazia d’aria
nel cèrulo tiburio, ad ali spanse
librati in alto, stempra lo sconquasso
del tuo vassallo cieco esterrefatto,
smarrisciti nel vorticoso specchio
di brina dei miei occhi genuflessi…
Corimbo di splendore sconfinato,
Speme di Sion, e su di me ti libra
in eco d’arpicordo o in oasi muta,
Tu che fai giovane l’inveterato
essere al mondo: estro e beltà, che all’alba
fai trasalire in leggerezze alate
gli embrici arcigni, e in tremule vesti d’aria
danzi di luce, a fior di rupi morte,
quando il cinabro sciolto di ogni sera
d’amore germina, alchimia di platino.
Dal mio vetusto ossame che si muta
in volontà di un impeto increato,
quell’infanzia risorgi in improvvisi
getti di stelle e zuffa di scintille,
sopra gioisci della mia rinata
verginità, ch’io strinsi in dura terra
per rinascere in sangue d’altra vita.
© Paolo Melandri (4. 6. 2024)
Donatella Maino
Parole e parole
La mia parola per dirti che al pontile c'è solo
quel negro che conoscemmo in croce e ancora
le mie parole per dirti che la pioggia scende
per lavare la mia camicia di lino grezzo, mai
ammorbidito dalla ricreazione di un giorno
all'asilo. La mia parola che s'intreccia fra lingua
e denti limati da pasti usuranti, la mia parola
per dirti: chiudi la bocca degli apostoli che il
vangelo fu scritto anche col sangue delle mie
ferite. Le mie parole per proporti di ballare con
me il valzer delle mezzelune che come falci
tagliano la gramigna. Le mie parole, le mie
parole...quante si sono staccate dal ciliegio in
fiore, condannate a petali marciti
in mitragliate di vento.
Salvatore Leone
Rifiuto di mare
Vi ho detto del ventre baciato al solstizio
nome aggiunto al grido dei gabbiani e bellezza
che addolora le mani. Chiesi udienza a Nettuno,
perchè tu avessi almeno le braccia, due gambe,
spalle immortalate nei vermigli, canto della sera.
Ora, scrivo e parlo del mio naufrago, a cui asciugo
fronte e labbra, ucciso dal camminare terra, solenne
strade buttate al sole. Ucciso dai rosa all'incarnato.
Scrivo di spoglie e biancore, tutta carne buona
rifiutata dal mare.
sl
mia madre indossa
nuvole indaco quasi da nove anni:
é un rumore calmo il cielo.
Mcattaneo
.
Quando ho spezzato la parola insieme
le due metà hanno sanguinato
Sebastiano A. Patanè-Ferro
Gil Ferando
non ho mai davvero abitato me stesso
(...)
e tuttora non ne conosco i confini
"Perché scrivo, se non scrivo meglio? Ma cosa sarebbe di me se non scrivessi ciò che riesco a scrivere per quanto nello scrivere io sia inferiore a me stesso?"
Fernando Pessoa
“Una poesia che si capisce troppo facilmente è sospetta di mediocrità!”.
Montale
La poesia è un atto di resistenza, un fiore cresciuto sulle macerie del mondo….
Barbara Auzou
sono così approssimativamente io
Silvia Monti
Il giorno in cui il potere dell'amore supererà l'amore per il potere, il mondo conoscerà la pace.
Mahatma Gandhi
Il potere è diabolico: il diavolo non era altro che un angelo con ambizioni di potere. Desiderare il potere è la grande maledizione dell’umanità.
Emil Cioran, Un apolide metafisico.
"Ci sono più cose naufragate in fondo a un’anima che in fondo al mare."
citazione dal blog https://dimensionec.wordpress.com/
“La paurosa immensità degli abissi del firmamento è un’illusione, un riflesso esteriore dei nostri abissi percepiti in uno specchio. Se vediamo la Via Lattea, è perché esiste veramente nella nostra anima” (Léon Bloy)
La vita ci precede. Chi ci segue/ è la morte.
Ennio Flaiano
Disponi la tua mente su cose superiori, non su cose terrene.
Perché tu sei morto e la tua vita è ora nascosta (…)- Colossesi 3: 2-3.
L'universo è mentale. Consapevolezza che percepisce, sogna ciò che chiami realtà. Proprio come in un sogno, ciò che incontri all'esterno non è che un riflesso di te stesso.
(considerazioni sul sincronismo di Jung).
" Non so da dove vengano le tenebre, ma credo comunque che vengano dallo stesso posto da cui viene la luce, e credo anche che le tenebre si abbattano su di noi perché glielo lasciamo fare. Credo che sia difficile trovare la luce, a volte molto difficile, ma credo anche che nessuno possa andare a cercarla per noi. Non Dio, non Gesù, che forse avrebbe dovuto essere una donna perché così il mondo sarebbe stato diverso e migliore, né governatore, né agricoltura, né pescherecci, né libri. Se non ci mettiamo in cammino noi stessi, la vita si esaurisce. Dobbiamo vivere per vincere la morte, è l'unica cosa che sappiamo e possiamo fare. Se viviamo come possiamo, e magari anche un po' meglio, la morte non vincerà mai. Non moriremo, diventeremo qualcos'altro. Non conosco le parole per dirlo, intendo per spiegarlo. Forse semplicemente ci trasformiamo in musica. "
( Jón Kalman Stefánsson, Il cuore dell'uomo, Iperborea )
Isidoro Martinelli
Poichè ogni valore superiore è astratto, ne percepiamo la presenza, ne avvertiamo il profumo, lo cerchiamo; la precarietà della condizione umana non consente di conoscerlo, semmai di riconoscerlo.
Forse l’anima che già conosceva i valori superiori, ne ha conservato memoria prima di abitare la precarietà del corpo.
(Isidoro Martinelli)
La poesia è corta per definizione. (E. Montale) - La parola non può dire il mistero che è in noi. Ma si avvicin<a. (G. Ungaretti)
Lambda al quadrato Pi = 0
.
Quindi potrebbe essere
in qualsiasi mente
tutto ciò che accade
come se il mondo che vedo
non sia affatto il mondo
.
di Gary J Steele
Aperto sei tu, ancora,
e non sei tu – aperto
sei la lama e sei il taglio,
sei il sangue ed il respiro.
Ti avvolge l’aria, ti
brucia uno spasmo. Sei
lo scatto breve, il gesto
immobile – sei il volo
che oscilla e non si arresta.
Aperto, sei già oltre
la terra infesta e l’ombra
che la sòffoca. Aperto
sei il non essere e il buio –
l’orizzonte – la luce.
G. Amoretti
Malinconia dell’angelo che guarda e che non vede,
che si avvicina a Dio da sempre e ne è lontano
più di noi stessi – le sue ali bianche
più alte di ogni cielo e di ogni nuvola.
Malinconia di esistere – angelo, uomo o rondine –
in bilico tra i mondi e sospesi nel tempo.
La linea del confine sempre oltre.
La voce morta – gli occhi semispenti.
E quando si fa sera questo lento discendere
come di un velo opaco sulle spiagge deserte.
Il mare immoto, color blu cobalto.
Sospeso in alto, fioco, il plenilunio.
Giangiacomo Amoretti
·
Tace, lontano, il mare.
La torcia che solleva
sopra l’altana luce e fumo inclina
la sua fiamma ad un soffio di grecale.
È mezzanotte. Un’ombra si allontana
lunga fra i tetti. Resta
nel buio questo aroma acre di sale.
-------------
sfumano in cieli altissimi
quasi musica d’arpe,
sbocciano lune e astri
disorientati,
e sentirti angelo farsi
abbraccio infinito
e grandi braccia luminose
stringersi fasci di luce
in quell'immensa foresta
di corali e di respiri....
.
silviavezzani
emilio paolo taormina
era così stretta
la porta
del silenzio
che la parola
vi lasciò
una traccia
di sangue
Flavio Almerighi
alla musa darò sangue e lei
gli artigli per aprire il cielo nuvolo
su cui scrivere senza lamento
con la voglia di essere felice
accudirà madre il suo bambino
Giovanni Perri Agua
Uno che passa ride, ed apre il cielo;
santo e demone col cuore intrecciato
a una sua tutta piovosa malinconia.
Sapergli il nome e la ferita, farlo cadere
nell'ago di aprile come un sogno.
Ecco con quale leggerezza il vento
spiega un suo lucore alla notte,
come gli riempie l'occhio la perla lunare.
Inganno adulto è questo non sapere
da quale feritoia cadrà la mezzaluce del giorno
e dove infine apriremo al dolore la voce.
in gioielli rubati, Pasqua 22
G. Perri Agua
Avevo preso tutta l'acqua del fiume.
Il bicchiere era sul comodino
insieme ai libri al termometro a una
piccola macchia di sole wengè.
Come un dio avevo esclamato
nella lingua sonnolenta dell'acqua
e ogni mio giorno era finito dentro
quel fondo dal quale bevevo
come da una delle 7 opere.
Ma dentro, soldati e cavalieri e angeli dalle ali plananti, residui e residui di luce
dentro ancora io era senza orizzonti, senza lamenti di navi greche o fenicie, pensavo un uomo in sè totale, del tutto assente, del tutto chiuso in un suo mondo ulteriore
mentre dai labbri mi cadeva un albero maestro. ~Erano l'onde
e le voragini buie
e gli abissi labirinti a risalire
da tutti i miei mari
mischiati.
E invece con che suoni
dalla finestra il giorno
pieno di geometrie
nell'azzurro ignaro
cantava.
-------------------
Ricordo profumi
Io in perispirito
ricordo profumi di sapone
e di cuscini tiepidi da sprimacciare al mattino
e assumo il mio corpo intermedio quasi fosse un calmante
prescrittomi per compiacenza quando in realtà non c’è niente da fare,
due compresse al dì: quanto basta per permettermi di passare con le dita
tra le maglie dello specchio, o di confondermi col grido
che si apre nell’erba
quando la terra non respira. Io – fame d’aria
lanciata in alto come una moneta
indecisa
da quale parte cadere
(2017)
..Bastarmi.
Come se le braccia
bastassero al petto. Il freddo
è una sola notte
che mi piove dagli occhi; e il cuore
è così vicino alle dita
che non riesco a toccarlo
*
Donatella Pezzino
Idola
Arrivi al punto che tutte le voci ti collassano
una sull’altra, come piani di un crollo annunciato; impossibile
distinguere la voce di un bambino dal latrato di un cane. Puoi solo
immaginare nuche albine, perlescenti. E pensare che di queste pseudo-vite
da tramonto aranciato sullo sfondo sia più cosciente la tua tazza incrostata
di caffè vecchio e di smunte certezze; che siano più cariati gli smalti
bianchi lucenti a contatto con le frasi fatte e gli animaletti
swarovsky in ordine finto-sparso-casuale; che vivremo
e moriremo come un boccone sputato a terra
e poi rimesso in bocca
(2015)
@Donatella Pezzino
https://stanzadeglispecchi.wordpress.com/2023/09/29/idola/
Dona - Potresti
Potresti attutire il rumore che faccio
cadendo; con le mani invece
rabbocchi quello che non manca
e mi peschi a caso
dal sacco delle foglie. Ho voglia
di liquirizia: ma non ricordo più la strada
che porta alle tue tasche. Sotto la lampadina
a risparmio
si diventa letargici, ragionando d’uva buona
e del mare sotto i treni e delle lenti da lettura
che ti sperdi per casa. Fuori l’ autunno
ostenta certi fiori piccoli
che quando li calpesti fanno un silenzio
odoroso e impotente; ma tanto, mi dici,
verrà la pioggia a lavare via
la terra nera dal mandorlo
Su Gioielli rubati
Linfa d’autunno
.
Foglia sgualcita, trasvolo lungo il fiume
dove l’acqua
ha le tue braccia, e un retrogusto
di lacrime mentre mi accoglie. E’ lo stato larvale
della farfalla che rientra nel bozzolo, e che s’appaga
d’ovattato niente, rinunciando alle ali che ha bruciato
tra il calore del grano maturato al gelo
e il profumo struggente di un giorno che non torna
.
di Donatella Pezzino, qui:
https://stanzadeglispecchi.wordpress.com/2023/04/05/linfa-dautunno/
Dona
Mi mettete in posa su un carretto dipinto
e non sentite, fra le giunture molli
i fruscii delle ortiche.
Nessuno
sente.
Eppure le mie grida sono grida; a volte
tracciano bestemmie nella sabbia calda
sotto il piede del venditore di braccialetti.
Mi avete disegnato addosso
piccole pervinche assetate
mentre la carne si disfaceva
nell’erba alta: lasciatemi
ora! Lasciatemi essere
la sedia zoppa accanto alla finestra,
una statua di polvere e di odori appassiti
nell’ebete azzurrità che confonde gli strappi.
Dona
Quando le ali cadono lasciano erba
smossa, e vuoti carichi di braccia
respirate nel punto esatto dove le mandorle
e i crisantemi si sfiorano, e si pensano uguali
tristemente
per aver dentro qualcosa
di bianco, quasi un vellutato
pianto
e non saperlo ricordare.
Dona
Trasognati. Pur senza neve, ora,
lasciarsi attutire. Su questa strada
tutto è casuale: l’incrocio dei passi,
le spalle che si sfiorano, gli occhi
che non si riconoscono. E poi il vento
caldo,
che ci piange addosso i petali, e la sabbia
come un lamento di gente lontana; lo stesso
vento
che ora canta fra i miei capelli
l’inascoltata malinconia dei rami.
Dona
Non uscire: così bianca
ti confonderesti con la neve
e ti perderei. Non dormire: fra le tende
accostate
lasciamo tremare la luce, un poco. Hai
l’ultima sigaretta: fumala. Questa volta
entrerai nel cono d’ombra
a piccoli passi
Dona - nov 22
Ci sono giorni che l’intonaco
mi si scolla dal volto; e
accade
quel tutto che si aggruma e si vetrifica
come gli occhi di certi santi di legno
che contendono al dolore
il salso; quell’odore
che di me si porta via
il vento del mare
nelle ore disabitate.
Dona
Ho amato
come si amano gli angeli: a metà. Un’ala spezzata
ha fatto da cornice. Forse avevo paura
di rimarginarmi presto – ed era terrore, il mio –
o forse temevo il logorio dei passi
su quel lungo tappeto disteso
fra la follia e l’abbandono.
Dona Disgelo
Sbocciare; sfiorire. In tutto
un profumo sottile,
un male necessario. C’è
una vena d’abbandono, nascosta
in ogni primavera: la ruggine
fra l’edera e il cancello,
i tuoi occhi sinceri, e il vento
che lasciammo
ieri
su un viale di petali caduti.
Dona - Lentamente
Sola. Sono la piccola solitudine dei fiori
quando non trovano il vento alla giusta latitudine
da potersi dire carezza, olfatto, tintinnio di bicchieri; sono
la pioggia che guarda gli uccelli sotto la gronda
senza potersi fermare. Da questo cielo
continuano a passare
voli
mentre io continuo a cercarti a ritroso
seguendo il calco delle mie ferite.
*
Estate 1979
Dona su larecherche
Lux
Sul palmo delle tue mani
nudità di foglia
rabbrividisce al tatto
- alchimia di una carezza -
è solo polvere, ma alla luce
sembrano mille piccoli soli
Dona
C'è una fiamma
Distanze. La diafana
certezza dell’ora, che passa
nel sentirsi
tremare, in una foglia
per cadere, infine; restituirsi
alla terra; e cos’è
ogni sera, in fondo
se non un ritorno
Dona
Quello che so
Non importa
se un fiore che appassisce fra le pagine
lascia un’ombra inodore che non scompare
se siamo tutti
strappi deliranti, nella tela antica
che un male oscuro corroderà in eterno
clandestini a tempo
in questa strana osmosi
fra l’infinito ed un pugno di terra
ti ho perduto,
è quello che so
e tu, caldo rifugio
odoroso di talco e di carezze
sei diventata il gelo di un vento che soffia
tutte le volte
che un angelo piange
2013
Dona
Velvet
Cercami
dove tutto finisce.
Lento è
il lavorìo dell’alga; ossida le chiglie nel canale.
Mentre io fiorisco ancora negli autunni di mezzo,
quando le ore sono asfodeli sotto i porticati
e il pettine odora di colonia per bambini.
Ho voluto
un nido oltre le cortine, sulle rocce a strapiombo,
un vecchio merletto per proteggermi le spalle
come fosse ombra.
Dona
Zucchero per i giorni amari
Non c’è più il tergicristallo
a movimentare la scena: il fluido
resta fermo nei polmoni, fatta eccezione
per qualche sasso piatto che lo sfiora di striscio
facendo i cerchi. Pianto rami acerbi: ma il canneto è umido
e i limoni nascono malati. Così lascio questa terra di finta torba
portando con me solo l’essenziale: una lucerna senz’olio, le muffe
di una vecchia casa demolita e una dose di veleno per tutte le notti
in cui mi ricordo di sognare
Dona
Non parlatemi
Il mio pianto è una strada che non conduce,
il mio bambino un fiore sparpagliato a terra.
Non parlatemi di angeli oggi,
né di quante volte io debba pregare.
Ho schegge sulla lingua che mozzano le parole
e odori di sangue che piantano radici nel mio orto.
Nell’aria che brucia seccano seni e fontane
ma non ho mai avuto tanto freddo come adesso.
2017
Dona
La gabbia
C’è una mia costola che aspetta,
un’altra è rampicante. La terza
è il lenzuolo vecchio che è volato via
perché avevo dimenticato le mollette
e l’ultima sei tu, che continui
a cedere
scoprendo il cuore: un fragile
contenitore di voci.
Dona
Odio la primavera perché mente
al singulto dell’acqua, chiamandolo palpito
e perché inganna i fiori con l’onnipotenza d’un giorno
tacendo la neve sotto le zolle agre.
Solo io non dimentico
che il ceppo è solo uno scheletro
e che non può germogliare.
Dona Pezzino
Si aspetta; sempre. E nell’aspettare
si diventa foto in bianco e nero
per ricordare cose: il paltò
senza tasche, l’orologio
indietro. Si resta così,
modelli in carta
di profumi dimenticati
D. Pezzino
Samovar - su bda
Mi spezzo
proprio ora che il vento si ferma:
ed è una morte
gentile, dove trapassano
i sogni, le rose, e le cose
perdute
che vedo solo io; e dove
amore
è un modo come un altro
per chiamare la solitudine
22.02.2022
data palindroma
D. Pezzino
Non ti ho comprato le gerbere.
“Abbiamo colori bellissimi,
oggi” diceva la signora dei fiori.
Colori. Bellissimi.
C’era un azzurro
che tremava nelle ossa: inverno
e rimpianto. Giallo il polline
che il vento portava lontano
tra gli aranceti e il mare; dove la vita
ti urla negli occhi. E sotto
l’erba,
petali ancora freschi
che nessuno ricorda: il viola
delle cose non colte.
Donatella Pezzino su BdA - nov 21
Ecco il fiore dalle foglie scarne,
la farfalla dimenticata sugli spilli.
Figlia di Imran, di quante croci è fatta
la sabbia che calpesti?
Il respiro è pianta che germoglia sulla pietra.
La tua mano, un velo sottile che si posa sulle cose.
D. Pezzino
Non sono niente
fra i mucchi d’ossa senza fiori,
fra i lembi di terra senz’occhi.
Nel mio futuro c’è questo buio ammuffito
a gocciolarmi su una fossa senza nome.
Forse un giorno qualcuno ricorderà
almeno una delle righe del mio pigiama;
solo io
non avrò memoria
Maria Pina Ciancio
Si torce il dolore sui muri
e germoglia code di sangue
che assomigliano a fiori.
Gil Ferando
·
Prima di sedermi alla tavola del verso
c'è una dimenticanza dei nomi
nel senso del loro significare
la ragione come ombra delle cose.
Qui tutto si raccoglie in una orazione
di punti interrogativi, ignari
se le risposte saldino il debito.
La vita è l'attesa del mio cadavere
ma il rosso nel bicchiere
le strappa ancora buone ore.
Gil Ferando
Non credo di essere io,
io non sono e sono l'altro
non sono se non nell'atto
in cui l'altro osserva me. Ecco:
io sono solo dopo lo sguardo
dell'altro, sono lo sguardo
dell'altro, esisto nel suo vedermi
mi vedo nel suo guardarmi,
mi dò a me stesso nell'eco
in cui risuono al suo svelarmi
mentre anch'io lo rivelo, altro
nel quale tutto ciò che io non sono
accade. Camminavo stamattina
nel vialetto dell'ospedale
a lato di alberi e motorini in sosta.
Loro erano i miei osservatori
i loro occhi l'opera d'ostretricia
taverso la quale io rivenivo l'essere
nel quando del mio esistere. Allora
sono stato, oltre
il passaggio dei nomi.
Giovanni Perri Agua
Viene il pensiero di perderti talvolta
la sera è un posto girato nel sonno
stare di guardia fiutare come
dal picco di una brace la tua cena.
Ma non lo caccio, gli tocco l'osso
del gomito, gli faccio fare il giro della casa
prima che dica è tardi vai a letto
e così vado
a sedermi nelle sue occhiaie di marmo
nei suoi capelli così pieni di cavalli e canali
e penso che il tempo non passa, solo
ascolta gli spigoli e le buche
tiene girati i polsi sulla fronte.
Giangiacomo Amoretti
·
Le voci più lontane, il fruscio lento
della risacca sugli scogli, i rauchi
richiami a tratti dei gabbiani. È l’ora
che precede il crepuscolo e dischiude
a un silenzio più alto e mare e cieli
e nuvole e colline, quando sale
a poco a poco uno stupore nuovo
nell’anima e si fa quasi dolente,
guardando, il memorare – più segreto
lo sperare, più limpido l’attendere.
g. amoretti
Appena trattenuto
lucore – sangue o anello – tra le unghie,
livido, come fosse
già semistinto e ancora
fin dentro la tua pelle
avido e la tua carne
di splendere nel vivo
tutto della sua fiamma
e nel suo sole, ancora, prima di
svanendo farsi nulla dalle tue
mani dischiuse – buie
mani stremate dalla febbre, cieche.
giovanni perri agua
ma tu, con quello che dai,
con tutto quello
che a fatica dai
per mantenere in vita
un lembo silenzioso di cuore,
hai mai capito che a tirarlo il cuore
a tenderlo fino a sentirne il duro
di ogni cucitura, ci manca poco
che a qualcuno viene voglia
di batterlo sul tavolo, tagliarlo a fette,
farne porzioni da accompagnarci
una serata con vino e canzoni?
Vedi, è con questo banchetto
di figure affamate
che puoi imparare la vita,
cacciarla da una pulsazione di orli
ricevere quel che si dà
per dire qualcosa ho meritato,
ho amato e ho seminato anche, ma sempre
dopo ho sanguinato nel buio di una parola.
Anche là è inverno, e i volti si ripetono
nei loro perfetti tagli appena sopra l'erba
che cresce perché tu cresca in fretta
come un sorriso nei campi appena lavati.
Qualcuno implora
che piuttosto andrebbe succhiata
dal tralcio la parola
e vi sarebbero gocce dappertutto
che a guardarle ci vorrebbero mille occhi; ecco:
io sogno una poesia dai mille occhi
piovosa e lunare e franta
come una foglia di auguri
per le tue delusioni
per i tuoi tanti piani d'emergenza
che verranno
come uno sconosciuto
a raccontarti i segreti del bene.
Marco Verrillo
le tue mani di carta
frugano dentro
come farfalle di fuoco
C’è stata una guerra tra il bene e il male.
Abbiamo deciso di chiamare il corpo il bene.
Questo ha reso la morte il male.
Ha fatto ribellare l’anima
contro la morte, completamente.
Come un fante che vuole
servire un grande guerriero, l’anima
ha voluto schierarsi con il corpo.
Sì è ribellata contro il buio,
contro le forme di morte
che riconosceva.
Da dove arriva la voce
che dice supponi che la guerra
sia il male, che dice
supponi che sia stato il corpo a farci questo,
ci abbia resi timorosi dell’amore–
Louise Glück -Nobel 2020
traduz. Anna Maria Curci
Giangiacomo Amoretti
Io guardo te nel fondo dello specchio
e in te lo specchio, il vetro e il suo riflesso,
te immagine di nulla e corpo vero,
tangibile ora-e-qui, fantasma e velo.
Giangiacomo Amoretti
Da quale sfatta mezzanotte a quale
biancore a malapena intravisto e già forse
temuto, tra le foglie, di là dai vetri, o
adesso in questo ombroso interno di memorie
e di vaghe presenze, quando spessi tendaggi
o velami nascondano i gesti rallentati,
nel sogno, di chi piange senza piangere – da
quale ansia, remota ancora, o quale
febbrile sussurrio, fra i divani, alla luce
crepuscolare e fioca di un abat-jour – da quale
rarefazione minima, là fuori, della coltre
vellutata di bruma che avvolge alberi e siepi –
a quale oltre, a quale via di fuga…
Anna Leone
(Di Gabriele Galloni)
Morire è solamente
farsi una vita altrove:
non è il Tutto né il Niente.
È intravedere il mare
dietro un canneto; e qualche
casetta sulla costa.
Scoprirsi nudi; e nudi
scoprire gli altri.
La lingua, sai, è la stessa
per tutti. E presentarsi
con il nome più semplice da dire:
ma non il proprio; un altro.
(Chissà che nome avrai ora.) R.I.P.
Giovanni Sepe
Li ho veduti i tuoi occhi guardarmi
come io fossi un cielo profondo
con dentro altri cieli
e dentro i cieli altri me.
Li ho veduti i cieli nei tuoi occhi
con me dentro e dentro me i cieli.
Ho visto in cielo i tuoi occhi
e ho avuto voglia di Dio
che ha cieli e occhi per se'
quando cieco ti guardo.
LE PAROLE
(Pierluigi Cappello)
Annodammo la nostra infanzia ai capelli delle nuvole
e non fu la pioggia, fummo la pioggia;
la mano dell’uomo ci sradicò dall’aria
e lungo i canyon della nostra pelle
attecchì il pensiero;
le nuvole furono scrittura,
la nostra voce un nodo sciolto,
noi da una parte, da un’altra parte il cielo.
Io vivo in ciò che sembro
Io vivo in ciò che sembro
ma è solo nella profondità
che esisto.
Così tento di farla franca
e di sfuggire ad una falsa realtà
che finge per conto del tempo.
Chi potrebbe sopravvivere
altrimenti
all’orrore.
Flavio Malaspina
Giangiacomo Amoretti
E così passeranno i nostri morti –
sarà memoria, sarà sogno, o altro... –
a passo lieve, per le strade e i viottoli
qui di Liguria, forse, o forse altrove,
per campi senza alberi e pianure
velate dalla nebbia. Passeranno
ignoti a noi – ci guarderanno appena,
come distratti, forse, o forse ci
ignoreranno – alti, silenziosi,
oramai senza volto e senza corpo,
senza nome. Così, a uno a uno,
scivolando fra terra e cielo e
svanendo nel crepuscolo, da noi
già quietamente prendono congedo.
Amina Narimi ha condiviso un link.
Siamo stati angeli nell'acqua,
piccole stelle dell’alba,
quando ancora le viti erano muschi,
farfalle di mare che andavano alla deriva
sbattendo l’azzurro dei piedi
tra le onde del sole
seguivamo il ronzio genitale dei nostri delfini
i click sordi delle stenelle in amore,
nutrendoci degli errabondi, i mangiatori di luce-
di notte facevamo buon conto della neve marina-
Più di tutto amavamo i verdazzurri,
centomille in una goccia di sale,
e i nostri capelli luccicavano a giorno.
Quella notte, la grande notte,
seguimmo una forma di lacrima
che andava a deporre le uova.
Ohh cosa stavamo vedendo
nella buca profonda di sabbia,
bambini! Stretti nella preghiera
ci fermammo
per ordine delle mani
fino a farli sparire.
Il mare si calmò, con l’anno nuovo,
minuscoli pastori cercarono l’uscita,
puntarono al largo verso l’acqua nera,
portando sul dorso come faville.
fu allora che le albere presero a far luce
che ci contammo le ossa una ad una
passando le dita a vicenda negli anni
finché una bambina prese a salire,
con le giumelle educate all’amore,
le nostre timide gole per terra
alzando la neve dal suo libro d’ore
come fa un mattutino all’Ave Maria.
https://www.youtube.com/watch?v=zthq9p8uTBg
Franco Arminio
Io qui col cuore storto,
con mia madre che mi chiama
dal piano di sotto della morte,
con mio padre che mi piega
l'ultima vertebra dietro la nuca.
Io che ho strofinato il mio cuore
in ogni modo per farlo parlare,
io che ho una stanchezza millenaria
nelle ossa.
Io che come un pazzo scavo da anni
dentro la morte come una rondine
scava il suo cielo dentro un sasso.
Giangiacomo Amoretti a Poeti italiani del '900 e contemporanei
Questo mistero, che tu sia te stessa
di là da me, guardandomi, eludendo
a momenti il mio sguardo, e muta là
respirando, lontana e vicinissima,
di terra e d’aria, più mi inquieta, più
mi meraviglia, adesso, del mio stesso
ancora, qui, esistere, guardandoti.
Forse altro non è, penso, l’amore
che questo lungo riguardare, questo
incantarsi dell’anima davanti
a un’imago, a un’icona, a un volto in ombra –
a una silente epifania dell’essere.
.
i fantasmi crescono a dismisura
si stipano, si riconoscono,
qui per caso o meraviglia sbagliata
senza sapere dove volevano andare
sedersi indifferenti sulle poltrone dei versi
a zittire gli sguardi e le parole,
un rifiorire di silenzi astratti
di anonimi sorrisi dietro tende di lini opachi.
I fantasmi indifferenti
silviavezzani
(diritti riservati)
Fernanda Ferraresso Haziel
Tu, come lama di coltello sei entrata nel mio cuore in lacrime!
Charles Baudelaire, Il vampiro
.
su fondamenti invisibili fuori prospettiva
con precisione chirurgica
la lama della lingua
ha affilato il verbo amare
ma fu un punteruolo
che impugnò il desiderio e impudico
dal quel corpo analfabeta estrasse una costola parlante
l'ombra viva che con il fiato rimodellò
femmina da uno scheletro senza nome
insieme la carne tornita di fresco
ebbe la stessa immagine riflessa divina una sola semenza
ma qualcosa andò per il verso sbagliato e
lei non volle giacere sotto di lui non volle
stare sottomessa per un volere che non fosse il suo
rosso un mare aperto fu la sua casa di tendini e battiti e futura
la conoscenza di se stessa l'albero e il frutto in una sola terra
fuori dalla legge e lettera a se stessa il suo linguaggio
fu notte e crepuscolo
non addomesticabile la sua fiera è monaca ferina
di una natura selvaggia e ingovernabile monca in lei la morte
perché dea di terra in una terra la riconobbe
nel suo ventre radica preistorica una realtà millenaria
della vita e dell’inizio di ogni vita
fertilità di una passione mai prona che ogni regola trasgredisce
su tutto innalzando la bellezza
di tutto quanto è un cosmo creato
notte oscurità penombra è spirito di vento la sua orma
nella tempesta avanza piegando il giglio del suo desiderio
bianco regale e netto da terra si erge innocente in un caos di lussuria
il fiore liberato da qualsiasi sottomissione e ricatto
la sua purezza scintilla su uova di depravazione
la sua astinenza è l’inizio di tutto quanto è possibile ancora
f.f.- L'isola e il cerchio- su fondamenti invisibili fuori prospettiva è l'amore che non si può dire
Giangiacomo Amoretti
Come chiamare te – angelo, specchio,
volto dentro lo specchio, altro me stesso?
O nulla del mio nulla – né teda né lucore –
fuoco fatuo, riflesso – tremito d’aura – albore.
-----
Il sorriso eterno
Fa il verso al sole
L' angelico volto
Di pietra
Si piega
Al corpo non più tuo
Aldo Forchia -fb-
Giangiacomo Amoretti
Velato amore, non dischiuso amore,
amore di ombre, amore di silenzi,
di non detto, di implicito, di vago,
amore che si occulta, muto, e spasima,
dolente – ignaro pur
di sé, di sé dimentico e di tanta
sua luce e fiamma.
Giangiacomo Amoretti
Sussurro: ‘tu’… e si apre a me uno spazio
ove non sono già più io, ma quasi
altro da me, da me remoto – come
se per prodigio in me di colpo fosse
qualcosa giunto a compimento di
profondo e ancora inconosciuto – chiuso
alfine il cerchio, risanata la
ferita che doleva, antica. E posso
parlare nuovamente, dire e forse
udire – posso pronunciare un nome,
questo, che è il tuo – tacendo, a tratti, gli occhi
semichiusi, non quieto, non inquieto,
o sussurrando, a voce bassa – io
memore e stanco, attònito di te.
Giovanni Giudici
Vivranno per sempre?
………………………………..Sempre, sì – mi dicevo
e le vedevo
alla distanza del tempo rimpicciolire
lontanissime, in piedi, a braccia conserte
su quelle stesse soglie, o leggendo gli stessi giornali
crollando il capo, scuotendo gli stessi grembiali,
di nero o di grigio vestite e decisamente
fuori di moda come diventerà
ogni persona vivente
– ovunque e su quella stessa
strada fra il mare e una fila di platani
dove quieta ubbidiente e dimessa passò
la mia età infantile
………………………….– quelle persone viventi
che passarono poi come l’età
rispondendo di no alla domanda
che avevo dimenticata: no (dicendo)
non vivremo per sempre
– senza notizia alcuna, senza coscienza
di storia o di giustizia, senza il minimo dubbio
che un’altra vita sarebbe stata a venire
più vera, con più intelligenza:
e dunque senza viltà consegnate alla sorte
– alcune con stupore della morte,
con desiderio altre, con sofferenza.
(da La vita in versi, 1965)
Giangiacomo Amoretti
E le bare, le bare in fila a Bergamo
davanti al cimitero – sullo sfondo,
in penombra, il Famedio – le hai vedute
dormendo? Quasi fossero
le tue da sempre, immagini
dei tuoi deliri, delle tue, né inconsce
né coscienti, paure... O sogni, ancora,
e null’altro che sogni... A una a una
le vedevi posare
più grevi sulla terra, oltre la notte –
come uccelli feriti, come foglie marcite,
premendo su di te, sul tuo silenzio.
Giangiacomo Amoretti
Forse è questa, mi diceva, la pena
che ti attende e mi attende, non sai
quanto amara, e piangeva, lei
dolorando per me. Salivano lenti
larghi fiocchi di nebbia a separarci,
solo i suoi occhi ancora vivi e
tremanti. Madre, oh madre, io,
tendendo in alto le mani, invano,
dicevo, o sognavo di dire,
già muto, già di lei spogliato ancora.
----
qualcosa se ne va,
restano nei cortili disabitati
le sottili impronte degli Angeli
e le bianche rose di Dicembre.
silviavezzani
Donatella Pezzino
su Gioielli rubati e bda
Umbratile
Così lieve
nello sbocciare inverso
che si fa inverno, radice: un circolo
di pietre
contro l’inerzia del giorno. Nel tuo bacio
geme l’acquiescenza dei ricordi; una candela
di più
che ci spegne in segreto
come fece il muschio
sul vecchio roseto
Poesia
1 maggio 2017 ·
Donatella Pezzino
*
-Silenzio-
Silenzio
dov’era musica, silenzio sulle mani,
sul gorgo imploso dove finisce
la pioggia dei giorni, coi detriti che non dicono,
con tutti i fiori che non si aprono.
Giovanni Perri Agua
Andiamo per similitudini, e sembra quasi di sentirci
in questa cosa che appena ci somiglia se ne va.
Pellicola del sogno, mia pellicana dolcezza
lasciati incorniciare da uno sguardo
di pietra viva, fatti gettare da Pirra e da Eucalione
nel mio cuore di latte e cemento e aspettami,
io sono il tuo medesimo furto di occhi e di lingua
nell’ora che agguanta e moltiplica ogni anelito andare,
lasciati nominare miscuglio di ferro e mistero
nel mio ottobre di addii smisurati
e piegami e svolgimi e ripetimi
del padre e della madre l'identica luce
che accende parola e rivela.
Giangiacomo Amoretti
La luce che balùgina
ai vetri a mezzanotte.
Un brividio più lungo –
un battere di denti.
Il corpo che non sa
e che sa – né dimentica
la punta della spina,
il bruciore del lampo.
Il corpo che si affida
al chiudersi, al non dire –
ad occultare sé –
a celare il morire.
Salvatore Leone
25 maggio
Gli orgia
Vengo da acque rotte e la Semele incenerita
a danzare sui vostri specchi, ordinando fiori e vino nuovo
e resistere allo scintillio che mia madre ha veduto.
Sono qui, nel giglio e nel coltello
a stordire l'oriente e la bestia cantando.
Vengo da un porpora osceno che divarica l'inguine
se gli ori ai padroni vi raddrizzano le schiene
e giurate solenne obbedienza.
E vengo a consacrare sudori al ventre
le mischie fatte di voci e sulla pelle
rantolo d'alba e la lama.
Vengo a inumidirvi coi rossi e d'acque piegate
al grido breve. A scongiurare il demone
fermo sul collo, mani che stringono
il cielo alla testa, e in terra la rigirano
e la battono, e mi rivestono
di fuoco migliore, l'altissimo bruciore.
sl2019
POESIA = RAFFAELE PIAZZA
"Tu magica"
Nella gioia delle cose prealbari convalescenze quotidiane
di fragole a ritrovare quel senso che è poesia dietro l’albereto
dove siamo stati a ovest della vita e della città, tu annudata
il tuo tempio verso di te il greto a iridare visioni tranne del tuo
slip rosaconfetto, i seni al vento, il percorso delle mani per ararti
per toccare la felicità che traspare dopo la fisica gioia, dopo il piacere
nel delta tra rosa e margherita gialla o anche amore universale,
delle tue cosce la pelle, il tuo sesso dietro le barriere che di fiorevole
trasgressione danno un dato compiuto del tuo stellante lucore, lume
dei tuoi misteri che si apre alla luna portafortuna di te donna, da
attraversare il culo, l’ombelico nel ventre piatto contro del mondo
il tempo, la vita che mi hai donato nelle fibre tra alberi osservatori
muti in esatta misura di desideri. Vieni di nuovo e cambieremo
il rosaconfetto in nero per la forte trama di ragazza che sei,
se poi in armonia con le parole saremo di nuovo vestiti, la tua
minigonna, le calze, lo sguardo attento che non può mutare dove
sta del tuo mare la perfezione, esistere di gioco e umori
liquidità del frutto dove si asciugano le redenzioni nella splendida
costellazione del tuo sguardo, infine i tuoi occhi che tento verso
l’esultanza immensa.
*
Raffaele Piazza
donatella maino
Un'altra vita
Il tuo perdono mi guarda lupa insanguinata
nella selva del marmo che mi abbaglia,
nel silenzio nudo della mia rosa ladra
che nega di tornare al misero orto
già affamato dal primo latte rancido,
dal fragore di seni già disposti alla morte.
Un'altra vita mi occorre per ritornare dal pianto.
Giangiacomo Amoretti
Esistere che arde e si fa cenere,
che sale in alto – fumo, aria o luce;
che si assottiglia, che si sfrangia e
diventa altro, cede al non più essere,
al non vedere, al non mai più sapere
che è oblio e già evidenza – cecità
e balenio di una veggenza d’oltre –
nulla e non nulla – buio e primo incipit.
E fosse, chi può dirlo, appena un filo
d’erba che oscilla, un soffio
lene di vento, o questo blando ora
va e vieni delle acque
sull’arenile. Esistere che palpita
un attimo e dilegua
subito nel non più – e così è
per sempre, in questa notte che lo serba.
G. Perri
I° maggio
Attorno era la festa dei morti bruciati
un riapparire dentro le forme del fuoco
ma sempre da un angolo nuovo
e ognuno aveva addosso la sua sagoma
e c'era sempre quel numero mancante,
col pugno alzato sul fumo, a cantare.
Giangiacomo Amoretti
Tu chiedi chi io sia, tu che mi ascolti
adesso fra speranza e dubbio – e io
che non so nulla e a malapena so
di te e delle tue angosce,
dei tuoi silenzi e delle tue parole,
io ti guardo stupito, a lungo… Io sono
da te, io sono a te – invisibili
i miei occhi, invisibili da sempre
le mie ali di aria – io connato
in te e con te dall’acqua
purissima e segreta di una stessa
polla battesimale.
Io sono in te il silenzio, in te la voce.
Sono l’Angelo – sono te medesimo.
Giangiacomo Amoretti
Di amore questo puoi
dire, dubbioso: amore
è appena un volto, appena
due labbra che si schiudono;
forse una mano che
vada sfiorando lieve
un‘altra mano; forse
meno ancora, uno sguardo,
una tinta, il profumo
di un corpo che non c’è.
E avresti quasi detto
già tutto, e pure ancora
mancherebbe qualcosa,
un nonnulla, quell’ultima
sfumatura che sfugge
al dire – l’inespresso,
l’inesprimibile altro:
di là dal cielo il cielo,
di là da questo mare
il mare quando è l’alba –
e l’altra rosa dietro questa rosa.
Maria Grazia Calandrone
Una poesia-sudario per Genova 14 agosto 2018
Il sudario si chiama sudario
perché assorbe gli umori
dei morti. Viene deposto
sul volto, per nascondere allo sguardo dei vivi
il lavorio della morte
nei lineamenti amati, le enfiagioni
e lo scavo finale, la riduzione all’osso, che riporta
la materia conclusa di un corpo nel non finito dell’altra
materia, all’indistinto delle zolle e degli astri.
Il sudario è deposto per pudore
sul volto, perché quel volto smetta di finire
sotto i nostri occhi. Così vorrei
che le parole, poiché non possono asciugare davvero
neanche una goccia
del vostro sangue, ricordassero almeno
la vita, il celeste profondo
o la rosa canina fra i paranchi
che vi ha fatto sorridere
per la sua ostinazione d’essere viva
nel cantiere perpetuo del porto
luminoso di sole morente
o l’altro sole, la grandezza radiale dell’alba
sollevata tra guizzi di reale come un rinascimento.
Mondo contemporaneo che vai a morire
tra i gabbiani delle periferie,
sotto la rotazione della Via Lattea come una verde insonnia dell’universo
che non ci guarda, mondo che sei questo infinito esistere che non contempla
i mortali, senza nome e cognome torneremo cose
tra le cose, senza involucri e senza nostalgia ritorneremo
all’indifferenziato delle stelle. Ma adesso, adesso
che siamo vivi
Padre
di te l'immagine mi trova
in ogni stanza
di quando accesa
era la tua luce e il giorno
aveva ancora gli occhi
- nel guardare
della mia vita il passo
l'impronta della sera
mi fu l'ultima risposta
poi il vento, che torna a cercarmi
in ogni dire
e in ogni dove privo
io ti penso
e mi ritrovo amore.
- Nunzio Buono -
Lina Donatella Pezzino
Venivamo dalla marina,
zingari come strade. Tutto
era un dopo; le ore
una teoria
di scale
i ceri accesi
delle cattedrali. E infine
la notte
liquida, erbosa; una terra
di mezzo
nel torpore antico
dove le nostre tristezze
diventano cose.
Donatella Maino
Grido
Gli uccelli abbandonano
alti alberi di lacrime
traversano gli sguardi,
scrivono l'immagine lunga
del loro grido isolato.
Guido Cupani
Inediti
SANTIAGO, UBUNTU CAFÉ
Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà (Mt 16,25)
Giorni che sento
che sto per nascere a me stesso
ancora, dopo breve gravidanza
Il mio parto è uscire a cercarmi per strada
chissà mai che stavolta
mi incontri
Che inciampi per caso il mio
passo nel mio passo
che a capo chino andando
non mi imbatta di testa
in me
rinato
da atelierpoesia
Flavio Almerighi
essere
essere treno d’ossa,
fiducioso aspetto un segno e uscire
dal mezzo di una stazione sognante
immersa emersa in mille soste estive,
tante volte una voce assonnata
annuncia partenza e liberazione
poi in sequenza muore,
senza lasciarmi andare
mai
Enrico Marià “senza titolo” (testo edito coperto da diritto d'autore).
Eroina la meraviglia del mondo intero
il nastro dell’acqua a colpire la luce
mangiami le ossa prima del tumore
tu scheletro nido
la madre morta della vita
la madre viva della morte.
G. Perri
Lettera ad una madre
E’ tempo di comprendere
che siamo qui a dividerci il pane:
scendo per dirti
che sono capitato per caso
e non ho ancora un nome:
qui si parla di niente
e la sera si contano i topi
ma in compenso non si vive male,
la gente passeggia e
sorride, una ragazza si sente chiamare.
Saluto te, madre
che mi hai girato le spalle
dicendomi di andare
in ogni porto
pregando
ed io per ogni porto
prego
l’insurrezione e l’amore,
ma sotto ho questo muro
impregnato di urina
e mi gira la testa:
sto con questo animale
e non parlo da giorni,
sento pian piano morire
anche il lamento del mare.
Giordano Genghini
ZI028, QUARTINA DI ENDECASILLABI –
Nella notte è caduta un po’ di neve
soltanto per un tempo molto breve.
Al mattino si intrecciano le chiazze
di ghiaccio e l’erba morta fra le pozze.
* * *
Molte grazie per aver letto il testo poetico che ho scritto e qui pubblicato. Ciao, multilingual greetings.
Nunzia Binetti
Alberi
Alberi, obbedienti al vento,
alberi, senza vocali o sillabe,
in preghiera. Alberi dis-abili…
Li vestono e li svestono materne le stagioni.
BISOGNA
Bisogna pronunciare l’evidenza,
forse per tutti basterà tacere.
Per l’uomo, sacro alfine, la presenza
dell’essere l’escluda dal parere
un simbolo stregato.
Se la speranza è senza via d’uscita,
la morte è senza fiato:
e bisogna allenarla alla pazienza
di vincere il passato
darle tutti i traguardi di vita.
Da POESIE D’AMORE DI ALFONSO GATTO GRAFFITE DA GIUSEPPE CACCAVALE – Mondadori Electa
©angela caccia
(Seminatore al tramonto di Van Gogh)
Depredata tutta la luce
lasciò una porta nel cielo
per noi -è nostro questo sole
al di là di ogni notte d'inverno.
Del suo giallo
ne bastò una goccia,
la stessa
sospesa immobile
all'ago...
ALL'IPOTETICO LETTORE
Ho messo la mia anima fra le tue mani.
Curvale a nido .
Essa non vuole altro
che riposare in te .
Ma schiudile se un giorno
la sentirai fuggire . Fà che siano allora
come foglie e come vento ,
assecondando il suo volo .
E sappi che l'affetto nell'addio
non è minore che nell'incontro .
Rimane uguale e sarà eterno .
MARGHERITA GUIDACCI , 1921-1992
Dormire
di Cristina Bove
il sonno ci conduce sul confine
quasi una morte in prova
_ poi si torna_
ma quando resteremo addormentati
in un mattino che non ci vedrà
che non vedremo
avremo perso il giorno
e non sapremo della nostra assenza
_né che non si ritorna_
Raffaele Piazza
"Tesse una musica"
Tesse una musica il marino
fluire senza tempo, l’onda verde
che trasparente vola nella forma
di donna, di conchiglia che scolora
sulla spiaggia dalle felici trame
dove nella tua notte posi l’ombra
tra la sabbia dei passi che riveli
un moto precedente di parole
presunto tra l’argento che ti sfiora
di una luna a pochi tiri
di sasso levigato dall’attesa.
Ezra Pound
Histrion
Nessuno mai osò scrivere questo,
ma io so come le anime dei grandi
talvolta dimorano in noi,
e in esse fusi non siamo che
il riflesso di queste anime.
Così son Dante per un po’ e sono
un certo Francois Villon, ladro poeta
o sono chi per santità nominare
farebbe blasfemo il mio nome;
un attimo e la fiamma muore.
Come nel centro nostro ardesse una sfera
trasparente oro fuso, il nostro ‘Io’
e in questa qualche forma s’infonde:
Cristo o Giovanni o il Fiorentino;
e poi che ogni forma imposta
radia il chiaro della sfera,
noi cessiamo dall’essere allora
e i maestri delle nostre anime perdurano.
Senza titolo
Impressioni
volano foglie d’oro, è il giorno degli avanzi di febbre,
qualcuno posa le buste pesanti sull’asfalto, respira e riparte
portando con sé una scia di ricordi.
In alto danzano i lampioni,
sembrano corpi condannati a resistere
più che luce, lividi, persi nel tempo, sopra il primo strato del tempo.
La sera ha questa pelle spessa
un taglio che non sanguina
una scritta sul vetro appannato, forse
questa è la vita, dico,
un rumore lontano, qualcosa che sai
sta nascendo. Poesia in esclusiva
E' nei tuoi autori preferiti
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Giovanni Perri
davide cortese
da Darkana
C’è altrove un mio volto
che emerge dalle acque
e si fa isola.
E’ la punta di un iceberg
sepolto dall’abisso.
C’è altrove un’isola arcana
che non è che il mio volto
emerso
in un altro tempo.
Giuseppe Vetromile
Dall'armadio alla pelle è solo un transito minimo
: sono gli abiti che ci dicono il giro da farsi
ogni giorno
e la vita non è che un cambiarsi continuo la camicia
senza mai sapere di che veramente è vestito
il nostro andare sfumando
Donatella Pezzino
SONO CADUTA DALLE SCALE
Silenzio, anima mia, silenzio.
Lasciamoci
affondare, mentre albeggia il niente di un altro giorno.
Stordiamoci
finché sarà, fra quelle cinque dita di pelle bruciante.
La pelle ... lei si
così morbida nel prendere la forma dell'insulto.
Complice
in questa livida schiavitù spacciata per amore.
Carezza
feroce, dalla stessa mano
sulla stessa pelle.
da Mio vero di Mariangela Gualtieri
Sii dolce con me. Sii gentile.
E’ breve il tempo che resta.
Poi saremo scie luminosissime. E quanta nostalgia avremo dell’umano. Come ora ne abbiamo dell’infinità.
Ma non avremo le mani.
Non potremo fare carezze con le mani.
E nemmeno guance da sfiorare leggere.
Una nostalgia d’imperfetto ci gonfierà i fotoni lucenti.
Sii dolce con me. Maneggiami con cura. Abbi la cautela dei cristalli con me e anche con te. Quello che siamo è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei e affettivo e fragile. La vita ha bisogno di un corpo per essere e tu sii dolce con ogni corpo.
Tocca leggermente leggermente poggia il tuo piede e abbi cura di ogni meccanismo di volo di ogni guizzo e volteggio e maturazione e radice e scorrere d’acqua e scatto e becchettio e schiudersi o svanire di foglie fino al fenomeno della fioritura, fino al pezzo di carne sulla tavola che è corpo mangiabile per il tuo mio ardore d’essere qui. Ringraziamo. Ogni tanto. Sia placido questo nostro esserci – questo essere corpi scelti per l’incastro dei compagni d’amore.
Questo continuo perderne i pezzi
di Angela Caccia
(Mia Madre e la sua demenza
… madre demenza)
Questo continuo perderne i pezzi
un destino che mi si sfilaccia addosso
ciò che non perdòno
che sconvolge
– e sconfigge – ogni tentativo di approdo,
lei il mio arenile lei
i resti di un falò che fumiga follia.
Mi chiedo cosa Tu voglia – Dio– che
mi strappi di dosso il suo nome
mi togli la sola cittadinanza che mi riconosca
la terra da cui – staccata – m’è cresciuta l’anima
la pioggia che – in me – diluiva bene e male
a indurire il callo a vivere
lei il conflitto lei la riconciliazione
lo squilibrio e l’ago che ricuciva lembi rotti
lei al confine tra me
e quanto di lei sarei potuta essere e non sono
lei che mi è sangue e lingua d’origine – ora straniera –
(… se Tu – Dio – hai un nome altro qui
su questa terra dov’è il tuo cielo capovolto
e – come me – frughi tra le macerie
sarà Madre quel nome e non altri)
Da Accecate i cantori (Fara, 2017)
Alessia D'Errigo
Si dipinse la blasfemia dei giorni, il panciotto inciambellato
di ogni forma prese a volare, del resto, come i sognatori
e le unghie effimere del giorno seppellirono appena
l’oscurità reciproca del canto, la carità che fa vero pure il mare
agli occhi degli stolti. Dio ci sia in lode, quanto le fronde
di questo autunno gelate e secche da innumerevoli ammanchi,
si rifocillino pure di carne e neve, così, com’è la terra
nell’affrontare l’acqua e l’aria, così com’è l’uomo
nell’affrontare l’ombra e le pietre. Dio ci sia in lode!
C’è ancora tanto verde in giro e il gregge è ancora accosciato
da prendersi cura l’un l’altro, bruscamente, delle stagioni.
M. Tarantino
Vorrei guardare il cielo
Vorrei guardare il cielo, ma le stelle
mi aprono il sangue e disturbano
i versi in bocca ai morti:
stanotte mia madre non partecipa
al pane che si spezza, non consente
né risate né preghiere, capovolge
tutti i nomi e li scavalca;
stanotte mio padre non ricorda
quante volte ha indovinato, quante volte
la parola gli ha mozzato la parola.
Stanotte prendo l’ago e cucio
i miei occhi agli occhi di mia madre, prendo
un piccolo coltello e svuoto
le mie ossa nelle ossa di mio padre.
Vorrei guardare il cielo, ma le stelle
le ho tra i denti e fanno male.
D. Maino
Un'altra vita
Il tuo perdono mi guarda lupa insanguinata
nella selva del marmo che mi abbaglia,
nel silenzio della mia rosa ladra
già affamata dal primo latte rancido,
dal fragore di seni già disposti alla morte.
Un'altra vita mi occorre per ritornare dal pianto.
Cristina Bove
Tentare è l’infinito d’un verbotranello
Sotto i portici della città bianca
guizzavano pesci venuti dal mare
_ avevano appreso a volare da soli_
non sapevano che
l’insidia può essere un concavo azzurro
dipinto da un folle pittore
un’esca nell’arco
nel varco dei suoni
un coro di uccelli
diretti a paesi lontani
diceva di vita oltre muri e bastioni
oltre fumi d’incenso e colonne di chiese
mezzelune di sangue
_di pinne o di ali si va controsole_
si cade, si sale, si muore
i pesci non hanno mai sete
non sanno il sapore dell’aria
e annegano in volo
ANGELO CUSTODE
Quante volte mi vado cercando
passandomi accanto supponendo
che gli altri avanti sono io
e invece sono altri in cerca
di se stessi da cui son scissi .
Perché se l'angelo mi regge
ovunque mi sento abbandonato ?
Può anche esser che uno di me
sia custodito e retto
ma gli altri di me ignorano
e s'ignorano ignorandosi se
com'è vero ch'io son scisso
in infiniti me solo da me .
Ma l'angelo li tiene tutti per sé ?
VITO RIVIELLO , 1933-2009
in "Apparizioni ", Rossi & Spera Editori , 1989
Amina Narimi
Tutti gli organi vanno alla tua voce
alle tue mani al libro aperto alla dorsale
della pietra rosacarne sulla casa.
E' da lontano che mi sei seduto accanto
ma se ti volti nella stanza mi sei dentro.
Alfredo Bruni
Daniella
è morta anche lei
anche lei
che aveva un cappotto
rosso come il sangue e le rose
e una maglietta
grigia
come il cielo d'inverno.
a nulla è servito
il nostro discutere denso
il nostro dibattere altrove
il nostro invocare gli dèi.
gli dèi
di ogni patria
e nazione e continenti
sterminati
come galassie infinite
mondi obliqui
senza inizio
e senza neanche una fine.
ho sfidato il drago oppressore,
lasciale almeno
il suo cappotto rosso
che aveva da Natale.
lasciale almeno quello
che la fa sentire bella
nel deserto
popolato di serpenti
e di auto distratte
e prepotenti.
la mia arma
era
era
era
era troppo debole
contro la sua bocca
che sputava fuoco
e morte.
l'ho rapita lo stesso
l'ho portata dal medico
le ha tasfuso sangue umano
il suo l'aveva perso,
perso per strada
per fecondare fiori
e germogli di vita.
aveva bisogno di trasfondere
amore
ma la sacca arrivò
tardi, tardi, tardi,
troppo tardi
o doveva andare
così, come certe cose
che chiamiamo destino,
almeno
ci fosse stata una fata!
ora viaggia su una zattera
di legno, canne
e di bambù
verso un luogo
che non so.
torno adesso
da Cosenza
e se
la storia fosse stata diversa
la zattera ora
solcherebbe il fiume rosso
sotto il cielo che guarda
e non sorride più,
vuota
come un guscio
un guscio senza frutto amaro
vuota e digiuna
vuota e inutile
vuota
e dipinta tutta d'azzurro
e con qualche striatura
rubata alla luna.
(Sibari 27 ottobre 2018)
Mattia Tarantino
Mio nonno
"In autunno i morti gorgogliano,
hanno in gola la rosa
interrotta, le ultime
parole mozzate ammainando
la luna. Strette
queste ossa, stretto
il bacio che li negò al mondo:
c’è qualcosa di sepolto
tra mio nonno e il mio cognome"
rimango qui
a guardare le onde,
la freschezza azzurra di quei giorni
sul mare alto del suo sorriso.
così vanno inalterate le danze
curvando l'acqua sulla riva del tempo,
fili sottili tra le mani.
silviavezzani
(diritti riservati)
Marco Armando Ribani
Non appartengo solo a questa vita
c’è altro sentite?
Come tutte le polveri cantano
nel girotondo dei ricordi
Io vivo bene con i morti come con i non nati
Sono vicino alle assenze a ogni piccola luce.
Il cielo stellato è’ un coro che sorge dal cuore
Il vento sposta la luna
e i cuccioli cercano nel vento una figura
Piero Dal Bon
Anelli di cenere
(a Cristina Campo)
Sono le mie voci che cantano
affinché non cantino loro,
gli imbavagliati grigi nell’alba,
i vestiti di un uccello devastato nella pioggia.
C’è, nell’attesa,
un rumore di lillà che si rompe.
E c’è, quando arriva il giorno,
una partizione del sole in piccoli soli neri.
E quando è notte, sempre,
una tribù di parole mutilate
cerca asilo nella mia gola,
perché non cantino loro,
i funesti, i padroni del silenzio.
g. amoretti
Acrostico (nuova versione)
Ora la luce è come aerea, come
Trasparente e remota, in questa ora
Tarda che si fa sera e lunghe, rosee
Ombre già si diffondono. È così
Breve adesso al tramonto il giorno... questa
Rarefatta chiaria, questo velato
E dolente presagio di una fine...
m. tarantino
Un salmo usurato
Comando che il tuo cuore tossisca
timido, tra le mani degli angeli.
Poiché non fui che un salmo usurato;
il profeta dei morti e il fanciullo
che invoca perdono dai fiori,
chiedo in questa veglia la parola
che ci salvi dall'inverno e faccia casa.
***
La stanza
Si ammala la parola, le mie
vertebre si curvano in silenzio.
Non piove che acqua sporca,
e questa stanza è troppo bianca:
morirò nel singhiozzo delle allodole.
***
Luce
C’è l’acqua, c’è la pietra, e tu potresti
sprofondare nei miei versi non salvando
che una rondine corrotta:
troppa luce squarcia l’ala, troppa luce
squarcia il nero e lo redime.
Prenderemo Roma con i nostri
nervi curvi in cui collassa
il cielo; non avremo
che una voce malaticcia a rivelare
ciò che tramano le sillabe:
questa luce è lo starnuto
di ogni angelo perverso.
***
Silenzio
Ma lo conosci il segno
degli angeli? Quello che confonde
l'acqua con le rose, il pane
e un antico verbo senza suono.
Da molliche e da crepacci risorgiamo
a una veglia furibonda:
è singhiozzo, questi versi e poi il silenzio.
***
giovanni perri
Melancholia
li morti tra li vivi s’assecondano:
si toccano le schiene stanno muti
ne li occhi rimestano paura
e paura li mangia
per fame, poco a poco:
ma i morti sono morti di luce, ché luce acceca l’occhi e sfibra
e parola s’accampa
legittima resa;
e più di tutto pesa
del cuore allegrezza
che è misura d’inganno e offesa.
Piccoli pugni di terra
Donatella Pezzino
Quando le ali cadono lasciano erba
smossa, e vuoti carichi di braccia
respirate nel punto esatto dove le mandorle
e i crisantemi si sfiorano, e si pensano uguali
tristemente
per aver dentro qualcosa
di bianco, quasi un vellutato
pianto
e non saperlo ricordare.
Alfonso Gatto
Lettera non spedita
Albero chiuso in tutta la mia sera,
vento calmo di stelle ramo a ramo
compiuto nelle sillabe di un nome
che mi risponde se a tacerlo chiamo,
e tu, sempre lontana dalle chiome
della limpida notte, fresca nera
povera meraviglia del creato.
Amor che a suggello di ogni cosa
incide il segno della mano piena,
nel mio triste contento con me solo
per sempre resterò --fermo nel volo
che mai si leva -- a chiedere che il male
dell'offesa vivente mi sia vivo.
Albero chiuso in tutto il mio passato
e nel gesto perenne remissivo,
ch'io mai ritorni, o cara, a dire morta,
la mia pietà, la breve gioia porta
notizie, brucia, ma la lunga pena
trattiene le sue mani, ancòra prova
nel dirti addio una parola nuova.
"Theo-blema" di Franco Cavallo
( ad Artaud)
-
Il muro è cieco, l'ombra lo avvolge
nel suo nero viluppo e lo dissolve.
Il vento agita la bianca spuma delle acacie.
Antonin Artaud, Saint Antonin ,
al tuo costato ho bevuto
tutto il sangue degli uragani e mangiato
l'urlo ineffabile della follia planetaria.
*
Franco Cavallo (1929/2006)
Mattia Tarantino
La vita è davvero bizzarra: tutto prende un verso, tutto ha più di un verso, tutto è verso. Ma i versi non sanno molte cose, si perdono, si consumano.
Per il Collettivo MalaTerra:
"Ma i versi non sanno
ingoiare le falene quando sempre
più nere e sempre
più feroci insorgono e devastano.
Non sanno quanti nomi
possiamo dare agli angeli, quante
voci setacciare fino all'ultima
vocale ancora intatta.
Non sanno quali giri
porta avanti la fortuna, quali sfere
interrogare perché i bimbi
non confondano il sangue con le rose.
Eppure conoscono
il mistero delle gazze quando legano
alle ali un cielo furibondo."
Nunzio Buono
Era l'oceano
Il vento
teneva il cielo
sopra ogni tuo sguardo
eri l'oceano
e mi ricordo naufrago
d'inverno
Giangiacomo Amoretti
Settembre. Le ali porpora dei cirri
sfatti nell'alto, gli esodi infiammati
fra cielo e cielo dei rondoni, i voli
e i silenzi e gli spazi,
le albe, i non ritorni
per sempre –
ed i ricordi,
i ricordi che straziano.
Giangiacomo Amoretti
Spleen
Malinconia dell’angelo che guarda e che non vede,
che si avvicina a Dio da sempre e ne è lontano
più di noi stessi – le sue ali bianche
più alte di ogni cielo e di ogni nuvola.
Malinconia di esistere – angelo, uomo o rondine –
in bilico tra i mondi e sospesi nel tempo.
La linea del confine sempre oltre.
Il mare uguale senza un orizzonte.
E quando si fa sera questo lungo discendere
come di un velo fumido sulle spiagge deserte.
Le acque immote, color blu cobalto.
Sospeso in alto, fioco, il plenilunio.
mattia tarantino - napoli, 2001
Mi troverai al di là della luce,
nell’orma bianca del passo
tracciato dal canto, dove tutto
il dolore del mondo è ammainato.
Sarò il verbo custode
di ogni avvenire, la fiamma
che purifica il fiore:
vivremo nel bosco segreto
dove accade ogni cosa, dove
regna la mano che stringe
la mano, e l’uomo con l’uomo.
Già tramo l’incanto dell’iride
e conosco il mistero dei mondi.
Ho visto la prima parola
e il primo bacio svelarsi:
saremo la grazia e la lira,
il passero che addomestica il cielo.
Saremo la rovina dell’angelo
caduto da un cielo ostinato.
(inedito per gentile concessione dell'autore)
"Felicità ti chiedevo"
Felicità ti chiedevo
avevi un sorriso scabro
non molto misurabile nella luce
dei tuoi occhi immani, e
le spighe dei tuoi capelli
in sogno, la prateria infinita
sulla tua bocca si faceva
parola, e così parlavi
ondeggiando nel tempo
nel colore rosa dello spazio.
*
Raffaele Piazza
Mattia Tarantino
21 luglio '18
C'è un'estate di sangue e mare. Un secolo che ci obbliga a tramare un'elegia, un'elegia all'Europa che muore.
Per il Collettivo MalaTerra:
"Oppure da una lingua del Nord
sarà la sillaba che gonfia le ossa
dei morti? Fummo il fanciullo e fummo
l’acrobata: c’è sempre
una fune tra luce e precipizio.
Veniamo a bruciare
le vertebre al cielo, veniamo
a invertire la pioggia:
certi versi sgozzano
le aquile, altri
marciscono i vessilli dell’Impero.
Quest’acqua ci disperde, non conosce
i nomi cui ha rubato sangue
e sorte. A quest’acqua
noi torniamo in obbedienza, senza croci
che trattengano le stelle.
Da lontano una Medea
araba conduce la sardana:
chi rompe il cerchio lo rimette
ai margini del tempio.
Arrivano le schiere: impugnano
e rovesciano il gerundio;
arrivano le gazze
ma tu raccogli solo fiori estinti."
Mi preme segnalarla a Claudio, Annamaria, Gabriele
A Ginevra, che ne custodisce il segreto
piccolo sogno
di irreale splendore,
vivi di rose
invernali fra i capelli e
le mani,
fluttui leggero
sopra ogni cosa .
gli occhi dentro
gli occhi,
i pensieri come
ali di angeli.
.
silviavezzani
(diritti riservati)
Giovanni Perri Agua
Vorrei veder tramontare ad oriente
sul breve canale delle canne addormentarmi
sopra una scia di spari cacciatori
fuggire gli alberi a ritroso
e la notte incendiaria sentire
l'annuncio dei cani arancioni
vorrei nascondermi nel fieno di maggio
nell'ampia volta del cielo che pende
sorridere per un ricordo
invertir l'ombra mia stessa
di lividi e dimenticanze
e d'anni che non ritrovo più.
Ma d’ore numinose è fatta
l’anima mia riflessa e d’archi e frecce,
portami il cuore nella luce a planare
sopra un acquaio di malinconie
saltami allegramente sulle sponde
della mia vena d’oro e scrivimi
col vento ogni ferita
degli occhi e della lingua
io ti sono nel canto padre e figlio
e fratello dei cocci lunari
allora fammi terra
fammi profumo di terra e di stalla
oppure scovami nella campagna ramata, raggiungimi
fin dove tocca l’erba la parola
e non v’è peso
né formula dei miei destini accumulati.
Giangiacomo Amoretti
Solo nella penombra
più rarefatta e interna,
di là dalle figure
stinte dell’iconòstasi,
fra due colonne, spento
anche l’ultimo cero,
vedrò io – senza un lume
che veli – per un attimo
sospeso e come assolto
dal tempo e dal morire –
l’icona più segreta –
l’invisibile Volto?
.
Un atomo, un nonnulla
di materia ed è già
l’inizio di un bagliore –
un lampo, un segnavia.
Tra il cerchio e il centro è l’arco
di un istante, la via
brevissima che lega
il minimo all’immenso,
al non più il non ancora –
il tuo volto, l’incerto
fulgore dei tuoi occhi
a me, all’universo.
Irene Rapelli
DELICATEZZA
Silenzio è il trasparente
carcere di narcisi da potare.
Attendono solo
che una forbice incida
steli e radici ed il pistillo voli, perpetuamente,
nell'azzurrità rupestre
dove l'abisso si apre a cesure ebbre,
taciute o sfatte di essenza
più sensuale del seme vincolante,
in vene e suoni
di millenni. Sorride
del germoglio zittito l'aura informe,
nuda ed aspersa dell'ultima luce
prima del salto. L'assoluto parla, vivo e nullifico,
di eternità rubata
del tremulo sospiro nella bocca
di fiori della poesia. Ancora qui? Da me
odi delicatezza, un'agonia
che pulsa, implode ed esplode, trabocca, piccola morte
sul margine di ogni rupe, bianchezza, virgola lisa
di pagine elettriche del sole sfrondato
ch'emani. L'assoluto canta nero
duramente, di povera
immensità ridotta a buio
nel tuffo d'acqua.
https://irerapelli.blog/2025/03/13/delicatezza/
.
Parola
Fiore cannibale del male
ansando sfonda l’arco del pensiero.
Bellezza provocante del banale
buco affollato allarga. L’infeconda
rupe sul precipizio gronda
per la stella del buio più nero
obesa eternità per nullità.
Scrive in cattività l’amplesso
del canto. Terra, luna, poesia
truffe o malattia. Schiavitù
di moda e marchio rovente
per eroi senza movente — va
un’uguaglianza più larvale
che danza senza figura né pane
nel silenzioso fumo
del rogo senza arrosto del rituale.
Così il vestito ritaglia
cervelli in libertà di vetro.
Ed io ci ballo, senza riposare,
il cuscino è una scacchiera cinica
con un gioco truccato
di saponi nel bagno del re nudo
crudele solo in vanità.
Sarò tenuta in vita, senza odiare
che la sua infinità, aprirà
gambe alle nozze per procura in clinica
di morte, e pace sarà. Sta
un’inesplosa bomba, nella tomba.
Così sprofonda vegetale.
I. Rapelli
*
"Così di noi non resta che il mistero
d'esser vissuti ignoti anche a noi stessi;
come vivono gli alberi confitti
dalle radici entro la terra; e tutto
è un vano giuoco di sequenze, uguale
a specchi d'acque tra le nubi e il sole."
Giuseppe Villaroel, Quasi vento d'aprile in La bellezza intravista. Antologia poetica 1914-1956, Firenze, Vallecchi, 1959, p.163.
Flavio Almerighi
Dio, dammi i remi giusti
per potere attraversare
tutto questo vino nero,
la giusta direzione
contro il sole spesso vago.
Evitami litigi con le stelle,
voglio gioire ogni momento
(scrivi ancora?).
Fa' che nudità e bellezza
non si divorino, escano
per onorare la luna piena.
Sfila l'aureola, voglio toccarla
niente spazio al freddo
e nessuna catacomba.
Nient'altro serve all'amore.
Bollettino ondeggiante
benedetto dalla luna piena
riflessa su questo mare,
vanitosa com'è, scende
senza parole.
Dio trovami tra mille rimandi,
uova che il sole schiude.
*
"Dio trovami", in "Isole"
Edizioni Ensemble, 2018
Lucia Triolo
non si appartiene veramente
che
alla paura di incontrare
se stessi
non ha speranza
l'ombra della rosa
non ha profumo
pettinare sogni
e’ solo un lampo con radici
nel sangue
l'ombra della rosa
incenerisce
Nadine Swan
Anche Dio ha avuto fame
La fede in Dio è il passo
lento sulla brace —
Mi hai sciolto il sale negli occhi,
Mi hai bendato la pelle
come un corpo che ha attraversato il fuoco,
e adesso ha cicatrici che parlano.
Ora ti chiedo la tua sete,
fammi spazio nella fame —
tra la voce e il silenzio
dove preghi con i lamenti taciuti.
Così anch’io sarò carne
che si lascia consumare,
ostia non consacrata
ma ardente,
trafitta di tenerezza.
Inchinami alla tua bocca
non come chi implora,
ma come chi conosce
la grazia della ricostruzione.
E poi mangiami
in un nome che non serve più
pronunciare.
Non ti chiedo di amarmi,
ma di scavarmi con la lingua
come si fa col midollo:
lì dove resta dolce anche il sangue.
Sono il pane dimenticato sull’altare,
l’ombra della benedizione,
un grazie mai detto,
rabbia masticata fino a farla bestemmia.
Dammi la bocca,
non il bacio —
ma il morso che mi separa da me.
Nutriti,
che io mi svuoti a tua immagine:
devota, spoglia,
come un volo
interrotto.
Lasciami ferita,
ma in tuo segno —
come si lascia un graffio sulla costola,
per ricordarsi che anche Dio
una volta ha avuto fame.
(da Facebook)
Alfredo Bruni
ho incontrato un mio pensiero
nell'angolo più assurdo del mondo
stava seduto per terra
abbattuto
le spalle appoggiate
al muro caduto
sembrava un barbone
che era nato nobile
e troppo presto decaduto
sembrava un bambino
troppo presto cresciuto
sembrava una rosa
da cui era nata una spina
sembrava una morte
che non poteva avvenire
non chiedeva elemosina
continuava a gridare
squarciando il silenzio
frantumando lo spazio
abolendo il tempo
e lo strazio
ecco dov'eri ho pensato
esiliato
ma nemmeno dannato
se un giorno apro il libro
lo trovo
che balla sul foglio
come la stella
che segue la luna
e non può scaldare
il bastardo
sul volto ha messo
una maschera
di sangue e ricordi
il mio pensiero indecente
che sembrava perduto
Sibari 15 aprile 2013
Julie Sopetrán
Sin aliento
Hay algo entre las risas de la noche
que provoca tristeza
tedium vitae que socava y destruye
como una araña de melancolía.
Sinfonía de ecos como clavos
que hieren el espectro, los sentidos, la gana,
constelación de síntomas, ebullición de estrellas,
dolor, insomnio, mordedura de fiera entronizada,
silencio, ansiedad, fuego que agota, presión que vacía el ser
y esta amargura que sangra biografía
que tiene prisa de borrar el camino.
Bailo con las normas y siendo libre me ato a las sombras
me dejo caer siento el vértigo del malestar
me aferro a la imprudencia
de la nada
Soy pluma en el abismo, desintegro mi llanto
vuelo hacia el fondo
voy y vengo
quemo el aire.
©Julie Sopetrán
*
Senza fiato
.
C’è qualcosa nell’ilarità della notte
che provoca una tristezza,
un tedium vitae che mina e distrugge
come un ragno di malinconia.
Sinfonia di echi come chiodi
che feriscono lo spettro, i sensi, il desiderio,
costellazione di sintomi, ribollire di stelle,
dolore, insonnia, morso di una bestia in trono,
silenzio, ansia, fuoco che esaurisce, pressione che svuota l’essere
e questa amarezza che sanguina biografia
che ha fretta di cancellare il cammino.
Danzo con le regole e essendo libera mi lego alle ombre
mi lascio cadere sento la vertigine del disagio
mi aggrappo all’incoscienza
del nulla
sono una piuma nell’abisso, disintegra le mie lacrime
volo verso il fondo
vado e vengo
brucio l’aria.
.trad. Flavio Almerighi
.
… non è che un sunto
Fa in modo di farti trovare in piedi
come gli steli fioriti di un prato
non ancora calpestato o falciato:
tant’è primavera e aperto è alla brezza
lieve, da invitare alla danza d’ali.
È breve il frusciare che di essa inebria
per te che la morte non è che un sunto.
E se un raggio arcobaleno ti accende
sporgi sempre più il viso al sole caldo:
ne avrai bisogno in ogni tua cellula
quando alle membra sentirai gli spilli,
sentimenti ipocriti mai sopiti,
fondi infiggersi ghiacci nella pelle
come rimorsi fruttati d’inverno.
https://sempreadelantando.wordpress.com/2025/06/05/non-e-che-un-sunto/
Franco Massimo Botturi
·
SEA SONG
Per la potenza dell’acqua, la scultorea
madre magnanima che lava le mie angosce.
Ne berrò come la belva il sangue caldo
fino a impazzire la mente, e il corpo stanco
al quale hai dedicato le mani più pazienti
le vene della bocca, la danza dell’amore.
L’utero d’acqua salina è la mia casa
sparviero di pianura, fuori da storia e tempo;
ho le narici di sale, il petto glabro, Nausicaa
culla il mio divenire. Qui vivrò
nell’ossatura dei pesci, e l’alghe, e spume.
Tra le corriere dei fulmini e la nenia
l’andare e poi il venire del piede della rosa.
Tra la risacca e l’affondo, magma azzurro
e verde del coriaceo guerriero. Tra carcasse
gettate a riva nel saliscendi; il tempo vivo
e quello morto in zattere e corda. Tra i bambini
caduti come ceri pasquali da un altare
sul fondo delle braccia più povere del mondo
coperte di corallo e pietà, figlio anch’io
sempre.
(da Facebook)
Lorenzo Curti
Ancora
mi vengono incontro
memorie di notti lunari
propizie agli incanti;
ferite di luce nel cielo
come fosforo di lampi
oltrepassano stagioni e iridi,
scrivono parole che sai,
alfabeti segreti
sulla pergamena del sangue.
Mariangela Ruggiu
prima che fossi questo corpo
che sente pensa ama
ero nell'Essere infinito
indistinta e senza nome
ero perfezione senza limiti
conoscenza e amore
poi è stato corpo e me che sono
come un vaso di coccio
che ha mani pelle occhi cuore
vaso unico e diverso
scrigno di bellezza
seme di Amore e fame
che non ci basta mai
perché veniamo da un infinito
che sempre chiama
anche quando siamo persi
abbiamo mani che si cercano
corpo perso tra l'Io e il Noi
c'è un oltre che ci aspetta
quando andiamo oltre la morte
ma siamo ancora vivi
mr (da Facebook)
(Edoardo Sanguineti
'(...)
Che cosa è l’uomo? dove sta la sua anima?
è il teorema di Pitagora, la chitarra, il giornale:
vedi la vanga, le tenaglie, la biro,
che fanno il mondo che ti è naturale:
sciogli il tuo braccio, che hai tanto sudato,
e lungo è il tempo che ti hanno sfruttato:
quando un automa ci avrà faticato,
può incominciarci anche l’uomo umanato'
'Senzatitolo ' Feltrinelli, 1992
Pier Paolo Pasolini
Per essere poeti, bisogna avere molto tempo:
ore e ore di solitudine sono il solo modo
perché si formi qualcosa,
che è forza, abbandono,
vizio, libertà, per dare stile al caos.
Io tempo ormai ne ho poco:
per colpa della morte
che viene avanti, al tramonto della gioventù.
Ma per colpa anche di questo nostro mondo
umano,
che ai poveri toglie il pane,
ai poeti la pace.
Emilio Capaccio
·
Dio non nasconde
le ragioni incomprensibili
Sono inspiegabili ma esistono
lo sappiamo
Sono inspiegabili quanto basti
per poterle accogliere con la fede
e non nella pazzia
La fede è lo scongiuro della pazzia
Nessuno può dirsi pazzo
se ha in mente nel viaggio
la salvezza
È una ragione incomprensibile
dover morire per avvicinarsi
ma la fede è una barca
la pazzia il mare nella barca
che urla l'insostenibile prigione
(da Fb)
Lorenzo Curti
·
Dove si posa
in volo la luce
è timido riflesso d' acque
tumida malinconia
Distesa equorea
fragile ai venti
fomenta il senso del limite
Noi termini di paragone
malmessi vascelli
non si sa se in mare aperto
o vicini a qualche oscuro porto.
Noi piante secche e virgulti
rose marcescibili
che abbiamo amato
al loro sbocciare.
Dove si quieta il pensiero
l' abisso di ciò che sfugge
alle nostre mani prensili
incapace di trattenere
l' essenza dei fiori
fiotti di dolcezza.
Appena in grado noi
di imparare a morire
disimparando a vivere.
(da Fb)
MARIO LUZI
DURISSIMO SILENZIO
TRA NOI UOMINI E IL CIELO
Durissimo silenzio
tra noi uomini e il cielo,
arido
per aridità di mente
o scomparsa degli angeli
rientrati nel Verbo, muti,
alla sorgente,
afasia, anche,
o morte dei profeti,
ma colmato
da nuvole, da pietre,
da alberi, animali,
da quel loro
ininterrotto afflato,
tutto, creaturalmente.
O anima del mondo,
da tutto ferita,
da tutto risarcita,
non piangere, non piangere mai
dice nel sonno
la sua amorosa lungimiranza.
da " VIAGGIO TERRESTRE E CELESTE DI SIMONE MARTINI " ed.GARZANTI
Pedro Salinas
Tu vivi sempre nei tuoi atti.
Con la punta delle dita
vai sfiorando il mondo, strappi aurore, colori, allegrie:
la tua musica è questa
e la vita sta nel tuo suono.
Sì, io ti sto cercando al di là della gente.
Non nel tuo nome, se lo dicono,
non nella tua immagine, se la descrivono.
Al di là, più in là, più oltre... ti vado cercando..
E ti cerco anche al di là di te stessa.
Non in questo tuo specchio
e nella scrittura di te,
e nemmeno nella tua anima.
Più in là ancora, più oltre...
Anche al di là di me stesso.ti sto cercando.
Poiché tu non sei ciò che io sento di te.
Non sei ciò che palpita
con il mio sangue dentro le vene,
e non sei nemmeno in ogni mia piccola parte.
Ti vado cercando al di là, più oltre, ancora.
E ti cerco per trovarti,
per cessare alla fine di vivere in te,
e in me - e negli altri.
Per vivere al di là da tutto,
sulla sponda altra di ogni nostra cosa,
e finalmente raggiungerti,
come se stessi attraversando
la mia stessa morte.
da "La voce a te dovuta"
Umberto Saba
Il profumo del ricordo
Questa via stretta, antica,
tra i muri caldi e l’ombra lieve,
mi riporta a un tempo remoto,
quando la mia anima bambina
scopriva il mondo tra la polvere e il vento.
Odor di pane, di terra bagnata,
di vite intrecciate nella piazza,
il canto dei panni stesi,
il riso che si perdeva tra i tetti.
Era un tempo povero,
eppure così ricco d’immenso.
La mia città era madre severa,
ma nei suoi abbracci di pietra e mare,
tra il sale che ardeva sulle labbra,
io trovavo un calore antico,
un rifugio dall’infinito mondo.
Ora cammino tra le ombre di ieri,
e il ricordo mi accompagna dolce,
come una carezza sul viso stanco.
Non ho più il cuore d’un ragazzo,
ma questa memoria mi fa eterno.
.
MARIO LUZI
Sangue – sua profusione
in ogni dove
del mondo,
capillarmente
in tutto l’universo,
sua stormente
ramificazione
in ogni specie
dell’aria, della terra,
degli acquitrini
dentro vene,
arterie, cannule,
tubicini –
suo spreco,
sua dissipazione antica
nelle stragi palesi e clandestine,
nelle cacce, nelle ecatombi,
nelle mattanze, nelle carneficine,
nelle croci – una alzata ad espiarne
lo sperpero, lo scempio…
Dove corre il sangue, dove annega?
come l’acqua, come i fiumi
ritorna alla sorgente
il sangue, scende e sale
dalla morte alla resurrezione
O sanguis meus…
da " POESIE ULTIME E RITROVATE "
ed. GARZANTI
Giovanni Perri Agua
·
Forse il colore viene via soffiando
e resta un codice occulto:
così la statua nella canicola
così il silenzio nella campagna di luglio, bum! lo sparo di un fucile,
passare dove non sei e quasi sfiorare
il calco di un'assenza
questo sovramondo del nostro vedere.
La vita è tutta una somma
di questo non sapere in quale fotogramma finire
con quale danza esplodere, farsi molecola, azzurro che il sole dolcemente decapita.
Ma la magia è tutto il transuente,
il vento che anticipa l'alba
ripetere il bacio sulla nuca
senza voce cantare.
Sapete:
vedervi crescere così in fretta
è come la caduta dei gravi
ma leggera
come l'aria sulla stuoia del pomeriggio
che tiene in equilibrio la casa.
Irene Rapelli
·
PAROLA
Fiore carnivoro del male
ansando sfonda l’arco del silenzio.
Bellezza provocante del banale
buco affollato allarga. L’infeconda
rupe sul precipizio gronda
per la stella del buio più nero
obesa eternità per nullità.
Scrive in cattività l’amplesso
del canto. Terra, luna, poesia
truffe o malattia. Schiavitù
di moda e marchio rovente
per eroi senza movente — va
un’uguaglianza più larvale
che danza senza figura né pane
nel silenzioso fumo
del rogo senza arrosto del rituale.
Così il vestito ritaglia
cervelli in libertà di vetro.
Ed io ci ballo, senza riposare,
il cuscino è una scacchiera cinica
con un gioco truccato
di saponi nel bagno del re nudo
crudele solo in vanità.
Sarò tenuta in vita, senza odiare
che la sua infinità, aprirà
gambe alle nozze per procura in clinica
di morte, e pace sarà. Sta
un’inesplosa bomba, nella tomba.
Così sprofonda vegetale.
https://irerapelli.blog/2025/03/19/parola/
Francesco Marotta
(...)
scrivere è un’ora covata dal destino
la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
fino a che sanguinano anche i sogni,
fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
gli alfabeti rappresi dentro un grido
(sono queste le voci che mancano a una pietra
per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
sono questi gli accenti
che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
dove la morte è presagio di stagioni,
oracolo dei frutti e del ricordo)
*
da Esilio di voce
scrivi strappando chiarori di pronome
dalla voce la luce malata
che s’innerva
al rantolo di un verbo scrivi
con lo stilo di ruggine che inchioda
l’ala nel migrare anche la morte
che sul foglio appare dal margine
di sillabe di neve s’arrende alla caccia
al sacrificio necessario
dell’ultima lettera superstite
*
ci accomuna la conta differita dei morti
la mano adusa a separare codici e correnti
dal gorgo dove si adunano le ore
indicibile chiusa
di apocrifi in sembianti di volti
di giorni in forme declinanti
di parole
*
come questa luce di specchio
quando raccoglierla è già spreco
di fulgidi rosa un chiedere al sonno
gli spazi
intagli per minimi azzurri
l’abuso di crescere che sia privo del prima
mutilata la mano da una lama
d’inchiostro
che trema sul foglio.
La radice del cielo
nella vampa del crepuscolo, Gabriele,
anche gli angeli cambiano colore – assumono
sembianti carichi di voci, parvenze di infinito –
talvolta somigliano una nuvola, profumano di corallo,
e tu sai che più pura è la loro luce
che avvolge la tavola imbandita di invisibili presenze
fluttuanti nell’oro degli sguardi, più pura
quando lacrima il sale della vita la materia del distacco,
quando l’ombra ti lascia senza pace
inquieto di un tremore opaco, preda del vento
che succhia linfa alla fonte dei pensieri –
cosa sono le nuvole mi hai chiesto – e io ho raccolto nel palmo
la pioggia dispersa dell’aprile, la sua ferita d’aria
per mostrarti come si forma un’ala,
da quale precipizio risale il giorno e spinge a riva
gli ospiti muti delle notti,
come può una corona di piume legare alla terra
esili germogli fioriti da suoi pori –
cosa sono le nuvole –
e io ti porgevo il calice delle mie mani d’acqua
perché al richiamo di quell’ultimo bagliore di sorgente
tu riprendessi la rotta del tuo volo,
ritrovassi la radice da cui ricomincia il cielo
da Lettera al figlio
in Hairesis –
https://rebstein.wordpress.com/.../francesco-marotta...
Italo Bonassi (1932 – 2025)
Come ti riconoscerò lassù?
Come ti riconoscerò lassù?
Curiosamente sfoglio tra le pagine,
cerco la verità, ma non è facile,
sai. Metti nel conto
l’ansia, l’irrequietezza ed il dilemma
dolceagro del credere o non credere…
Come ti riconoscerò quel giorno,
metti che ci sia?
Oh, con stupore,
penso, ti cercherò tra le altre anime
nel vento freddo delle nebulose
di un paradiso insospettato,
tra vampate di colori e di riverberi
di musiche, riflessi e luminarie
di una città fantastica!
Ma io
come ti riconoscerò tra tanti?
Appena appena ho in me
una pallida idea del tuo profilo. Serbo
con gran fatica la tua immagine, lo sai,
ma ho ben poco di te. Indugio
a volte nel pensarti vivo,
giovane com’eri.
Ma non credere,
è illogico ch’io ti possa riconoscere,
lassù! Frammenti di memorie
non bastano, e l’anima tua nuda
eternamente andrà come un fantasma
anonimo.
Arena di silenzio,
giungla di desideri tramutati
in bioccoli di echi! Una sottile
pioggia di luce smeraldina
trascolorante in morbidi ricami
sarà alba perpetua per noi morti.
Come riconoscerti?
Chiamarti,
dire forte il tuo nome ed il cognome,
gridarlo mille e mille volte,
e mille altre?
Urlare
la via e la città dove abitavi,
infrangere il silenzio delle stelle,
e poi udirti
da quel mare di anime assopite
rispondere ai miei urli?
Vedi, fratello mio
( dici, parlandomi
quasi con nostalgia ), è negli abissi
di questa dolce eternità di morte
che vive il mio pensiero come un’eco
spenta di voce.
Illusione di un sogno di fanciullo,
l’idea in un paradiso interstellare,
frutto di un desiderio!
Anime no,
né angeli né spiriti,
siamo pensieri nella mente eterna
di Dio. Pensieri
sì, solo pensieri, eterni.
Giangiacomo Amoretti
·
Opaca luce, amaro
trasalimento all’alba
d’altre nubi, riflesso
d’altri cieli – nell’alto
ventare un nulla di
nero-bianco, una rondine
tutta ali – poi lieve
ricadendo più giù
la sua torbida, fuggitiva anima.
Bastava che cantasse
Faceva presto
il canto a essermi sorriso.
Indosso la camicia blu a righe
—parevano cantare finanche quelle—
e da cornice, in prospicienza,
certi fatali pini
—filosofia di odori forti—
ed un agosto di luci appese ai colli.
Sì che cantavi, padre!
Ma gli occhi erano lucidi,
lucidi di malinconia i tuoi occhi.
E io lì a chiedermi:
“Si è forse più inclini al canto, a sera?”
Ora altissimi i silenzi.
Memoria estatica,
fragile a un tempo,
infranta dal battacchio della mente:
prima rintocchi indizi e decibel acuti,
dopo nel nulla ti disperdi.
Sei suono di campana.
NUNZIA BINETTI
Pierluigi Bacchini
·
Vieni a sopportare ancora questa vita.
È vita, abbiamo da fare, vieni. Fingi,
con una lieve esaltazione. Non senti
come scorre il suo respiro?
C’è ancora tempo, qualche piacere.
E parlare di ciò che vale oltre noi,
questo nostro scoprire, la curiosità.
E non abbandonare questi lineamenti,
il tuo volto, che ancora appartiene a noi,
o pare. Tutto è concreto, e sogno assieme, è
non so, memoria. Abbi forza, ritroviamoci.
da Staminali eterne, Mondadori
Donatella Pezzino
Monade
Attese. Assonanze.
Piccoli profumi da rendere al vento;
è un gocciarmi lieve, di foglia
in foglia
il mio essere pioggia.
Di un solo giorno
Di un solo giorno
Venivamo dalla marina,
zingari come strade. Tutto
era un dopo; le ore,
una teoria
di scale
– i ceri accesi
delle cattedrali. E infine
la notte
liquida, erbosa; una terra
di mezzo
nel torpore antico
dove le nostre tristezze
diventano cose.
Potresti
Potresti attutire il rumore che faccio
cadendo; con le mani invece
rabbocchi quello che non manca
e mi peschi a caso
dal sacco delle foglie. Ho voglia
di liquirizia: ma non ricordo più la strada
che porta alle tue tasche. Sotto la lampadina
a risparmio
si diventa letargici, ragionando d’uva buona
e del mare sotto i treni e delle lenti da lettura
che ti sperdi per casa. Fuori l’ autunno
ostenta certi fiori piccoli
che quando li calpesti fanno un silenzio
odoroso e impotente; ma tanto, mi dici,
verrà la pioggia a lavare via
la terra nera dal mandorlo
Basalto
Noi siamo
il silenzio che ci unisce:
una ginestra
e il suo abbraccio di cenere.
Non ha importanza
Silenzio. Silenzio
dov’era musica, silenzio sulle mani,
sul gorgo imploso dove finisce
la pioggia dei giorni, coi detriti che non dicono,
con tutti i fiori che non si aprono.
A metà
Ho amato
come si amano gli angeli: a metà. Un’ala spezzata
ha fatto da cornice. Forse avevo paura
di rimarginarmi presto – ed era terrore, il mio –
o forse temevo il logorio dei passi
su quel lungo tappeto disteso
fra la follia e l’abbandono.
Angel
Che il tuo volo mi sia lieve
nel ricordarti carezza,
che mi sia lieve il giorno, dove tutto
è stanchezza; ora
che sai di foglie.
Vedessi com'è bianco il giorno
Non uscire: così bianca
ti confonderesti con la neve
e ti perderei. Non dormire: fra le tende
accostate
lasciamo tremare la luce, un poco. Hai
l’ultima sigaretta: fumala. Questa volta
entrerai nel cono d’ombra
a piccoli passi
Lentamente
Sola. Sono la piccola solitudine dei fiori
quando non trovano il vento alla giusta latitudine
da potersi dire carezza, olfatto, tintinnio di bicchieri; sono
la pioggia che guarda gli uccelli sotto la gronda
senza potersi fermare. Da questo cielo
continuano a passare
voli
mentre io continuo a cercarti a ritroso
seguendo il calco delle mie ferite.
Samovar
Mi spezzo
proprio ora che il vento si ferma:
ed è una morte
gentile, dove trapassano
i sogni, le rose, e le cose
perdute
che vedo solo io; e dove
amore
è un modo come un altro
per chiamare la solitudine
Binario 5
Si aspetta; sempre. E nell’aspettare
si diventa foto in bianco e nero
per ricordare cose: il paltò
senza tasche, l’orologio
indietro. Si resta così,
modelli in carta
di profumi dimenticati
C'è una fiamma
Distanze. La diafana
certezza dell’ora, che passa
nel sentirsi
tremare, in una foglia
per cadere, infine; restituirsi
alla terra; e cos’è
ogni sera, in fondo
se non un ritorno
Lo spazio fra due punti
Ecco il fiore dalle foglie scarne,
la farfalla dimenticata sugli spilli.
Figlia di Imran, di quante croci è fatta
la sabbia che calpesti?
Il respiro è pianta che germoglia sulla pietra.
La tua mano, un velo sottile che si posa sulle cose.
Le gerbere
Non ti ho comprato le gerbere.
“Abbiamo colori bellissimi,
oggi” diceva la signora dei fiori.
Colori. Bellissimi.
C’era un azzurro
che tremava nelle ossa: inverno
e rimpianto. Giallo il polline
che il vento portava lontano
tra gli aranceti e il mare; dove la vita
ti urla negli occhi. E sotto
l’erba,
petali ancora freschi
che nessuno ricorda: il viola
delle cose non colte.
su larecherche.it
g. amoretti
Luce che all'alba defluisce e schiara
le plaghe mute dell'inizio – luce
più alta, che si stinge e si ritira.
Nadir e zenit, nord e sud – il male
da sempre già in questa incoincidenza,
in questo non ancora e già non più,
che è il cuore nero – il centro della luce.
Vittorio Sereni
PAURA SECONDA
Niente ha di spavento
la voce che chiama me
proprio me
dalla strada sotto casa
in un’ora di notte:
è un breve risveglio di vento,
una pioggia fuggiasca.
Nel dire il mio nome non enumera
i miei torti, non mi rinfaccia il passato.
Con dolcezza (Vittorio,
Vittorio) mi disarma, arma
contro me stesso me.
*
ALTRO COMPLEANNO
A fine luglio quando
da sotto le pergole di un bar di San Siro
tra cancellate e fornici si intravede
un qualche spicchio dello stadio assolato
quando trasecola il gran catino vuoto
a specchio del tempo sperperato e pare
che proprio lì venga a morire un anno
e non si sa che altro un altro anno prepari
passiamola questa soglia una volta di più
sol che regga a quei marosi di città il tuo cuore
e un’ardesia propaghi il colore dell’estate.
da "Stella variabile"
Octavio Paz
Come chi ascolta piovere
Ascoltami come chi ascolta piovere,
né attenta né distratta,
passi lievi, pioviggine,
acqua che è aria, aria che è tempo,
il giorno non finisce di andarsene,
la notte non arriva ancora,
figure della nebbia
al voltare l’angolo,
figure del tempo
nell’ansa di questa pausa,
ascoltami come chi ascolta piovere,
senza ascoltarmi, ascoltando ciò che dico
con gli occhi aperti verso dentro,
addormentata con i cinque sensi svegli,
piove, passi lievi, rumore di sillabe,
aria e acqua, parole che non pesano:
ciò che fummo e siamo,
i giorni e gli anni, questo istante,
tempo senza peso, pesantezza enorme,
ascoltami come chi ascolta piovere,
lampeggia l’asfalto umido,
il vapore si alza e cammina,
la notte si apre e mi guarda,
sei tu e il tuo sembiante di vapore,
tu e il tuo volto di notte,
tu e i tuoi capelli, lento lampo,
attraversi la strada ed entri nella mia fronte,
passi d’acqua sopra le mie palpebre,
ascoltami come chi ascolta piovere,
l’asfalto lampeggia, tu attraversi la strada,
è la nebbia errante nella notte,
è la notte addormentata nel tuo letto,
è l’ondeggiare del tuo respiro,
le tue dita d’acqua bagnano la mia fronte,
le tue dita di fiamma bruciano i miei occhi,
le tue dita d’aria aprono le palpebre del tempo,
sgorgare di apparizioni e resurrezioni,
ascoltami come chi ascolta piovere,
passano gli anni, ritornano gli istanti,
senti i tuoi passi nella stanza vicina?
non qui né là: li senti
in un altro tempo che è proprio ora,
ascolta i passi del tempo
inventore di spazi senza peso né luogo,
ascolta la pioggia scorrere per la terrazza,
la notte è ormai più notte fra gli alberi,
fra le foglie si è annidato il fulmine,
vago giardino alla deriva
– entra, la tua ombra copre questa pagina.
***
(Traduzione di Ernesto Franco)
da “Albero interiore (1976-1987)”, in “Octavio Paz, Il fuoco di ogni giorno”, Garzanti, 1992
Fernando Pessoa - Questa vecchia angoscia
Questa vecchia angoscia,
questa angoscia che porto da secoli dentro di me,
è traboccata dal vaso,
in lacrime, in grandi immaginazioni
in sogni tipo incubi senza terrore
in grandi emozioni improvvise, senza alcun senso.
È traboccata.
Quasi non so come comportarmi nella vita
con questo malessere che mi riempie l’anima di pieghe!
Se almeno impazzissi per davvero!
Ma no: è questo essere a mezza strada,
questo quasi,
questo essere sul punto di…
Il ricoverato di un manicomio almeno è qualcuno.
Io sono il ricoverato di un manicomio senza manicomio.
Sono pazzo a freddo,
sono lucido e matto,
sono estraneo a tutto e uguale a tutti:
sto dormendo sveglio con sogni che sono pazzia
perché non sono sogni.
Sono in questo stato…
Povera vecchia casa della mia infanzia perduta!
Chi avrebbe detto che mi sarei tanto disperso!
Che ne è del tuo bambino? È impazzito.
Che ne è di colui che dormiva tranquillo sotto il tuo tetto provinciale?
È impazzito.
Ma chi, fra quelli che fui? È impazzito. Oggi costui è chi io sono.
Se almeno possedessi una religione!
Per esempio, una per quel feticcio
che c’era in casa nostra, la vecchia casa, che veniva dall’Africa.
Era bruttissimo, era grottesco,
ma c’era in lui la divinità di tutto quello in cui si crede.
— Giove, Geova, l’Umanità —
uno qualunque servirebbe,
infatti che cosa è tutto se non quello che pensiamo di tutto?
Scoppia, cuore di vetro dipinto!
.
Fernando Pessoa,
Poesie di Álvaro de Campos,
a cura di Maria José de Lancastre,
traduzione di Antonio Tabucchi,
Biblioteca Adelphi, 1993, 5ª ediz.
Flavio Almerighi
Pioverà neve e ci daremo del tu.
Nessuna anima sarà in disparte,
perché amore è questo.
Nei sotterranei troveremo aria fresca
greve di umidità.
Spesso la domanda è una sola:
chissà dov’è adesso,
mistero senza soluzione, vivere è questo
ascoltare chi è svanito,
la sua voce dentro i sogni.
La pianura è insondabile, non ha orizzonte,
le prime alture danno la sensazione
di lontananze che diventano confini.
Fortunati noi, non abbiamo subito guerre,
ma abbiamo creduto fosse progresso
esaudire desideri,
annegare la stanchezza in un caffè,
infine portare sulle spalle Anchise
per preservarlo dal fuoco.
https://almerighi.wordpress.com/2025/08/21/chissa-dove-adesso/?fbclid=IwY2xjawMa985leHRuA2FlbQIxMQABHvSbDw4nvnyVzyc0XPu_4IPzSucm968mAR8B72ZD_eJBoKlDWHH9qSXgpPc7_aem_Yquq9gtYIXND6bWrhWnM-w
Enrico Cerquiglini
·
Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto 1950)
L’uomo che respirava le colline
E Cesare perduto nella pioggia
sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina
(Francesco De Gregori, Alice, 1973)
Aveva il passo doppio di chi non torna mai,
anche se il ritorno lo fa ogni giorno.
A Torino respirava il fumo e le nebbie,
ma negli occhi portava vigne di settembre
e mattini freschi, col fieno ancora umido.
In campagna si sentiva cittadino
– scarpe troppo strette, mani senza calli –
in città, un contadino sperduto
tra i muri che nascondono le stelle.
Gli amori,
un tavolo vuoto
dove la donna siede
solo per andarsene.
Nei suoi letti restavano voci,
e il freddo di chi non ha voluto restare.
Non c’è niente di più amaro
che un’alba vista da soli,
scrisse,
ed era già un epitaffio.
Il mito lo teneva vivo:
uomini che parlano agli dèi,
donne nate dal mare,
ragazzi che sfidano il padre
e perdono sempre.
Il mito come giustificazione
del sangue e dell’abbandono.
La guerra l’aveva vista troppo da vicino:
le colline piene di passi che non tornavano,
il fango che inghiottiva i nomi,
il cadavere del nemico da guardare negli occhi.
E dirsi:
«Non sono io che cerco di non finire.
Io non credo che possa finire.
Ora che ho visto cos'è guerra, cos'è guerra civile,
so che tutti, se un giorno finisse,
dovrebbero chiedersi:
“E dei caduti che facciamo? Perché sono morti?”
Io non saprei cosa rispondere.
Forse lo sanno unicamente i morti,
e soltanto per loro la guerra è finita davvero.»
Scrivere era il suo modo di restare in piedi.
Ogni parola un sorso d’acqua
in mezzo a un deserto che cresceva.
E alla fine,
nell’albergo anonimo,
la solitudine non era più una stanza
ma un coltello nel fiato.
Ha scelto di fermarsi lì,
lasciando frasi come vestiti piegati,
pronti per un viaggio
che non avrebbe fatto.
Sulla collina il vento canta piano,
parla di un uomo che nessuno chiama.
(da Facebook)
Cesare Pavese
La finestra socchiusa contiene un volto
sopra il campo del mare. I capelli vaghi
accompagnano il tenero ritmo del mare.
Non ci sono ricordi su questo viso.
Solo un’ombra fuggevole, come di nube.
L’ombra è umida e dolce come la sabbia
di una cavità intatta, sotto il crepuscolo.
Non ci sono ricordi. Solo un sussurro
che è la voce del mare fatta ricordo.
Nel crepuscolo l’acqua molle dell’alba
che s’imbeve di luce, rischiara il viso.
Ogni giorno è un miracolo senza tempo,
sotto il sole: una luce salsa l’impregna
e un sapore di frutto marino vivo.
Non esiste ricordo su questo viso.
Non esiste parola che lo contenga
o accomuni alle cose passate. Ieri,
dalla breve finestra è svanito come
svanirà tra un istante, senza tristezza
né parole umane, sul campo del mare.
Cesare Pavese
Mattino [9-18 agosto 1940]
da "Le poesie aggiunte", in "Lavorare stanca",
Einaudi, Torino, 1998
Fabrizio De André
Il mio bambino
il mio
labbra grasse al sole
di miele
tumore dolce benigno
di tua madre
spremuto nell’afa umida
dell’estate
e ora grumo di sangue orecchie
e denti di latte
e gli occhi dei soldati cani arrabbiati
con la schiuma alla bocca
cacciatori di agnelli
a inseguire la gente come selvaggina
finché il sangue selvatico
non gli ha spento la voglia
e dopo il ferro in gola i ferri della prigione
e nelle ferite il seme velenoso della deportazione
perché di nostro dalla pianura al mondo
non possa più crescere albero né spiga né figlio
ciao bambino mio l’eredità
è nascosta
in questa città
che brucia che brucia
nella sera che scende
e in questa grande luce di fuoco
per la tua piccola morte.
Sidone, in genovese Sidun, è la città del Libano che nel 1982 fu devastata dall’offensiva delle truppe di Ariel Sharon.
Cesare Pavese (1908 –1950)
Sempre vieni dal mare
e ne hai la voce roca,
sempre hai occhi segreti
d'acqua viva tra i rovi,
e fronte bassa, come
cielo basso di nubi.
Ogni volta rivivi
come una cosa antica
e selvaggia, che il cuore
già sapeva e si serra.
Ogni volta è uno strappo,
ogni volta è la morte.
Noi sempre combattemmo.
Chi si risolve all'urto
ha gustato la morte
e la porta nel sangue.
Come buoni nemici
che non s'odiano piú
noi abbiamo una stessa
voce, una stessa pena
e viviamo affrontati
sotto povero cielo.
Tra noi non insidie,
non inutili cose –
combatteremo sempre.
Combatteremo ancora,
combatteremo sempre,
perché cerchiamo il sonno
della morte affiancati,
e abbiamo voce roca
fronte bassa e selvaggia
e un identico cielo.
Fummo fatti per questo.
Se tu od io cede all'urto,
segue una notte lunga
che non è pace o tregua
e non è morte vera.
Tu non sei piú. Le braccia
si dibattono invano.
Fin che ci trema il cuore.
Hanno detto un tuo nome.
Ricomincia la morte.
Cosa ignota e selvaggia
sei rinata dal mare.
19-20 novembre 1945
Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
di un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d’ombra
appiattati così come vecchia brace
nel camino. Il ricordo sarà la vampa
che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.
Cesare Pavese (9 settembre 1908 - 27 agosto 1950)
Dino Campana
Viaggio a Montevideo
Io vidi dal ponte della nave
I colli di Spagna
Svanire, nel verde
Dentro il crepuscolo d’oro la bruna terra celando
Come una melodia:
D’ignota scena fanciulla sola
Come una melodia
Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola
Illanguidiva la sera celeste sul mare:
Pure i dorati silenzii ad ora ad ora dell’ale
Varcaron lentamente in un azzurreggiare:
Lontani tinti dei varii colori
Dai più lontani silenzi!
……La riva selvaggia sopra la sconfinata marina:
E vidi come cavalle
Vertiginose che si scioglievano le dune
Verso la prateria senza fine
Deserta senza le case umane
E noi volgemmo fuggendo le dune che apparve
Su un mare giallo de la portentosa dovizia del fiume,
Del continente nuovo la capitale marina.
Limpido fresco ed elettrico era il lume
Della sera e là le alte case parevan deserte
Laggiù sul mar del pirata
De la città abbandonata
Tra il mare giallo e le dune.
SILENZIO
Octavio Paz (1914-1998)
Traduzione di Emilio Capaccio
Così come dal fondo della musica
germoglia una nota
che mentre vibra cresce e s’assottiglia
fino a che in un’altra musica ammutisce,
germoglia dal fondo del silenzio
un altro silenzio, acuta torre, spada,
e sale e cresce e ci sospende
e mentre sale cadono
ricordi, speranze,
le piccole menzogne e le grandi,
e vorremmo gridare e nella gola
si disperde il grido:
confluiamo nel silenzio
dove i silenzi ammutiscono.
*
SILENCIO
Así como del fondo de la música
brota una nota
que mientras vibra crece y se adelgaza
hasta que en otra música enmudece,
brota del fondo del silencio
otro silencio, aguda torre, espada,
y sube y crece y nos suspende
y mientras sube caen
recuerdos, esperanzas,
las pequeñas mentiras y las grandes,
y queremos gritar y en la garganta
se desvanece el grito:
desembocamos al silencio
en donde los silencios enmudecen.
(da Fb)
IL MIO SCRIVERE E' SOLO UN BUIO ERRARE
Maria Marchesi, tre poesie
Del mio inferno conservo le fallite
ribellioni, il riverbero dell’impotenza,
le successioni di ore che parevano secoli
e creavano montagne cupe labirinti anemici.>
---
Quale veramente il motivo
per cui sono finita in manicomio?
Quante ipotesi! Io ricordo che i tramonti
mi portavano carrettate di carogne
e non sapevo che farne, così danzavo nuda
sul terrazzo per morire a mezzanotte
nelle braccia d’un cameriere che portava
cognac francese. Bevevo a garganella,
rubavo qualche stella, facevo all’amore
come un treno, dalle fogne
arrivavano gridi senz’ardore.
---
So che il dolore in parole è appena
un venticello di stracci, murene nell’acquario.
Ma io sono stata morta per troppi anni e adesso
sono oltre le velleità del dolore e oltre la comprensione
che sillabe su sillabe possano dare.
Il mio scrivere è soltanto un buio errare
tra funeste stazioni diroccate, tra binari spenti
che tracciano disegni angusti, stenti
ricoveri di stelle cadute nelle pozzanghere.
dalla raccolta "L'occhio dell'ala"
Milo De Angelis
Milano era asfalto, asfalto liquefatto. Nel deserto
di un giardino avvenne la carezza, la penombra
addolcita che invase le foglie, ora senza giudizio,
spazio assoluto di una lacrima. Un istante
in equilibrio tra due nomi avanzò verso di noi,
si fece luminoso, si posò respirando sul petto,
sulla grande presenza sconosciuta. Morire fu quello
sbriciolarsi delle linee, noi lì e il gesto ovunque,
noi dispersi nelle supreme tensioni dell’estate,
noi tra le ossa e l’essenza della terra.
da Tema dell’addio (Mondadori, 2005)
Ezio Falcomer
La luna si declina in cento tinte,
la mia sera ha il silenzio incantatore,
così per scherzo
mi sento quasi immortale.
L’istante è eterno nel suo morire.
Ho ansimato mille volte
per arrivare a questo blu,
a questo animale raffermo
di vita nascosta.
Sono muto.
Il segreto della realtà
è una stanza vuota.
Il freddo protegge
i bambini e il dolore.
Se c’è un delirio
non è molto irrazionale,
è fatto di strade,
di pensieri parassiti e semillegali.
Nel vicolo c’è la festa dei lunatici;
spariscono gli oggetti e le illusioni.
Il sole a volte è un uccello nero
e stride come legno di brigantino.
Si può morire per troppa luce.
(da "Mattina turchese")
Dylan Thomas
L’alba sorge dietro gli occhi,
Tra i poli del cranio e dell’alluce il ventoso sangue
Scivola come un mare;
Senza legami, senza barriere, i torrenti del cielo
Si versano dove magicamente
Si svela in un sorriso l’olio delle lacrime.
Notte nelle cavità delle orbite
Come una luna di catrame, il limite dei globi;
Il giorno inonda l’osso;
Dove non è freddo, i venti che limano la pelle
Disfano le vesti dell’inverno;
Le membrane della primavera pendono dalle palpebre.
La luce nasce sui segreti destini,
Su particelle di pensiero dove i pensieri odorano nella pioggia;
Quando muore la logica
Il segreto della zolla cresce attraverso l’occhio,
E il sangue balza nel sole;
Al di sopra dei desolati terreni l’alba si ferma
(versione di Raffaele La Capria )
Luca Gamberini
SE L'ACQUA SI BEVE LA LUCE DEI FIORI
Il mio amore per te è stato
come temere di perdere il treno
che non passerà, come elicriso
blindato dentro a un cassetto,
come contare i minuti da una
clessidra vuota. Un temporale
estivo senza pioggia, un mare
di cemento armato, di buone
intenzioni. Smetterò di pensare
se l'acqua si beve la luce dei fiori.
Da questa larga finestra confondo
me stesso con il finto buio del cortile,
come scrivere il tuo nome sulla nebbia,
come un mucchio di stracci inutilizzati.
Anche fumare da soli, mentre muta
la marea, potrebbe avere un senso.
(da Fb)
Giordano Genghini
Anche noi ce ne andremo, spenti fuochi,
da questi giochi intessuti dal tempo.
Respiri e sguardi lasceremo, muti
nel vento. E pare, ad ogni ora più lenti,
di svanire, ed ormai trema la mano
e la parola resta nella gola:
lucciole al freddo di settembre, suoni
di ultime note stonate di un piano.
Andremo nel segreto e fra le ombre
o quieti e preparati alla partenza
o senza abbracci e senza addii, sorpresi,
al lungo viaggio. Sarà forse ottobre
o forse maggio. Andremo, nell’assenza
di luci, un giorno notturno, con gli occhi
velati come stelle senza forme
perse nel cielo, o nubi grigie e strane
di cenere, o, stupite ali di foglie
tenere, che l’estate via dai rami
toglie: ed invano vorremo restare
per un minuto od un secondo ancora
con lei o lui: dovremo abbandonare
le cose e i visi vivi ed i sorrisi
le rose e i prati e i sogni e il cielo e il mare.
Else LaskerSchüler - (Elberfeld 1876 - Gerusalemme 1945)
"L'ultima stella"
Il mio argenteo guardare stilla nel vuoto,
Mai presagii che la vita fosse cava.
Sul mio raggio più leggero
Scivolo come su trame d’aria
Il tempo in cerchio, a palla,
Instancabile la danza mai danzò.
Freddo serpente scatta il fiato dei venti,
Colonne di pallidi anelli salgono
E crollano di nuovo.
Che cos’è la silenziosa voglia d’aria,
Questa oscillazione sotto di me,
Quando io mi giro sopra i fianchi del tempo.
Un lieve colore è il mio movimento
Ma mai baciò il fresco albeggiare,
Mai l’esultante fiorire di un mattino me.
Si avvicina il settimo giorno –
E la fine non è ancora creata.
Gocce su gocce finiscono
E si sfregano di nuovo,
Nelle profondità barcollano le acque
E si accalcano là e cadono a terra.
Selvagge, scintillanti ebbre-braccia
Schiumano e si perdono
E come tutto si accalca e si stringe
Nell’ultimo movimento.
Più breve respira il tempo
Nel grembo dei Senzatempo.
Arie vuote strisciano
E non raggiungono la fine,
E un punto diventa la mia danza
Nella cecità.
(traduzione di Nicola Gardini)
Giangiacomo Amoretti
Non ha peso di corpo, non ha voce
di labbra che riparlino. Si muove
leggero, a passi morbidi. Non sai
come né dove.
Oscilla, avanza, retrocede. Pare
non essere che un gesto, che lo stanco
persistere di un fragile ricamo
su un foglio bianco.
Ma procede, in silenzio, ora vicino,
ora lontano, come dietro un velo
diafano, come in una teca, tra
la terra e il cielo,
sempre ed ancora. Il tempo senza tempo
che obliquo sale-scende, nella pura
trasparenza di un sogno antico – il tempo
della scrittura.
Cesare Pavese
Mito
Verrà il giorno che il giovane dio sarà un uomo,
senza pena, col morto sorriso dell’uomo
che ha compreso. Anche il sole trascorre remoto
arrossando le spiagge. Verrà il giorno che il dio
non saprà più dov’erano le spiagge d’un tempo.
Ci si sveglia un mattino che è morta l’estate,
e negli occhi tumultuano ancora splendori
come ieri, e all’orecchio i fragori del sole
fatto sangue. È mutato il colore del mondo.
La montagna non tocca più il cielo; le nubi
non s’ammassano più come frutti; nell’acqua
non traspare più un ciottolo. Il corpo di un uomo
pensieroso si piega, dove un dio respirava.
Il gran sole è finito, e l’odore di terra,
e la libera strada, colorata di gente
che ignorava la morte. Non si muore d’estate.
Se qualcuno spariva, c’era il giovane dio
che viveva per tutti e ignorava la morte.
Su di lui la tristezza era un’ombra di nube.
Il suo passo stupiva la terra.
Ora pesa
la stanchezza su tutte le membra dell’uomo,
senza pena, la calma stanchezza dell’alba
che apre un giorno di pioggia. Le spiagge oscurate
non conoscono il giovane, che un tempo bastava
le guardasse. Né il mare dell’aria rivive
al respiro. Si piegano le labbra dell’uomo
rassegnate, a sorridere davanti alla terra.
Giuseppe Ungaretti
O NOTTE
1919
Dall’ampia ansia dell’alba
Svelata alberatura.
Dolorosi risvegli.
Foglie, sorelle foglie,
Vi ascolto nel lamento.
Autunni,
Moribonde dolcezze.
O gioventù,
Passata è appena l’ora del distacco.
Cieli alti della gioventù,
Libero slancio.
E già sono deserto.
Perso in questa curva malinconia.
Ma la notte sperde le lontananze.
Oceanici silenzi,
Astrali nidi d’illusione,
O notte.
Wislawa Szymborska
Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d'acqua.
E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
Chiedo scusa all'albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
Verità, non prestarmi troppa attenzione.
Serietà, sii magnanima con me.
Sopporta, mistero dell'esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.
Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
So che finché vivo niente mi giustifica,
perché io stessa mi sono d'ostacolo.
Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
e poi fatico per farle sembrare leggere.
Alda Merini
Bambino, se trovi l’aquilone della tua fantasia
legalo con l’intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
che portino la pace ovunque
e l’ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell’acqua del sentimento.
Giorgio Caproni
Quanti se ne sono andati…
Quanti.
Che cosa resta.
Nemmeno
il soffio.
Nemmeno
il graffio di rancore o il morso
della presenza.
Tutti
se ne sono andati senza
lasciare traccia.
Come
non lascia traccia il vento
sul marmo dove passa.
Come
non lascia orma l’ombra
sul marciapiede.
Tutti
scomparsi in un polverio
confuso d’occhi.
Un brusio
di voci afone, quasi
di foglie controfiato
dietro i vetri.
Foglie
che solo il cuore vede
e cui la mente non crede.
Giovanni Raboni
*
Stanco della vita, io? Non scherziamo.
Ma se me la mangio con gli occhi, ancora,
tutte le sue insegne,se non c’è amo
al quale non abbocchi! Semmai è ora
d’accennare, questo sì, a qualche addio,
cominciare a spegnere le candele
e chiudere gli spartiti, un leggio
per volta fino all’ultimo, al più fedele
degli strumenti… Quale? La memoria
sussurra i due violini, il cuore un flauto
o il tuo silenzio – ma io so che una storia
si fa da sola, e che è empio o almeno incauto
scriversi il finale. Basti l’atroce
strozzarsi in gola, vero, della voce.
*
Ogni giorno in una casa succede
qualcosa d'inspiegabile: i coltelli
col manico d'osso che erano quattro
e adesso sono tre,
le chiavi che di colpo si rifiutano
di entrare nelle loro toppe,
il libro sparito che ricompare
dove nessuno, neanche i filippini,
può averlo messo...Ma no, quali spiriti,
a spostare o corrompere le cose
non sono gli spiriti ma gli spifferi
dei giorni che cadono a pezzi,
delle settimane uscite dai cardini,
dei mesi, degli anni che tremano
alle spallate d'un vento invisibile.
*
Giovanni Raboni
da "Barlumi di storia"
Ed. All'insegna del Pesce d'Oro, 1963.
e "Tutte le poesie" 1949 - 2004
Einaudi, 2014.
L'ultima annotazione dell'ultimo quaderno
di Rainer Maria Rilke pochi giorni
prima di morire di Leucemia.
***
Vieni tu, tu ultimo ravvisato,
Tu, insanabile dolore, intramato
ora nel corpo. Un tempo nello spirito,
ecco, in te, sono io ora calcinato;
il legno a lungo s'è opposto
della fiamma ad essere alleato,
che in te avvivi, ma ora
in te io brucio, ti sono a lato.
La mia dolcezza nel tuo furore
si fa furore non di qui, d'inferno.
Salii, nudo, puro, né progetti,
né futuro, sull'intrico
del rogo del dolore.
Certo di non poter comprare
scheggia di futuro per questo cuore,
che d'ogni provvista vuoto
qui si è fatto muto.
Sono ancora io, io che brucio
Ormai qui inconoscibile?
Non vi trascino ricordi.
O vita, vita. Esser-fuori.
E io in fiamme. Da Nessuno riconosciuto.
Pedro Salinas
A te si giunge solo
attraverso di te. Ti aspetto.
Io certo so dove sono,
la mia città, la strada, il nome
con cui tutti mi chiamano.
Ma non so dove sono stato
con te.
Lí mi hai portato tu.
Come
potevo imparare il cammino
se non guardavo altro
che te,
se il cammino erano i tuoi passi,
e il suo termine
l’istante che tu ti fermasti?
Cosa ancora poteva esserci
oltre a te offerta, che mi guardavi?
Ma ora,
quale esilio, che assenza
essere dove si è!
Aspetto, passano i treni,
il caso, gli sguardi.
Mi condurrebbero forse
dove mai sono stato.
Ma io non voglio i cieli nuovi.
Voglio stare dove sono già stato.
Con te, tornare.
Quale immensa novità
tornare ancora,
ripetere, mai uguale,
quello stupore infinito!
E finché tu non verrai
io rimarrò alle soglie
dei voli, dei sogni,
delle scie, immobile.
Perché so che là dove sono stato
né ali, né ruote, né vele
conducono.
Hanno tutte smarrito il cammino.
Perché so che là dove sono stato
si giunge solo
con te, attraverso di te.
(Traduzione di Emma Scoles)
Lorenzo Curti
LITURGIA DELLA MEMORIA
Lo specchio al mattino
ricorda che sei un grumo
di sangue, un pingue nido
di ossa, carne viva che muore
a poco a poco ogni giorno,
che ogni giorno reca il peso
di tutte le albe, l' esile memoria
di tutto gli addii, dei nuovi inizi,
graffiti su un muro scrostato
d' un vicolo muto. Una ruga
accennata, una cispa d' occhio,
un brivido di freddo,forse anche
un disappunto l' eco di troppe lune
tramontate, di un vento lamentoso
su cardini arrugginiti; ritornano
a sprazzi, per lacerti, guizzi
di immagini a ricordarti chi fosti,
a scongelare ibernati sussulti,
odori perduti come sogni,
al farsi fiore la luce,
polvere la notte,
incerto il domani.
(da Fb)
Nadine Spaggiari
[La pratica dell'essere]
Ecco l'uomo dalle morbide ceneri
con il silenzio della roccia e il futuro di un adulto
al passo pieno su un letto di conforto
sempre assente al passaggio dell'inverno.
L'uomo, finché esiste, avanza. Il suo traguardo è confine,
confine di leggere braccia
che scavano la luce chiara,
il sole dolce,
dolce l'acqua che sazia le gole dei bambini,
le loro parole liquide,
le voci familiari nello spazio aperto
spalancato nelle loro coscienze di terra.
E come l'inganno della promessa
la menzogna dissolve, il puro lamento della fame,
l'ambiguità dei loro desideri.
Silenziosi santi, miti ritorni,
santi con le bocche asciutte,
sciolgono i lacci
per mantenere lo sguardo
sereno nei vostri occhi liberi,
liberi ritrovati, ritrovati in una carezza.
Santi che nutrono il giorno
e guadagnano pietre,
la durezza dei sentieri.
Bellezze quiete, volti sereni,
giunti, giunti a riposo
sulla terra, sulla luce, sull'aria tersa.
Chiari, chiari i confini all'orizzonte,
nulla frena il nostro arrivo,
e prati di stabile equilibrio,
le strade gremite, gli amori sereni.
E ovunque la pienezza,
la solida consistenza della luce.
L'uomo tra gli uomini e la strada davanti,
la brezza sopra la brezza e intorno resta la domanda.
La domanda è nel rifugio della viva tenerezza,
che in ogni crepa hai dimenticato, la domanda a te stesso,
te stesso è ancora una domanda irrisolta.
La croce si è mutata in oro per te,
e l'angoscia si è sciolta.
Un piccolo guadagno, una piccola speculazione,
è sempre la leggerezza del cielo
che si posa sulla tua fronte sudata.
Ma sei sereno in questi fari che ti contrastano,
giri in cerchio tra le ombre che il tempo cancella,
cancella attraverso gli anni
come un rasoio
il tronco della gioia.
Libero nella calce del silenzio,
l'intonaco si gratta con le unghie,
nessun muro può trattenere il tuo vago andamento.
Di fronte alla faccia ripulita,
i santi si allungano ai tuoi piedi,
l'erba alta ha accolto il tuo cristallo.
Con un suono limpido sulle labbra e sulle mani,
sei entrato nella luce.
(da Fb)
Alfonso Gatto
Le cose
Un giorno busseranno ad ogni casa,
chi vive è già colpevole d'avere
la sua vita segreta. Scende il buio
della notte, si resta dietro ai vetri
ad aspettare come giunge il vasto
assurdo della quiete. È nelle cose
di sempre ferme al loro posto il nuovo
sguardo impietrito: l'angolo deserto
mette in salvo il fuggiasco o per lo scarto
gli affaccia la sua muta. Sembra un vano
delirio questo credere alle cose.
(Da "Poesie", Mondadori 1943
Eugenio Montale
"La casa dei doganieri"
Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura.
e il calcolo dei dadi più non torna
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.
Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende…)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.
(da Le occasioni, 1939)
Giordano Genghini
Gli uccelli fermi e la campana vuota
nella casa in cui nulla più si muove.
Sono le nove: immobile è la terra,
Qualcuno – dove?- sembra sospirare:
gli alberi pare sorridano: punte
di foglie fanno l’acqua tremolare.
Sola, una nube attraversa la sera.
Un uomo canta su una porta rosa:
la finestra si apre, silenziosa.
(Versi ispirati a “Secret”- “Segreto” di Pierre Reverdy, 1889-1960).
Mario Luzi (1914-2005)
SE PURE OSI
Vento d'autunno e di passione. E polvere,
polvere che striscia sulla terra
di queste vie più candide che ossa.
Tempo, questo, che il cuore oppresso s'agita,
revoca in dubbio quel che fu reale,
non fiaba, non apparizione vana.
Tue notizie che possono recarmi?
Ti conosco abbastanza per saperti
inquieta, sono certo che osi appena,
se pure osi, chiederti che penso.
Penso a te, alla tua passione schiusa,
alla luce di gemma ch'è dell'Umbria
di prima estate tra Foligno e Terni,
mi chiedo, scusa la follia, se mai
una gioia sarà gioia per sempre
o comunque sia colma la misura
delle cose che devo amare e perdere.
Salvatore Quasimodo
SOLITUDINI
Una sera: nebbia, vento,
mi pensai solo: io e il buio.
Né donne; e quella
che sola poteva donarmi
senza prendere che altro silenzio,
era già senza viso
come ogni cosa ch’è morta
e non si può ricomporre.
Lontana la casa, ogni casa
che ha lumi di veglia
e spole che picchiano all’alba
quadrelli di rozzi tinelli.
Da allora
ascolto canzoni di ultima volta.
Qualcuno è tornato, è partito distratto
lasciandomi occhi di bimbi stranieri,
alberi morti su prode di strade
che non m’è dato d’amare.
Ognuno sta solo sul cuore della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.
TUTTE LE POESIE
Nuova edizione MONDADORI 2020
da “Acque e terre”
Alfonso GATTO
"Se tornerai una sera prossima
lungo la strada dove l'ombra cade
azzurra come se la primavera volesse già sbocciare,
per raccontarti quanto è buio il mondo e come
i nostri sogni accendono la libertà
le speranze dei poveri nel cielo,
vorrei trovare un bambino che piange,
con gli occhi aperti e un sorriso, nero
nero come le rondini del mare.
Ho solo bisogno che tu sia vivo,
un uomo che vive con il cuore, è un sogno.
Tutta la terra è un ricordo ombra
Della tua voce che diceva ai bambini:
"Quanto è bella la notte e quanto è bello
amarci così, così che l'aria trabocca
nel sonno. Hai visto il mondo
come la luna piena nel cielo che lo supera,
gli uomini che camminano verso il sole nascente.
(Poesia scritta per il padre.Tratta dalla raccolta Povertà come la sera)
Bernardo Negro - in memoria
IL PALPITO DELLA VALLE
Dalle fronde ombrose della quercia
s'alza un palpito e ne scuote l'alba.
Tu sei lì nel silenzio che è ancora attesa
dopo tanti anni. C'era la guerra in Vietnam
quando, supina, cercavo la tua bocca
e le labbra rispondevano al cuore. Poi un vento
scialbo porto' la luce ed i nostri occhi
erano una risposta alle fronde vertiginose.
È la quercia che ci ha riparato dai lampi,
dai furori smarriti nel tempo e gli anni
si colmano di poesia, magari per una ghianda
secca che non sa per quanto l'abbiamo cercata
mentre le stagioni si piegavano al sonno
e restava lontano il portafortuna dei poeti.
16/10/2023
Mariangela Gualtieri - Alcesti
Ma solo pensare a te.
Non è una figura che viene
una nitida traccia.
È come cadere in un posto
con un po’ di dolore.
Tu sei il mio tu più esteso
deposto sul fondo mio. Tu. Non c’è
un’altra forma del mondo
che si appoggi al mio cuore
con quel tocco, quell’orma.
Tu. Tu sei del mondo la più cara
forma, figura, tu sei il mio essere a casa
sei casa, letto dove
questo mio corpo inquieto riposa.
E senza di te io sono lontana
non so dire da cosa ma
lontana, scomoda un poco
perduta, come malata.
Un po’ sporco il mondo lontano da te,
più nemico, che punge, che
graffia, sta fuori misura.
Mio vero tu, mio altro corpo
mio corpo fra tutti mio
più vicino corpo, mio corpo destino
ch’eri fatto
per l’incastro con questo mio
essere qui in forma di femmina
umana. Mio tu. Antico suono
riverberante, antico
sentirti destino intrecciato
sentire che sei sempre stato,
promesso da ere lontane
da distanze così spaventose
così avventurose distanze da
lontananze sacre.
Tu sei sacro al mio cuore.
Il mio fuoco
brucia da sempre col tuo
il mio fiato.
Io parlo delle forze –
di correnti sul fondo del mio lago
sul fondo del tuo, oscure e potenti,
più del tempo dure più dello
spazio larghe, ma sottili
al nostro sentire,
afferrate appena
e poi perdute, nel loro gioco.
Che cosa siamo io e te? Che cosa eravamo
prima di questo nome? E ancora
saremo qualcosa, lo sappiamo e non
lo sappiamo, con un sentire
che non è intelligente lavorio cerebrale.
Nessuna parte di corpo che muore
nessun pezzo umano, nessun arto,
nessun flusso di sangue, nessun
cuore, nessuno, niente che sia
stretto nel giro del sole, niente
che sia solo terrestre umano muove
il tuo cuore al mio, il mio al tuo,
come fossero due parti di un uno.
Allora tu sei la mia lezione più grande
l’insegnamento supremo.
Esiste solo l’uno, solo l’uno esiste
l’uno solamente, senza il due.
Nadine Spaggiari
Non è un piacere osservare la miseria,
non è l’osservare la miseria del piacere
ma è un compito vegliare.
È la voce che veglia, la più antica
è il braccio che salva
ciò che ancora respira.
Sopra il capo fioriscono rose
tortore e parole scendono a fiamme
giri di foglie istrioniche tra i passi
dèmoni che stanno in silenzio accovacciati
come informi ammassi di tormenti
negli occhi viandanti.
Si custodiscono i passi smarriti
si riportano le stelle al loro sonno.
La via che respira il petto in fiamme
di rabbia e di malizia
non dà il verbo al giorno.
Si pensa di amare come matti
chi vedi morire in una guerra
si pensa di ingannare l'ascesa
d’ogni sera a venire.
Il passo, il verso,
la breve banalità del male.
Mi chiamo ad adorare l'amore più giusto,
lavare la fronte degli inquieti.
Sarò madre del vuoto e del sogno,
finché la luce non torni a cercarmi.
Amina Narimi (Claudia Sogno)
La morte si vive se come un sole
si porta nel più profondo di sé
lo strazio immenso, la stessa madre,
quando si apre nel mattutino
perdendo il suo sangue meraviglioso.
L' osso fedele è il chiaro del bosco,
nella foresta che adesso riposa.
Tu veglia il suo corpo, l’orecchiodebole
con la tua voce sussurrerà
dove è il principio dell’arcobaleno.
Tutti i bambini sanno il mistero
dell’angelo che, prima di nascere,
ponendo un dito sopra la bocca
imprime il ricordo di un nome solo -
un piccolo seme, tra il naso e le labbra.
Se sfiori il contorno della fossetta,
c’è il puntosplendenza delle sue ali;
lui ti confida che un tempo toccò
la fiamma, i suoi bordi, per poi gettarsi
con tutto il corpo nel fiore dei cari,
nell’identico istante dell’ultima foglia
dell’ultimo albero
__________________al grandeposto.
Versando alla terra lacrime folli
saremo le spose del loro sorriso,
la spugna in ascolto che lascia passare
fra i vuoti amati . . . tutta la luce.
Mario Luzi, 20 ottobre 1914 – 28 febbraio 2005
Lasciate il vostro peso alla terra
il nome dentro il nostro cuore
e volate via,
quaggiù non è vostro l'amore.
Nella sua profondità si libra il biancore notturno,
le ore passano senz'orme
e ovunque una dolce carità
di voi, d'ogni bellezza parla del vostro corpo che dorme,
e dormendo naviga senza dondolare al suo porto,
lascia consumare il suo volto,
il suo tenue colore ed il fiore
del viso dove odorano le giovani pene, il desiderio raccolto...
Gianfranco Isetta
Dopo il temporale
.
Muto, come il ciclone del silenzio,
il pesce arcobaleno che si tuffa
tra il poco che rimane dello stile
.
di nuvole goccianti su un cortile
e sull’umida quiete di quel secchio
dove un sasso s’attende che riaffiori.
.
Giovanni Perri Agua - Fb
è martedì e piove: dalla finestra gialla una sagoma scompare.
Nel cielo molte radici, per questo gli alberi, per questo la notte;
scrivo da una grondaia:
da questo ramo d’aria bevo e scrivo:
questa è l’ora dei matti, l’ora degli uccellini nei parchi
delle lune astigmatiche.
Sopra il divano silenzioso il cane rimbalza
negli occhi una meticolosa pena
penso – se questo è pensare:
devo sognare il vento
devo cadere anch’io da questa voce
con un salto spettacolare
da cuore a cuore fin dentro l’inverno maestoso
fino alla faglia più intima del tempo, la sua più cruda
stupefazione
devo ingoiare tutta la luce del giorno
che ogni mio organo si illumini
di lampi versicolori
come un cane rivolto allo specchio anch’io
devo cercare annusando
l’osso della felicità.
.
Umberto Saba (1883-1957)
Inverno
È notte, inverno rovinoso. Un poco
sollevi le tendine, e guardi. Vibrano
i tuoi capelli selvaggi, la gioia
ti dilata improvvisa l’occhio nero;
che quello che hai veduto – era un’immagine
della fine del mondo – ti conforta
l’intimo cuore, lo fa caldo e pago.
Un uomo s’avventura per un lago
di ghiaccio, sotto una lampada storta
Rosario Bocchino (Sarino su wp)
due grammi di perle bianche
Nel mare che mi hanno dato
porto il silenzio appena dopo una fiaba
dove la luce si sceglie migrando
alcuni dettagli da inseguire,
porto il vento per stordire i rami
e come un tramonto visto dall’alto
ripasso qualche verso
con gli occhi di nuvole pronte.
Sono la barca complicata di mille parole
e spero in quel rifugio simile all’onda
con due grammi di perle bianche
e l’attimo indeciso di una guancia.
Sarà un discorso calmo
la trama delle vampe,
un ultimo rumore di fondo
rimasto troppo a lungo tra i denti.
Ma le labbra hanno l’affanno delle ali
sono fiori che tendono a sparire,
come la luna in partenza di una nave.
Nunzio Buono
Di mia Madre
Di mia Madre il sogno è l’albero
a cui hanno tolto i frutti. Il seno gravido di pioggia.
Il deserto delle sere spese a contare i doni.
L’abbecedario
e la cartella quadra con le parole sulle spalle.
Il letto rimboccato, la camicetta bianca dipinta da un sorriso.
La ruga mai indossata, l’orologio spento.
Di mia Madre
ho il pasto freddo, la misura della sua mano alla mia bocca.
La cena ringraziata.
I suoi trent’anni appena,
la gonna plissettata dove nascondersi era casa.
La cartolina mai spedita; il suo diario a righe senza note.
Di Lei
la ferrovia del vento; il treno
col saluto al finestrino in un abbraccio di ricordi.
Dove è precipizio il mio cammino
e la promessa è un orizzonte a gocce
mi arriva ancora, sempre
l’eco di una voce alla finestra
l’onda lunga della sua ombra che mi chiama.
.
Lorenzo Curti
Lava scorie di sonno
l' alba, spezza silenzi
con mani avvizzite
di luce. Nascere è verbo
antico, come un respiro
di speranza nei polmoni
del mondo; uno iato di tempo
ci avvolge e ci illude; siamo
l' intetcapedine tra due nulla
un fuoco di paglia rapido
a brillare nella notte, una parola
monca. O forse siamo chicchi
di grano gettati nell' universo,
germogli, spighe d' amore
e di solitudine, atomi di carne
e di sogni.
Enrico Cerquiglini
Trattato dell’effimero
Viviamo tra l’inizio e la replica,
in un tempo che finge di scorrere
mentre resta immobile,
come un orologio che sogna di avere le lancette.
Le vicissitudini –
piccole, immense, uguali –
passano accanto come nebbia che non tocca.
Ci convinciamo di essere vivi
perché il vento ci muove i capelli.
Ma sotto la pelle,
tutto è silenzio.
Il cuore non ricorda perché batte,
l’anima non sa per chi respira.
Forse la vita è solo questo:
una monotonia che cambia maschera,
una speranza che si traveste da abitudine,
un niente che si racconta
per non morire del proprio nome.
E noi, attori ciechi del consueto,
cerchiamo un senso nel pulviscolo,
mentre l’essere, calmo e distratto,
si dissolve in se stesso
senza accorgersi di noi.
****
Non cercarmi nel pensiero.
Io non abito dove la mente costruisce i suoi specchi.
Sono la pausa tra due battiti,
l’ombra che dimentichi accanto al tuo passo.
Tu mi chiami “anima”
ma io sono soltanto l’abitudine del respiro,
un ricordo che ha smesso di appartenerti.
Hai cercato la verità nei giorni,
nelle vicissitudini,
nel lento disfarsi della materia,
ma la verità non è nei giorni.
È nel loro svanire.
Tutto ciò che ami ti lascia
perché nulla può restare dove tutto passa.
E il nulla che temi
è soltanto la forma più pura dell’essere,
quella che non ha più bisogno di nome.
Tu, uomo che osservi il tuo stesso dissolverti,
sei il sogno che io faccio
quando mi illudo di esistere.
Tu sei la mia illusione più dolce,
la mia condanna più umana.
Non cercare un senso:
l’eternità non ne ha bisogno.
Cammina, dunque,
come chi attraversa un sogno sapendo di sognare,
e lascia che il mondo, nel suo sfocato nulla,
ti dimentichi con gentilezza.
(da fb)
Luca Erminio Pinato
IL VUOTO CHE MI ABITA
Non appartengo più a niente.
Nemmeno al mio nome.
Mi sveglio e il mondo non mi riconosce.
Neppure io.
Le cose esistono —
la tazza, la luce, il respiro —
ma tacciono, come gusci senza mare.
Non voglio capire.
Non voglio disfarmi.
Solo stare.
Nel punto in cui la mente si spegne
e il cuore si ritira nel suo silenzio,
qualcosa accade:
il vuoto respira,
la luce si piega,
la presenza scompare.
Il vuoto non è assenza —
è Dio senza parola,
è la vita spogliata del suo nome.
Scrivo per sentire
se ancora vivo
o se è il vuoto che mi sogna,
se è il silenzio che mi plasma,
se è l’assenza che mi genera.
E forse, in questo niente che resta,
io sono finalmente intero,
un frammento di nulla
che contiene l’universo,
un silenzio che parla
con la voce del silenzio.
(da fb)
Enrico Cerquiglini
Labirinto
Abito stanze che non ricordo di aver costruito.
Ogni pensiero apre una porta
che conduce a un’altra mente,
a un altro me che non sa di essere mio.
Sono molti, e nessuno coincide.
Alcuni pregano, altri dormono,
altri ancora contemplano il nulla
come un dio che li sogna.
A volte mi incontro per caso
in un frammento di memoria,
in un volto che porto e che mi ignora,
e capisco che la mia unità
è una leggenda che mi serve per respirare.
La mente è un labirinto che si disegna da sé,
senza centro né uscita,
un gioco di specchi che riflettono il vuoto
fingendo una forma.
Eppure,
tra un riflesso e l’altro, qualcosa mi ricompone per un istante,
una presenza che non esiste e tuttavia respira in me.
Non come certezza,
ma come miraggio che dà sapore al deserto.
Nel suo abbaglio mi credo intero,
per un istante dimentico la molteplicità,
la deriva, il dubbio.
Il mondo si contrae in una sola voce,
e io, che non esisto,
mi sento reale nel suo pronunciare il mio nome.
Poi il silenzio ritorna,
e le mie maschere riprendono a vivere,
ciascuna col proprio cielo,
col proprio abisso da guardare.
So che l’amore è l’ultima illusione,
l’inganno più misericordioso della mente.
Ma se è un sogno,
è quello che preferisco abitare,
perché in esso il labirinto si quieta,
e il nulla, per un momento,
si lascia chiamare vita.
(da fb)
G. Amoretti
Il sonno qui da sempre è già un morire.
Non sogni, qui, non albe che si schiudano
a stupefatti occhi. Senza stelle
è qui la notte e grigio sangue il cielo.
Si va in silenzio, tu e io e altri,
da una piaggia a una landa senza luce.
Qui tutto è uguale, sassi ed erbe e ceneri,
e tu e io e un volto e un altro volto.
Qui speranza è da angoscia indistinguibile.
Giuseppe Conte
Mia vita
sempre cruda e in salita
io ti assomiglio a Genova
città di fili a piombo
dove le case in bilico
crescono sulle case
e i muri sopra i muri
incastrandosi ciechi
tracciano come un carcere
da cui sai che non esci
se non voli nel cielo
o se non prendi il mare.
Che esistere è fatica
qui impari con più antica
sapienza. Che esistere è
restare in ginocchio
sopra grani di sale.
Salire amare scale.
O Genova
sempre per me straniera
sempre come stasera
che mi fingo protetto
nel tepore di un caffè
di piazza Corvetto.
O vita
sempre sin troppo amata
sempre a me sconosciuta.
Milo De Angelis
Ci teniamo vicini
all’urlo, mentre passa il dodici
e l’attimo separato
dal suo vortice resta qui, nel cuore
buio dell’estate, nell’annuncio
di una volta sola. Tu
non ci sei. Resta la tua assoluta
voce nella segreteria, questa
morte che non ha luogo.
Nadine Spaggiari
Con la stessa uguaglianza
Pubblicato il 20.11.2025
Anche se piena di nomi e di strade,
la solitudine abita.
Cammina tra gli sguardi,
si siede nei bar, si veste di tenerezza.
Quel respiro di brace
che simile all’onda ritorna
porta una lieve frattura nei versi,
come se l’aria stessa
esitasse prima di posarsi.
Del dolore,
per profonda che sia la ferita,
non si parla — come fosse un vuoto d’aria,
una lampada tenue sul tavolo,
o un oggetto morto nel tuo sguardo
rapido nel passare,
nel cancellare i bordi
d’un’ombra,
in cambio di bellezza
e colpi luccicanti.
Ma ciò che resta sul fondo
spacca la mitrale:
calcola il disastro,
le pupille appese al vuoto,
i resti, l’accumulo,
il disfarsi della vita
che avanza,
progressivo.
Si può dire — forse —
che a un certo punto il grido
venga soffocato,
la bocca interrata sotto un biancospino,
così —
che tutto appaia astratto,
e il dolore non pesi più d’un grammo.
(Il peso, poi,
è soltanto un aspetto,
un tremito misurato male.)
L’aria contraria
non toglie il volo agli uccelli.
E noi ci chiudiamo
nel dirsi, nel darsi,
seduti su una crepa di terra,
e non cambia l’immagine,
non muta il destino
d’una morte già in atto,
d’un fatto sbiadito,
d’un sangue seccato
che ancora, in segreto, ci chiama.
https://nadinespaggiaripoetry.com/2025/11/20/con-la-stessa-uguaglianza/13/poesia-di-nadine-s/nadine/#comment-125
Giangiacomo Amoretti
D’una troppo crudele alba d’estate già
esausto ogni riflesso ormai, nell’aria senza
colore più né aloni, appena questo acre
sentore di salsedine, di sfatta erba e di menta.
E da lungi una voce che più e più si allenta,
come strozzata – il grido
rauco di un cormorano oltre la spiaggia – e il soffio
del libeccio, il risucchio fra gli scogli
a mezzanotte, cupo, della schiuma gelata.
Milo De Angelis
In te si radunano tutte le morti, tutti
i vetri spezzati, le pagine secche, gli squilibri
del pensiero, si radunano in te, colpevole
di tutte le morti, incompiuta e colpevole,
nella veglia di tutte le madri, nella tua
immobile. Si radunano lì, nelle tue
deboli mani. Sono morte le mele di questo mercato,
queste poesie tornano nella loro grammatica,
nella stanza d’albergo, nella baracca
di ciò che non si unisce, anime senza sosta,
labbra invecchiate, scorza strappata al tronco.
Sono morte. Si radunano lì. Hanno sbagliato,
hanno sbagliato l’operazione.
da “Tema dell’Addio”, “Lo Specchio” Mondadori, 2005
Margherita Guidacci
Non da montagne, da stelle
o dall'irosa vastità dei flutti:
da impercettibili ombre
si misura tra noi la distanza.
E neppur ombre, poiché spesso è diafano
l'invalicabile schermo
luogo cui come insetti smarriti
sulle due opposte facce d'un vetro
le nostre anime vagano senza incontrarsi.
Luca Erminio Pinato
A volte non ci lasciamo davvero,
semplicemente smettiamo di guardarci in faccia.
Questa è una poesia sul momento in cui
smetti di passarti accanto
e ti incontri davvero allo specchio.
.
IL RITORNO DEL VOLTO
Da tempo passo oltre gli specchi,
come si sfiora uno sconosciuto nel corridoio,
lo sguardo inchiodato alle piastrelle,
la fretta in tasca, pronta come alibi.
Stasera la casa è una tregua di penombra,
una lampada fioca tiene il bordo delle cose
e all’improvviso mi incontro
fermo sull’uscio,
come una sentinella dimenticata
che non ha mai smesso di aspettare.
Il volto è più anziano dei pensieri,
porta rughe che non ricordo di avere scelto,
una piega alla bocca immobile
tra resa e sorriso.
Negli occhi un lume ostinato
lasciato a bruciare dietro le palpebre
per non dover rovesciare la vita.
Resto così, senza raddrizzare i capelli,
senza cercare un’espressione di riserva.
Lascio che la faccia parli al posto mio,
che dica chi ha sostenuto il peso
mentre andavo in scena
nel ruolo di chi sta bene.
Ogni linea è un sentiero segnato,
ogni ombra una frase rimasta in gola,
ogni segno sussurra sei rimasto
anche quando hai firmato la tua assenza.
Non chiedo perdono allo specchio,
non faccio patti, non mi prometto cambiamenti.
Muovo appena le labbra e dico ci sono
come si dice a chi è rimasto sullo zerbino
con il cappotto in mano
finché la stagione è cambiata.
Nessuno verrà a restituirmi il volto,
non esistono uffici oggetti smarriti
per ciò che si abbandona vivendo.
Il ritorno non è grazia, è passo nudo in avanti.
Da domani potrò ancora tremare,
tirare fuori maschere dai cassetti,
farmi piccolo contro il muro,
ma questo volto l’ho visto,
porta il mio nome intero,
non posso più travestirlo da nessuno.
Roberto Fontana
sangue
e le tregue sottili — traditi
dal potere i deboli — no pace —
mentre il comunicato dice ‘bla bla bla’ —
‘cronache di sangue’ dice una figura
di bomba esplosa su un bimbo
aperto e inanimato — la madre
il padre — tutto disperato
e i cimiteri cenere si rifanno resort
per ricchi morti viventi —
e se la sorte ti ha messo tra i poveri
sopravvissuti — devi capire — la gente
di qua — educata male — soprattutto
vuole consumare — vuole
il nuovo nuovo — vuole vedere
come muori
https://robertofontana1991.wordpress.com/2025/10/14/sangue-2/?_gl=1*163d1on*_gcl_au*NDM1NzAyOTIzLjE3NTk5MDE2ODMuMTA0NTgwMDk2Ny4xNzYwNDIwMTA5LjE3NjA0MjAxNDg
Franco Massimo Botturi
PERCORSI ACCIDENTATI
Vedemmo, ti ricordi? Quelle bestie.
Costrette a legatura giravano d’intorno
un cerchio che toccava la terra fino al sangue.
Così, talvolta, capita a me certe serate
che penso ai tuoi capelli lunghissimi sul seno.
Sicura li potevi scalfire con il pianto
coprirti come la Maddalena, farne nido
per la mia bocca uccello presa dal primo volo.
Ma ora, più succinta figura t’orna il capo
la nevicata tenue che sale da radice.
La fronte s’è ripresa l’origine del mondo
il sole la fa un’aia piena di foglie e grano
ed io ci casco e graffio le labbra, gli occhi belli.
(da fb)
Daìta Martinez
non riesce a sentire la voce
del vento e tutta d'aria cade
nella mano la mano senza tempo
a luce sbiadita per sbaglio divisa
nell'eterna direzione dello sguardo
"l'altro" quando indietro dal giardino
nudo tenta il gelsomino come nuda
è pioggia sotto appena l'ombra della
testa resta prima che tornare sia tenerezza
la volpe sul viso dell'angelo la lingua spezza
Antonia Pozzi
Solitudine
Ho le braccia dolenti e illanguidite
per un’insulsa brama di avvinghiare
qualche cosa di vivo, che io senta
più piccolo di me. Vorrei rapire
d’un balzo e poi portarmi via, correndo,
un mio fardello, quando si fa sera;
avventarmi nel buio per difenderlo,
come si lancia il mare sugli scogli;
lottar per lui, finché non rimanesse
un brivido di vita; poi, cadere
nella più fonda notte, sulla strada,
sotto un tumido cielo inargentato
di luna e di betulle; ripiegarmi
su quella vita che mi stringo al petto –
e addormentarla – e anch’io dormire, infine…
No: sono sola. Sola mi rannicchio
sopra il mio magro corpo. Non m’accorgo
che, invece di una fronte indolenzita,
io sto baciando come una demente
la pelle tesa delle mie ginocchia.
Milano, 4 giugno 1929
Josefa Parra
C'è del sale sopra le labbra. Sulla lingua
resti di naufragi e sirene,
a volte alghe e il gusto dei fondali
spumosi e verdi dell'oceano.
Il sesso sempre ha il sapore del mare nell'inverno,
di vento freddo nel cuore della notte.
Umberto Saba
Amai
Amai trite parole che non uno
osava. M'incantò la rima fiore amore,
la più antica e difficile del mondo.
Amai la verità che giace al fondo,
quasi un sogno obliato che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l'abbandona.
Amo te che mi ascolti e la mia buona
carta lasciata al fine del mio gioco.
John Keats
Stella lucente, foss’io come te costante –
Ma non in solitario splendore sospesa sull’altura
Della notte a osservare, con le tue eterne luci accese,
Quasi paziente, insonne eremita della natura,
Le acque mobili nel loro sacro dovere
Di pure abluzioni per le spiagge umane,
O a contemplare le nuove, dolcemente scese, maschere
Di neve sulle montagne e sulle brughiere –
No – costante sempre, mai mutevole, vorrei risiedere
Sempre sul guanciale del seno dell’amore
Mio, per sentirlo sempre pulsare cedevole,
Per sempre sveglio in dolce inquietudine,
Per sempre, sempre udire il suo respiro tenue
E così vivere in eterno – o venir meno nella morte.
Emilio Capaccio
Quando l’occhio si stanca di dirmi che ti sta guardando
è allora che mi addormento
perché tutto il tuo corpo è dettagliato
in un punto confuso
e solo nel sonno mi vieni vicino
L’aria ti trattiene nel suo immobile respiro
nell’incessante rumore del non dir nulla
e ti soffoca riempendoti la bocca
del sangue che ti ho offerto
Nel sonno la linea del mio viso si distende
e cade tutta la carne
cade il mio aggrapparmi sempre
al profumo che porta ai polsi la tua trasparenza
cade la voce dalle labbra che si sfogliano
e diventano pietra per i giorni senza di noi
È il primo tentativo della morte
che promette ancora di restare solo per il sonno
I POETI NASCONO VIANDANTI
Me ne andrò a divellere le code rabide del vento
sbrindellando in ampie direzioni d’occaso
i sonagli dell’ostro e del garbino
Me ne andrò con una pipa Oom Paul fra i denti
sulla sagoma d’un vecchio galeone
che sussurra l’epica venturosa del viaggio
Me ne andrò in porti primaverili
con una tasca colma di versi
e canti di tritoni su ventagli di sogni appastellati
Me ne andrò vestito di spuma e umanità
parole per chi ha sete di parole
e un mantello raso di fosforo e di zolfo
Rischiarerà la notte una vampa d’ostro
sulla mia scapola d’oro
un alone saltellante che scandaglia il cammino
Mi curerò l’anima ai bastioni di domani
con preghiere erette a faraglioni
da ebbri marinai di locande, infingardi
spiriti tatuati di lungo corso
(da Fb)
Giangiacomo Amoretti
Ancora salga a te il silenzio come
una memoria mite senza luce
e senza eco di parola – salga
a poco a poco a te come la nebbia
sale talora lungo le colline,
d’autunno, e vela boschi e prati. Che
si posi lieve sopra la tua fronte,
domani, e ti sia balsamo, ti sia
grazia, forse, in quest’ora
notturna, così greve
di suoni rochi e di vocii (a tratti
un crepitio di mortaretti, un rombo
di tuono in lontananza, che ti strazia).
(da Fb)
Giuseppe Ungaretti
D’improvviso
è alto
sulle macerie
il limpido
stupore
dell’immensità
E l’uomo
curvato
sull’acqua
sorpresa
dal sole
si rinviene
un’ombra
Cullata e
piano
franta.
MARIO LUZI
Il tempo,
il tempo medica le piaghe,
ché all'uomo, dici, è forza porre fine
alle lacrime, è forza cominciare
ogni giorno - questo è più acuto strazio -
e la vita può darsi nella cenere
e questa piaga atroce può volgere in salute
o prossima o lontana di te o di tuo figlio
che ora compita presso i vetri in un'altra stanza.
Il tempo adduce e porta via le forme,
il tempo ci dà vita e ci distrugge
mentre immobile vigila l'essenza.
Nadine Spaggiari
Ma è sera tarda
Forse sono io l’errore.
Forse sono la diffidenza –
un cambiamento di schema
in ciò che avrei potuto essere —
la virgola, una pausa breve,
lì – nella tua figura,
una parentesi di spalle.
Ma è sera tarda —
il cielo è un segno
di punteggiatura,
sembra unire le bocche aperte,
c’è forse un dio in questo angolo,
o forse tu che dichiari un’intenzione
ad arco
sulla mia schiena.
Questa distanza
funge da tenerezza, contro il nostro petto –
alla certezza che l’amore da vicino
si stacchi come carta da parati,
o un vento salato a un’ombra negli occhi.
Forse sono io una volata di piccione –
per portare un messaggio esco
fuori dal corpo –
ciò che è visto come neve
nella luce morente.
Ma conferma un’intonazione,
l’incapacità di volare
porta a bruciare corpi —
ho bisogno di scrivere con te.
https://nadinespaggiaripoetry.com/?p=1205
Emilio Capaccio
L’amore che è venuto
—la donna che ha portato—
ha un’unghia spezzata e quattro dita della mano
Ha un abbraccio lungo e morto
che scivola sui miei fianchi come una sciarpa sfilata
che muore ogni volta per la paura che potrei crederlo triste
che potrei non volerlo risollevare
per gettarmelo addosso
aspettandomi la stretta che ha perduto
Fa una curva il suo passo che immaginavo dritto
dove vanno a morire tutte le terre ferme della vita normale
che non ha conosciuto sulla via delle chimere
E mi parla di una chiave perduta nei viaggi di un’altra età
quando ancora il cuore nel suo portafiori di sangue pulito
attendeva sulla porta
un’alchimia di bacio e promessa
L’amore che è venuto ha incontrato un uomo sincero
che ha trovato la chiave in fondo all’oceano
nel portafiori dietro la porta
(da fb)
Eugenio De Signoribus
domani chissà chi saremo
quale nome in noi consisterà
quando qualcuno a sé ci chiamerà
o da distante ci additerà
come disdetti o estranei
in quelle acque che superano in febbre
i loro letti ed esulando s’incrociano
e si assumono, prima in cromi incandescenti
poi in macchie spondali e via via
in vite correnti a vista e sui fondali,
in quelle acque dei popoli
io, estraneo a te, ti parlerò
(così spero di te)
Ezio Falcomer
E poi raccoglimi,
nelle pieghe del tempo,
sul letto del grande fiume,
nella cesta di me neonato.
Fammi passare il muro
degli uccelli vagabondi,
del gemito d'amore dei fiori fradici
e pressati.
Raccogli tutta quanta la mia paura.
Stai accanto a me, magari per sempre,
dove il sempre si parifica all'istante,
dove il bacio e la carezza
sbiadiscono la solitudine,
anche solo per finta, per gioco.
(da "Luna comica", 2021)
Donatella Maino
In primo piano
Dio è qui, in primo piano,
aspetta solo di essere riconosciuto.
Quando capirò
che il mondo non mi basta?
Mi libererò dai confini della
mia forma.
Ezra Pound
Invano ho lottato
Invano ho lottato
Per convincere il mio cuore a piegarsi;
Inviano gli ho detto:
«Ci sono poeti più grandi di te».
La sua risposta, come vento e suono di liuto
Come vago lamento nella notte
Che non mi dà riposo, dice sempre:
«Un canto, un canto».
I loro echi ondulano uno nell’altro nel tramonto
Cercando sempre un canto.
Ah, io sono consumato dal lavoro
E il vagare per infinite strade ha cerchiato di viola,
Ha riempito di polvere i miei occhi.
Su di me c’è ancora un tremore nel tramonto,
E piccoli elfi rossi di parole gridano: «Un canto»,
Piccoli grigi elfi di parole gridano per un canto,
Piccole foglie gialle di parole gridano: «Un canto»,
Piccole foglie verdi di parole gridano per un canto.
Le parole sono foglie, vecchie foglie gialle già di primavera,
Portate qua e là dal vento vanno cercando un canto.
da "A lume spento"
*
Traduzione di Salvatore Quasimodo.
Cristina Campo
Si ripiegano i bianchi abiti estivi
e tu discendi sulla meridiana,
dolce Ottobre, e sui nidi.
Trema l’ultimo canto nelle altane
dove il sole era l’ombra ed ombra il sole,
tra gli affanni sopiti.
E mentre indugia tiepida la rosa
l’amara bacca già stilla il sapore
dei sorridenti addii.
Milo De Angelis
Tra figure d’indugio e di ansia, siamo scesi
nel bacio, abbiamo attraversato il groviglio, siamo scesi
nel tempo silenzioso, nella carne raggiunta,
nel tempo, nel tempo: invasione corale
della luce, idea sciolta nella sua infanzia, vela
che ci porta congiunti, sorriso
degli sposi promessi. Ma non ha regole, mai,
la via del dolore.
Emilio Capaccio
Ti ho immersa nel tempo con il bacio lungo di tua madre.
Ti ho dato da leggere la tua vita.
Ora il mondo è un po’ confuso. Giungono voci contrastanti. Cadono e si rialzano i tiranni
e non si parla tanto di Dio la domenica.
Negli scantinati ci sono topi che fanno rumore.
Vengono la notte ai piedi del letto con una candela
e berretti con un campanellino
a portare nei gusci delle noci gli incubi dei morti.
Ci sono voci di profughi e stridori di barche sul vetro
tra gli spifferi del vento nella piccionaia
forse è solo la ripicca di dicembre
o il dispetto delle foglie che al soffio si sono messe di taglio.
Vorrei poterti dire che la terra ha fame dei nostri fallimenti
che non ci sono anime avverse nell’uomo
che non c’era l’uomo quando aprirono i gas e accesero i forni
che non fu lui su Hiroshima a sganciare la collera
che è tutto un equivoco, che mai torre è caduta
che piante e animali si sono accordati
per incastrarci con prove fasulle.
Sarebbe la cosa più discolpante che potrei dirti!
Ma siamo colpevoli, colpevoli di tutto
colpevoli anche di questa bugia!
Però non sarei tuo padre se non ti parlassi di speranza
per questo ti ho messo in una culla
al sereno da tutto il lapidare della nostra natura
e al caldo, come la speranza, che è una bimba come te,
che si battezza come te, nel nome del Signore,
e ha bisogno di ogni farfalla del tuo futuro
per non morire tra i pollini dell’indicibile.
"Notturno" di Antonia Pozzi
Curva tu suoni
ed il tuo canto è un albero d’argento
nel silenzio oscuro-
Limpido nasce
dal tuo labbro- il profilo
delle vette- nel buio-
Muoiono le tue note
come gocce assorbite dalla terra-
Le nebbie sopra gli abissi
percorse dal vento
sollevano il suono
spento nel cielo-.
Mario Luzi
Di gennaio, di notte
Di gennaio, di notte
quando lungo le sue vene lo spazio
trepida per un vento inesauribile,
ravviva
negli alberi speranze ancora vane
e li sveglia a una vita ancora
incerta,
troppo remota oltre le cime
ed oltre le radici;
nei giorni incerti ai crocevia del tempo
nelle ore dopo la passione quando
anche il dolore ha fine
e l'anima si tiene appena
che non frani nel suo vuoto
e si chiede stupita più che ansiosa
s'è quella l'agonia ch'è in ogni inizio
o il termine, il termine di tutto,
e accade che qualcuno
per certezza, per afferrarsi a un segno
mormori il suo tra il nome dei suoi cari
ed è strano come murare lapidi
su case per memoria d'un passaggio,
d'una sosta nel transitare eterno,
viso di molto amata un tempo
che tra pagina e pagina del libro
sfogliato senza termine degli anni
hai la pace che dà l'essere fiochi
e spenti sotto la crudele patina
qualcuno soffia nelle tue fattezze,
t'eccita, ti richiama al mio tormento
quale fosti d'età in età, puerile,
puerile sotto nuvole di marzo
giovinetta sgusciata da anni informi
tra infanzia e pubertà, donna nel vento.
Frattanto siamo divenuti grigi.
Esco, guardo addossato ai muri alti
la mia patria ventosa e montuosa,
prendo fiato, poi seguo la via crucis.
Quaderno gotico 1947
Cristina Campo
Moriremo lontani...
Moriremo lontani. Sarà molto
se poserò la guancia nel tuo palmo
a Capodanno; se nel mio la traccia
contemplerai di un’altra migrazione.
Dell’anima ben poco
sappiamo. Berrà forse dai bacini
delle concave notti senza passi,
poserà sotto aeree piantagioni
germinate dai sassi...
O signore e fratello! ma di noi
sopra una sola teca di cristallo
popoli studiosi scriveranno
forse, tra mille inverni:
«nessun vincolo univa questi morti
nella necropoli deserta».
(da "La tigre assenza", 1991)
Giorgio Caproni, 1912-1990.
Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all'orecchio
di questi luoghi, ch'io
vi dovrò presto lasciare.
Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.
Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.
Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell'inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.
(Scusate. È una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch'io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch'essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare).
Dicevo, che era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos'importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.
Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto s’io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.
Congedo alla sapienza
e congedo all'amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.
Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione,
calma, senza sgomenti.
Scendo. Buon proseguimento.
Dylan Thomas
La mano che firmò il trattato
La mano che firmò il trattato fece crollare una città;
Cinque dita sovrane posero un'ipoteca sul respiro,
Raddoppiarono il globo dei morti e dimezzarono un paese;
Quei cinque re un re misero a morte.
La mano possente conduce a una spalla ricurva,
Il gesso contrae le giunture delle dita;
Una penna d'oca ha posto fine al delitto
Che pose fine a ogni negoziato.
La mano che firmò il trattato produsse una febbre,
La carestia avanzò, e le locuste giunsero; è grande
La mano che tiene in suo dominio l'uomo
Grazie a un nome scribacchiato.
I cinque re contano i morti, ma non possono curare
La ferita incrostata, né spianare le fosse; una mano
Amministra pietà come una mano amministra anche il cielo,
Le mani non hanno lacrime da spargere.
trad. di Roberto Sanesi
*
The hand that signed the paper
The hand that signed the paper felled a city;
Five sovereign fingers taxed the breath,
Doubled the globe of death and halved a country;
These five kings did a king to death.
The mighty hand leads a sloping shoulder,
The finger joints are cramped with chalk;
A goose's quill has put an end to murder
That put an end to talk.
Tha hand that signed the treaty bred a fever,
And famine grew, and locuste came;
Great is the hand that holds dominion over
Man by a scribbled name.
The five kings count the deadh but do not soften
The crusted wound nor stroke the brow;
A hand rules pity as a hand rules heaven;
Hands have no tears to flow.
*
Dylan Thomas
Poesie - Ugo Guanda editore, 1976
EugenioMontale
Il primo gennaio
So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzufino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.
ANTONIA POZZI
TRENI
A notte
un lento giro d'ombre rosse
alle pareti avviava i treni: tonfi
cupi d'agganci
al sonno si frangevano.
E lavava
lieve la corsa della pioggia il fumo
denso ai cristalli: sogni
s'aprivano continui, balenanti
binari lungo un fiume.
Ora ritorna
a volte a mezzo il sonno quel tuonare
assurdo
e per le mute vie serali, ai lenti
legni dei carri e dentro il sangue
chiama
lunghi fragori - e quell'antico ardente
spavento e sogno
di convogli.
Torino, I maggio 1937
Vittorio Sereni
Altro compleanno
A fine luglio quando
da sotto le pergole di un bar di San Siro
tra cancellate e fornici si intravede
un qualche spicchio dello stadio assolato
quando trasecola il gran catino vuoto
a specchio del tempo sperperato e pare
che proprio lì venga a morire un anno
e non si sa che altro un altro anno prepari
passiamola questa soglia una volta di più
sol che regga a quei marosi di città il tuo cuore
e un’ardesia propaghi il colore dell’estate.
Eugenio Montale
Gloria del disteso mezzogiorno
quand'ombra non rendono gli alberi,
e più e più si mostrano d'attorno
per troppa luce, le parvenze, falbe.
Il sole, in alto, - e un secco greto.
Il mio giorno non è dunque passato:
l'ora piú bella è di là dal muretto
che rinchiude in un occaso scialbato.
L'arsura, in giro; un martin pescatore
volteggia s'una reliquia di vita.
La buona pioggia è di là dallo squallore,
ma in attendere è gioia più compita.
Da Ossi di seppia
Emilio Capaccio
DI TUTTE LE STAGIONI CHE SONO MORTE
Di tutte le stagioni che sono morte
si nutre la radice dell’inverno
Le stelle ingialliscono
quando è tempo di rinascere: anche ora
e non hanno l’apprensione delle foglie
che al giallo accartocciano i cappelli
per la finzione della morte
L’inverno non dice fin dove arriva la vita
svela solo il trucco della morte
che niente uccide
e raduna le sue stelle
in nuovi pascoli universali
sul mantello da elfo di oggi — addì 2 gennaio
Cade una rugiada di salnitro
sui tetti delle case
con la stessa inviolabile indifferenza
dei cicli delle stelle intorno alla terra
che una volta vive e una volta stenta
anche quando la morte pare l’abbia infreddolita
(da Fb)
Mario Luzi
Aprile-Amore
Il pensiero della morte m’accompagna
tra i due muri di questa via che sale
e pena lungo i suoi tornanti. Il freddo
di primavera irrita i colori,
stranisce l’erba, il glicine, fa aspra
la selce; sotto cappe ed impermeabili
punge le mani secche, mette un brivido.
Tempo che soffre e fa soffrire, tempo
che in un turbine chiaro porta fiori
misti a crudeli apparizioni, e ognuna
mentre ti chiedi che cos’è sparisce
rapida nella polvere e nel vento.
Il cammino è per luoghi noti
se non che fatti irreali
prefigurano l’esilio e la morte.
Tu che sei, io che sono divenuto
che m’aggiro in così ventoso spazio,
uomo dietro una traccia fine e debole!
È incredibile ch’io ti cerchi in questo
o in altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora un’età, la mia,
che s’aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.
L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. E quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.
La mia pena è durare oltre quest’attimo.
da "Primizie del Deserto" 1952
Salvatore Quasimodo
Oboe sommerso
Avara pena, tarda il tuo dono
in questa mia ora
di sospirati abbandoni.
Un oboe gelido risillaba
gioia di foglie perenni,
non mie, e smemora;
In me si fa sera:
l’acqua tramonta
sulle mie mani erbose.
Ali oscillano in fioco cielo,
labili: il cuore trasmigra
ed io son gerbido,
e i giorni una maceria.
Alfonso Gatto
Poesia d'amore
Le grandi notti d'estate
che nulla muove oltre il chiaro
filtro dei baci, il tuo volto
un sogno nelle mie mani.
Lontana come i tuoi occhi
tu sei venuta dal mare
dal vento che pare l'anima.
E baci perdutamente
sino a che l'arida bocca
come la notte è dischiusa
portata via dal suo soffio.
Tu vivi allora, tu vivi
il sogno ch'esisti è vero.
Da quanto t'ho cercata.
Ti stringo per dirti che i sogni
son belli come il tuo volto,
lontani come i tuoi occhi.
E il bacio che cerco è l'anima.
EugenioMontale
Bagni di Lucca
Fra il tonfo dei marroni
e il gemito del torrente
che uniscono i loro suoni
èsita il cuore.
Precoce inverno che borea
abbrividisce. M’affaccio
sul ciglio che scioglie l’albore
del giorno nel ghiaccio.
Marmi, rameggi -
E ad uno scrollo giù
foglie a èlice, a freccia,
nel fossato.
Passa l’ultima greggia nella nebbia
del suo fiato.
Alfonso Gatto
Le cose
Un giorno busseranno ad ogni casa,
chi vive è già colpevole d'avere
la sua vita segreta. Scende il buio
della notte, si resta dietro ai vetri
ad aspettare come giunge il vasto
assurdo della quiete. È nelle cose
di sempre ferme al loro posto il nuovo
sguardo impietrito: l'angolo deserto
mette in salvo il fuggiasco o per lo scarto
gli affaccia la sua muta. Sembra un vano
delirio questo credere alle cose.
Lara Pagani ~ Per Franca Alaimo, 2026
Mi hai raccontato che i fiori hanno suoni:
ogni petalo è musica, strumento
degli angeli e di chi governa i tuoni,
la pioggia, le stagioni, il firmamento.
Io ci credo perché tu non ragioni
ma sai. Lo sai che cos’è lo sgomento
di morire poi vivere, non poni
freni alla meraviglia, è il tuo talento.
Quando ti prende a morsi il crepacuore
tu sai come fuggire la prigione.
Ci vuole fantasia, ci vuole amore —
ci vogliono i tuoi fiori sul balcone
per cullare l’amarezza sul nascere.
Chi canta la ferita può rinascere.
Fernando Pessoa (1888-1935)
STANCA ESSERE, SENTIRE FA MALE
Stanca essere, sentire fa male, pensare distrugge.
Estranea a noi, in noi e fuori,
frana l'ora, e tutto in essa frana.
Inutilmente l'anima piange.
A cosa serve? E cosa deve servire?
Abbozzo pallido e lieve
del sole invernale che ride sul mio letto...
Vago sussurro breve.
Delle piccole voci con cui il mattino si desta,
della futile promessa del giorno,
morta sul nascere, nella speranza assurda e remota
nella quale l'anima confida.
1° gennaio
-
[Traduzione di Luigi Panarese]
Pier Luigi Bacchini, 29 marzo 1927 – 5 gennaio 2014
Tra dodici pini e una quercia autoctona
là dove sorge la tomba del mio pioppo.
Il rogo l’ho acceso d’inverno – crepitio e rossastro,
sulla neve ondulata di riflessi.
Presso di lui,
è germogliata una quercia, con gridi di parto.
Che nessuno la tocchi.
Urlavano gli dèi, alti, fra quel perduto frascame.
Antonia Pozzi
Fili neri di pioppi –
fili neri di nubi
sul cielo rosso –
e questa prima erba
libera dalla neve
chiara
che fa pensare alla primavera
e guardare
se ad una svolta
nascano le primule –
Ma il ghiaccio inazzurra i sentieri –
la nebbia addormenta i fossati –
un lento pallore devasta
i colori del cielo –
Scende la notte –
nessun fiore è nato –
è inverno – anima –
è inverno.
Il mare come materiale di Giorgio Caproni
Allo scultore Mario Ceroli
Scolpire il mare...
Le sue musiche...
Lunghe,
le mobili sue cordigliere
crestate di neve...
Scolpire
– bluastre – le schegge
delle sue ire...
I frantumi
– contro murate o scogliere –
delle sue euforie...
Filarne il vetro in làmine
semiviperine...
In taglienti
nastri d'alghe...
Fissarne
– sotto le trasparenti
batterie del cielo – le bianche
catastrofi...
Lignificare
le esterrefatte allegrie
di chi vi si tuffa...
Scolpire
il mare fino a farne il volto
del dileguante...
Dire
(in calmerìa o in fortunale)
l'indicibile usando
il mare come materiale...
Il mare come costruzione...
Il mare come invenzione...
(da “Il conte di Kevenüller”, 1986)
Vincenzo Cardarelli - Passato
I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dire che
che m’appartieni
e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapido!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l’amore
brucia la vita e fa volare il tempo.
Giangiacomo Amoretti
Così riguardo io a lungo ancora
queste maschere in ombra, questi volti
cerei di donne e uomini che dopo
tanto scorrere di anni e di silenzi –
essi, i non mai pietosi, essi gli antichi –
sembrano a tratti come respirare
e, quasi, sussurrare – ecolalie,
lamenti, balbettii? – a me che, attònito,
li guardo e li riguardo e più e più
me riconosco in loro – io, non altro
da queste larve al fondo dello specchio,
come loro uno spettro, una parvenza,
un non ancora, io, un già non più.
Walt Whitman, “Se tardi a trovarmi”
Se tardi a trovarmi, insisti.
Se non ci sono in nessun posto,
cerca in un altro, perché io sono
seduto da una qualche parte,
ad aspettare te…
e se non mi trovi più, in fondo ai tuoi occhi,
allora vuol dire che sono dentro di te.
Roberto Sanesi (1930-2001)
ARCO DI LUCE
Traccia un arco di luce alla finestra, un volo bianco
di passeri, inverno, che non rifuggono mai
da queste mura, e un fiore bianco, una natura morta
nemica fatta a immagine di noi. Rifiuta il fuoco
snello sopra le alture, il bucaneve
di Dio, ma esisti con gli oggetti, unisci
filo a filo la favola e l'idea, aria di libertà
creata e ricreata a un solo scatto
dei tuoi rami pesati dalla neve. Ascolta
come il silenzio brulica alle imposte, e come geme
la pietà in questo freddo. Se Minerva
non discende la notte coi sinistri
occhi d'intelligenza, accuseremo il cuore
della sua gravità che ci conduce al centro della terra.
Alda Merini
Caro io e te siamo soli...
(a mio marito Ettore)
.
Caro, io e te siamo soli,
i nostri profili si stagliano contro il vento
da innumeri anni ormai,
ci teniamo per mano
come andassimo al giudizio di Dio
che tarda troppo a venire;
per anni siamo stati associati alla morte,
per anni ci siamo guardati in viso
confondendo la nostra aspettazione
e io ho raccolto ogni tuo strascico di anima,
me ne son fatta un forte mantello,
perché io e te siamo soli,
nessuno che ci ami profondamente e forte,
nessuno che ci ripari dal destino
e allora abbiamo la pelle bruciata dal vento,
dalle piogge, dal sole,
perché tacendo abbiamo fatto un lungo discorso
con l'Eterno, con Dio,
perché, amor mio, purtroppo
io e te siamo soli
e gli angeli sono distanti.
.
(da: Confusione di Stelle)
GIOVANNI RABONI
REQUIEM PER COMPLEANNO
Lo sai com'è gennaio qui da noi: ricordi
che certe volte ogni cosa diventa
più stretta d'un grumo di terra, d'una pietra,
più stretta d'una croce. Così, credo,
non serve che ti dica di pregare
per i morti. Nessuno più di loro
è preso senza scampo in questa trappola
di corda grossa e corteccia
che le mani gelate non riescono a slegare.
Vincenzo Cardarelli
Ti porto in me come il mare
un tesoro affondato.
Sei il lievito, il segreto
d’ogni mio male, o amore a cui non credo.
Amore che mi segui
oltre ogni limite, ovunque,
come un cane fedele
segue un padrone ingrato.
Ti fuggo invano.
Poi che meno ti penso più mi opprimi,
rimorso, celato affanno.
Tu certo un giorno mi raggiungerai
nella morte.
Là, riposato e cheto, il tuo buon Genio
mi assisterà.
Voglio dormire all’ombra
del suo tremendo sorriso.
attilio bertolucci
Come pesa la neve su questi rami
come pesano gli anni sulle spalle che ami.
L’inverno è la stagione più cara,
nelle sue luci mi sei venuta incontro
da un sonno pomeridiano, un’amara
ciocca di capelli sugli occhi.
Gli anni della giovinezza sono anni lontani.
CESARE PAVESE
Hai viso di pietra scolpita
Hai viso di pietra scolpita,
sangue di terra dura,
sei venuta dal mare.
Tutto accogli e scruti
e respingi da te
come il mare. Nel cuore
hai silenzio, hai parole
inghiottite. Sei buia.
Per te l'alba è silenzio.
E sei come le voci
della terra - l' urto
della secchia nel pozzo,
la canzone del fuoco,
il tonfo di una mela;
le parole rassegnate
e cupe sulle soglie,
il grido del bimbo - le cose
che non passano mai.
Tu non muti. Sei buia.
Sei la cantina chiusa,
dal battuto di terra,
dov'è entrato una volta
ch' era scalzo il bambino,
e ci ripensa sempre.
Sei la camera buia
cui si ripensa sempre,
come al cortile antico
dove s' apriva l' alba.
5 novembre 1945
Marco Plebani
Ferita e benda,
fluorescente circolazione
di vene nel buio.
Distendi, donna t'imploro,
la tua viva e sanguinolenta carne
accanto alla mia morte.
G. Amoretti
Le nubi in cielo e i riccioli di spuma,
le linee oblique e i dilatati cerchi,
i tempi e i sogni, il vivere e il morire –
tutto questo oscillare, questo lento
franare nel silenzio, questi brevi
spasmi nell’aria – tremiti, fosfeni,
transiti d’ali senza un dove – e a tratti
come lo strazio di un sussurro, di una
parola buia, soffocata – e il lampo
di un’immagine – volto, rosa, icona –
per un attimo a splendere, a svelare
l’evidenza di un senso...
Poi, più nulla.
ALFONSO GATTO
Soli, nel pianto tuo della mattina,
l’erba, il silenzio, il muovere dell’ombra,
e gli steli del vento. Il tuo sollievo
è di vederti calma nell’attesa
ch’io giunga da lontano, il tuo riposo
è la speranza d’incontrarci a sera
per caso in un inverno.
Lasciarti per sparire,
per essere il tuo cielo dove guardi
senza rimorsi, avere il tuo rimpianto,
la tua memoria, le tue mani vuote…
Forse è più dolce piangermi che avermi.
L'erba , da Poesie d'amore, I edizione, Lo Specchio, 1973
ALFONSO GATTO
TUTTE LE POESIE
Giovanni Raboni
Essere... essere, sì, intimi, nel cuore,
nel midollo, con chi è noi, con chi
d’altro noi siamo – forse è tutto qui
il segreto, è così che si fa onore
alla vita se è solo per ardore
che le duecentosei ossa non si
dissaldano innanzi tempo, se è di
estraneità alla vita che si muore,
con minima pena, come lasciamo
una casa senza fuoco. E forse, ossa
dimenticate, una provvida mente
ci penserà, due amanti!, e nuovamente
vivi traslocheremo nella fossa
all’apparirci, all’essere che siamo.
Da "Ogni terzo pensiero" (1993)
Marcello Comitini
Chiusa nella serra polerosa del mio cervello,
Anima, Mente, Spirito, o qualunque
immaterialità tu sia, senza memoria
non sai più stendere le ali oltre i confini
dei rami spogli della mia carne.
Quando sono cadute le ultime foglie?
Sulle ali rapaci di quale vento
sono volate via le tue parole?
Né senti le allodole che annunciano l'alba
né l' usignolo che celebra la notte.
Non hai più amore né desiderio d'amore.
Sei neve che si scioglie tra i dirupi del passato
ma ti disperdi lontano dalle mie radici
nei mille rivoli segnati dal destino.
In sordina li spinge
verso quel mare temuto e inesplorato.
GiuseppeUngaretti
Dove la luce
Come allodola ondosa
Nel vento lieto sui giovani prati,
Le braccia ti sanno leggera, vieni.
Ci scorderemo di quaggiù,
E del mare e del cielo,
E del mio sangue rapido alla guerra,
Di passi d’ombre memori
Entro rossori di mattine nuove.
Dove non muove foglia più la luce,
Sogni e crucci passati ad altre rive,
Dov’è posata sera,
Vieni ti porterò
Alle colline d’oro.
L’ora costante, liberi d’età,
Nel suo perduto nimbo
Sarà nostro lenzuolo.
Giorgio Caproni
Sassate
Ho provato a parlare.
Forse, ignoro la lingua.
Tutte frasi sbagliate.
Le risposte: sassate.
Alba
Amore mio, nei vapori d’un bar
all’alba, amore mio che inverno
lungo e che brivido attenderti! Qua
dove il marmo nel sangue è gelo, e sa
di rinfresco anche l’occhio, ora nell’ermo
rumore oltre la brina io quale tram
odo, che apre e richiude in eterno
le deserte sue porte?… Amore, io ho fermo
il polso: e se il bicchiere entro il fragore
sottile ha un tremitìo tra i denti, è forse
di tali ruote un’eco. Ma tu, amore,
non dormi, ora che in vece la tua già il sole
sgorga, non dirmi che da quelle porte
qui, col tuo passo, già attendo la morte.
Perchè restare
Chi sia stato il primo, non
è certo. Lo seguì un secondo. Un terzo.
Poi, uno dopo l’altro, tutti han preso la stessa via.
Ora non c’è più nessuno.
La mia
casa è la sola
abitata.
Son vecchio
Che cosa mi trattengo a fare,
quassù, dove tra breve forse
nemmeno ci sarò più io
a farmi compagnia?
Meglio – lo so – è ch’io bada
prima che me ne vada anch’io.
Eppure, non mi risolvo. Resto.
Mi lega l’erba. Il bosco.
Il fiume. Anche se il fiume è appena
un rumore ed un fresco
dietro le foglie.
La sera
siedo su questo sasso, e aspetto.
Aspetto non so che cosa, ma aspetto.
Il sonno. La morte direi, se anch’essa
da un pezzo – già non se ne fosse andata
da questi luoghi.
Aspetto
e ascolto.
(L’acqua,
da quanti milioni d’anni, l’acqua,
ha questo suo stesso suono
sulle sue pietre?)
Mi sento
perso nel tempo.
Fuori
del tempo, forse.
Ma sono
con me stesso. Non voglio
lasciare me stesso uscire
da me stesso come,
dal sotterraneo
il grillotalpa in cerca
d’altro buio.
Il trifoglio
della città è troppo
fitto. Io son già cieco.
Ma qui vedo. Parlo.
Qui dialogo. Io
qui mi rispondo e ho il mio
interlocutore. Non voglio
murarlo nel silenzio sordo
d’un frastuono senz’ombra
d’anima. Di parole
senza più anima.
Foglie
Quanti se ne sono andati…
Quanti.
Che cosa resta.
Nemmeno
il soffio.
Nemmeno
il graffio di rancore o il morso
della presenza.
Tutti
se ne sono andati senza
lasciare traccia.
Come
non lascia traccia il vento
sul marmo dove passa.
Come
non lascia orma l’ombra
sul marciapiede.
Tutti
scomparsi in un polverio
confusi d’occhi.
Un brusio
di voci afone, quasi
di foglie controfiato
dietro i vetri.
Foglie
che solo il cuore vede
e cui la mente non crede.
L’occasione
L’occasione era bella.
Volli sperare anch’io.
Puntai in alto. Una stella
o l’occhio (il gelo) di Dio?
Biglietto lasciato prima di non andar via
Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.
Il mio viaggiare
È stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.
Saggia apostrofe a tutti i caccianti
Fermi! Tanto
non farete mai centro.
La Bestia che cercate voi,
voi ci siete.
Sarino
dove tutto è una notte ubriaca
non ho abbastanza cenere
per quello che ho dato
passo in fondo alla vita
con un nome amaro
e il cuore di chi ha amato il vento
e forse ama ancora
ciò che m’ingarbuglia il giardino
è la pace delle voci
e l’inquietudine del sonno veloce
per fare richiamo un’ultima luce
fragile appare quel fiore
che salendo al cielo
ritaglia la nebbia
tacendo la forza che impiega
per non essere solo
Giovanni Raboni
22 gennaio 1932 – 16 settembre 2004
Un giorno o l’altro ti lascio, un giorno
dopo l’altro ti lascio, anima mia.
Per gelosia di vecchio, per paura
di perderti – o perché
avrò smesso di vivere, soltanto.
Però sto fermo, intanto,
come sta fermo un ramo
su cui sta fermo un passero, m’incanto…
EugenioMontale
Lo sai: debbo riperderti
Lo sai: debbo riperderti e non posso.
Come un tiro aggiustato mi sommuove
ogni opera, ogni grido e anche lo spiro
salino che straripa
dai moli e fa l’oscura primavera
di Sottoripa.
Paese di ferrame e alberature
a selva nella polvere del vespro.
Un ronzìo lungo viene dall’aperto,
strazia com’unghia ai vetri. Cerco il segno
smarrito, il pegno solo ch’ebbi in grazia
da te.
E l’inferno è certo.
Sandro Penna
La vita… è ricordarsi di un risveglio
triste in un treno all’alba: aver veduto
fuori la luce incerta: aver sentito
nel corpo rotto la malinconia
vergine e aspra dell’aria pungente.
Ma ricordarsi la liberazione
improvvisa è più dolce: a me vicino
un marinaio giovane: l’azzurro
e il bianco della sua divisa e fuori
un mare tutto fresco di colore.
AlfonsoGatto
Un bambino perduto fosti e un nome
prima che il vento t’allietasse l’erba.
Nel chiamarti dal bianco mezzogiorno
taceva la città, eri già dove
passano i sogni senza un’ombra e intorno
lasciano strade dolci di rumore.
Alda Merini
Non pensavo, Signore,
di diventare un fiore,
dopo l'ostinazione dei miei peccati.
Mi sembrava di essere un artificiere,
uno che batteva con un martello
il chiodo fisso della sua follia di uomo.
Ecco, questo chiodo,
la mia ostinazione terrena,
l'ho messa nelle tue mani,
e tu hai così sanguinato per me
che sono venuto sotto la croce
con la bocca aperta a bere il tuo sangue
perché il tuo sangue generasse rose.
(da: Mistica d'Amore-Francesco)
Sarino
sceglierò
prima di essere stato
ho tremato un poco contro vento
ancora in fuga da un’ora che non si dice
ma arrivassero al tramonto gli occhi
dolce malinconia sarebbe il nome
da dare ai solitari,
svaniscano pure l’aria
e quel fantasma che mi porta altrove
quando raccoglierò l’acqua che finirà
sceglierò l’attimo più divino
per riempirmi il bicchiere,
d’aver perso l’anima
mi stancherò in rivolta
sospendendo il cammino
e le ali per un breve tempo
mi scompiglia il brivido della presenza,
il sordo ansimare nella notte
Giorgio CAPRONI (Livorno 1912 – Roma 1990)
Sono donne che sanno
Sono donne che sanno
così bene di mare
che all’arietta che fanno
a te accanto al passare
senti sulla tua pelle
fresco aprirsi di vele
e alle labbra d’arselle
deliziose querele.
da Finzioni (1941)
GiuseppeUngaretti
La madre
E il cuore quando d’un ultimo battito
Avrà fatto cadere il muro d’ombra,
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’Eterno,
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia,
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m’avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d’avermi atteso tanto,
E avrai negli occhi un rapido sospiro.
Nelly Sachs (1891-1970)
CORO DEI SUPERSTITI
Noi superstiti
dalle nostre ossa la morte ha già intagliato i suoi flauti,
sui nostri tendini ha già passato il suo archetto -
I nostri corpi ancora si lamentano
col loro canto mozzato.
Noi superstiti
davanti a noi, nell'aria azzurra,
pendono ancora i lacci attorti per i nostri colli -
le clessidre si riempiono ancora con il nostro sangue.
Noi superstiti,
ancora divorati dai vermi dell'angoscia -
la nostra stella è sepolta nella polvere.
Noi superstiti
vi preghiamo:
mostrateci lentamente il vostro sole.
Guidateci piano di stella in stella.
Fateci di nuovo imparare la vita.
Altrimenti il canto di un uccello,
il secchio che si colma alla fontana
potrebbero far prorompere il dolore
a stento sigillato
e farci schiumar via -
Vi preghiamo:
non mostrateci ancora un cane che morde
potrebbe darsi, potrebbe darsi
che ci disfiamo in polvere
davanti ai vostri occhi.
Ma cosa tiene unita la nostra trama?
Noi, ormai senza respiro,
la nostra anima è volata a lui dalla mezzanotte
molto prima che il nostro corpo si salvasse
nell'arca dell'istante -
Noi superstiti,
stringiamo la vostra mano,
riconosciamo i vostri occhi -
ma solo l'addio ci tiene ancora uniti,
l'addio nella polvere
ci tiene uniti a voi -
---
NellySachs
Poetessa e scrittrice tedesca naturalizzata svedese, insignita nel 1966 del Premio Nobel per la Letteratura.
XX
da "Porto oscuro " - Mark Strand
Sei tu tra gli ulivi
oltre il cortile? Tu nel sole che con una mano
mi fai cenno di avvicinarmi mentre l'altra
ti scherma gli occhi dal fulgore che muta
tutto ciò che non è te in bianco assoluto? Sei tu
intorno a cui le foglie si spargono come spuma?
Tu nella notte bisbigliante che profuma
di menta ed è accesa dal remoto territorio incontaminato
delle stelle? Sei tu? Sei davvero tu
che sorgi dalla calligrafia delle onde, l'estensione
del tuo corpo che getta un'ombra improvvisa sulla mia mano
così che sento quant'è fredda mentre sfiora
la pagina? Tu che ti chini e posi
la bocca sulla mia, così che io sappia
che un bacio è solo il principio
di ciò che finora potevamo solo sognare?
Sei tu o è il protratto vento pietoso
che mi sussurra all' orecchio: ahimè, ahimè?
Mark Strand
Tutte le poesie
Oscar Baobab Moderni
Traduzione di Damiano Abeni con Moira Egan
#GiuseppeUngaretti
Ogni anno, mentre scopro che febbraio
È sensitivo e, per pudore, torbido,
Con minuto fiorire, gialla irrompe,
La mimosa. S’inquadra alla finestra
Di quella mia dimora d’una volta,
Di questa dove passo gli anni vecchi.
Mentre arrivo vicino al gran silenzio,
Segno sarà che niuna cosa muore
Se ne ritorna sempre l’apparenza?
O saprò finalmente che la morte
Regno non ha che sopra l’apparenza?
eugenio montale
Il sonno tarda a venire
poi mi raggiungerà senza preavviso.
Fuori deve accadere qualche cosa
per dimostrarmi che il mondo esiste e che
i sedicenti vivi non sono tutti morti.
Gli acculturati i poeti i pazzi
le macchine gli affari le opinioni
quale nauseabonda olla podrida!
E io lì dentro incrostato fino ai capelli!
Stavolta la pietà vince sul riso.
.
Corno inglese
Il vento che stasera suona attento
– ricorda un forte scotere di lame –
gli strumenti dei fitti alberi e spazza
l’orizzonte di rame
dove strisce di luce si protendono
come aquiloni al cielo che rimbomba
(Nuvole in viaggio, chiari
reami di lassù! D’alti Eldoradi
malchiuse porte!)
e il mare che scaglia a scaglia,
livido, muta colore
lancia a terra una tromba
di schiume intorte;
il vento che nasce e muore
nell’ora che lenta s’annera
suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore.
Da "Ossi di seppia"
Joseph Auslander (1897-1965)
ALLA MIA SPOGLIATRICE
Trad. E.C.
Sì, mi hai portato via ogni cosa:
bellezza, amore e tutta la smisurata
impazienza del fiero aprile; anche il nostro mare
che rugge sotto i gabbiani; tutta la bellezza
di forma, suono, colore; tutto ciò
che abbiamo toccato; curva di cose che eravamo soliti premere
appassionati contro i nostri sensi; mistero
e movimento… tutto portato via… portato via… Sì,
anche le piccole e coraggiose irrilevanze
come l’acqua cupa, il crescione che sgocciola,
il fresco e cupo rumore del raccolto; le api che fanno rotta
nelle calde spedizioni d’oro-anche questo
mi hai portato via-Oh, risparmiami le carezze,
lasciami almeno la cruda solitudine!
*
TO MY DESPOILER
Yes, you have taken everything from me:
Beauty and love and all the measureless
Impatience of proud April; even our sea
Shouting under the gulls; all loveliness
Of form and sound and colour; all that we
Had touched; the curve of things we used to press
Glowing against our senses; mystery
And movement… everything taken… taken.. Yes,
Even the little brave irrelevancies
Like brooding water, dripping water-cress,
The cool dark noise of cropping; cruising bees
On hot gold expeditions-even these
You took from me-Oh spare me your caress,
Leave me at least my own stark loneliness!
(da facebook - trad. Emilio Capaccio)
milo de angelis
L’essenza della carne ferita
vagava tra due muri,
l’amore usciva
dal presente e il lenzuolo
dei volti era lì, ed era cemento
tra le dita ed era buio
tutta la luce era chiusa
nel petto, tutte le parvenze
della rosa, tutta la forza
dell’ora persa.
Fernanda Ferni Ferraresso
Madre mia piena di terra
madre che ci fasci con un futuro d’argilla
madre tutta spine e senza corona
madre mare e collina che abiti la selva
e non sei mai padrona
madre tutta occhi e d’amore piena
gravida madre d’acqua che ti fai carena
viaggiatrice madre di tutte le leghe
del cosmo madre mia antenata e figlia che sogna
un letto di selci e un tetto di viole
madre sovrana che illumini i miei giorni
in cento bocche e in più di mille seni
tutti i tuoi segni di latte ho mangiato
tutte le pietre tue vertebre ho camminato
intatto il tuo volto in me ho disegnato
madre che salvi e risolvi tutte le morti
facendone humus di tutti i millenni
madre e padre di vigilie che dolorano
madre che cammini scalza e sanguini comete
aprimi la bocca madre
riempila di semi sostieni i miei piedi
fanne radici sopra e sotto la tua veste
madre ascoltami perché io ti ringrazio
sei tu l’anima di ogni istante anche se tante ormai
troppe sono per noi nelle tue strade le ore funeste.
f
f.f.- QUANDO MI SVEGLIERO'? ... perché sei la mia carne sottile e leggera una linea che si avviluppa tra altre migrazioni
Cesare Pavese
Anche tu sei l’amore.
Sei di sangue e di terra
come gli altri. Cammini
come chi non si stacca
dalla porta di casa.
Guardi come chi attende
e non vede. Sei terra
che dolora e che tace.
Hai sussulti e stanchezze,
hai parole – cammini
in attesa. L’amore
è il tuo sangue – non altro.
Fernando Pessoa
Il sonno è dolce, ma il mezzo sonno
lo è ancor di più. Saper
di stare in quel lucido abbandono
è come la brezza che all'ombra si diverte.
Amare è dolce, ma il forse-amare
lo è ancor di più. È come stare
sul ridente ponte di una nave
guardando senza vederli il cielo e il mare.
Dolce è la vita, ma che un'altra
migliore ce ne sia, lo è ancor di più.
È come una margherita fra le erbacce:
la scorgi, e l'intera campagna si abbellisce.
Così pensai, sotto lo stormire di alti
rami, e il lieve e incerto ponentino
mi dettava pensieri più felici
di quanto ogni felicità ci possa dare.
Poco si sa di quel che c'è o che siamo.
Niente sappiamo di quello che ci aspetta.
Per alcuni, la vita è un frutto ben maturo,
per altri, solo la sua fioritura.
Fernando Pessoa
1932
da "Poesie"
Adelphi
Traduzione di Antonio Tabucchi
Umberto Saba
Ulisse
Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.
eugenio montale
Lo sai: debbo riperderti e non posso.
Come un tiro aggiustato mi sommuove
ogni opera, ogni grido e anche lo spiro
salino che straripa
dai moli e fa l’oscura primavera
di Sottoripa.
Paese di ferrame e alberature
a selva nella polvere del vespro.
Un ronzio lungo viene dall’aperto,
strazia com’unghia i vetri. Cerco il segno
smarrito, il pegno solo ch’ebbi in grazia
da te.
E l’inferno è certo.
Giangiacomo Amoretti
Da chi, per chi è la parola? giunge
da lontano, incrinata, fioca. È
lamento, quasi, o voce sussurrante
che si alza appena e trema – eco dolente
di altre labbra, anima oltre l’anima…
o corpo senza corpo, in noi e fuori
da noi per sempre… Lieve come l’aria
come un presagio, una memoria minima,
un soffio, meno ancora, un nulla… Ma
è qui, miracolosamente. Qui.
E parla…
È soffice la stoffa della notte
alle tue dita ceree, alla tua angoscia.
Velami vi si oscurano d’argento, aloni sfatti,
evanescenze sullo specchio diafano.
Resistere ti è dato a questo lento
sciogliersi d’ombre. Il vetro non si frange.
Se un volto vi si imprime, semistinto e sbiadito,
è ancora il tuo, salvato, forse, per un istante.
Fernando Pessoa
Penso a te nel silenzio della notte,
quando tutto è nulla,
e i rumori presenti nel silenzio
sono il silenzio stesso,
allora, solitario di me, passeggero fermo
di un viaggio senza Dio, inutilmente penso a te.
Tutto il passato, in cui fosti un momento eterno,
è come questo silenzio di tutto.
tutto il perduto, in cui fosti quel che più persi,
è come questi rumori,
tutto l’inutile,
in cui fosti quel che non doveva essere,
è come il nulla che sarà
in questo silenzio notturno.
ho visto morire, o sentito che morirono,
quanti amai o conobbi,
ho visto non saper più nulla
di quelli che un po’ andarono
con me, e poco importa se fu un’ora
o qualche parola;
o un passeggio emotivo e muto,
e il mondo oggi per me è un cimitero di notte,
bianco e nero di tombe e alberi
e di estraneo chiardiluna
ed è in questa quiete assurda di me
e di tutto
che penso a te.
Giovanna Cristina Vivinetto
Ho costruito un altare per ogni separazione.
Non la morte ma un suono più tenue
come l’incrinarsi cupo del ghiaccio sotto i piedi.
Chiamavo e voi in risposta accorrevate
perché non sapevate fare altro che rispondere.
Il mondo lassù era di una lucidità opprimente.
Qui potevo avere nomi che non raschiassero
ma una penombra come un sasso dentro l’acqua di fiume.
Opaca ma fitta di peso. Chiusa nel fondo. Esausta.
Il rovo, l’albero nella luce, il nodo che si scioglie
se lo tocchi. La vita che è seguita è stata
questo ricompattarsi di masse lontanissime
con galleggianti verde smeraldo sulla superficie.
Avrei potuto unire i punti come segni su una mappa.
Avrei scoperto dove conduce il dolore.
Ma non c’è niente che possa ferirmi
in questo rettangolo di terra in cui mi sdraio,
nessuno che possa dirmi: alzati, sciocca,
lei non vive più ma danza leggera sulla sabbia
e ti soffia i granelli sugli occhi con il suo
andarsene, la sua assenza ti rimane schiacciata dentro la gola.
Di ritorno a casa, nel cortile dove legano le bici
senza farmi vedere mi sono piegata nel buio.
Nel buio ho lavato la mia notte con la sua.
Mario Luzi, 20 ottobre 1914 – 28 febbraio 2005
Che speri, che ti riprometti, amica,
se torni per così cupo viaggio
fin qua dove nel sole le burrasche
hanno una voce altissima abbrunata,
di gelsomino odorano e di frane?
Mi trovo qui a questa età che sai,
né giovane né vecchio, attendo, guardo
questa vicissitudine sospesa;
non so più quel che volli o mi fu imposto,
entri nei miei pensieri e n’esci illesa.
Tutto l’altro che deve essere è ancora,
il fiume scorre, la campagna varia,
grandina, spiove, qualche cane latra,
esce la luna, niente si riscuote,
niente dal lungo sonno avventuroso.
Alphonsus de Guimaraens Filho (1918-2008)
DELL’AZZURRO IN UN SONETTO
Trad. E.C.
Verificare l’azzurro non sempre è puro.
Meglio sarà rivederlo tra le alberate
E gli alti frutti di un pomario oscuro
— Azzurro di tenue bocche desolate.
Meglio sarà sognarlo in albeggiate,
Chiaro, incostante azzurro e immaturo,
Azzurro di chiarezze soffocate
Che pulsa tra le pietre — nascituro.
Non questo, ma un altro e addolorato,
Evanescente azzurro che nella rugiada
È restato, petalo ingenuo, torturato.
Lo recupero, invisibile, ed eccolo perduto,
Azzurro di voce, d’ombra avvelenata
Che in noi svanisce senza aver vissuto.
*
DO AZUL NUM SONETO
Verificar o azul nem sempre é puro.
Melhor será revê-lo entre as ramadas
E os altos frutos de um pomar escuro
— Azul de ténues bocas desoladas.
Melhor será sonhá-lo em madrugadas,
Claro, inconstante azul sempre imaturo,
Azul de claridades sufocadas
Latejando nas pedras — nascituro.
Não este azul, mas outro e dolorido,
Evanescente azul que na orvalhada
Ficou, pétala ingênua, torturada.
Recupero-o, sem ver, e ei-lo perdido,
Azul de voz, de sombra envenenada,
Que em nós se esvai sem nunca ter vivido.
(da facebook - trad. Emilio Capaccio)
Franco Buffoni
Di quando il ventre ti fioriva di me
E lì il nostro tempo si è fermato.
Le nostre infanzie con le fiabe al Caran d’Ache
Nella scatola di metallo
E l’ultima già in età adulta,
Fino al tuo dolore animale
Che si fa quieta disperazione.
Quello è il passaggio che mi fa impazzire,
La trasformazione della fiaba in vita.
Alfonso Gatto
Le cose
Un giorno busseranno ad ogni casa,
chi vive è già colpevole d'avere
la sua vita segreta. Scende il buio
della notte, si resta dietro ai vetri
ad aspettare come giunge il vasto
assurdo della quiete. È nelle cose
di sempre ferme al loro posto il nuovo
sguardo impietrito: l'angolo deserto
mette in salvo il fuggiasco o per lo scarto
gli affaccia la sua muta. Sembra un vano
delirio questo credere alle cose.
Pierre Reverdy
Tardi nella vita
Sono duro.
Sono tenero.
E ho perduto il mio tempo
a sognare senza dormire,
a dormire durante il cammino.
Dovunque sia passato
ho trovato la mia assenza.
Non sono da nessuna parte,
abito il nulla.
Ma porto nascosto nella profondità delle viscere
nel luogo dove il fulmine troppo spesso ha colpito
un cuore dentro cui ogni parola ha inciso il suo taglio:
e alla minima scossa la mia vita ne sgocciola via.
Amelia Rosselli
Attorno a questo mio corpo
stretto in mille schegge, io
corro vendemmiando, sibilando
come il vento d’estate, che
si nasconde; attorno a questo
vecchio corpo che si nasconde
stendo un velo di paludi sulle
coste dirupate, per scendere
poi, a patti.
Attorno a questo corpo dalle
mille paludi, attorno a questa
miniera irrequieta, attorno
a questo vaso di tenerezze
mal esaudite, mai vidi altro
che pesci ingrandire, divenire
altro che se stessi, altro
che una incontrollabile angoscia
di divenire, altro che se
stessi nell’arcadia di un
mondo letterario che si forniva
formaggi da sé; sentendosi
combattere, nelle vacue cene
da incontrollabili istinti
di predominio: logori fanciulli
che si stiravano altre membra
pulite come il sonno, in vacue
miniere.
Amelia Rosselli
"Serie Ospedaliera"
"La libellula e altri scritti"
Edizione SE
GIOVANNI GIUDICI
"Il complice"
Attenzione che nessun particolare non manchi,
guai alla banale dimenticanza:
benché qui il complice è indispensabile
meglio mille volte fare da soli.
Ma guardarsi anche dalla soverchia perfezione
che non sia troppo arduo non credere
un quadro vero la commedia , ordine la pantomima
e perfidia la simulata perfidia .
Già le prevedo la lamentose spiegazioni del dopo
con te o me che diciamo - come si fa
avere fede nell'esatto contrario della vista
se altro è così di casa nel mondo alieno
che arriva , apre con chiavi proprie la porta
entra, abbraccia gli astanti deposte le valigie
saluta l'ombra stampata sul muro
riordina i cassetti senza futuro.
da "Il ristorante dei morti"
Dino Campana
FABBRICARE
Fabbricare fabbricare fabbricare
preferisco il rumore del mare
che dice fabbricare fare e disfare
fare e disfare è tutto un lavorare
ecco quello che so fare
LA SPERANZA (SUL TORRENTE NOTTURNO)
Per l’amor dei poeti
principessa dei sogni segreti
nell’ali dei vivi pensieri ripeti ripeti
principessa i tuoi canti:
o tu chiomata di muti canti
pallido amor degli erranti
soffoca gli inestinti pianti
da tregua agli amori segreti:
chi le taciturne porte
guarda che la Notte
ha aperte sull’infinito?
Chinan l’ore: col sogno vanito
china la pallida Sorte
per l’amor dei poeti, porte
aperte de la morte
su l’infinito!
Per l’amor dei poeti
principessa il mio sogno vanito
nei gorghi de la Sorte!
MARRADI
Il vecchio castello che ride sereno sull'alto
la valle canora dove si snoda l'azzurro fiume
che rotto e muggente a tratti canta epopea
e sereno riposa in larghi specchi d'azzurro:
vita e sogno che in fondo alla mistica valle
agitate l'anima dei secoli passati:
ora per voi la speranza
nell'aria ininterrottamente
sopra l'ombra del bosco che la annega
sale in lontano appello
insaziabilmente
batte al mio cuor che trema di vertigine
Lampo - Simone Weil
Che il cielo puro mi mandi sul viso
-Questo cielo spazzato da lunghe nubi-
un vento così forte, profumato di gioia,
che tutto nasca, mondato dai sogni:
Per me nasceranno le umane città
che un soffio puro ha pulito da brume,
i tetti, i passi, i gridi, i cento lumi,
rumori umani, quanto consuma il tempo.
Nasceranno i mari, l’ondeggiante barca,
il colpo di remo e i fuochi della notte;
nasceranno i campi, il giavellotto lanciato;
nasceranno le sere, stella che a stella segue.
Nasceranno il lampo e le ginocchia chine,
l’ombra, l’urto alle svolte della miniera;
nasceranno le mani, i duri metalli rotti,
il ferro morso nell’urlo della macchina.
Il mondo è nato; fallo durare, vento, nel tuo soffio!
Ma esso muore coperto di fumo.
M’era nato in uno squarcio
di pallido cielo verde tra le nubi.
Simone Weil
"Poesie "
Traduzione di Roberto Carifi
Fernando Pessoa
AMO TUTTO CIÒ CHE È STATO
Amo tutto ciò che è stato,
tutto quello che non è più,
il dolore che ormai non mi duole,
l’antica e erronea fede,
l’ieri che ha lasciato dolore,
quello che ha lasciato allegria
solo perché è stato, è volato
e oggi è già un altro giorno.
L’ALTROVE
Andiamo via, creatura mia,
via verso l’Altrove.
Lì ci sono giorni sempre miti
e campi sempre belli.
La luna che splende su chi
là vaga contento e libero
ha intessuto la sua luce con le tenebre
dell’immortalità.
Lì si incominciano a vedere le cose,
le favole narrate sono dolci come quelle non raccontate,
là le canzoni reali-sognate sono cantate
da labbra che si possono contemplare.
Andiamo via, creatura mia,
via verso l’Altrove.
Lì ci sono giorni sempre miti
e campi sempre belli.
La luna che splende su chi
là vaga contento e libero
ha intessuto la sua luce con le tenebre
dell’immortalità.
Lì si incominciano a vedere le cose,
le favole narrate sono dolci come quelle non raccontate,
là le canzoni reali-sognate sono cantate
da labbra che si possono contemplare.
Il tempo lì è un momento d’allegria,
la vita una sete soddisfatta,
l’amore come quello di un bacio
quando quel bacio è il primo.
Non abbiamo bisogno di una nave, creatura mia,
ma delle nostre speranze finché saranno ancora belle,
non di rematori, ma di sfrenate fantasie.
Oh, andiamo a cercare l’Altrove.
TRAMONTI
Paul Verlaine
Un'alba estenuata
sparge per i campi
la malinconia
dei soli morenti.
La malinconia
culla con dolci canti
il mio cuore in oblìo
nei soli morenti.
E strani sogni,
simili a soli
che muoiono sui greti,
fantasmi vermigli,
sfilano senza tregua,
sfilano, simili
a grandi soli
che muoiono sui greti.
GiuseppeUngaretti
Silenzio
Conosco una città
che ogni giorno s’empie di sole
e tutto è rapito in quel momento
Me ne sono andato una sera
Nel cuore durava il limìo
delle cicale
Dal bastimento
verniciato di bianco
ho visto
la mia città sparire
lasciando
un poco
un abbraccio di lumi nell’aria torbida
sospesi
Sebastiano A. Patanè-Ferro
la parola esausta (sanaria)
una disobbedienza è il cuore
che non ha occhi
non vede le matriosche né il terzo suono
delle voci mongole. il dettaglio poi si perde
lungo congetture… no
non eravamo così grandi quanto la separazione
non eravamo che mani senza tempo
dentro una città dalle sillabe distanti
quasi impronunciabili senza toni
piene di paure di contraddizioni
volevamo toccarci si, rimanendo fermi
alberi senza vento e una foresta dentro
la sposa vera senza manto e un regno tra le dita
un cavallo per navigare i prati
possiamo disegnarlo? possiamo?
cosa rimane di una lunga poesia
immensa quanto noi che siamo immensi
cosa resta del suono che viaggia
da qui alle tue braccia
profumandosi del timo
battendo l’acqua buona
e farne sorriso aperto… dimmi
che rimane se non il desiderio
il seno stretto la bocca che scorre
lungo il bacio mai salato
e l’esausta parola che adesso vuol tacere
nel silenzio dell’abbraccio fitto
come un bosco antico?
soccorri -ti prego- la rosa nata sulla neve
ho il tuo respiro ancora in dono
dimmi sposa mia, verrà primavera?
EZRA POUND:
PARACELSUS IN EXCELSIS
Non essendo più umano
perché dovrei far finta di esserlo o addossarmene la fragile veste?
Ho conosciuto uomini e uomini ma mai uno
che fosse diventato una libera essenza
o semplicemente un elemento come me.
La bruma è scomparsa dagli specchi e io vedo.
Vedete! il mondo delle forme laggiù spazzato via,
il tumulto divenuto palese sotto la nostra pace.
E noi, diventati senza forma,
salire in alto, fluidi intangibili, un tempo uomini.
Noi sembriamo statue intorno alla cui base rialzata
un qualche fiume straripante corre impazzito.
Solo in noi l'elemento della calma.
da “Poesie”- Ezra Pound- traduzione di G.Singh- Newton Compton- giugno 1997
Giangiacomo Amoretti
Quando non è più dire il dire, e tutto
come sospeso è nel silenzio, come
non fosse più che attesa e muto ascolto
della notte che giunge –
allora è il tempo
che non è tempo, è l’attimo, è il kairòs –
il non più nome, il non più voce. Tu
lo sai e già lo oblii, non parli e guardi,
le labbra semiaperte, gli occhi fissi
all’orologio, alla lancetta immobile,
tesa a filo – un istante a mezzanotte.
Pablo de Rokha (1895-1968)
BAMBINA DELLE STORIE MALINCONICHE
Trad. E.C.
Bambina delle storie malinconiche, bambina,
bambina dei romanzi, bambina delle canzonette
hai un gesto immobile di stampa di provincia
nell’acqua d’autunno del viso perduto
e nei seri capelli gocciolanti di drammi.
Stai sulla mia vita di pietra e ferro rovente
come l’eternità in cima ai morti,
ricordo che venisti e che sei sempre esistita,
donna, mia donna mia, congiunto di donne,
tutta la razza umana geme nelle tue ossa.
Colmi tutta la terra, come un vento rotante,
i tuoi capelli odorano di canzonetta oceanica,
arancio dei paesi terrosi e gioviali,
hai la solitudine piena di solitudini,
e il tuo cuore ha la forma di una lacrima.
Come un gregge di nuvole che trascinano
l’immensa e torba coda dell’ignoto,
la tua anima enorme oltrepassa le tue ossa e i tuoi canti,
ed è la stessa cosa di un vento terribile e millenario
incatenato a un cespuglietto di sospiri.
Somigli a quelle cantate popolari,
così spiritose e sovente modeste;
la tua immobile aristocrazia odora di verdura rurale,
ragazza di paese, fiorita di velami,
e di creta bruna, d’azzurri e tristi uccelletti.
Derive di minatori e di conquistatori,
larga e violenta gente portò il tuo sangue straniero,
e il tuo avo, Domingo de Sánderson, fu un uomo;
li guardo e li vedo attraversando l’orizzonte
con il tuo atteggiamento futuro sulle spalle.
Sei la permanenza delle cose profonde
e l’amata geografica che riempie l’occidente;
le tue labbra e i tuoi seni sono un favo d’angoscia,
e il tuo ventre maturo è un grappolo d’uve
appeso all’abrostine colossale della morte.
Amica, mia amica, così amica la mia amica,
affettuosa come il pane del pover’uomo;
nascesti piangendo e singhiozzando alla vita;
ti paragono a una catena di sofferenze
fatta per legare stelle in disordine.
*
NIÑA DE LAS HISTORIAS MELANCÓLICAS
Niña de las historias melancólicas, niña,
niña de las novelas, niña de las tonadas
tienes un gesto inmóvil de estampa de provincia
en el agua de otoño de la cara perdida
y en los serios cabellos goteados de dramas.
Estás sobre mi vida de piedra y hierro ardiente
como la eternidad encima de los muertos,
recuerdo que viniste y has existido siempre,
mujer, mi mujer mía, conjunto de mujeres,
toda la especie humana se lamenta en tus huesos.
Llenas la tierra entera, como un viento rodante,
y tus cabellos huelen a tonada oceánica,
naranjo de los pueblos terrosos y joviales,
tienes la soledad llena de soledades,
y tu corazón tiene la forma de una lágrima.
Semejante a un rebaño de nubes, arrastrando
la cola inmensa y turbia de lo desconocido,
tu alma enorme rebasa tus huesos y tus cantos,
y es lo mismo que un viento terrible y milenario
encadenado a una matita de suspiros.
Te pareces a esas cántaras populares,
tan graciosas y tan modestas de costumbres;
tu aristocracia inmóvil huele a yuyos rurales,
muchacha del país, florecida de velámenes,
y la greda morena, triste de aves azules.
Derivas de mineros y de conquistadores,
ancha y violenta gente llevó tu sangre extraña,
y tu abuelo, Domingo de Sánderson, fue un hombre;
yo los miro y los veo cruzando el horizonte
con tu actitud futura encima de la espalda.
Eres la permanencia de las cosas profundas
y la amada geográfica, llenando el Occidente;
tus labios y tus pechos son un panal de angustia,
y tu vientre maduro es un racimo de uvas
colgado del parrón colosal de la muerte.
Ay, amiga, mi amiga, tan amiga mi amiga,
cariñosa lo mismo que el pan del hombre pobre;
naciste tú llorando y sollozó la vida;
yo te comparo a una cadena de fatigas
hecha para amarrar estrellas en desorden.
(da facebook - trad. Emilio Capaccio)
Dylan Thomas (1914-1953)
LA GIOVENTÙ CHIAMA L’ETÀ
Trad. E.C.
Il sole come un uccello di fuoco tu anche l’hai visto
calpestare nuvole nel cielo dorato,
l’invidia dell’uomo hai conosciuto e il suo debole desiderio,
hai amato e perduto.
Tu, che vecchio sei, come me hai amato e perduto
tutto ciò che è bello ma è nato per morire,
hai impresso il tuo stampo nel gelo che viene in fretta.
E hai camminato di notte sulle colline,
e sotto il cielo vivo ti sei scoperto la testa,
quando a mezzogiorno nella luce sei andato,
conoscendo la mia stessa gioia.
Anche se ci sono anni in mezzo a noi, essi non sono nulla;
attraverso gli anni stanchi la gioventù chiama l’età:
“Cosa hai trovato”, grida, “cosa hai cercato?”.
“Cosa tu hai trovato”, risponde l’età dietro le lacrime,
“Cosa tu hai cercato”.
*
YOUTH CALLS TO AGE
You too have seen the sun a bird of fire
Stepping on clouds across the golden sky,
Have known man's envy and his weak desire,
Have loved and lost.
You, who are old, have loved and lost as I
All that is beautiful but born to die,
Have traced your patterns in the hastening frost.
And you have walked upon the hills at night,
And bared your head beneath the living sky,
When it was noon have walked into the light,
Knowing such joy as I.
Though there are years between us, they are naught;
Youth calls to age across the tired years:
'What have you found', he cries, 'what have you sought?'
'What you have found', age answers through his tears,
'What you have sought'.
(da facebook - trad. Emilio Capaccio)
J. L. Borges
«Non ci sarà una sola cosa che non sia
una nuvola. Lo sono le cattedrali
di vasta pietra e cristalli biblici
che il tempo appianerà. Lo è l'Odissea,
che cambia come il mare. Qualcosa è diverso
ogni volta che la apriamo. Il riflesso
del tuo volto è già un altro nello specchio
e il giorno è un dubbioso labirinto.
Siamo quelli che se ne vanno. La numerosa
nuvola che si dissolve a ponente
è la nostra immagine. Senza sosta
la rosa si trasforma in un'altra rosa.
Sei nube, sei mare, sei oblio.
Sei anche ciò che hai perduto.»
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