GIOIELLI RUBATI
Dal Domenicale di Flavio Almerighi

https://almerighi.wordpress.com/
.

Geografia di graffi

dirò di quella volta
che l’ondata mi strappò
come una gigantesca mano
dallo scoglio

pensavo fosse finita
mentr’ero sballottato
come una cosa

poi mi guardai
la geografia di graffi

e mi toccai
inebetito

Gioielli rubati 3

 


Lungopò

noi due mi dici
siamo della stessa pasta
-quanto a me non so dire i difetti
la trave nel mio occhio

le anatre abboccano
le nostre briciole
tra dorati riflessi e giochi d’acqua

tu
ti mantieni bella e gli anni non sciupano
questa luminosità del viso

mi chiedo quanti inverni
ancora nelle ossa
che gemono nelle giunture

Gioielli rubati 5

 


Angelo

angelo icona della volta
che mi vedevi da lassù
la testa all’ indietro
a contemplare i lineamenti perfetti

nei tuoi occhi vedevo palpitare
il cuore della Bellezza e
m’ incantavo

poi per paura
del male del mondo
la sera mi rifugiavo nel sogno
di te e toccavo il cielo

quando
dopo la mia accorata preghiera
venivi a visitarmi

Gioielli rubati 8

 


La rosa di sangue

in sogno spio se
riesce a passare "qualcuno"
per la cruna
Dio non è stanco
mai dell'uomo

gl' insulti gli sputi
gli scivolano addosso
Lui perdona sempre perché "non sanno"

sempre viva è la rosa di sangue
e splende di bellezza

Gioielli rubati 18

 

Sapremo

sapremo - io di te tu di me dei nostri
scheletri nell'armadio
di ciò che non ci siamo detti
delle ammutolite coscienze nell'ora
alta delle scelte
dove si curva l'orizzonte dei pensieri

sapremo - non per speculum
in aenigmate: trasparenti saremo

Gioielli rubati 23

 

 

E oggi che mi ritrovi uomo fatto

padre che sei rimasto di me più giovane
consumato anzitempo
una vita sul mare e le brevi
soste col mal di terra

avevi la salsedine nel sangue

così presenti
mi restano le rare passeggiate
mattutine e mai che mi avessi preso
per la strada in discesa
a cavalcioni sulle spalle

di carezze non eri capace

e oggi che mi ritrovi
uomo fatto
sai: mi fa male quel distacco

Gioielli rubati 24

 


Elegia

ora m’incolpi del mio silenzio?
e Tu dov’eri mi chiedi
quando a migliaia
venivano spinti sotto le docce a gas
Io ero ognuno di quei poveracci
in verità
ti dico
Io sono la Vittima l’agnello la preda
del carnefice quando fa scempio
di un bambino innocente
Io sono quel bambino ricorda
anch’io in sorte ho avuto una croce
la Croce
la più abietta la benedetta
ho urlato a un cielo distante Padre perché
perché solo mi lasci in quest’ora di cenere e pianto

Gioielli rubati 27

 


Anche per voi

salgo sulla croce anche per voi disse con gli occhi
rivolto a quelli che lo inchioderanno
anche per voi che ancora nei secoli
mi schiaffeggiate sputate
negando la vita buttandola tra i rifiuti
aizzando popolo contro popolo
sotto tutte le latitudini
salgo sulla croce anche per voi
che mi sprecate nelle icone
per voi nuovi erodi/eredi della svastica
che insanguinate la luce delle stelle
oscurando la Notte della mia nascita
anche per voi potenti della terra
razza di serpenti
che non sopportate di sentirmi nominare
dal mio costato squarciato fiumi di sangue
tracciano il cammino della storia
la mia Passione è un solo grande urlo muto
di milioni di bocche imploranti
dinanzi al vostro immenso Spreco
con cui avete eretto babeli
di lussuria come cultura di morte

Gioielli rubati 31

 


Qui ci sta bene uno spazio

ecco vedi
la poesia deve respirare
nascendo dal bianco
innalzarsi come
cresta d'onda per poi
immergersi fino allo spasimo
in profondità d'echi e ancora su
con lo slancio felice d'un
enjambement
vedi
la poesia è una tipa
selettiva
sfoglia scandaglia spoglia
immagini le riveste a sua
somiglianza
porta
sogni e nuvole al guinzaglio

Gioielli rubati 88

 


La casa delle nuvole

cieli d'acqua e cavalli
d'aria
lì custodisco ore
sfilacciate e segrete pene
-oh giovinezza di deliri e
notti illuni
lì dove il turbinio
degli anni
è rappreso in un palpito
che nell'aria trema

Gioielli rubati 92

 

 

Luna park

ride la piccola Margot
alle smorfie del papà che si rade
"suvvia ti porto alle giostre" e
lei s'illumina di gioia e
poi a cavalcioni sulle larghe spalle
nella fantasmagoria delle luci
un po' ci si attarda
nell'aria ancora calda di fine settembre
riverbera una miriade di
stelle negli occhi innocenti
mentre le nasconde
il resto del viso una montagna
di zucchero filato

Gioielli rubati 93

 

 

Spleen (2)

lo scoglio
e tu
come un tutt'uno
quasi sul ciglio
del mondo avvolto
in una strana luce
labbra di cielo
questo
contatto di sole
vedi nell'aria
marina
un gabbiano planare
su una solitudine
che ti lacera
all'infinito

Gioielli rubati 106

 


Le vele del sogno

me ne andrei quasi di soppiatto
alle prime luci
mentre si fredda la tazzina
mai portata alle labbra

entrerebbe il vasto orizzonte
nei miei occhi azzurrocielo
il mare aperto
nell’abbraccio
delle vele del sogno

Gioielli rubati 123

 

L'ombra 2

meridiana a perpendicolo
poi eccola s’allunga
l’ombra oscuro specchio
che mi ripete
si spezza allorché riflessa
tra pigre nuvole nel lago

Gioielli rubati 124

 


L'albero di Giuda

tagliando per la pianura
non trovavi più il cuore

sulle punte delle stelle ti volevi
trafitto
e il sangue quasi ricamasse
una scritta ingloriosa

ma il tuo albero
ecco venirti incontro

e già il cappio
vederlo
-sinistro

Gioielli rubati 131

 

 

Cavalli di nuvole

i primi smarrimenti: quando ti sembrava
dovesse cascare il mondo
-disegnavi angosce o voli
pindarici nell’aria

da una feritoia ti guardava
un pezzo di cielo
-tu ragazzino -ricordi-
rifugiato in una baracca
a smaltire l’ “onta” di una derisione
non sapendola costellata di prove
la tua stella

intanto
cavalli di nuvole
a sequenza
dicevano la vita leggera

Gioielli rubati 140

 

Fedele alla vita

mia vita
senza rete t’appigli
alla Bellezza intaccabile

a quella del cuore e alle
armoniose figure della danza
o del cavallo nel bianco salto

finché ti chiedi dov’è
lei l’ irraggiungibile
non tutto è perduto

voltato sei sul giusto
versante lucente ancora
una volta – vita

fedele alla vita

Gioielli rubati 160

 


Avevo in mente una poesia

stamattina avevo in mente una poesia
stasera
non ricordo più nemmeno un verso

ho lasciato il foglio bianco
con flebili echi d'un mezzo secolo e

ora rammento solo una pioggia di luce
di stelle sopra il letto
e il caldo abbraccio di lei

sullo schermo della mente
un vissuto che sembra ieri

Gioielli rubati 167

 

Ai piedi della notte

un nodo d'inquietudine sospesa
si scioglie ai piedi della notte
sotto una luna ammiccante
l'amore è come l'ansimare del mare
s'abbevera del sangue delle stelle
aduna in sé il sentimento del tempo
vòlto dove è dolce la luce

Gioielli rubati 178

 

Emarginato

quest’uomo: tristezza
d’albero nudo
avanzo di vita aperta
ferita

-occhi scavati
che perdono pezzi
di cielo

quest’uomo
puntato a dito
quest’uomo fatto
torcia

per gioco

Gioielli rubati 184

 

La luna dei poeti

ho la luna dei poeti
-pesci sull’ imum coeli–

scivola
la barca della passione
verso terre di mistero

pesco sogni di ragno
nell’ intreccio di parole
nate sulla bocca dell’ alba

mentre
uno sbuffo di vento
porta afflati d’ amore

Gioielli rubati 190

 

Dei miei detrattori

(Diocleziano, uno dei più odiati della storia)

lasciai alla terra il corpo-zavorra
da cui forse con sollievo mi trassi

se sia ala d'angelo a coprirmi
il disonore -si dirà- ora che
s'una misera tomba s'accanisce
dei miei detrattori il ghigno
feroce e lo sputo

Gioielli rubati 195

 

Il mare era una favola

"non vorrei più uscire da questa
dimensione eppure basterebbe
come altre volte
stringere forte gli occhi e..."

ma voglia non ne avevo - poi giocoforza
mi ritrovai quasi deluso nel mio letto

avevo lasciato un mare che era
una favola
un'immensa tavola
imbandita per i gabbiani a frotte

Gioielli rubati 204

 

Spleen 4

brusio di voci

galleggiare di volti
su indefiniti fiati

si sta come
staccati
da sé

golfi di mestizia
mappe segnate
dietro gli occhi

vi si piega
il cuore
nella sanguigna luce

Gioielli rubati 210

 


La colpa

sono io quel ragazzo che
scappò da casa con poche lire in tasca
e un quaderno d'improbabili versi?

lo sono sì ma dopo sei decenni

non mi riconosco in lui se non nel sogno
ricorrente che al mattino mi lascia
il cuore stretto dall'angoscia

sarà un residuo di "colpa da espiare"
per aver procurato un veleno sottile
a chi bene mi voleva

Gioielli rubati 215

 

Creatura

sembra che il solo sguardo
la mantenga in vita
la sua creatura

ché Lui la pensò
ancor prima di sognarla
in forma ed essenza

poi del sogno
il suo farsi
carne e respiro

Gioielli rubati 222

 

Non sei dei loro

nel chiuso della stanza o
di pomeriggio nel sole
da un po’ ti sorprendono
a parlare coi morti – questi
non tornano e tu non sei
dei loro -ancora-

sono spirito (ma di essi
poco si sa) -ubiqui
ti leggono il pensiero e a volte
giocano con le nuvole – quando
nelle tue pareidolie
ti pare ravvisarli

Gioielli rubati 228

 

Dammi cuore (preghiera)

dammi ancora tempo
tempo per sognare
altre vite
tempo per
arcobaleni e luce e voli

e che io fedele sia
alla verità

alla fine
dei giorni che non debba
vergognarmi di me

dammi altro tempo - dammi
dolore
per gli ultimi
dammi cuore per gli ultimi

Gioielli rubati 236

 

Di noi
.
di noi
mostriamo esigua vita
più l’esteriore che
quella che ferve nel sangue

i viaggi mentali i sogni
mistero ch’è appannaggio
di proprietà esclusiva

-la testa reclina
il nostro fido ci guarda attento
come cogliesse pensieri

.Gioielli rubati 247

 

Fogli-aquiloni

impregnati dell’humus dell’estro
del vasto respiro di cielo
svolazzano s’impennano appena
liberati dall’artefice dei versi
-suoi non più suoi-
a volerli divulgare per il mondo

Gioielli rubati 254


I tuoi santi

corda tesa tra la bestia e l’angelo

scala al cielo per
l’Assoluto

c’è sempre
l’iconoclasta che

lascia osceni echi nel sangue

dileggiando i santi che
tu Nina preghi incessante

Gioielli rubati 261

 


Reliquie

a scrivere non la mano
ma la mia radice ferita

testimonianza siano
non lettere storte sull'acqua

o che volteggino eteree
dissanguandosi in volo

ma i momenti che restano
nel tempo appesi al cuore

Gioielli rubati 277


Primavera

mattina sul lago:
si spalma
sugli occhi la luce
intonano
melodie uccelli di passo

è un fremere di gioia la pineta

Gioielli rubati 291

 

Era una favola il mare

consapevole di trovarti nel sogno
chiederti se riuscirai ad uscirne
tuttavia volendoci restare
ancora un poco

ché
era una favola il mare
su creste d'onde guizzavano pesci
dalle squame luccicanti nel sole

calavano gabbiani a frotte

Gioielli rubati 301

 

Divagazioni sullo zero e sulla o

il nucleo l’anello l’uroboro
due zeri abbracciati ti danno
il simbolo dell’infinito
puoi notare
la vocale o di rimbaud
gli ovali dell’ottocento
la bocca spalancata nell’urlo di munch
le bolle di sapone
immagina
gli occhielli delle forbici gli oblò
simili allo zero o alla o

Gioielli rubati 325

 

Calvario

(a San Massimiliano Kolbe).

portavo le mie quattr’ ossa sul calvario
accomunato alle migliaia di sventurati
lungo i binari della morte.

ti parlo
a nome di chi nome non aveva
ti parlo dalla regione del dolore
con la bocca dei morti.

ove germogliano fiori
di quel perdono che non è dei vivi

.Gioielli rubati 339

 

*

Si spalma la luce

 

"come ti butta?"

i passeri hanno fatto il nido

primavera s'infiora la luce

si spalma sugli alberi le case

quanto a me una distanza

mi separa sempre da me

 

Gioielli rubati 353

 

 

Afrodite - William Adolphe Bouguereau

 

 

 

Versi per Nina

 

sento la vita quasi fosse

apparenza in vaghezza di sogno

l'anima è spersa dove fitta

trama d'ambiguo s'incaglia

ah le uve dei tuoi occhi: uno spasmo

di luce una spina nel sangue

e quel sorriso – oggi

che mi sorprendo a inseguire ombre

in cerca del tuo profilo –

mi si trasfigura in un graffio

difficile da decifrare

*

la mano disegna nell'aria

il tuo profilo indugia

su bocca naso e occhi

la mano della mente ben conosce

quei dettagli come una madre – Nina

stella del cielo che mi cammini nei sogni

ora sono aghi

che trafiggono

nell' accendersi nel sangue

la mai sopita passione

mentre la mente disegna

dove fermenta il cuore

*

silenzio allagato di luna – una

silhouette nella mente ondeggia

e gli arzigogoli

a dirmi vano

il ricordo sgualcito dal tempo

dalla foto color seppia

mi guardano

i tuoi occhi velati di mestizia

-ah l'assedio degli anni

e il cuore

a dare smalto a un sogno sbiadito

*

donna dei boschi: occhi

di cerbiatta – la tua

anima di foglia

di sé m'innamora

*

entro ed esco dalla tua anima

dove dimorano pezzi di me

un odore di pini ci avvolge

– certo lo senti anche tu –

i nostri passi sul viale accecato di sole

un grido di gabbiani e l'ascolto

del mare in una conchiglia:

questi i momenti

d' incantamento

fermati dal nostro amore imperituro

*

rosa il tuo fiato

fragranza di bosco la tua pelle ambrata

apparivi sirena

distesa s'uno scoglio

allucinazione forse

mi facevi un cenno

mentre il cielo s'apriva in una luce

aurorale

come il tuo sorriso

*

sparire nel nulla

è l'urlo della rosa strappata

da mano indelicata

consola a tratti un palpito

di luce selenica

che abbraccia il ricordo

ravviva empatie

gentile il velo spiegato

dell'angelo

su un lato del cielo

*

forse solo nell' oltre saprò

si scioglierà l' enigma – e intanto

i tuoi modi garbati che ritornano

nella camera viola della mente

mi sorreggono per il tempo a me concesso

mentre perso sono

nel perimetrare il vuoto che lasci:

un' ombra feroce

mi strappa all'abbraccio del sangue

il buconero risucchia

presenze umori respiri

non il tuo garbo che in me

non si cancella

*

non ti vedrò più Nina

se non in vaghezza di sogno –

oggi mi nutro come un passero

dei tuoi scritti di luce che aprono

su universi solo a te noti

e che forse ospitano la tua

essenza mentre mi appare

delinearsi il tuo volto

in una nuvola vagante

in questo cielo bianco di silenzi

*

e tu a lumeggiare le mie sere

anima di candore e di sogno

si fa conca il cuore

ad accogliere

dei versi dettati da un altrove

*

l'anima tendeva alle stelle

quando tu Nina apparivi

rosavestita

stagliata contro un lembo di cielo

ti fermavi nella piazzetta e

ti facevano festa i colombi

planando sul mangime che spargevi

allora

il tuo sorriso era una pasqua

mentre il tempo aveva una sosta

*

dimmi Nina: che vedi

tu che hai casa nelle nuvole

tu che sai il linguaggio dei voli?

forse

la giovinezza spezzata

che ora in lampi di déjà vu ritorna?

o

rivivi nel cuore

verde dell'acqua

che ti vide sirena emula del canto

di odisseo

rapimento

dei sensi

che in sogno ancora mi seduce

*

ahi i ponti sgretolati

o pure considera quelli

detti collanti di carne e di sangue

e il desiderio che

si fa arco d'amore

filo teso d'acrobata

all'altro capo sei Nina

e mi vedi adesso

varcare fra nuvole in sogno lo spazio

di un volo fino alle tue braccia

*

il tuo volteggiare Nina

nelle stanze viola della memoria

– dicevi il reale non è fatuo

apparire o entrare nello specchio

dell'essenza evocando

palpiti di luce

di un tempo senza tempo

noi dal celeste palpito

dicevi – qui siamo

affratellati nel sangue

con la terra e la morte

© Felice Serino

 

 

*

 

 

 

 

Amici poeti

 

TERESIO ZANINETTI

MI APRIRO' IN DUE

Mi aprirò in due
come guscio di ramarro alla frontiera
nel rigonfio del vento, parentesi graffiata
sul prepuzio dei miei sogni rapaci
che già morte pregustano indolore
Mi aprirò in due e sarò in un libro nudo
di bufera il precipizio
mentre cancella solchi d'abracadabra
la vecchia cornamusa avventuriera

Mi aprirò in due, brivido mai raggiunto
al culmine del coltello
nel centro del cranio
Io, come tutti come nessuno
alla foce del capitale
consegnerò la scorza della storia
Mi aprirò in due per non essere Uno
che ancora pensa Trino. Col coltello,
per mostrarti quanto sei lurido,
io mi aprirò in due

*

 

A questo non m'abituo
(Leggevo il tuo profilo esangue nei libecci
arrancando tra gladioli e fiordalisi
dentro i covoni della morte in panne):
questa luce falsa gli occhi, tradisce
bisogni e pazienze, stronca
sul nascere bocci – a questa luce
dai lividi brulli non s'abitua
il liso ricordo del domani in croce.
(Leggevo le tue rughe nei cristalli tintinnanti
assaporando intrecci mozzati di mani giunte
nel girotondo degli scorticati vivi) –

Forse era Natale o Capodanno, viziate
di droga capitalista le famiglie serravano
pance e manette (panettoni, anitre all'arancia
figli & figlie parenti stretti al collo
da gustare al dente)
-forse era l'altr'anno o non ancora.
Sta di fatto che a quest'aria di morte non m'abituo
Mentre il boia sorride con piacere automatico
ancora la mia mano rifiuta dovute tenerezze.
Sto con le mie prigioni dentro il piombo
del mio corpo stretto. Sto.
Non so come né quando. Sto.

Con il cranio dell'odio di classe. Sto.
In un mattino disatteso e stanco
qualcuno esplorerà il relitto
delle ossute gimcane a piedi freddi.
A questa maturità che selvaggiamente delicata cresce
solo un grido – domando – di vendetta e di riscossa,
dolce e tremendo come il dolore
nel tuo profilo esangue, trasparente, vivo.

*

 

Non per nulla

tutti i fiori ritornano nel perimetro estatico

del cuore rimasto

sgranulando bocci d'orchidee e trifogli

Nel caldo mattino

solleviamo briciole

per palpiti senza respiro e ancorché deserto

il prato riavrà parole dovunque l'aria lo voglia

silenzio

di fate di prua

nei vuoti balconi

dove rasserena la dolce canzone

di rabbie e singhiozzi

silenzio

non un'anima fiati

il silenzio si scioglie nel gelo.

(Dicembre 1994)

Dalla Rivista GRANDE VETRO, Maggio '07

 

*

 

Poesie di Donatella Pezzino

.

Potresti

Potresti attutire il rumore che faccio

cadendo; con le mani invece

rabbocchi quello che non manca

e mi peschi a caso

dal sacco delle foglie. Ho voglia

di liquirizia: ma non ricordo più la strada

che porta alle tue tasche. Sotto la lampadina

a risparmio

si diventa letargici, ragionando d'uva buona

e del mare sotto i treni e delle lenti da lettura

che ti sperdi per casa. Fuori l' autunno

ostenta certi fiori piccoli

che quando li calpesti fanno un silenzio

odoroso e impotente; ma tanto, mi dici,

verrà la pioggia a lavare via

la terra nera dal mandorlo

.

Linfa d'autunno

Foglia sgualcita, trasvolo lungo il fiume

 

dove l'acqua

ha le tue braccia, e un retrogusto

 

di lacrime mentre mi accoglie. E' lo stato larvale

della farfalla che rientra nel bozzolo, e che s'appaga

 

d'ovattato niente, rinunciando alle ali che ha bruciato

tra il calore del grano maturato al gelo

 

e il profumo struggente di un giorno che non torna

*

 

Quando le ali cadono lasciano erba

smossa, e vuoti carichi di braccia

 

respirate nel punto esatto dove le mandorle

e i crisantemi si sfiorano, e si pensano uguali

tristemente

 

per aver dentro qualcosa

di bianco, quasi un vellutato

pianto

 

e non saperlo ricordare.

.

Ho amato

come si amano gli angeli: a metà. Un'ala spezzata

ha fatto da cornice. Forse avevo paura

 

di rimarginarmi presto – ed era terrore, il mio –

 

o forse temevo il logorio dei passi

su quel lungo tappeto disteso

fra la follia e l'abbandono.

.

Lentamente

Sola. Sono la piccola solitudine dei fiori

quando non trovano il vento alla giusta latitudine

da potersi dire carezza, olfatto, tintinnio di bicchieri; sono

 

la pioggia che guarda gli uccelli sotto la gronda

senza potersi fermare. Da questo cielo

continuano a passare

voli

mentre io continuo a cercarti a ritroso

seguendo il calco delle mie ferite.

Estate 1979

.

Quello che so

Non importa

se un fiore che appassisce fra le pagine

lascia un'ombra inodore che non scompare

 

se siamo tutti

strappi deliranti, nella tela antica

che un male oscuro corroderà in eterno

 

clandestini a tempo

in questa strana osmosi

fra l'infinito ed un pugno di terra

 

ti ho perduto,

è quello che so

 

e tu, caldo rifugio

odoroso di talco e di carezze

sei diventata il gelo di un vento che soffia

 

tutte le volte

che un angelo piange

 

2013

 

Non parlatemi

Il mio pianto è una strada che non conduce,

il mio bambino un fiore sparpagliato a terra.

Non parlatemi di angeli oggi,

né di quante volte io debba pregare.

Ho schegge sulla lingua che mozzano le parole

e odori di sangue che piantano radici nel mio orto.

Nell'aria che brucia seccano seni e fontane

ma non ho mai avuto tanto freddo come adesso.

2017

.

Samovar

Mi spezzo

proprio ora che il vento si ferma:

ed è una morte

gentile, dove trapassano

i sogni, le rose, e le cose

perdute

che vedo solo io; e dove

amore

è un modo come un altro

per chiamare la solitudine

*

 

Non ti ho comprato le gerbere.

 

"Abbiamo colori bellissimi,

oggi" diceva la signora dei fiori.

 

Colori. Bellissimi.

 

C'era un azzurro

che tremava nelle ossa: inverno

e rimpianto. Giallo il polline

che il vento portava lontano

tra gli aranceti e il mare; dove la vita

ti urla negli occhi. E sotto

l'erba,

petali ancora freschi

che nessuno ricorda: il viola

delle cose non colte.

 

Ricordo profumi

Io in perispirito

ricordo profumi di sapone

e di cuscini tiepidi da sprimacciare al mattino

 

e assumo il mio corpo intermedio quasi fosse un calmante

prescrittomi per compiacenza quando in realtà non c'è niente da fare,

 

due compresse al dì: quanto basta per permettermi di passare con le dita

tra le maglie dello specchio, o di confondermi col grido

che si apre nell'erba

 

quando la terra non respira. Io – fame d'aria

lanciata in alto come una moneta

 

indecisa

da quale parte cadere

 

(2017)

 

Donatella Pezzino, storica, scrittrice, autrice di testi poetici e recensioni. Si occupa di storia religiosa, storia e letteratura femminile, teologia cattolica, poesia, archeologia, arte cristiana, storia della Sicilia. Sue pubblicazioni e ricerche sono presenti su Academia.edu, oltre che su riviste storiche e letterarie. Collabora con il sito di attualità "Alessandria Today". Sul blog del collettivo "Bibbia d'Asfalto", di cui fa parte dal 2013, tiene la rubrica "Caffè letterario" sui poeti italiani dell'800 e del '900.

 

https://stanzadeglispecchi.wordpress.com/

 

*

 

 

 

 

Poesie di Silvia De Angelis

 

COMPARSE ENIGMATICHE

Giocano utopie di fiati ammansiti

nel moto effervescente di ragione

stondato da sintonie in contrasto.

Ingombranti macigni di piombo

accumulati nella stiva del pensiero

accentuano l'elusione d'ingaggi surreali.

Si mescolano a comparse d'amore che vanno e vengono

per poi dileguarsi nel nulla.

E' in quel nulla che si perde il palmo della mano

inclinato di volta in volta in docili carezze

complici di profondi tessuti raddolciti da sguardi emotivi

rapiti da un silenzio sovrastante le stagioni

capace oscurare il tempo del sole…

@Silvia De Angelis

 

VICINISSIMA

Quasi lacero

papavero

creatura asettica

friabilissima

d'un volo sgualcito

su argute dita di vento.

Assenza totale d'impeto

nell'enorme franchigia

dovuta alla natura.

Solitudine in spicchi di sole

nel vuoto che non è confine

ma il piegarsi

a una ragione inamovibile

disarticolata

alla pochezza inflitta…

vicinissima alla mia cattedrale

ove non rivolgo prece….

@Silvia De Angelis

.

https://quandolamentesisveste.wordpress.com/

 

BELVEDERE DEL MATTINO

Ambiguità d'un dire giornaliero

erede d'un girone dantesco

esprime ombre di confine

su un vero dissociato dall'essenza.

Scaglie ingannatrici

e sfondi surreali

dilatano a forza l'entità d'immaginoso

scivolato su un'insensata deriva.

Si fa forte un'arte provocatoria e insistente

dedita a pregiudizi e finzioni

che irrompono nella loggia più intima

scomponendone l'originaria l'identità

sul belvedere del mattino.

@Silvia De Angelis

.

PERFETTA MECCANICA

racchiusa nel perimetro

d'un estro personale

mosso da eventi inaspettati

a cui assoggettare il pensiero.

Si scivolerà

senza rumore

sulla linea del tempo

ignorandone gli oscuri echi.

Resi lucenti da un'accentuata suggestione

annulleranno briciole d'ombra di luna

sospinte dal soffio d'una presenza interiore

vacante nell'immenso infinito

@Silvia De Angelis

.

https://deangelisilvia.blogspot.com/

 

LA DESTINAZIONE

Nelle pulsazioni d'aria metallica

spulcio il tuo dire silenzioso

inteso come una sberla alla vita che accade.

Affilo gli occhi in caduta libera

sul tuo ego riciclato

da una quasi ibernazione voluta.

Gazzelle si muovono velocemente

fuori del muto dogma

senza raggiungere la traversa

che ti attraversa..

proseguono imperterrite la corsa

mutando destinazione….

@Silvia De Angelis

.

SIGNIFICANTE AFFINITA'

Insistente

si posa

nel mio segreto

il tuo affascinante vociare

racchiudendo

"inaccessibile memorandum"

Dischiuso

sfiora

magica

indissolta affinità

come seducente amante

che nel vuoto

accarezza

avita simbiosi con te…

…spezzata da un ambiguo tuffo

in un lago di cenere

@Silvia De Angelis

https://deangelissilvia.blogspot.com/

.

Biografia di Silvia De Angelis

Amante di versi dell'immaginoso nasce a Roma Silvia De Angelis, sempre invogliata dal contatto con la gente per il suo carattere estroverso e comunicativo.

E' affascinata dallo scrivere liriche e dopo un inizio poetico rivolto a elaborati dai toni "scarniti", cresce notevolmente, modificando lo stile e delineandone il fascino, con scritti più congrui e completati da una struttura più armoniosa.

Gioisce al contatto con la natura, in tutte le sue manifestazioni, dedicandole svariati elaborati poetici, in particolare, un volume, completamente riservato agli animali "CONOSCIAMOLI MEGLIO".

Ne pubblica poi un secondo, intinto in variegate sensazioni dell'anima "CORALLI DI PAROLE INTAGLIATE COL FIATO" in cui si sofferma volutamente su tratti d'inconscio.

Ancora un terzo libro, stavolta in vernacolo, dedicato alla tradizione della sua città nativa, Roma, dal titolo "'N'ANTICCHIA DE'

ROMA MIA".

Infine altri due libri di poesie variegate "INGANNI TRAVESTITI D'INCANTO" e "SCREZI NEL VENTO".

Pubblica i suoi elaborati su siti virtuali, partecipando alla loro vita ed apprezzando notevolmente le opere di altri autori.

.

Notizie tratte da https://alessandria.today.it

 

*

 

 

 

 

Scelta di poesie di Angela Greco AnGre

 

Cinque poesie di Angela Greco da "PERSONALE EDEN", La Vita Felice – 2015

.

c'è una strada che collega due attimi dai nostri nomi

materia inattesa che si dissipa ad un sorriso

distratto e malizioso questo battito di ciglia

differenza tra quotidiano e desiderio da attraversare

tra il bianco e il nero sfumati fino all'opera d'arte

ti guardo muovere il microcosmo senza regole sul tavolo

nasceranno nuovi silenzi e ritratti fermi tra le stelle

e dalla finestra tolgo limite allo sguardo profanando il cielo

sei tu stesso a crearmi figura fuori come fossi pelle

mentre sulla discesa ripida tra le ali catturo un bacio lento

e come faccio a dire della goccia che scivola alla tua voce

della capriola dello stomaco quando aspetto la luce e te?

ho dita tremanti che segnano un profilo nelle ore

[d'impazienza

e sembra rallentare il creato se non arrivi a segnarne il passo

ascolto sul petto sciorinando stupore al sole della tua schiena

e richiamo meraviglia oltre e più che le tue mani creatrici

ho un sospetto di sentimento che s'accorda al tuo nome

e vocali e voragini aperte nell'attesa di averti addosso

in questo momento sfuggito al caos di astri avanzati

trapiantati in tessuti sanguinanti affinché fioriscano aurore

*

raccontami la periferia delle tue mani

quando incontrano nude il nodo dell'universo

e risvegliano il senso d'essere donna e tua

segna a dito ogni confine e oltrepassalo

col tuo sapore poi sconfiggimi senza altra parola

che non siano nome e sorriso tuoi e ferma il corpo

contro me / seno di latte dalle vie colme d'azzurro

ti lascio scorrere caldo in questa terra bianca

come la prima stagione buona

in fioritura anticipata ad un respiro

nudi piegammo la schiena voltandola d'incanto

e tolsi fiato all'erba serrandola tra dita voraci

fino a diventare noi stessi il paradiso perduto

e questa volta fu il creato a chiedere di entrare

in noi

dalle tue natiche ai miei fianchi larghi d'attesa

bastò una voce e fummo ancora e nuovi

*

riprendimi esattamente da questo punto

quello in cui coloravamo il ritrovarci stretti

precisi nello sbottonare voglia e labbra:

tra le tue dita il mio dettaglio nascosto alza la voce

e fughiamo chiaroscuri di silenzi ormai altrove da qui

ché sappiamo adesso dove posare l'istinto incrollabile

ad afferrare e restituire duplicate ipotesi di paradiso:

ritrovami ancora umida meraviglia

che ho atteso leccando una ad una piaghe d'assenza

mancanza oggi risolta dalla conoscenza delle tue rughe

varchi di tempo narrato ai miei occhi e sapienza

di sapermi nell'intimo di un ancoradadire:

siamo distanti solo un bacio non di più

e questa attesa è solo il nostro abbraccio più lungo

*

nella cicatrice del giorno segno il tuo petto a passi di danza

sottile ci lega un'impazienza d'arrivare a sfiorare quella spina

che senza pudore preme a segnare di straordinario quest'ora

nel solonostro che ci invita ritroviamo carezze sospese

nella mezz'aria che sempre manca al saperci insieme

e confondendo baci a poche lettere riconosco il tuo sapore

d'immenso e d'albero fronde al vento dove riparare il battito:

sciolgo inattesa lode e tu raccogli trasparente silenzio

dalle labbra che nella tua direzione invocano mezzogiorno

e ad ombra zero penetra nell'ancora – ancora – da dire:

sosteniamo fieri lontananza fino al ritrovarci

ché nemmeno una sfumatura ci allontana dall'iride

custode preziosa di tutti gli argomenti possibili

sei tu il mio preferito

scrivendomi dentro percorsi d'azzurri insperati

oggi finalmente ha smesso di piovere

allacciando pensieri e gambe in questo letto

*

m'hai accarezzata a filo di voce o scrittura è uguale

hai acceso il brivido che si riconosce alla schiusa

nel frantumare istintivo il velo che ostacola vita

penetrando raggio incisivo di risurrezione

nel cavo d'un luogo troppo buio per vedere mattino:

caldo mi hai così avvinta fino alla resa in stelle

a trapuntare amplessi in universi ricreati

fragili per il troppo peso dell'ordinario sognare

ma necessari a chiamarci per nome o per mano:

il dettaglio della tua schiena mi stordisce

curva ad Oriente giorno in rinascita

ed io ultimo astro ne colgo il richiamo

nel sottoventre insperato dove nidificano silenzi

pas de deux le tue vertebre in arcuato canto

sospirano che t'avvolga di me oltre ragione

.da: https://lapresenzadierato.com/2015/06/19/cinque-poesie-di-angela-greco-da-personale-eden-la-vita-felice-2015/

——-

Summer evening. La luce penetra la notte intorno.

Siamo notte e luce.

Animali ringhianti a guardia dell'umanità.

Il chiarore sulla veranda rivela un desiderio insoluto;

nell'attesa liquidi ci interessiamo delle prossime stelle,

impegnate a illudere romantici. Un fruscio dall'interno

scioglie incertezze. Ululiamo posati alla ringhiera. Accade.

.

Lo stiletto conficcato ossida il mattino. Al terzo intercostale

si risolve il dubbio e possiamo continuare. Lo strappo

rivela un volto sorridente sotto il primo velo di carta.

Si sovrappongono rappresentazioni e tempi e Mimmo lo sa.

Fuggiamo a Casablanca, a piedi, finché siamo in tempo.

Prenderò il porto d'armi soltanto per puntarti addosso

le canne del mio sovrapposto, oggi, che non sei più lo stesso.

.

da All'oscuro dei voyeur (YCP, 2019; prefazione di Franco Pappalardo La Rosa)

§

Nell'oscurità della propria insonnia

il turno, la chiusura dei conti, il ritorno;

in un silenzio asfissiante

si assottiglia il coraggio

e feroce svanisce l'illusione di riuscirci.

.

Qui non importa essere figlio di dio.

Il cielo è così distante da confondere idee

e la sera è uno stato permanente.

.

Il rumore della sopravvivenza

fuori da questo perimetro

ha qualcosa di conosciuto che

non si può più ignorare.

da Ancora Barabba (plaquette; YCP, 2018)

§

Il sole pendola a un'ora ferma sulla grave

a sud di primavera anticipata; una sequenza

di rotti vetri colorati e legni e un ciondolo

appeso alla cipria del cielo, sul collo di un

pomeriggio casuale. Claire vede il verde

di occhi echeggiare alla parete carsica;

meraviglie nascoste dietro fessure di silenzio

e gatti in bilico tra troppe vite. Un falco sorvola

il luogo del prossimo nido incurante della sera

incipiente e dei suoi colori. Giochiamo a dare un senso

alle parole, che ci fraintendono prima della buonanotte.

.

Si sfuoca in lontananza la visione e per oggi siamo

fermi in questo cerchio, affacciati a un balcone.

(inedito)

.

.

Angela Greco è nata il primo maggio del '76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Edizioni Smasher, 2012; 2017); Arabeschi incisi dal sole (Terra d'ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini e nota introduttiva di Nunzio Tria); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017, prefazione di Giorgio Linguaglossa). Presente anche in diverse antologie e su diversi siti e blog è ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all'indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/

.

 

 

Salvador Dalì

 

 

 

Poesie di Giovanni Perri

 

 

Uno che passa ride, ed apre il cielo;

santo e demone col cuore intrecciato

a una sua tutta piovosa malinconia.

Sapergli il nome e la ferita, farlo cadere

nell'ago di aprile come un sogno.

Ecco con quale leggerezza il vento

spiega un suo lucore alla notte,

come gli riempie l'occhio la perla lunare.

Inganno adulto è questo non sapere

da quale feritoia cadrà la mezzaluce del giorno

e dove infine apriremo al dolore la voce.

.

Avevo preso tutta l'acqua del fiume.

Il bicchiere era sul comodino

insieme ai libri al termometro a una

piccola macchia di sole wengè.

Come un dio avevo esclamato

nella lingua sonnolenta dell'acqua

e ogni mio giorno era finito dentro

quel fondo dal quale bevevo

come da una delle 7 opere.

Ma dentro, soldati e cavalieri e angeli dalle ali plananti, residui e residui di luce

dentro ancora io era senza orizzonti, senza lamenti di navi greche o fenicie, pensavo un uomo in sè totale, del tutto assente, del tutto chiuso in un suo mondo ulteriore

mentre dai labbri mi cadeva un albero maestro. ~Erano l'onde

e le voragini buie

e gli abissi labirinti a risalire

da tutti i miei mari

mischiati.

E invece con che suoni

dalla finestra il giorno

pieno di geometrie

nell'azzurro ignaro

cantava.

.

Viene il pensiero di perderti talvolta

la sera è un posto girato nel sonno

stare di guardia fiutare come

dal picco di una brace la tua cena.

Ma non lo caccio, gli tocco l'osso

del gomito, gli faccio fare il giro della casa

prima che dica è tardi vai a letto

e così vado

a sedermi nelle sue occhiaie di marmo

nei suoi capelli così pieni di cavalli e canali

e penso che il tempo non passa, solo

ascolta gli spigoli e le buche

tiene girati i polsi sulla fronte.

.

Andiamo per similitudini, e sembra quasi di sentirci

in questa cosa che appena ci somiglia se ne va.

Pellicola del sogno, mia pellicana dolcezza

lasciati incorniciare da uno sguardo

di pietra viva, fatti gettare da Pirra e da Eucalione

nel mio cuore di latte e cemento e aspettami,

io sono il tuo medesimo furto di occhi e di lingua

nell'ora che agguanta e moltiplica ogni anelito andare,

lasciati nominare miscuglio di ferro e mistero

nel mio ottobre di addii smisurati

e piegami e svolgimi e ripetimi

del padre e della madre l'identica luce

che accende parola e rivela.

.

I° maggio

Attorno era la festa dei morti bruciati

un riapparire dentro le forme del fuoco

ma sempre da un angolo nuovo

e ognuno aveva addosso la sua sagoma

e c'era sempre quel numero mancante,

col pugno alzato sul fumo, a cantare.

.

Lettera ad una madre

E' tempo di comprendere

che siamo qui a dividerci il pane:

scendo per dirti

che sono capitato per caso

e non ho ancora un nome:

qui si parla di niente

e la sera si contano i topi

ma in compenso non si vive male,

la gente passeggia e

sorride, una ragazza si sente chiamare.

Saluto te, madre

che mi hai girato le spalle

dicendomi di andare

in ogni porto

pregando

ed io per ogni porto

prego

l'insurrezione e l'amore,

ma sotto ho questo muro

impregnato di urina

e mi gira la testa:

sto con questo animale

e non parlo da giorni,

sento pian piano morire

anche il lamento del mare.

.

Senza titolo

Impressioni

volano foglie d'oro, è il giorno degli avanzi di febbre,

qualcuno posa le buste pesanti sull'asfalto, respira e riparte

portando con sé una scia di ricordi.

In alto danzano i lampioni,

sembrano corpi condannati a resistere

più che luce, lividi, persi nel tempo, sopra il primo strato del tempo.

La sera ha questa pelle spessa

un taglio che non sanguina

una scritta sul vetro appannato, forse

questa è la vita, dico,

un rumore lontano, qualcosa che sai

sta nascendo.

.

Melancholia

li morti tra li vivi s'assecondano:

si toccano le schiene stanno muti

ne li occhi rimestano paura

e paura li mangia

per fame, poco a poco:

ma i morti sono morti di luce, ché luce acceca l'occhi e sfibra

e parola s'accampa

legittima resa;

e più di tutto pesa

del cuore allegrezza

che è misura d'inganno e offesa.

.

Vorrei veder tramontare ad oriente

sul breve canale delle canne addormentarmi

sopra una scia di spari cacciatori

fuggire gli alberi a ritroso

e la notte incendiaria sentire

l'annuncio dei cani arancioni

vorrei nascondermi nel fieno di maggio

nell'ampia volta del cielo che pende

sorridere per un ricordo

invertir l'ombra mia stessa

di lividi e dimenticanze

e d'anni che non ritrovo più.

Ma d'ore numinose è fatta

l'anima mia riflessa e d'archi e frecce,

portami il cuore nella luce a planare

sopra un acquaio di malinconie

saltami allegramente sulle sponde

della mia vena d'oro e scrivimi

col vento ogni ferita

degli occhi e della lingua

io ti sono nel canto padre e figlio

e fratello dei cocci lunari

allora fammi terra

fammi profumo di terra e di stalla

oppure scovami nella campagna ramata, raggiungimi

fin dove tocca l'erba la parola

e non v'è peso

né formula dei miei destini accumulati.

.

Giovanni Perri

(da Bibbia d'asfalto): https://poesiaurbana.altervista.org/author/giovanni-perri/

.

Il lettore deve sapere, leggendomi (leggendo questa non-biografia dalla quale estrapolo che nasco a Napoli e ci vivo col pregio d'arricchirmene fino a smarrirla) che un po' della mia poetica (ammesso che sia tale) risponde al desiderio, non del tutto cosciente, d'allargare il mio ipotetico dolore, la mia svagata gioia di vivere, e tutte le mie infinite miserie, ai piani più alti del sogno e della bellezza. Ogni poesia è un'occasione di sogno e di bellezza. E la bellezza è un lavoro paziente di scavo. Io sogno di essere archeologo e scultore: levigo negli affanni e a volte mi trovo a scoprire che la vita è un'invenzione stramba dei poeti che tutto sanno fare fuorché vivere.

(…)

Poesia mimetica e riflessiva, umbratile, ritmica, geometrica; poesia lunatica, ingenua, scenica (mi piacerebbe fosse, se fosse veramente, poesia) la mia.

 

*

 

La vetrata nera - di Giordano Genghini

 

Io sono colui che ascolta
nella notte
l'urlo interminabile
come un cane di tenebre alla luna
lungo i corridoi spenti
dall'alto i pini immani della notte
sul prato
la luce alta
sotto la finestra
del lampione
in contrappunto
la nenia il canto dell'uomo che muore
anima legata
da mille metastasi alla mente
ombra immane di pini nella notte
un animale ansima in agguato.

Punti di luce
nella città
suture
nel ventre immenso in agonia del cielo
stelle cadute
dalla vetrata oscura il grido sale
sull'asfalto nero
giunge fino alla notte di febbraio
spezzata dal vento
giunge fino ad un'altra primavera
in altra vita forse
e i pini
unghia d'asfalto nella luce obliqua
paiono immobili
ma attendono
come ogni notte
un animale ansima in agguato.

Punti di luce nera nella notte
suture
nel ventre immenso in agonia del cielo
e l'urlo della notte
che muore
i corridoi percorre un canto lento
il silenzio è conchiglia
dice il folle
non conosco il mio numero sai
ma ero un tempo forse una donna
forse
un tempo
un animale ansima in agguato
la notte non vuole morire.
E' facile invece
dice il bambino
divorare il corpo ma non la testa
è facile invece
dicembre nascono funghi immagini e pensieri
divorare l'involucro di grigia spugna
e grida
certo è facile invece
dice
con gli occhi ciechi e pieni di paura
e nient'altro dice
e niente altro
e un grido
percorre i corridoi da sempre forse
il grido della notte che muore
legata da mille metastasi
al corpo della terra in agonia.

Pigiama azzurro l'ombra d'un gabbiano
lei è ritornata
per questi suoni noi ti ringraziamo
musica auricolare pianoforte
e silenzio
sopra il tessuto d'urla della notte
che muore
mentre i sogni camminano leggeri
oltre la soglia
ti ringraziamo
per il carcere infinito dell'universo
per l'anima la vita e questa radio
e la piccola lampadina accesa
sopra la vetrata nera.

Il tempo si dibatte
come pesce strappato dalle acque
ogni cosa ritorna
anche tu cara sei davanti a me
e ti amo come quel giorno
e tocco la tua pelle
tiepida e sottile
e ti amo
oltre la notte che urlando muore
oltre la vuota scorza della mente
e i sogni che abbandonano la soglia
e l'ombra immane in falsa luce obliqua
e l'animale in agguato
oltre le squame del tempo
che si dibatte sulla riva
del cielo capovolto e delle onde.

Pomeriggio
macchie di luce fra stroncati rami
gonfi di gemme
la giovane donna seduta guarda lontano
oltre i rami
gonfi di gemme che non cresceranno
e vede il sole alto sopra i muri
oltre i tre uomini
di spalle

Ma poi per chi la raccontava quella
dell'annegato che ti tira giù
e nel corridoio l'amica
parlando a brandelli
da qualche tempo
s'è immersa nel nulla
e sono scivolata dice
quella dell'annegato
sono scivolata
per chi
dice
la raccontava ci si scosta
per non precipitare nell'abisso
degli occhi

Si spappola il cervello dice l'altra
i passeri sul davanzale
e può durare un'ora un mese un anno
è un grido cieco è l'anima che muore
i passeri vi trovano briciole
ininterrottamente notte e giorno
di timore non c'è qui
alcun motivo

E i due parlano
vicini
giovani sotto il giovane sole
filigrane di passeri nel volo
quando la smetterai con questo scherzo
lei dice
e la brezza del desiderio
come le ali ai passeri le muove
i lunghi capelli.
Sono colui che mai ti ha conosciuto
ed antico di mille anni
è il midollo d'immagini sepolte
nel tronco dell'anima
t'indicavo ricordi?
scheletri di tralicci e gru metalliche
e le sere e le nevi e le acque e i cieli

E venne poi l'artefice con l'urna
e la cifra bizzarra
oltre i sentieri antichi e l'erba nuova
oltre grida lontane di corvi
oltre steli che tremano nel vento
e venne un albero tagliato
e venne il sonno.

Così va bene grazie
a ritroso
attraverso generazioni e secoli
erbe sfuggite al faticoso seme
i millenni le ere interminabili
per riapparire ora
al cielo nudo in questa primavera
maldestramente dipinto
col grande sole falso di cartone
così va bene grazie
il senso d'ogni cosa è chiaro ora
fermo stabilito
come l'ora del turno agli infermieri.
Io sono colui che veglia
quando il mio corpo dorme
io sono colui che esplora
la pioggia sull'asfalto bagnato dalle luci
io sono colui che all'ultimo fiume
accompagna la notte
e guarda
il pettine d'argento
il molo dele anime
le grandi navi che mai salperanno
sono colui che immobile sta dietro
la vetrata nera.

Giordano Genghini
('85 – '93)

 

.

 

 

 

 

Giordano Genghini - da Altri ritorni - Madrigali contemporanei

 

1.
Sarà forse domani: con un fioco
soffio di mani: un fuoco

di specchi spenti: accanto a me rimani

ancora un poco

in questi specchi della pioggia, strani
volti degli anni e dei millenni, persi

come in gorghi notturni gli universi
dissolti: e il vuoto inganno degli inganni
ora al ricordo riconosce fine

di suono sordo divelto: e il segreto
è in noi sepolto tra venti e rovine.

2.
Navi d'unghie di morti: arcobaleno
infranto: lunghe prore luminose
nello scroscio dei raggi chiari, ed acque
e radure di mari

tra steli d'oro: e d'improvviso il soffio
di cieli e stelle dall'immenso molo
libera l'universo:

minuscolo, sul palmo della mano
bianca, insetto di brina: nel mattino
fragile, al volo.

3.
Astrali azzurri nomi, luci fatue,

petali tenui di rumore: graffi
di gesti, esile traccia

sulla pista magnetica del nastro
assente:

grecaggio della mente: e in fogli strani

virati soli, corpi d'aria, voli,

nidi di mani in alberi di veli.

4.
Polvere d'astri limpidi e pianeti

negli universi: rete

d'aria labile, d'orme

s'intesse nel respiro e spersa smaglia

il campo delle forme, nell'arena
di infiniti confini: oltre foreste
di mari e di pensieri, scroscia tersa
e svanisce tra le onde la risacca
delle cose: l'immagine stupita

di germogli di stelle: e oscilla, pulsa,
vacilla,

viva fiorisce in cieli ed antri d'albe

e giorni, voce chiara: ed oltre stormi
d'orizzonti e frastuono d'ere, s'alza
brezza di luce in neri spazi: ed ombra

tra selve d'ali e suono nasce e muore

di ritorni, di un cuore.

5.

Lampade d'erba, e luci, e forme, ed ali

di foglie, ferme:

dissolti solchi di zolle racchiuse

in corpi, e bianche orme,

e nella notte lenta transumanza
d'astri gelidi e nuvole, attraverso
fiumi di spazi e valli d'universi

celate: anse del tempo ossa di vento

imprigionano in gesti: e freddi suoni
divelti
da sordo legno intorno: da millenni
un volo
d'angeli e antiche vite, in muto stormo

per i cieli,

ove dorme nel sorriso

la fonte del pensiero: morta al giorno

dei lampi

la luce gonfia: e dall'azzurro sole
notturno, d'improvviso ai campi irrompe
sgorgando dalle vene dei sentieri
la cavalcata degli alberi neri.

6.

Spaurito, nel cerchio: intorno cerco
un'ombra luminosa nella mente
verde di limo ed onde: e un arco freddo
affonda e affiora, e ancora

affonda, e rete smaglia, e serra il varco
tra pensiero e respiro: e lento ascende

al niente, mentre il giorno si fa sera:
sbagliava, primavera.

7.

Pingue nebbia di noia: nervature
d'ombre lunghe: ritorto

albero sopra la pietraia: adunca
l'unghia della radice

raschia il fondale oscuro della mente
e affonda, e in linfa langue sconosciuta

-umido giunco timido allo stelo,
esile trama d'alito- e la foglia
dall'immobile riva, in bianco gelo

a pena viva,
tra rami neri appare: e trema, e cela
sguardi, e il volto specchiato: e d'altre foglie
infinito ricamo, labirinto

d'ignoto velo: il corpo della notte
in verde cielo.

8.

Baia dell'ombra chiara: verde nave
se n'è andata, la vita: ieri, ancora
creta di risa spente: onici vaghi
di volti: ed ora, nera
presenza d'astri serici, riflessa

sopra il mare del corpo: e s'innamora
di spazi interminabili la sera

pallida di paura, ed alta sorge

la vetrata confusa, e in prati d'ali

sottile specchio di fiati scolora

al tocco delle dita: e presa, chiusa
nella gelida gola, nella roccia,
la voce attende il dono, la parola
rubata: squarcia l'anima sdrucita
da forbici di refoli di vento:
strappa forme la terra, sole il sole
nella cala delle ombre, dove cala
la tenebra: ove l'osso

perora il volto bianco della mente
e le file di denti morti: pietra,

teca, cristallo freddo e muto, niente:
tetro, il cialtrone intona uno starnuto.

9.

Nodi di fredda seta e d'oro fuso,
nodi di nervi e chiodi ed urla e frodi
all'improvviso sciogliersi: confuso
aggrovigliarsi, forse,

di momenti e di menti:

ma intrecci di respiri, e anelli, e corse

nel teatro di verdi reti: e un drago
liquido lento emerge dai sentieri
del vento

nella fossa: ma tonfi d'acqua e brago

nel lago dei pensieri, e suoni gonfi
nell'aria grigia: nodi d'intricate

gomene: ultimo segno

di navi e vele e cancellate tracce
di presenze: ma non voli leggeri:
passeri neri nel cerchio di legno.

10.

Sussurri, vetri: cigolìo di stanze

distanti: nel deserto dello specchio
danze esili: e la toga

aperta che una mano obliqua lega
nel riflesso è persona, e ad arco piega

labile corpo assente, e nella gola
cavo legno di noce una parola

pegno di luce, ancora

deriva nella gora: lontananze
d'un segno ancora, ancora d'una voce

petali azzurri

nel prato nero: nei muti sussurri
ancora danze

di maschere velate di sembianze.

11.

La pelle è di metallo: tocca, è fredda
la bocca, e più non chiama, e lento scocca
vento giallo
d'ali chiare, il respiro: alle pareti
di foglie, l'universo nasce e muore:
e nell'intrico d'ore agita il tempo
i cieli e il mondo, e sciamano le immense
ombre del cuore.

12.

Tracce di mani, vortici di volti

tra piume di pensieri: ma di notte
salpano: ma sarmenti

e sterpi e funi e la morta parete
chiudono l'arpa nella quiete, dove
rete di suono smaglia e strappa bianca

mano di stoffa: e cadono comete
soffici, sopra l'isola

di ciottoli e di soffi

lucenti, e chiara pace: ma il gigante
azzurro, dentro l'antro d'aria, tace:
in catene di nubi avvinto, solo,

le lente onde non ode: e sono spente

le navi e il vento nel deserto molo.

13.

Del vuoto ancora il grido: nell'ovale
risonante respiri: prati neri,
sonagli d'aria e argento e ferro, e cupi

dirupi della mente
ingombrano i sentieri.

14.

Vedi? l'angelo ride soavemente
invisibile, in volo: in ombra lenta

fragile rete di colori e fregi

e rami e rado verde
sul volto tenue, oltre galassie d'anni
e cieli: e, sola, l'isola, nel solo

luogo vero presente, ora: quel volto
nel mare della mente.

15.

Dunque t'attendo: per l'appuntamento
nella nicchia di tenebra: le squame
torbide nei cunicoli di rame

oltre grida e silenzi, in morti morbide.

16.

Ombra di legno: strappa il velo, appare
d'improvviso: nel volo, nello specchio
ricerca d'aria e d'acqua, balzo zoppo:

universo-gabbiano in alto, cieca
fuga, rapida corsa oltre le stelle

d'ambra e granito:

ed ali aperte sul segno e l'intarsio
di forme, a squarciatuoni:

ricaduta sul vecchio

pavimento dei suoni.

17.

E la tua mano mi conduce: ancora
salvo: nell'aria candida, oltre il vento,

la porta lenta s'apre nella luce

musica, della voce: e nel respiro
calmo, ti sento.

18.

In gocce di cristallo le parole:
forse, i respiri: escursione veloce
furtiva, foglia, voce: liberata

fuggiva, forma viva.

19.

Il viso nella rete: smagliature

d'invisibili passi: bianche crepe
sulla parete: fra vicini volti
di specchi

e ferro dentro il ferro, cerca afferra
antica luce estinta, mentre il tempo
lo governa e imprigiona: invano atteso

invano attende un nome: ingresso, uscita
nel buio angolo bianco, ala indecisa.

20.

D'improvviso, ecco irrompono le immagini
e sguardi fra le porte

spalancate, infrangendo il nero vetro,

fra voragini gonfie: e ruota sorte
d'acqua, fuoco, aria, terra:

ogni risposta è ignota: e mai c'è morte

in questa guerra.

21.

Nel corpo imprigionata si dissolve
la voce d'aria chiara: oltre la chiglia
della luna, s'avvolve
nero limo salmastro:
e sopra il lume rovescia la sponda
e in strepiti di schiume affiora e affonda
nell'acqua: e sulla riva, la lucerna
rivela il freddo palpito degli occhi
spalancati: e la carta dei tarocchi,
cifra delle onde, segno
lastricato di mani, alla taverna
precipita sul tavolo di legno.

22.

Tu non sai cosa cela l'alta porta
rinchiusa: nelle stanze più profonde
dove l'alito è avvolto nelle squame
e la traccia di luce non conduce
che a radure
sorde: tu parli, avvolto nella scorza
del volto, della forza: ma non eri
nel recinto sepolto, dietro i neri
ricami d'onde: tu bonsai, ma parli,
forma conclusa: ma oltre le pareti
solo la tua domanda ti risponde.

23.

Sento il peso del corpo, e dure zanne
sorgono a un tratto nella gola: siedo
e segni vedo e cerchi in pietra, e attendo
l'urto profondo
del sogno oscuro: irrompe, è spento il mondo
nella sera che incede: e il cielo vola
spinto dal nero vento
tra false nubi: e sbuffi
di canto, e strane stoffe, e stretti passi
sul legno dei pensieri: oh! Il soffio attuffa
ciuffi e glifi di rose,
e in groviglio s'azzuffano le cose.

24.

Fa' che non torni il giorno dai contorni
torvi: l'uscio si chiude, grigia grata
imprigiona la mente:
dov'erano le onde, sordamente
sciambrotta la belletta negra, e gridano
corvi, anime perse alla deriva:
oscilla nella stiva della notte
il vascello sepolto
nella rada… ma ora
ascolto ali ascolto mani ascolto
il ruscello ed ancora ascolto i verdi
coralli nella tersa acqua del volto
sconfinato: e le dita mi attraversano
e il bosco folto dei respiri ascolto
e foglie d'aria e sussurri: e si perde
fra monti in oro e azzurro
la parvenza del palpito: ossa e mura
di paura e di assenza
crollano: e immensa altura è cielo verde
dissolto: rispecchiato, il volto dura
nel mare d'erba pura, capovolto.

25.

Il gigante seduto: nella sera
stormi di luce fra le guglie grigie
della stanza, e silenzi
dentro l'ombra, nascosti:
e sguardi e suoni e falsi cerchi d'oro
tra siepi di velluto: like a bird
on the wire, tace, ascolta, è fermo,è solo
il gigante, di spalle: oltre le grigie
luci, intricate tracce di rumore
nella stanza:
e dischiude la mano il lento volo
oltre le tende e il tempo,a oggetti e spazi
confusi, nella stanza ingombra: e intanto
controluce, il gigante, in lontananza,
visto di spalle, è solo, è vecchio: obliqui
nella curva penombra, oltre lo specchio,
segni: immagini, forse, di un istante
presente, che non muta: forse, nera
nebbia distante.

26.

Sembianti inermi, valichi di specchi,
nuvole d'occhi, fermi
nei volti: mormorio stanco di maghi
e fiati di flauti
varcano i sogni folti: e cauti draghi
in vacillanti luci di voragini
chiare, e laghi d'immagini
in cieli capovolti.


27.

Oceani s'avviluppano irrequieti
nel sole, oltre le mani: la brughiera
… the moor
is dark: gelide reti nella sera
svanita intricano rami e pensieri
umidi, e l'aria spenta
incaglia strappa arronciglia: e le dita
la fossa d'acqua attende: al passo breve
fiorisce ghiaccio il prato, bianco d'onde.

28.

Semi di nebbia, nodi d'oro e fiamma
e onciali segni: mura alte di sogni,
lame di luce viva oltre la riva
nascosta: al sole correre, e negare
e la risposta,e l'ombra,e il cielo,e il mare.

29.

E invano cerchi il centro, invano cerchi
il varco in sogno vano:
la nave è morta foglia oltre la soglia
del niente,ed oltre il foglio è già la mano:
segretamente, in cerchi, guardi assente
fra specchi di metallo e nere danze
ripetute… non alberi d'argento:
chiome di fumo e maschere di vento.

30.

Riccioli verdi, eh, dici? e non capisci
se scherzi:
se, riccio aperto, lieto ti diverti
in brezze e in versi, o versi in frasche d'acqua,
in fontane: o in capriccio,
fruscio d'uccello: guscio
sottile aperto, oh bello! e dietro l'uscio
riaverti:
credimi, cose strane,
spruzzi barocchi, verde
guizzi di crine alpestre:
occhi, trine, finestre.

31.

L'urto del vento lacera la vela
in ventagli di neve, e nella nera
luce scoscesa, beve
l'ombra fonda del sole: ed onde bionde
indorano ora i raggi: il fiato lieve
del giorno, ora rinato,
induce ad altri viaggi: ad un ritorno
oltre le porte
dell'oceano dei sogni, a navi e legni
di raggi d'oro, d'intrecciati steli
in luminose gomene ritorti
fra le sartie ed i veli: oltre le bolge
e i viluppi del porto,
dirupi, valli, gelo avvolge il sole
in bianchi nastri, e nubi strappa il vento
aggrovigliando i vertici dei monti
nell'acqua antica, in chiari
vortici: e soffia, e travolge strinati
relitti di tramonti, cieli ed astri,
tra spirali di mari.

32.

Ora le tempie sfiorano del tempo
stormi di luci
e il mondo tace, ed intendo sul volto
un ventar d'ali, ed al chiarore stanco
densi rami offre al volo
l'albero della pace: e di polito
argento ricamata alba riluce
ed ornano le notti
nubi di seta e d'oro: l'universo
s'apre, morbido, in musica infinita
e forgia forme
di resina forbita ed aria, e labili
orditi di lucenti filigrane
e d'azzurri velami: oltre la soglia
invisibile, s'apre e corpi schiude
tra lievi tracce
di luce immacolata, dove giace
l'ombra abbracciata al sole: dove dorme
nella nicchia, la voce
e dita brune tessono le foglie
e i germogli del cuore
dischiude in noi, donandoci monili
d'ultimi astrali voli
di nubi e seta ed oro e di respiri.

33.

Ecco, il mio vuoto colmano le immagini
vuote: ringrazio, antica sera, il dono
ripetuto, lo stampo delle voci
di maiolica fredda, il morto suono:
qui, nella mente, io abito, lo vedi,
amica: un sordo saio di pensieri
ricopre il corpo-mare: e la tua luce
arabescata, lucciola sul niente.

34.

Ma ora ascolto te, mia cara, amore:
nella selva dei volti e delle mani
aperte: petali d'alito, stami
di lievi sguardi in fiore, e bianche perle
di sillabe velate: e nel vederle,
cieco, dorme stasera
il vento dei pensieri: ascolto voli
molli, di suono ed eco: calma attesa
d'accese luci, folli
soffi di sogni nell'aria distesa.

35.

E tu chi sei, che appari nella strana
bellezza umana? tu che pari vento
quando ti sento: e il lento
cerchio s'apre nel cuore: e nella mente
il dubbio tu riaccendi sull'oscuro
veto del tempo, oltre il muro ed il vetro
strinato del futuro: e taci, e ascolti,
e sciogli il velo che imprigiona i volti.

36.

Ritorna l'ombra della croce: a monte
cigola il ponte teso sopra il cielo
dell'istante, riaperto alle domande
e il segno eterno, minuscolo e grande
dell'universo, è lucciola alla mano…
Non mi seguire: non so come il mare
delle forme s'addensa in tempo umano.

37.

Suono di lente corse: nello specchio
invisibile, forse,
altre strette di forze, e fiati, e mare:
ma corazze di corde, nel volare,
imprigionano le ali: e il tempo morde
l'altra luna: nel secchio, dietro il tempio
di morbido metallo, occhio del niente,
la gabbia d'aria e ferro della mente.

38.

Ci rivedremo? v'ha accolto la sera,
cari: non forme o suoni, aria leggiera,
orme di luci spente nella vita
svanita, fiori ed erbe
che verde primavera in soffi sperde.
Siete svaniti: insieme, oltre la chiara
ombra del cielo: e vi ricopre il velo
sollevato sui sassi e le acque e i passi
del passato: tornati oltre le porte
che il vento d'oro ora chiude, e la morte
suona il dolce suo flauto, nel ritorno
della notte lucente, ala del giorno:
di voi mi resta un suono
assopito, di immagini: presente
nella pianura chiara della mente.

39.

Voglio restare accanto a te: non voglio
perdermi in canto giallo
fra rondini nel cielo di cristallo
spezzato: voglio toccare le mani
ed il volto, e la voce: ora, domani,
mentre il sole ritorna e erba di prato
germoglia: e nuovo è il tronco, lieve
trama di corpo, e verso il giorno viene
giovane,e già s'inoltra nella vita
il figlio da noi nato, e andiamo, insieme,
cercando una speranza senza fine,
tra grida di battaglie sul confine.

Sarà forse domani: dalla sera
si schiude un'altra notte: ora riposa
lo stormo inquieto di forme e di mani
che irrompono nel volto cancellando
i ricami dell'alito e le orme
di luce: è notte, ascolto
le sillabe del cielo, e le alte stelle,
e le bianche acque calme:ascolto il vento
ma è terra il corpo e trema, argilla nuda:
è cava tartaruga il tempo: dorme
su un azzurro guanciale nostro figlio.
E' lontano cento anni il nuovo giorno
e un miliardo di secoli il ritorno
dall'esilio.

40.

Dimmi tu chi era in preghiera: chi c'era
nella luce tua prima:
dimmi chi c'era, prima del respiro,
nel mistero tuo vero
oltre il chiarore teso sulle soglie:
dimmi chi s'era celato, chi c'era
tra velami di foglie e rami e rose
di vita che destando forme e cose
s'aprì nell'alba nera: ombra di mani
bianche, in paziente attesa
di onde di primavera nel domani.

Monza – Maggio 1994 [edito in proprio]

 

.

 

 

Octavio Ocampo

 

 

 

Poesie di Flavio Ballerini (in memoria)

 

Da qualche onirico terrazzo bianco
stazione ottica dei sogni aperti,
ancora ritransitabili a notti
inoltrate su crocevia
ove solo il soprassalire muta,
quei bianchi terrazzi ov'ero lì e altrove
insieme, affacciato su altri sogni
immortale e in medesima luce
nel lieve stupire primaverile,
vissuti con la materia dei sogni
eppure ricordati come eterna
promossa felicità!
Vissuti davvero quando ritorno
sorpreso improvvisamente in balìa
inafferrabile intemporale.

30 marzo 2003

*

Grigio che confonde cielo e orizzonte
consuma la collina nel risucchio
del suo verde umido già digerito
dai moli di sera una rosa luce
lacrima oltre la campana velata
traspira sangue un cosmico delitto
per pochi minuti o un parto divino

*

Libero dentro il guscio e solitario.
Ho sentito tutti i miei cari morti,
mostratogli la fonte del disagio
come infelice fuori dall'intero –
fuori dopo la pioggia miagolava
come un grido di dolore nell'aria
mutata e dolce una gatta d'amore
lo strazio che non puoi non ascoltare
Non mi resta altro che essere presente
oggi dentro e dopo tutti i congedi
Sopra il ponte del Miralfiore l'aria
disse d'esser la vita del pianeta
oltre l'umano. Tutto muta e si può
uscire dalla propria forma un poco
e in quell'allora nell'oltre guardare
e accorgersi forse di un altro fare…
Umili e leggeri oltre il terribile

*

Mai mi sono sentito così solo
Ed è una notte così bella nera
e luminosa di luna crescente
con tutto il cielo la stella più grande
si avvicina se la guardi alla terra,
l'aria è fresca e gli alberi della piazza
tremolano un'onda frusciante efferve
ovunque e il piacere di questi attimi
offre di starci insieme anche nel sonno.

*

Non si sa dove se ne sono andati.
Ed io non sono da allora più io.
Né confuso conosco quel che resta
nella scia di scomposti agglomerati
svaniti via, sol qualche monca memoria
qua e là nella geografia del vuoto
Appariva come una penisola
(ben ancorata a solida storia)
poi smisurabile fu il suo confine
ed arcipelago che s'allontana.
Per dubbie derive. Non sono più io.
Mi sembra un bel po' che mi cerco.
Fu quando la corrente si raffreddò;
Ad est del golfo non c'era più sale
fiumi d'acque dolci scendendo dai poli
le primavere incerte svanivano
il ghiaccio avvicinava tutti i cuori
sorrisi si stampavano di pietra
sospesa come nel gatto di Alice.
Segni d'allarme, sogni suoni di chiurli
campane gufi inascoltati ed urli
furono disseminati nel tran tran
………………………………..

*

(Per Kostas Kariotakis)

Per compensare tutto questo sole
d'aprile leggerò un poeta triste
la cui luce diverrà meno tetra
più attutita la vacuità del giorno
Resterò con i versi come in chiesa
-anche se dinnanzi a un inquieto mare –
in attesa che lo spirito aleggi
e come in una sentita preghiera
un angelo delicato e deciso
aprirà il cuore alla più pura pietà
Questa è la carità che voglio offrire
alla spirale nera dell'anima

[finalista al Premio "Paesepoesia",
Belvedere Ostrense 2005]

*

Pure come invisibile radice
sorprende ai varchi un puro domandare
ove l'alieno allea forma che muta
oltre il noto che si infissa vorace
cibo a perpetuare la stessa fine
l'uguale fuggire il Logos vivace

(a Felice Serino su "L'ombra")
11 luglio 05

Flavio Ballerini

*

Non ricordo se riflesso dal vetro
o se fu folgorazione dell'ombra
o se vidi me specchiato dall'alto
per un istante nel limpido fiume
ricordo però la curva del cranio
le linee assorbite di schiena e spalle
io vidi ciò che mai prima non vidi
il profilo la posa in un unico
familiare ed estraneo interrogare
il mondo intero attorno
come la parte chiede al tutto cos'è
io vidi di mela formalo stampo,
vivo, fatto di antica attesa, forte,
come non fosse tutto quel che non è,
stampo dell'antico a sé, il doppio
il precedente
impronta emersa dall'ombra nell'ombra

*

Tutta la notte sogni ruotavano sulla poesia il poetare
Sono giunto là dove nasce il vento
alla curva del sogno
all'esterno pervade l'aperto
-da sopra le curve degli alberi
nell'inoltrato rimbomba
in altro modo il tempo

dicembre '01

*

Se io posso dirti son io ascoltami
sono innamorato del tuo ascolto
e della tua vera voce
E tu mi dici che la tua vera voce
non è quella vera ma una fra le tante
Io so che rideremo insieme
e la risata risalirà i sensi
come il suono di una cascata
su per le valli dell'Acquacheta
anche gli abissi
rideranno

Flavio Ballerini

*

Bibliotecario, filosofo, libraio nel campo delle teorie e terapie olistiche, poeta, scomparso improvvisamente il 3 dicembre 2006, pubblica nel 2001 "Versi licantropi" che raccoglie poesie e prose e che diventa, in collaborazione col musicista Michele Donati uno spettacolo teatrale e un CD.

 

.

 

Dipinto di Kateryna Kovarzh

 

 

Giordano Genghini

 

PENSIERI

 

Io penso al destino delle anime - a volte -

quando al corpo le strappa le unghie della morte.

Dove sono ora - chiedo - uomini e donne nati

che a milioni dal mondo se ne sono già andati?

Menti, affetti, parole cosa diventeranno?

Forse, esse ora ci parlano soltanto con il suono

del vento e delle foglie, o col rombo del tuono

guardandoci dai sogni che la notte ci dona...

Forse forme invisibili ma per sempre viventi

si aggirano fra i nostri corpi, lenti opachi e pesanti...

Forse lucente nebbia nasconde i loro volti...

Spero e credo che noi non saremo mai morti

quando noi moriremo, lasciando il mondo e il tempo.

Ma che cosa saranno le anime nel vento?

Ci sono giorni in cui a ciò penso, talvolta.

In altri giorni sempre penso alla vita morta.

 

.

 

TERESIO ZANINETTI

 

Non per nulla

tutti i fiori ritornano nel perimetro estatico

del cuore rimasto

sgranulando bocci d'orchidee e trifogli

Nel caldo mattino

solleviamo briciole

per palpiti senza respiro e ancorché deserto

il prato riavrà parole dovunque l'aria lo voglia

silenzio

di fate di prua

nei vuoti balconi

dove rasserena la dolce canzone

di rabbie e singhiozzi

silenzio

non un'anima fiati

il silenzio si scioglie nel gelo.

(Dicembre 1994)

Dalla Rivista GRANDE VETRO, Maggio '07

 

.

 

MICHELE PIOVANO

 

Da: "LA VITA E' APERTA"

Genesi Editrice, Torino, 2011

dalla sezione:

OLTRE IL CERCHIO

No, non mi bastano i contorni

incerti della polvere a demolire

pregiudizi trattative che lasciano

scorrere i giorni nell'indifferenza.

Forse col sogno respiro energia

nel gioco perenne delle invenzioni

restituendo al cuore la sua fantasia

se la vertigine sale.

Reale è soltanto la voce del vento

a risvegliare il pensiero,

tracciato a volo basso

che batte e ribatte nella mente.

*

Solstizio d'estate

Vorrei stringere la luce, ma quella

più che mai mi sfugge

e sempre più si addentra con tocco sicuro

nella caverna in cui le cellule

danzano e muoiono nel buio.

La stanca è nelle cose

vive o meno che mi ronzano intorno.

Il giorno estivo è da bersi fino in fondo

anche se in fondo al precipizio

agonizzano le idee chiare o indistinte.

Un colpo di artiglio e frana la tempia,

il frutto spiccato dall'albero

come ricordo di stagione.

Non so che dire del caldo silenzio

che m'insegue, ma a volte l'ombra

di un ramo si posa sulla mia spalla.

*

Guardo negli occhi il vicino

se l'abito si allarga e viva

è la voglia di conoscere. Avrà un senso

l'orizzonte che appare

senza direzione precisa? Buongiorno:

con un largo sorriso sgorga

il calore del giorno. Ora io sono quell'altro

che aspetta oltre la tenda.

*

Piccole vite vagabonde

a mia figlia

Sono piccole vite vagabonde

che lo sguardo coglie lungo il cammino.

Esistono chissà come e dove

vuole il gioco del destino,

come il fiore ai piedi della scala

che si nasconde agli empiti dell'aria.

Una voce lontana fa il cuore

incerto tra vento e quiete,

ma resiste il soffio impetuoso della vita,

nudo dolore e gioia

fino a quando odora il mattino

e l'ombra si nasconde fra gli alberi.

Ora le foglie indolenti si svegliano

alla cerca di un mondo che fluttua.

C'è una continuazione,

qualcosa continua oltre i cancelli,

qualche perplessità, forse solo percezioni,

come un volo di uccelli.

*

dalla sezione:

LE PULSIONI CONTINUANO

LA PAROLA COMPIUTA

Cielo sereno da cogliere come presagio

se risplendono le labbra

e l'aria calda dello stagno;

nell'orto si spiega la nuova insalata,

gli iris fioriti danzano

sopra le spade. E' il presente

che sgorga come efemera dall'acqua

quando giunge il soprassalto a farci vivere

e allora vorremmo la parola compiuta,

quasi un fittone di tarassaco,

così profonda da coprire gli altri linguaggi.

Tempo di vespe, di canti d'amore

che ronzano attraverso il fogliame

e nell'aria passa il rumore di una nuvola.

*

Bolle di sapone

Un amore sfiorito

nei prati della dimenticanza,

che torna con l'aroma di nuove visioni,

il consenso suona le sue corde,

l'energia della luna

bevuta dal cuore innamorato.

Oh, come tutto si può sorseggiare

lentamente in bocca.

Le stelle lanciano segnali

con il loro profondo sussurro,

e noi accendiamo e spegniamo la luce

dell'immaginazione, uno stare con le cose

che incantano l'oriente e l'occidente,

come una bolla di sapone.

*

Sosta in panchina

Qualche ricordo

rimane impresso sulla pelle

quando il verde cammina, il mattino

apre strade giornali

e le panchine ai giochi di stagione.

Tempo al tempo - la luce

viene crescendo come l'erba

lo sguardo svagato d'una ragazza,

da un cantico in gola conforme

all'aria che lo nutre.

Oh, la solitudine marcisce nell'ombra

fin che perdo l'esattezza della forma

il sogno che apre

e chiude le piaghe - i tratti del volto

gli ossi ostinati si distinguono appena.

Un po' di saggezza e l'amore

per la vita con le sue contraddizioni

mi seduce e confonde.

*

dalla sezione:

VICISSITUDINI

La vita è aperta

Un volto nuovo e la voce al citofono

galleggiano sul letto. Prima o poi

il magma si avventura nel cielo e noi

a cercare la musica che tracci la strada

dopo le macerie. Una gioia appesa

ai balconi fioriti e l'alfabeto

canta con accenti più giovani.

La vita è aperta

a inventare nuove prospettive.

Notazione di un attimo - qualche lettera

in stampatello barcolla sulla pagina

ma non si arrende, anzi,

di fronte al bene e al male

si arrampica in aria scompigliando i princìpi.

*

I passi della luna

E' tempo di fermenti

incuriositi più che mai

alle varie stranezze. E' lì la vita?

Il sorriso si è spento sulle pietre

e la luna va scivolando nell'ombra.

Scusa il ritardo per un fatto banale:

la notte si è appoggiata

a una finestra semiaperta.

A volte inseguo il cammino dell'acqua

lungo i tubi del muro,

i pesci blu a spasso con le stelle,

la neve che cade a pois,

due cavalli marini imbizzarriti.

Hai visto? si è incrinato il bicchiere

e cricchia il legno scollato del parquet

sotto i passi felpati della luna.

*

La cresta dell'onda

"Intorno a te si torceva la vita"

Cristina Sparagana

 

Il guizzo delle isole appare all'orizzonte,

il volo degli uccelli marini

sopra le vele srotolate.

Adesso il mare ha il colore del vento

che cigola dentro le sartie

e fa incerte le nostre speranze.

Tempo, dici, che affila i nostri corpi

rendendoli vigili e attenti.

Guarda come splende la voglia della vita,

ma la vita è scavata dalle ondate

e sembra che il bar cada di sotto.

L'acqua manda barbagli,

una foga leggera

a sostenere la marea che sale

sale fino a entrare nel porto

con disinvoltura. E' impossibile

fermarla - quanti flutti

levati si sfilacciano nell'aria.

 

.

 

 

 

 

GIORDANO GENGHINI


I.
Distesa sul mio cuore, l'anima mia respira.
Sul volto della foglia risplende l'universo.
Rapita dentro il corpo, attraverso lo sguardo,
la luce immaginata crea ricami e colori.
Rivestito dal mondo, cinto dagli orizzonti,
l'alto soffio del sole fiorisce in cieli d'erbe.
Lo scoiattolo-nube gioca fra i verdi monti.


II.
Mille stelle in una bolla:
in un'ala di farfalla
vasti cieli di velluto.
Le galassie sono neve
e la luna è un fiocco lieve
nella tenue luce gialla.
Gemma d'anima rampolla
dentro il corpo che la culla.

 

.

 

FABIO GRECO


Notte si fa in me
più chiara
limpida del giorno.
A breve farà eco
un silenzio solo mio.
Nella quiete emerga
una distanza che almeno
d'illusione mi sazi.
Preda è l'anima ferita
più secca, nera di dolore.


*


Ogni volta
Ti ritrovavo
seduta su scale
di sale, il mare
fra morbide labbra
posava la linfa
ed esuli zattere
gemevano smarrite
nel silenzio
delle tue braccia.

 

.

 

ANDREA CROSTELLI


Ad Antonio Santinelli


L'onda, respiro del mare.
Soffiavano dalle nari i tuoi cavalli
un forte attaccamento alla terra,
un forte respiro di vento.
Voleva esser pieno il tuo passo
del giallo frumento verità,
dorato segreto dell'arte
a piccoli sorsi donato.
Appesa ai tuoi occhi e frapposta
l'atroce meridiana del tempo
fissava l'ora senza nome,
priva di sole e fughe d'ombra,
la somma di tutte le ombre.
Oggi guardo il pulviscolo dorato
nella fascia di luce: moscerini
in sospensione: catalessi del corpo
dell'arte, e penso a te, amico caro,
mentre passi ancora fra le nuvole
e sposti l'aria dei miei pensieri,
a te che mi gridasti aiuto senza voce…
riprendo a cavalcare in groppa
al tuo cavallo con la tua forza
in corpo, dopo che, per un attimo,
il tuo passo si fermò, il mare
ritrasse il suo respiro
e fu la secca. 

 

Da: "IL CONTENITORE DELLE NUVOLE" - 2001
Circolo Culturale La Gioconda - Ostra (AN)-


LA MUMMIA
La mummia del mondo
non può ascoltarti,
sei per lei
ciò che è lei:
un organo senza fiato.
Le giri intorno,
cerchi una fessura
... occhi persi
dal grande dolore...
la cantilena del delirio
è fumo che non si posa.
*
VASTITA'
Il trapezio della luna
è un disco volante,
sul rettangolo azzurro
colpisce di luce la piccola sfera,
al ritmo di ping pong
le risate nella vallata
sono il tuono sangue del cocomero,
la gracchiante eco dei corvi.
Solitario
voli airone
al tuo nido di polvere,
congelati occhi
ti troveranno mai
Sul treno della luna i vagoni delle nubi.
*
ARMONIA
Mi cala la notte sulle spalle
il pesante mantello oscurità,
pensante paroliere al leggio
sfoglia veloce libro di parole
sulla bocca del silenzio.
L'arma in più
è l'estasiante sorriso.
*
SEGRETI...
Vero ufo
spia accesa, il Sole,
scopre segreti al sorgere,
arrossisce il tuo sguardo,
timido ti volti,
ombra che tradisce
l'anima svuotata
*
VENTO CIPRESSO
Il vento cipresso
spiraliforme nuvola,
cuscino spiumato
ventaglio carezzevole,
dormitorio perenne
pacificato spirito.
*
LA RETE
Il letto del poeta
è un fiume adagiato di parole
dove scorrono i nostri sogni:
pesci che di tanto in tanto
saltellano al di fuori
all'aria fossile:
imprimatur versi
la cattura immortale
del pescatore.
*
"CARTA BIANCA"
A Plinio Acquabona


e alla sua poesia
Non sempre
così felicemente sera,
sciogliere grumi di poesia
nelle mie vene.
Esse son lì,
a gridare solo d'esser prese,
parole di sangue universale.
Spazio in "carta bianca"
l'invenzione e l'ecclimetro
succhia al poeta.
*
FIAMMATA
Spandermi fumo
mentre l'azzurro si spegne
e arde coniato il mar rosso.
Odoro già di cenere,
vedo consumarsi
il braciere della mia esistenza.
Dondolo vuoto in cielo
ascoltandomi sereno.
*
L'ATTO
L'amore è lasciarsi
succhiare il sangue,
è un atto di farfalla
che si posa lievemente
sulle spalle dell'Infinito.
*
L'ENERGIA CHE EMERGE
Il bosco dei frati
muove il suo cappuccio stasera,
come dentro una conchiglia
tutto il respiro del mare in tempesta.
Ma non c'è inquietudine
in questa mia Pasqua,
landa di rassegnazione.
Io gorgo torbido d'un fiume
col collo radar di struzzo
rifiato dal mio circolo senza uscite.
La fede è l'energia che emerge
per camminare sulle acque,
passare a porte chiuse,
aleggiare da risorti in cielo.
* * *


Da: "DENTRO OCEANI"


(poesie e pitture per la Mostra
tenutasi a Belvedere Ostrense nel luglio 2008)


Oscuramento
Quanto mi spegnerei facilmente qui
all'ombra riarsa di un sole tagliente
alla memoria lugubre di un epitaffio immemore
quanto mi spegnerei facilmente qui
dietro il vetro che scompone il mondo
e ne clicca il suono oltre il suo sigillo
Loro son là per la strada maestra
e io di qua chiamo il mio maestro
che non arriva se non nella raccomandata di esistere.
*
Il ratto
Su questa carrozza dondolante
i cavalli, spossati, a volte si riposani,
sempre all'erta al morso del serpente,
alla rapina del fuorilegge.
Tutto ciò è il mare la nave le vele,
i tentacoli della piovra e gli agguati dei pescecani:
Terribili ansie a chi cavalca le onde,
insidie nascondono le acque
mostri per chi non può vedere.
Non gioca a carte scoperte l'Oceano,
luccicante il dorso che svia il tuo sguardo
pensi "adesso bara" e bara si fa paura.
Dubbi sulla sconfinata limpida onestà,
sincerità trasparente che non ha facce
se non la tua che vi riflette
l'anima sperduta inconsolabile dell'uomo.
*
Io sono sempre altrove
1
Ho ribaltato le mie case
e le mie cose in mare
lo faccio ormai da quarant'anni
ogni mattina quando mi guardo allo specchio
e vedo il vuoto più assoluto
piombarmi addosso
naufrago di me stesso
e della malattia che mi porto appresso:
l'ancora delle mie pazzie
gettata nell'universo senza suolo
2
Sbatto le palpebre
che si riaprono
nel nulla è cambiato
la mano del mondo
non sa dove sono
e non può afferrarmi
sono invisibile
come palpebre mute
che fanno meno rumore
e ancora meno presenza
della quercia che pensa...
io sono sempre altrove
3
Inoltrato dal silenzio
nel mare può vogare
il mio verso,
suono di bassa frequenza
ecoscandaglio di balena
parole viaggiano a lungo
sotto il braccio del mare...
... e il mare
sfoglia libri...
intanto smemorato
il mio viaggio
porta me altrove
senza rileggermi

*


Da "PAESI DI MARE"
Circolo Culturale La Gioconda - Ostra
Tecnostampa Edizioni, 2008
11 novembre 2007


Concentrato
su una gamba sola
come un fenicottero
raggiungo
stasi ed estasi
e perdo così
anche l'ultimo appoggio
mentre la mente
porta lontano
nel giorno che fugge
dal corpo
e il corpo alleggerito
lievita sospeso
galleggia a mezz'aria
improvviso s'impenna
mette le ali e insegue
la mente già lontana
per riaccorparsi a lei
accettando l'eccezione
della gravitazione
al posto del consueto
toccare piedi a terra
*
Provvidenza
Sembra allentarsi intorno
il foro dei chiodi delle stelle
ma non v'è pericolo che cadano
oltre il mare che le accoglie
con il suo salvagente
resteranno a galla
oscillando ancor più nel loro tremore
ricordando il mio spalpebrare
muto e sperduto
così anche i miei quadri
protetti dalle ali degli angeli
non si staccheranno dalle pareti
* * *
Andrea Crostelli è nato nel 1963 ad Ostra, dove vive e lavora.
Collabora con diverse case editrici come illustratore,
fumettista, critico artistico-letterario. Espone le sue opere
in Italia e all'estero. Ha pubblicato varie raccolte di poesie, e
l'opera per cui ha ottenuto lusinghieri consensi dalla critica,
"Nei Mari di Melville" (Moby Dick, 2004).

 

.

 

 

 

 

Raffaele Piazza

 

"Tesse una musica"

 

Tesse una musica il marino

fluire senza tempo, l'onda verde

che trasparente vola nella forma

di donna, di conchiglia che scolora

sulla spiaggia dalle felici trame

dove nella tua notte posi l'ombra

tra la sabbia dei passi che riveli

un moto precedente di parole

presunto tra l'argento che ti sfiora

di una luna a pochi tiri

di sasso levigato dall'attesa.

 

.

 

Flavio Almerighi

 

essere

 

essere treno d'ossa,

fiducioso aspetto un segno e uscire

dal mezzo di una stazione sognante

immersa emersa in mille soste estive,

tante volte una voce assonnata

annuncia partenza e liberazione

poi in sequenza muore,

senza lasciarmi andare

mai

 

.

 

Raffaele Piazza

 

Del mio tempo il senso

A Felice Serino

 

Ascoltami, Felice, esiste

una forma che sgretola

le cose, entra ossigeno

nel sangue ed è la poesia.

Dove tu sei ancorato

ad un computer per emergere

dalla chiave della

nebbia, immagino la città

di te da me visitata nel 1984.

Dove accade la vita ed è la

Vergine a prendermi per mano

sotto il Manto, gioisco e

trasalgo per mio figlio

amato e non voluto diciottenne.

Calma estiva nelle mattine

di pace occidentale nella sua

per economia differenziandosi

essenza,

da quella dell'Africa Centrale,

la morte dei bambini neri.

Presagi di gioia, Felice, dopo

le visite rarefatte alle librerie

e alle farmacie e i libri letti,

lo squillo del telefono,

la voce degli amici e

bere il vino rosso per redenzioni.

Parlano i pini del Parco Virgiliano

e un messaggio giuntomi per e-mail

da sorgiva ragazza, dice che

le sono piaciute molto le mie poesie

sul sito di Felice Serino.

Pasolini e Dario Bellezza

vegliano, maledetti angeli.

Mio figlio guida l'auto con

sicurezza, padre gioioso, ho spiato

il suo diario dove ha scritto

sei una ragazza affascinante

verresti a cena con me?

Ieri succhiava dalla tetta.

Alessia, perdonami una vita!!!

 

.

 

Dalì - Baccanale

 

 

 

Poeti vari

 

 

CHANDRA CANDIANI

 

a Misha Alperin

Dammi un gesto vuoto
senza redenzione,
suona al pianoforte
una salvezza per la mia
belva notte,
un a-capo in picchiata
fino alla riga spezzata
ruvida
di ogni poesia.
Sono parola minuscola e nel fitto
e tu già asceta
sei il silenzio
la foresta protesa
al canto di un solo uccello
quello che custodisce
nel becco
il segreto.
Ho l'anima di carta
prende fuoco per un nonnulla.
Il teatro di una piccola
città di mare
da solo nel buio
improvvisi al pianoforte
una prova impossibile.
Qualcuno mi strappa:
«È un momento di segreta
intimità». Ma
c'è piú abissale intimità
di suonare
a un pubblico spaventato
il silenzio
la gioia sfrenata
del silenzio?
Condividiamo il cibo del mondo
Misha
come gli uccelli il vento.
Senza saperlo.
.
Chandra Candiani da 'La bambina pugile'. Einaudi
.
Chandra Livia Candiani all'anagrafe Livia Candiani (Milano, 1952) è una poetessa e traduttrice italiana.

*

 

 

2 poesie di EUGENIO MONTEJO

 

Essere qui per anni sulla terra,
con le nuvole che arrivano, con gli uccelli,
sospesi ad ore fragili.
A bordo, quasi alla deriva,
più vicini a Saturno, più lontani,
mentre il sole gira e ci trascina
e il sangue percorre il suo profondo universo
più sacro di tutti gli astri.
Essere qui sulla terra: non più lontani
di un albero, non più inspiegabili;
lievi in autunno, rigonfi in estate,
con ciò che siamo o non siamo, con l'ombra,
la memoria, il desiderio, fino alla fine
(se c'è una fine) voce a voce,
casa per casa,
sia chi porta la terra, se la portano,
sia chi l'aspetta, se l'aspettano,
ogni volta spezzando insieme il pane
in due, in tre, in quattro,
senza dimenticare gli avanzi della formica
che viene sempre da remote stelle
per essere puntuale all'ora della nostra cena
benché amare siano le briciole.

(da Territudine, 1978)
.
.

Lascia che ti ami fino a quando girerà la terra
e gli astri inchinino i loro cranei azzurri
sulla rosa dei venti.
Galleggiando, a bordo di questo giorno
nel quale per caso, per un istante,
ci siamo destati così vicini.
Ho potuto vivere in un altro regno, in un altro mondo,
a molte leghe dalle tue mani, dal tuo sorriso,
su un pianeta remoto, irraggiungibile.
Sono potuto nascere secoli fa
quando non esistevi in nulla
e nelle mie ansie di orizzonte
potevo indovinarti in sogni di futuro,
ma le mie ossa a quest'ora
non sarebbero che alberi o pietre.
Non è stato ieri né domani, in un altro tempo,
in un altro spazio,
né giammai accadrà
quantunque l'eternità lanci i suoi dadi
a favore della mia fortuna.
Lascia che ti ami fino a quando la terra
graviterà al ritmo dei suoi astri
e ad ogni istante ci stupisca
questo fragile miracolo di esser vivi.
Non abbandonarmi fino a quando essa non si fermerà.

(da Papiri amorosi )

.

Eugenio Montejo (Caracas, 19 ottobre 1938 – Valencia, 5 giugno 2008) è stato un poeta e saggista venezuelano.

 

*

 

FERNANDO PESSOA

 

Ho pena delle stelle
che brillano da tanto tempo,
da tanto tempo…
Ho pena delle stelle.
Non ci sarà una stanchezza
delle cose,
di tutte le cose,
come delle gambe o di un braccio?
Una stanchezza di esistere,
di essere,
solo di essere,
l'essere triste lume o un sorriso…
Non ci sarà dunque,
per le cose che sono,
non la morte, bensì
un'altra specie di fine,
o una grande ragione:
qualcosa così, come un perdono?

 

*

 

 

Dylan Thomas

*

 

Fernanda Ferraresso Haziel

 

Tu, come lama di coltello sei entrata nel mio cuore in lacrime!

Charles Baudelaire, Il vampiro

.

su fondamenti invisibili fuori prospettiva

con precisione chirurgica

la lama della lingua

ha affilato il verbo amare

ma fu un punteruolo

che impugnò il desiderio e impudico

dal quel corpo analfabeta estrasse una costola parlante

l'ombra viva che con il fiato rimodellò

femmina da uno scheletro senza nome

insieme la carne tornita di fresco

ebbe la stessa immagine riflessa divina una sola semenza

ma qualcosa andò per il verso sbagliato e

lei non volle giacere sotto di lui non volle

stare sottomessa per un volere che non fosse il suo

rosso un mare aperto fu la sua casa di tendini e battiti e futura

la conoscenza di se stessa l'albero e il frutto in una sola terra

fuori dalla legge e lettera a se stessa il suo linguaggio

fu notte e crepuscolo

non addomesticabile la sua fiera è monaca ferina

di una natura selvaggia e ingovernabile monca in lei la morte

perché dea di terra in una terra la riconobbe

nel suo ventre radica preistorica una realtà millenaria

della vita e dell'inizio di ogni vita

fertilità di una passione mai prona che ogni regola trasgredisce

su tutto innalzando la bellezza

di tutto quanto è un cosmo creato

notte oscurità penombra è spirito di vento la sua orma

nella tempesta avanza piegando il giglio del suo desiderio

bianco regale e netto da terra si erge innocente in un caos di lussuria

il fiore liberato da qualsiasi sottomissione e ricatto

la sua purezza scintilla su uova di depravazione

la sua astinenza è l'inizio di tutto quanto è possibile ancora

f.f.- L'isola e il cerchio- su fondamenti invisibili fuori prospettiva è l'amore che non si può dire

 

*

 

Amina Narimi (Claudia Sogno)

 

Siamo stati angeli nell'acqua,

piccole stelle dell'alba,

quando ancora le viti erano muschi,

farfalle di mare che andavano alla deriva

sbattendo l'azzurro dei piedi

tra le onde del sole

seguivamo il ronzio genitale dei nostri delfini

i click sordi delle stenelle in amore,

nutrendoci degli errabondi, i mangiatori di luce-

di notte facevamo buon conto della neve marina-

Più di tutto amavamo i verdazzurri,

centomille in una goccia di sale,

e i nostri capelli luccicavano a giorno.

Quella notte, la grande notte,

seguimmo una forma di lacrima

che andava a deporre le uova.

Ohh cosa stavamo vedendo

nella buca profonda di sabbia,

bambini! Stretti nella preghiera

ci fermammo

per ordine delle mani

fino a farli sparire.

Il mare si calmò, con l'anno nuovo,

minuscoli pastori cercarono l'uscita,

puntarono al largo verso l'acqua nera,

portando sul dorso come faville.

fu allora che le albere presero a far luce

che ci contammo le ossa una ad una

passando le dita a vicenda negli anni

finché una bambina prese a salire,

con le giumelle educate all'amore,

le nostre timide gole per terra

alzando la neve dal suo libro d'ore

come fa un mattutino all'Ave Maria.

 

https://www.youtube.com/watch?v=zthq9p8uTBg

 

*

 

 

Dalì - Leda atomica

*

 

Poesie di Ezio Falcomer

 

Chele d'amore

Sequele di aromi

umori estasiati

tutto mi porta

il vento di vita

un flutto sommerge

miei malati sapori

le chele del tempo

brezze sciupano e faville

al macero di gloria

di boria ostinata

ma non il cuore che ama

singulti di stupiti cantori

si diramano a radure

e l'amore è ormai

mio vizio e mia aria.

(Ezio Falcomer, "La vita picara", Lanuvio RM, Narrativaepoesia, 2010)

.https://www.accademiadeisensi.it/2012/10/chele-damore-ezio-falcomer-la-vita.html

.

Prego le muffe

Del mattino io studio la freschezza

e l'illusione, i promontori

di parole vane, la gloria degli uomini.

Della memoria i meccanismi

sociali. Chiuso qui in convento,

prego le muffe e i fantasmi

del cuore, degli ancestrali volumi.

Farnetico di spiriti, di oscuri

sacrifici, di frutta lavata.

Ho un'anima gentile e malata,

ho i piedi nudi. Orecchie da sbarco,

cervello svaccato, sogni. Ogni.

.

Zucche marce

A volte divento malato

e amo i suoni

della ferraglia arrugginita,

dei cavi del tram che starnazzano,

del fetore delle zucche marce.

Amo il silenzio

della folla distratta dai pensieri,

delle vetrine

imbambolate dall'attesa.

Divento così malato

che mi schizzo via

da ogni orbita

e il mio cervello

è solo pieno di solitudine

e formaggi stagionati.

E non c'è un giorno da passare,

ho solo bisogno

di parole acide e convincenti

e dell'eterno,

come di una coperta slabbrata.

Voglio cadere fuori dal tempo

senza dare nell'occhio,

facendo finta di sputare

contro il muro.

.

Sei l'albore

Sei l'albore,

Il turgido granturco,

la viscera innamorata

che mi conduce

al di là del male.

In te riposo,

gioia e tristezza,

indomito abisso

io cerco,

fine

del dolore animale.

Come un fiore,

farmaco

al mio essere scisso.

.

Sulla prora

Amo in questo

essere sulla prora,

in questo

sottrarmi al dolore,

aggiungere amore

alle radici dei fiori.

Alzo lo sguardo sul mare.

Linguaggio crittato

d'onde e spume,

illusorio sprofondare,

dimenticando la storia.

Senza più rancore,

né pirati,

né granchi dalle chele avvelenate.

L'oblio è lettura,

la lettura è preghiera.

Dimenticare sofferenza e fatica.

Nero silenzio abbacinante.

.

Macerie

E verrà il giorno in cui mi arrenderò,

camminando fra le macerie,

il cappotto rubato a un cadavere,

l'orecchio a un antica musica,

deposta la fatica detta vita.

Mi arrenderò e sarà un sollievo.

Avrò fra i denti

un sangue d'ironia,

il teatro emaciato,

silenzioso senza più bestemmie

e sudore di apprensivi guitti.

.

Ora di punta

È un'ora di punta come un'altra,

questa, delle dieci del mattino.

Mi dico: "Ho sbagliato tutto nella vita?

Forse dovevo arrendermi prima".

Ma i cieli sono in fiore

e le fogne emettono umiltà.

Dovevo fare tante cose

prima di arrivare a questo punto.

È accaduto tutto tanto in fretta.

Le stelle sono collassate

prima che io avessi il tempo di dire "beh".

Non ero preparato a nulla.

La vita mi è venuta addosso

come un treno.

https://www.alidicarta.it/autore/ezio-falcomer/testi#sc

.

Mi accadi

Mi accadi di meandri di baci

esulto in braci di averti

taci

svelami il dono di concerti sontuosi

di carne e d'afrori

assaggiarti d'amore

ah i tuoi sguardi

coloniali romanzi scabrosi.

(dalla raccolta "La vita picara", Lanuvio (RM), Narrativaepoesia, 2010, p. 105)

https://www.rossovenexiano.com/blog/ezio-falcomer/mi-accadi

.

Ezio Falcomer è nato a Concordia Sagittaria (VE) nel 1962 e vive a Torino. Lavora come insegnante bibliotecario e archivista nella Scuola Superiore. Ha un'esperienza di attore di prosa in teatro e in Rai, negli anni Ottanta. Dottore di Ricerca in Italianistica (1997), ha pubblicato Carlo Vidua. Un giovane letterato subalpino in età napoleonica (Alessandria, Dall'Orso, 1991) e altri lavori di critica letteraria su Camillo Sbarbaro, Eugenio Montale, Giacomo Leopardi, Carlo Goldoni, Voltaire, Piero Gobetti, Ippolito Pindemonte. Nell'aprile del 2010, Nerosubianco ha pubblicato il suo Vorrei vincere il nobel per la Fisica come Frank Einstein. Post comici, demenziali, ludicomaniacali. Nello stesso anno è uscita la raccolta poetica La vita picara (NarrativaePoesia, Lanuvio, RM) e nel 2012 Rottami d'oro (Ilmiolibro.it).

https://www.puntoacapo-editrice.com/product-page/luna-comica-ezio-falcomer

 

 

 

*

 

Poesie di Giangiacomo Amoretti

 

Essi nell'ombra, i senza tempo, i morti,

così pallidi i loro volti, esili

e tremanti le loro braccia, le

mani diafane, aperte ancora, essi

che non parlano, che

forse appena respirano, lontani

più del cielo e degli astri, e ci riguardano

fissamente da sempre – sanno, i morti,

di noi ciò che ci è ignoto o fu perduto

nell'oblio, ciò che amammo

e che sognammo; e tristemente osservano

il logoro filmato in bianco e nero

del nostro scivolare,

del nostro lento approssimarci a loro.

*

Aperto sei tu, ancora,

e non sei tu – aperto

sei la lama e sei il taglio,

sei il sangue ed il respiro.

Ti avvolge l'aria, ti

brucia uno spasmo. Sei

lo scatto breve, il gesto

immobile – sei il volo

che oscilla e non si arresta.

Aperto, sei già oltre

la terra infesta e l'ombra

che la sòffoca. Aperto

sei il non essere e il buio –

l'orizzonte – la luce.

*

Le voci più lontane, il fruscio lento

della risacca sugli scogli, i rauchi

richiami a tratti dei gabbiani. È l'ora

che precede il crepuscolo e dischiude

a un silenzio più alto e mare e cieli

e nuvole e colline, quando sale

a poco a poco uno stupore nuovo

nell'anima e si fa quasi dolente,

guardando, il memorare – più segreto

lo sperare, più limpido l'attendere.

*

Appena trattenuto

lucore – sangue o anello – tra le unghie,

livido, come fosse

già semistinto e ancora

fin dentro la tua pelle

avido e la tua carne

di splendere nel vivo

tutto della sua fiamma

e nel suo sole, ancora, prima di

svanendo farsi nulla dalle tue

mani dischiuse – buie

mani stremate dalla febbre, cieche.

*

Io guardo te nel fondo dello specchio

e in te lo specchio, il vetro e il suo riflesso,

te immagine di nulla e corpo vero,

tangibile ora-e-qui, fantasma e velo.

*

Da quale sfatta mezzanotte a quale

biancore a malapena intravisto e già forse

temuto, tra le foglie, di là dai vetri, o

adesso in questo ombroso interno di memorie

e di vaghe presenze, quando spessi tendaggi

o velami nascondano i gesti rallentati,

nel sogno, di chi piange senza piangere – da

quale ansia, remota ancora, o quale

febbrile sussurrio, fra i divani, alla luce

crepuscolare e fioca di un abat-jour – da quale

rarefazione minima, là fuori, della coltre

vellutata di bruma che avvolge alberi e siepi –

a quale oltre, a quale via di fuga…

*

E così passeranno i nostri morti –

sarà memoria, sarà sogno, o altro... –

a passo lieve, per le strade e i viottoli

qui di Liguria, forse, o forse altrove,

per campi senza alberi e pianure

velate dalla nebbia. Passeranno

ignoti a noi – ci guarderanno appena,

come distratti, forse, o forse ci

ignoreranno – alti, silenziosi,

oramai senza volto e senza corpo,

senza nome. Così, a uno a uno,

scivolando fra terra e cielo e

svanendo nel crepuscolo, da noi

già quietamente prendono congedo.

*

Questo mistero, che tu sia te stessa

di là da me, guardandomi, eludendo

a momenti il mio sguardo, e muta là

respirando, lontana e vicinissima,

di terra e d'aria, più mi inquieta, più

mi meraviglia, adesso, del mio stesso

ancora, qui, esistere, guardandoti.

Forse altro non è, penso, l'amore

che questo lungo riguardare, questo

incantarsi dell'anima davanti

a un'imago, a un'icona, a un volto in ombra –

a una silente epifania dell'essere.

(In: Poeti italiani del '900 e contemporanei)

*

Come chiamare te – angelo, specchio,

volto dentro lo specchio, altro me stesso?

O nulla del mio nulla – né teda né lucore –

fuoco fatuo, riflesso – tremito d'aura – albore.

*

Velato amore, non dischiuso amore,

amore di ombre, amore di silenzi,

di non detto, di implicito, di vago,

amore che si occulta, muto, e spasima,

dolente – ignaro pur

di sé, di sé dimentico e di tanta

sua luce e fiamma.

*

Sussurro: 'tu'… e si apre a me uno spazio

ove non sono già più io, ma quasi

altro da me, da me remoto – come

se per prodigio in me di colpo fosse

qualcosa giunto a compimento di

profondo e ancora inconosciuto – chiuso

alfine il cerchio, risanata la

ferita che doleva, antica. E posso

parlare nuovamente, dire e forse

udire – posso pronunciare un nome,

questo, che è il tuo – tacendo, a tratti, gli occhi

semichiusi, non quieto, non inquieto,

o sussurrando, a voce bassa – io

memore e stanco, attònito di te.

*

E le bare, le bare in fila a Bergamo

davanti al cimitero – sullo sfondo,

in penombra, il Famedio – le hai vedute

dormendo? Quasi fossero

le tue da sempre, immagini

dei tuoi deliri, delle tue, né inconsce

né coscienti, paure... O sogni, ancora,

e null'altro che sogni... A una a una

le vedevi posare

più grevi sulla terra, oltre la notte –

come uccelli feriti, come foglie marcite,

premendo su di te, sul tuo silenzio.

*

Forse è questa, mi diceva, la pena

che ti attende e mi attende, non sai

quanto amara, e piangeva, lei

dolorando per me. Salivano lenti

larghi fiocchi di nebbia a separarci,

solo i suoi occhi ancora vivi e

tremanti. Madre, oh madre, io,

tendendo in alto le mani, invano,

dicevo, o sognavo di dire,

già muto, già di lei spogliato ancora.

*

La luce che balùgina

ai vetri a mezzanotte.

Un brividio più lungo –

un battere di denti.

Il corpo che non sa

e che sa – né dimentica

la punta della spina,

il bruciore del lampo.

Il corpo che si affida

al chiudersi, al non dire –

ad occultare sé –

a celare il morire.

*

Esistere che arde e si fa cenere,

che sale in alto – fumo, aria o luce;

che si assottiglia, che si sfrangia e

diventa altro, cede al non più essere,

al non vedere, al non mai più sapere

che è oblio e già evidenza – cecità

e balenio di una veggenza d'oltre –

nulla e non nulla – buio e primo incipit.

E fosse, chi può dirlo, appena un filo

d'erba che oscilla, un soffio

lene di vento, o questo blando ora

va e vieni delle acque

sull'arenile. Esistere che palpita

un attimo e dilegua

subito nel non più – e così è

per sempre, in questa notte che lo serba.

*

Tu chiedi chi io sia, tu che mi ascolti

adesso fra speranza e dubbio – e io

che non so nulla e a malapena so

di te e delle tue angosce,

dei tuoi silenzi e delle tue parole,

io ti guardo stupito, a lungo… Io sono

da te, io sono a te – invisibili

i miei occhi, invisibili da sempre

le mie ali di aria – io connato

in te e con te dall'acqua

purissima e segreta di una stessa

polla battesimale.

Io sono in te il silenzio, in te la voce.

Sono l'Angelo – sono te medesimo.

*

Di amore questo puoi

dire, dubbioso: amore

è appena un volto, appena

due labbra che si schiudono;

forse una mano che

vada sfiorando lieve

un'altra mano; forse

meno ancora, uno sguardo,

una tinta, il profumo

di un corpo che non c'è.

E avresti quasi detto

già tutto, e pure ancora

mancherebbe qualcosa,

un nonnulla, quell'ultima

sfumatura che sfugge

al dire – l'inespresso,

l'inesprimibile altro:

di là dal cielo il cielo,

di là da questo mare

il mare quando è l'alba –

e l'altra rosa dietro questa rosa.

*

Acrostico (nuova versione)

Ora la luce è come aerea, come

Trasparente e remota, in questa ora

Tarda che si fa sera e lunghe, rosee

Ombre già si diffondono. È così

Breve adesso al tramonto il giorno... questa

Rarefatta chiaria, questo velato

E dolente presagio di una fine...

*

Settembre. Le ali porpora dei cirri

sfatti nell'alto, gli esodi infiammati

fra cielo e cielo dei rondoni, i voli

e i silenzi e gli spazi,

le albe, i non ritorni

per sempre –

ed i ricordi,

i ricordi che straziano.

*

Spleen

Malinconia dell'angelo che guarda e che non vede,

che si avvicina a Dio da sempre e ne è lontano

più di noi stessi – le sue ali bianche

più alte di ogni cielo e di ogni nuvola.

Malinconia di esistere – angelo, uomo o rondine –

in bilico tra i mondi e sospesi nel tempo.

La linea del confine sempre oltre.

Il mare uguale senza un orizzonte.

E quando si fa sera questo lungo discendere

come di un velo fumido sulle spiagge deserte.

Le acque immote, color blu cobalto.

Sospeso in alto, fioco, il plenilunio.

*

Giangiacomo Amoretti · Ha studiato presso Università degli Studi di Genova · Ha frequentato Università degli studi di Genova · Vive a Genova · Di Imperia.

 

*

 

 

Maria Chiara Linn

 

*

 

Poesie di Mattia Tarantino

 

21 luglio '18

C'è un'estate di sangue e mare. Un secolo che ci obbliga a tramare un'elegia, un'elegia all'Europa che muore.

Per il Collettivo MalaTerra:

"Oppure da una lingua del Nord

sarà la sillaba che gonfia le ossa

dei morti? Fummo il fanciullo e fummo

l'acrobata: c'è sempre

una fune tra luce e precipizio.

Veniamo a bruciare

le vertebre al cielo, veniamo

a invertire la pioggia:

certi versi sgozzano

le aquile, altri

marciscono i vessilli dell'Impero.

Quest'acqua ci disperde, non conosce

i nomi cui ha rubato sangue

e sorte. A quest'acqua

noi torniamo in obbedienza, senza croci

che trattengano le stelle.

Da lontano una Medea

araba conduce la sardana:

chi rompe il cerchio lo rimette

ai margini del tempio.

Arrivano le schiere: impugnano

e rovesciano il gerundio;

arrivano le gazze

ma tu raccogli solo fiori estinti."

Mi preme segnalarla a Claudio, Annamaria, Gabriele

A Ginevra, che ne custodisce il segreto

*

Mi troverai al di là della luce,

nell'orma bianca del passo

tracciato dal canto, dove tutto

il dolore del mondo è ammainato.

Sarò il verbo custode

di ogni avvenire, la fiamma

che purifica il fiore:

vivremo nel bosco segreto

dove accade ogni cosa, dove

regna la mano che stringe

la mano, e l'uomo con l'uomo.

Già tramo l'incanto dell'iride

e conosco il mistero dei mondi.

Ho visto la prima parola

e il primo bacio svelarsi:

saremo la grazia e la lira,

il passero che addomestica il cielo.

Saremo la rovina dell'angelo

caduto da un cielo ostinato.

(inedito per gentile concessione dell'autore)

*

La vita è davvero bizzarra: tutto prende un verso, tutto ha più di un verso, tutto è verso. Ma i versi non sanno molte cose, si perdono, si consumano.

Per il Collettivo MalaTerra:

"Ma i versi non sanno

ingoiare le falene quando sempre

più nere e sempre

più feroci insorgono e devastano.

Non sanno quanti nomi

possiamo dare agli angeli, quante

voci setacciare fino all'ultima

vocale ancora intatta.

Non sanno quali giri

porta avanti la fortuna, quali sfere

interrogare perché i bimbi

non confondano il sangue con le rose.

Eppure conoscono

il mistero delle gazze quando legano

alle ali un cielo furibondo."

*

Un salmo usurato

Comando che il tuo cuore tossisca

timido, tra le mani degli angeli.

Poiché non fui che un salmo usurato;

il profeta dei morti e il fanciullo

che invoca perdono dai fiori,

chiedo in questa veglia la parola

che ci salvi dall'inverno e faccia casa.

***

La stanza

Si ammala la parola, le mie

vertebre si curvano in silenzio.

Non piove che acqua sporca,

e questa stanza è troppo bianca:

morirò nel singhiozzo delle allodole.

***

Luce

C'è l'acqua, c'è la pietra, e tu potresti

sprofondare nei miei versi non salvando

che una rondine corrotta:

troppa luce squarcia l'ala, troppa luce

squarcia il nero e lo redime.

Prenderemo Roma con i nostri

nervi curvi in cui collassa

il cielo; non avremo

che una voce malaticcia a rivelare

ciò che tramano le sillabe:

questa luce è lo starnuto

di ogni angelo perverso.

***

Silenzio

Ma lo conosci il segno

degli angeli? Quello che confonde

l'acqua con le rose, il pane

e un antico verbo senza suono.

Da molliche e da crepacci risorgiamo

a una veglia furibonda:

è singhiozzo, questi versi e poi il silenzio.

***

Mio nonno

"In autunno i morti gorgogliano,

hanno in gola la rosa

interrotta, le ultime

parole mozzate ammainando

la luna. Strette

queste ossa, stretto

il bacio che li negò al mondo:

c'è qualcosa di sepolto

tra mio nonno e il mio cognome"

*

Vorrei guardare il cielo

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle

mi aprono il sangue e disturbano

i versi in bocca ai morti:

stanotte mia madre non partecipa

al pane che si spezza, non consente

né risate né preghiere, capovolge

tutti i nomi e li scavalca;

stanotte mio padre non ricorda

quante volte ha indovinato, quante volte

la parola gli ha mozzato la parola.

Stanotte prendo l'ago e cucio

i miei occhi agli occhi di mia madre, prendo

un piccolo coltello e svuoto

le mie ossa nelle ossa di mio padre.

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle

le ho tra i denti e fanno male.

*

Mattia Tarantino è nato a Napoli, a secolo già iniziato.

Dirige il blog "Alka-Seltzer – La disobbedienza è la blasfemia dei servi"; fa parte del collettivo artistico "Nucleo Negazioni". È presente in diverse riviste e pubblicazioni, cartacee e digitali. Si è sempre schierato dalla parte del torto, preferendo, da subito, Capitan Uncino a Peter Pan ed Ettore ad Achille. Ora vive nella terra dei fuochi, e si affretta a pubblicare le sue poesie prima che divengano postume e, quindi, famose.

da: https://poesiaurbana.altervista.org/mattia-tarantino/

 

*

 

 

Iole Toini – da Niente di tiepido, Pietre vive Editore 2023

 

*

 

POESIE DI ENRICO BESSO (EBYWEB) IN MEMORIA

 

S'ATTARDANO I CHIARORI DELLA SERA

S'attardano i chiarori della sera
ed è un incendio rosso il vecchio molo.
Giù alla marina l'aria è a pizzicotti,
ghiaccio a cristalli è il sale sulle labbra.

In questi tardi giorni di settembre
spiuma nell'onda l'ultima illusione,
quella promessa al buio sottomuro,
la fuga degli sguardi sul domani.

Pesa sul cuore questo mare scemo,
che prende e poi riporta ciò che ha preso,
pesa anche il tonfo sordo del silenzio

e questo vecchio immobile pontile.

Risillabo tra i denti piano un nome
e in me si muore l'ora della notte.

*

IN QUELL'ANDARE A STRUSCIO MURO D'OMBRA

In quell'andare a struscio muro d'ombra,
sfugge, tra un battito di ciglia e l'altro,
l'ora del giorno che si appresta a sera
e mi dolora, genuflesso, l'ansia
nel dormiveglia tra la pietra fredda
e l'incartare del sole in persiane
rigate a coltello dal vento.

Come
il muso del cane, che mi somiglia,
scompiglio l'ombra a questa vita morta
nel segno dei miei denti sulla mela.

*

LA MIA ISOLA

Confina a nord con l'orizzonte
l'isola che il male, a sud, lentamente
consuma
e all'onda, il gesto,
straniato anche Dio,
è un passo incerto alla battigia, stanco.
Riscatta il tempo, la sopravvivenza,
rabbrividisce al volgersi, la fine,
ché di perpetuo non esiste il moto
e nell'oscillazione è l'amarezza del domani

di quest'isola mia.

*

SMURO, A TRE PASSI DA UN'ORA QUALUNQUE

Smuro,
a tre passi da un'ora qualunque,
l'intrigo complice delle stagioni ormai perdute
e in questa vedovanza di sorrisi,
al gelo arato di rughe,
lascio le stoppie scritte a bordo pagina,
cariate da menzogne dolorose.

Oh possa io confondermi di nulla
migrando sulla rotta delle rondini,
oltre l'icona della sofferenza,
ortogonale a un tronco di carrubo.

*

DILAVA LA PIOGGIA DAI VETRI

Dilava la pioggia dai vetri
che già declina, obliqua,
l'ombra nell'incorruttibile sera,
dal ballatoio sul cortile.

Non sento il tuo odore da un anno
e prigioniero dei ricordi fiuto,
come un cane randagio,
ogni angolo del nostro letto.
Spengo la notte nei lampioni
di strade che non conoscevo
e il giorno mi sorprende vivo
col cuore appeso ad un bicchiere.

*

ABITO, PALUSTRE, LA CODA ACCESA DELLA LUNA

Abito, palustre,
la coda accesa della luna,
il semicerchio stillante
a graffiare la notte con le dita,
la polvere di stelle tra le cosce.

Ho scoperto la morte, bella!
-Vuoi forse fare l'amore con tua madre? –
E l'ho odiata. Poi, sono andato a spasso nel cervello,
attraverso il naso, l'occhio,
fino a palpare il sesso dell'ipòfisi,
orgasmo di una sega circolare.

Ora, sono così come mi vedi,
-un non vivo- e siamo in tanti,
ci diamo appuntamento al buio,
guarda, l'ultima a destra è la mia stella,
quella dove scrivo, vivo,
tutte le mie poesie.

*

LO SPECCHIO NON RIFLETTE PIU' CHE GLI OCCHI

Lo specchio non riflette più che gli occhi
e smascherato il viso al giorno,
schivo, nell'estro di luce,
l'ansia rubata di soppiatto al buio.

Non puoi conoscere quel vuoto
-a richiamare con la mente un gesto
e abbandonarlo, vinto,
ché anche una lacrima è fatica -,
non puoi.

Hanno le mani piccole i bambini,
piccole mani ad inventare grandi sogni
sui vetri appannati di fiato,
la morte è altrove.

*

A FISSARE INDELEBILE NEGLI OCCHI

Di questo ferragosto – avanti un passo
lungo le diagonali in mattonelle grigiorosso sporco –
ricorderò la balconata a mare
e il cielo a picco nell'alga che si piega a cartapesta stinta sugli scogli.

C'è l'agonia dell'onda lasca,
al ritirarsi lento dell'acqua,
in rassegnata attesa della fine.

-Clicco su pause, fermo immagine,
a fissare indelebile negli occhi questo istante. –

C'è un pò della mia vita
nel sale a scaglie che rimane.

Nell'aria a graffi e brividi, lontano,
a pelo d'orizzonte oltre lo sguardo,
la sagoma sfocata di una nave.
Sarà la vita che continua o forse
la vita che, passata, è andata via.
.
(Rivoli-To, 8.12.1957 – dic.2019)
.
https://farapoesia.blogspot.com/2008/01/enrico-besso-e-gli-anni-di-vento.html

 

*

 

 

Gianpaolo G. Mastropasqua

 

*

 

Eugenio Montale

Spesso il male di vivere ho incontrato

 

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato. 

 

*

 

Giovanni Giudici

 

Vivranno per sempre?

………………………………..Sempre, sì – mi dicevo

e le vedevo

alla distanza del tempo rimpicciolire

lontanissime, in piedi, a braccia conserte

su quelle stesse soglie, o leggendo gli stessi giornali

crollando il capo, scuotendo gli stessi grembiali,

di nero o di grigio vestite e decisamente

fuori di moda come diventerà

ogni persona vivente

– ovunque e su quella stessa

strada fra il mare e una fila di platani

dove quieta ubbidiente e dimessa passò

la mia età infantile

………………………….– quelle persone viventi

che passarono poi come l'età

rispondendo di no alla domanda

che avevo dimenticata: no (dicendo)

non vivremo per sempre

– senza notizia alcuna, senza coscienza

di storia o di giustizia, senza il minimo dubbio

che un'altra vita sarebbe stata a venire

più vera, con più intelligenza:

e dunque senza viltà consegnate alla sorte

– alcune con stupore della morte,

con desiderio altre, con sofferenza.

(da La vita in versi, 1965)

 

*

 

Salvatore Leone

25 maggio

Gli orgia

 

Vengo da acque rotte e la Semele incenerita

a danzare sui vostri specchi, ordinando fiori e vino nuovo

e resistere allo scintillio che mia madre ha veduto.

Sono qui, nel giglio e nel coltello

a stordire l'oriente e la bestia cantando.

Vengo da un porpora osceno che divarica l'inguine

se gli ori ai padroni vi raddrizzano le schiene

e giurate solenne obbedienza.

E vengo a consacrare sudori al ventre

le mischie fatte di voci e sulla pelle

rantolo d'alba e la lama.

Vengo a inumidirvi coi rossi e d'acque piegate

al grido breve. A scongiurare il demone

fermo sul collo, mani che stringono

il cielo alla testa, e in terra la rigirano

e la battono, e mi rivestono

di fuoco migliore, l'altissimo bruciore.

sl2019

 

*

 

Raffaele Carrieri

 

Ho un angelo che mi guarda dietro la spalla stanca, un angelo senza bilancia non

pesa la mia giornata. Un angelo che non mi condanna quando la rosa ferisco,

quando fuggo la speranza, quando batto la fronte sulla pietra del disinganno,

quando inganno la morte con rondini di carta. Ho un angelo che mi salva dietro

la spalla stanca.

 

*

 


Roberto Mussapi


Ritorno dal pianeta


Io sono disceso e lo ricordo

il pianeta : a poco a poco si spegnevano le luci

e il sonno saliva dalle finestre, come una marea,

una luce che si spegneva e la radio ancora accesa,

buio e voce.

Chi spossato si addormentava come un animale

Nel Tir simile a un gigante pacificato,

immenso e muto sullo spiazzo dell'autostrada,

vidi gli insonni, la fame, la paura,

la disperazione di chi cercava una dose,

vidi la notte scendere su altri, nel cuore,

corpi che si placavano umidi, abbracciati,

proseguendo il respiro dove le parole hanno fine,

li vidi, addormentati, il molteplice e l'uno,

l'amore dei corpi che si rigenera nel sogno.

E io che credevo di essere luce fui buio,

perché buia era la notte sui mortali e buio il pianto

che da me, come avessi occhi, calava su loro.

Ho guardato, ho visto, credimi, Dio,

non fu inferiore

l'amore tra corpo e corpo, tra persona e persona,

quando abbassarono le persiane cercando un silenzio

più disperato e pieno di tutti i miei voli.

Questo posso testimoniare, questo ho veduto

Su quel pianeta dall'alto più piccolo della mia mano,

e che soffrì le acque, il delfino, il tuffatore,

che conobbe la donna e in essa il dolore,

e strade che imitavano la luce di quel cielo,

l'asfalto le automobili,

dove uno accelera e l'altro si affida,

e ognuno sogna un viaggio senza fine,

ho visto fari spegnersi nella notte e voci ronzare

e uno solo nel silenzio con l'autoradio

(sembrava la mia voce)

Due che chiedevano fino a quando,

fino a quando, amore?

Li ho accarezzati, ho posato

L'ala sulle loro spalle, ho sfiorato le mani,

le mani che si stringevano nel molteplice e nell'uno,

dal fumo della sigaretta che lei aveva appena acceso

io vidi nei suoi occhi il firmamento,

e il roteare eterno verso una sola luce.

Poi mi allontanai, lasciandoli soli,

nel firmamento, nell'abitacolo, nell'uno

che essi avevano scoperto nella valle del pianto e dell'amore,

e il ricordo,

e quel ricordo vela la trasparenza dei cieli.

Questo ti chiedo, il termine, il tempo,

che paghi l'amore e la separazione

se il tempo li generò e rese vivi

più di me. Dio, più del mio volo.


***


In attesa che l'amico torni

Tu non sai cosa sia la notte
sulla montagna
essere soli come la luna;
nè come sia dolce il colloquio
e l'attesa di qualcuno
mentre il vento appena vibra
alla porta socchiusa della cella.

Tu non sai cosa sia il silenzio
nè la gioia dell'usignolo
che canta, da solo nella notte;
quanto beata è la gratuità ,
il non appartenersi
ed essere solo
ed essere di tutti
e nessuno lo sa o ti crede.

Tu non sai
come spunta una gemma
a primavera, e come un fiore
parla a un altro fiore
e come un sospiro
è udito dalle stelle.
E poi ancora il silenzio
e la vertigine dei pensieri,
e poi nessun pensiero
nella lunga notte,
ma solo gioia
pienezza di gioia
d'abbracciare la terra intera;
e di pregare e cantare
ma dentro, in silenzio.

Tu non sai questa voglia
di danzare
solo nella notte
dentro la chiesa,
tua nave sul mare.
E la quiete dell'anima
e la discesa nelle profondità ,
e sentirti morire
di gioia
nella notte.

 

*

 

 

 

 

PIER LUIGI BACCHINI

 

Contemplazioni meccaniche e pneumatiche

[da "Atelier" n. 32, pagg. 100-101 - dicembre 2003]

* * *

Punto di riferimento


Lo specchio sfaccettato, e la cameriera

che roteava con lui, moltiplicata

nelle luci riflesse – sprazzi

come stelle – e il bicchiere della mia fantasia,

umiliata in un succo di pompelmo. All'esterno

la strada, auto

dietro i vetri, i passanti: non siamo

come siamo, da non crederci – estesi

più nella memoria e nel pensiero infinito

e nell'ansia amorosa,

che nel breve spazio. Urne

minime. Straniti

nell'osservarci da qui, simmetrici non simultanei,

con orologi atomici

tra moti astrali, velocità incrocianti, orbite nuove.


*

Nomi


Perché trovarsi nella solitudine disperatissima di viole

o di giunchiglie

e abbandonare questa città

col ricordo gioioso e protettivo

d'un sole meccanico che si riflette, e il frastuono,

i vetri ampi dei bus

rispecchianti facciate in movimento? E il daffare, i ristori

e i tavolini

come cimiteri già fioriti, che spuntano di bacche

e di sorrisi.

Gente che si ritrova

con memorie così lontane

da sembrare velari trasparenti.

I giorni dei viaggi, quei baci che si scambiano

tra monumenti

e i dipinti nelle gallerie.


Quando l'uomo ha scavato le cripte,

con le pietre enormi di sostegno e le colonne,

con i nomi dei pellegrini antichi nei muri

sotto una mano d'intonaco, allora si amano

le meditazioni,

soltanto allora, in quei luoghi. E le giunchiglie si amano

quando ci si accompagna e si ride

e si beve la bocca dell'altra – così il nome divino

si colora di noi, delle nostre essenze

profumate e artificiali. E' difficile scontrarsi

con la città di Dio

a tu per tu

con la sua robustezza selvaggia e l'inafferrabile grazia.


Le nostre anime

sono firme lasciate nel cielo, come i pellegrini,

che le affidano all'ampiezza affrescata

delle cupole e delle absidi.

Ma gli inganni degli uomini a poco a poco ci deludono

- le loro scaltrezze –

e alla fine ci annoiano, e la vita che si cerca

è solo la musica

i grandi cori sinfonici, e il risalire di un violino

e la memoria senza fine antica dei suoni.

***

 

Ezio Falcomer

 

ECCO, ADESSO

Ecco, adesso sono più leggero.

Se mi dici che ti lavo via tutto il sale,

se mi dici che con me sprofondi

in un sonno di pace,

se mi dici che leggi il nostro futuro

ogni giorno,

se mi dici che i fantasmi non hanno potere.

Ecco, sono più vero,

se il mio cuore si apre,

se il sapere è identico all'amare,

se con te sono pirata e bambino,

libero di mostrami stupido.

La sera è una conquista,

il silenzio del sussurro

nei petali di complicità,

nelle note che il tuo corpo rimanda

se toccato nell'immenso ascolto

del dimenticarmi di me.

Voglio viverli questi flutti

del dolore e del piacere

degli occhi tristi e luminosi

del variare delle stagioni.

Siamo tutto quello che viviamo

e abbiamo vissuto

tutto quello che non sappiamo

tutto quello che mangiamo insieme.

Ecco, adesso sono leggero.

 

CHELE D'AMORE

Sequele di aromi

umori estasiati

tutto mi porta

il vento di vita

un flutto sommerge

miei malati sapori

le chele del tempo

brezze sciupano e faville

al macero di gloria

di boria ostinata

ma non il cuore che ama

singulti di stupiti cantori

si diramano a radure

e l'amore è ormai

mio vizio e mia aria.

.

UN ACANTO, UN LICHENE

Un acanto, un lichene

e trasmutarsi in liriche di vento

come di savana

eccedere nel compiersi

di favola gitana

amare e dire

il rosso della sera

come folle

su abissi e sommità

raccontare

l'odore di gimcana

fra corolle di luce

e freddi baratri di inerme niente.

*

OLANZAPINA

Sbroda una plebaglia d'inconsulte forme

in licantropa frenesia

la giostra del mio cuore

vuole andare oltre

sempre e comunque

acuminato dente si conficca

a stridere il mio sonno

la notte per amica e la caccia

ad imprese urgenti

bulimia selvaggia

spiaggia di fuochi accesi

solo una molecola per limite

e la mia saggezza

di reduce di sbarchi e liquami

solo una molecola e sinfonie di pagine

e voci

joker da scena

puttana di lungo corso

briccone trickster

sopravvivere comunque

a ogni sghimbescio

a ogni perplesso sguardo

di suocere madri mogli

piccolo borghesi

di vilipesi padri suoceri

zeri di fallo, di ordine ossessi

azzerati e sorpresi

dal timballo del lessico

solo una molecola

e il combattere allo stremo

con la morte per amica

e una fica d'ossessione

e il miracolo di amore

e la luce

che ti invade alla fine

come un alzarsi d'aquilone.

https://www.facebook.com/RottamiDoroEzioFalcomer201012

*

Mi vive qualcosa

Fluttuano da lava e poltiglia

le luride e artistiche cose,

come una flebo mi trascorrono le ore

e i secoli.

Genoma che visita i figli dei figli.

Ignaro dei padri, degli avi.

Scricchiola ogni legno pestato nel bosco;

è tundra, è taiga

la strada del sogno migrante.

Accadono i fenomeni

fanfara di luci, suoni, fetori

e bancarelle del porto.

Mi vive qualcosa

che permesso non chiese.

*

Le foglie

L'anima tua mi abita

gialla,

senza tormento.

Come un manto,

le foglie

dei tuoi giorni

indugiano sul mio viso;

la tua gioia mi sveste

da rottami e chincaglie.

L'amore è questo gelato che mangio,

esposto alla tua luce,

che di meraviglia

sprimaccia il cuscino,

lo ingolfa

di emozione e di senso.

*

Scialo

Scialo, deduco, drago

sradico liquami da calme fiale

conduco gli squali ai moli

il bruco diafano che ami

candito lo riduco al tuo fiele.

 

*

 

 

 

 

DUE POESIE DI FERRUCCIO BRUGNARO

 

ABBIAMO VISTO

Abbiamo visto e vissuto come il gelo

abbraccia l'erba di notte,

come il mare

addenta sempre le stesse baie.

Abbiamo visto e vissuto

ciò che altri uomini abborriscono

e altri ignorano. Abbiamo accettato

scalzi la neve, le giornate tristi

e interminabili e solo noi conoscemmo

il nevischio assiepato sui regoli

delle finestre, il sole trascinato via

di forza dal vento. Noi conoscemmo la luce

del silenzio come nessuno, sentimmo come

nessun altro venire con la notte

l'amore degli astri e il cuore morire.

 

IO SOLO CON LA VITA

Abbandonatemi al buio

quanto più vi aggrada, allontanatemi isolatemi quanto vi fa piacere.

Io non vi dirò più nulla ormai,

il mio pensiero guarda solo all'amore:

con lui solo discorre

giorno e notte e va per la terra.

Sono un uomo, sono un uomo ora!

Il silenzio mi ha rivelato un camminamento segreto.

Il dolore

mi ha raccontato

cose grandi. Battete pure,

fate a piacimento.

Io sono con la vita

ormai

ho una vita tutta per me.

 

*

 

Poesie di Donatella Maino

 

Inferno

.

Eravamo a due passi dall'inferno,

viva carne al disgelo il nostro corpo.

l'amore ormai orfano d'intenti

ascolta il suono dell'anima dannata

mentre il sasso aspetta la sua croce

in quel desiderio di averti sul mio petto

già tronco alla compassione delle lame

arrotate dalle vecchie ossa

che saranno pulite dalla pioggia

quando la terra capovolta sarà il cielo.

.

*

.

Offertorio

.

S'eleva ad offertorio

il sole d'alba,

s'insinua nella bocca,

apre la gola a liturgie segrete,

un elogio alla negazione:

un gioco inquietante di volti

mangiati dalla notte, colpiti alle spalle

dalla mia disperata voglia di salvarli.

.

*

.

Venere

.

Ogni memoria regge

un figlio d'amante,

la sua lingua buca

la membrana

al cuore di Venere

.

Ah, il mondo degli interludi…

è mare gualcito, aria fibrosa

di poeta straniero

.

" sei bella "

e' che ciò che dice il tuono

nello squarcio di fuoco

dove si amano le tenebre.

.

Cammino piano piano

e con la mano spingo

la porta dura del granaio

ché sempre si moltiplica il verbo

a formare tocchi di pane.

.

*

.

Sentimentale

.

E' uno stato di grazia,

è un'apologia omerica

quando la tua voce diventa

organo dei bassi.fondi

che narra di poeti e muratori,

di pugili rotti al setto,

di donne possedute,

di te ricreato nel mio letto

con le tue esagerazioni

con la solennità episcopale

di un artigiano maledetto.

.

Ci siamo ammazzati

per il desiderio di vivere.

 

*

 

 

 

 

EZIO FALCOMER

 

La poesia come rischio e tensione espressiva, vitalistica; rabbia, risata ed ebbrezza. La poesia come diario dello scacco e della perdita, diario di bordo nel naufragio di fronte al nihil e alla malattia. La poesia come canto dell'amore e dell'eros: selvaggio, pagano, orfano biblico o, più semplicemente, alla fine della tradizione. La vita picara raccoglie tre anni di percorso creativo ed esistenziale sviluppato attraverso il blog e nel dialogo e confronto con il lettore-commentatore.

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Ezio Falcomer è nato a Concordia Sagittaria (VE) nel 1962 e vive a Torino. Lavora come insegnante bibliotecario. E' scrittore ed attore.

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Da La vita picara

(Poesie 2007-2010)


Lanuvio RM
Narrativaepoesia
2010

 

E/Scatologica

Sull'asse della memoria
mi aggrappo
si stemperano gli arcani maggiori
ovipari di sensi e di storia
armigeri di eventi
pirofori di esistere in etere violaceo
di crepuscolo, come
prima di cadaverica baldoria
io, scoria di angeli
strame di miti di gloria
agli estremi bordi del Tempo
oh, restasse segno o runa
su questo sentiero
vivesse di me cuore o fremito
emaciato
su tumida e madida duna
come un resistere
a ossessa, febbrile fortuna.

 

Seta e agata

Come se tu fossi qui
a spellare con me
gamberoni e aromi di sguardi
come se tu non fossi andata via
su quelle rotaie di ignoto
parlare l'amore ancora, ballare
alla luce di mani
intrise di olio e tocchi yin e yang
rubare arcani e sillabe alla notte
con rabbia averci e stordimento di onde tenui
di fianchi parole respiri
inesprimibile labirinto di praterie
di seta cremisi e agata corniola
solo dita umide e attenzione
sentire il tuo acquoso gemito
il tuo vuoto
saturo di maestà rapace
di sete che rifiuta la paura del naufragio
di fame
che ama me
che mangio te
che mangi me.

 

Tu mi fai essere

Tu mi fai essere
cauto scavo nella tua voce
enigma tremore silenzio
sei creatura d'acqua
di sorriso
di nervosi refoli d'ombra.

 

Armageddon

Asce scorrono lungo i viali dell'anima
svaniscono i fenomeni
a scroscio si riversano le falangi
mischia bolgia omicidio
pallide scoliosi di sciacalli splendono all'alba
si ridestano fiamme di furia
tutto un cercare la luce
tutto un ritorcersi d'asfissia
delirio remoto d'angeli nel tunnel
la fatiscente sclerosi di un dio.

 

Stenti fatali

Cos'è che c'è
in questa spugna dov'è intrisa la vita
in questo sogno
in cui muoiono gli dei
ragnatele di eventi
amore dolore fetore
spazi di plasma
di braccia allargate
a trafiggere il vuoto
gambe sommerse fino al ginocchio
da un mistero di palude risucchiate
lancio il bengala sull'orizzonte
l'accolgono angeli fatali
amanti
di miasmi amori e di stenti
su questa pianura
che ha desiderio d'istanti.

 

Azzurri sensi

Azalee d'improvvisi bagliori
orti sarchiati d'azzurro
sussurrano gli immensi spazi
arazzi di silenzio
respiri d'assenzio
invasi di sensi mai sazi.


Lunare

Lunare,
chiedi amore
e scendi lungo un fiume di malinconia
labbra di pesca cantano perenne estate
fragranza di sorrisi caldi, nascosta
sotto timido feroce veleno
sogno i tuoi fianchi...
che ti porterei alla mia bocca
...e traversare il tuo deserto
di oasi lussureggiano.

 

Strusci e fotoni

Mi ammoscio su lungaggini d'orizzonte

scroscio pensieri e veleni

sfascio cartilagini e crisantemi

piscio lunatiche tossine

striscio ubriaco lungo muri di mattoni

struscio fianchi bisognosi di attenzioni

sciami le mie ore si gettano nel mare

origami di fotoni che si perdono nel dare.

 

Si diramano anfratti e segrete

Si diramano anfratti e segrete

nel canto del sogno

e luci e sonagliere delirano

ascolto i miei spiriti frinire

fiotti d'ira e di blu anelano al cielo

parto su scafo fenicio

l'Orsa e le Pleiadi mi guidano

e l'Oltre al centro del Qui

vi si appoggia chi muore ogni istante

rido ubriaco d'incoscienza

e di enciclopedica follia.

 

Notturno con mare

A che punto è la notte
questo calice non contiene tutto me
di stagione in stagione
varco ogni soglia
e dico addio
senza sponde dove consistere
esisto persisto e muto
camaleontica traversata
come un dramma senza esito finale
come clown che schiamazza per la via
ai bordi di un mare saturo di ciclone
vi balugina il canto degli arcipelaghi di sogno.

 

Spasimano

Spasimano le spettinate onde di papaveri
vento e luce si inabissano su gialle spighe
aria solo aria
e la notte per guarire
si elidono dai rami fiori e frutti
spauriti
per l'ignoto.

 

Giostra

Scalfisci diafana malinconia
nei riverberi dei tuoi vortici
centrifuga ebbrezza
in spirale l'anima si avvita
seta di schegge precipita
si deformano cavalli e figure
come fuga a favola di risa

prosciuga ogni pensiero
la sarabanda delle tue luci.

 

Ho tra le mani pochi attrezzi

Ho tra le mani pochi attrezzi
romanzi di avventure altrui
sapori di mie spiagge e periferie
sangue e lacrime anche non piovute
e l'incognito domani da disegnare
so essere intero nel frammento ma
muoio ogni istante da quando son nato
assaporo quand'è il momento
spuma che ritorna all'onda
fragilità che non ha perché.

 

Brume al di qua del sole

Il sogno


Brume al di qua del sole
echi di larve o dei
mi abitano
non invitati
dipingono alfabeto remoto
e bevo le immagini
oscuro sussurro
o voluttuoso giardino
ambrosia o assenzio
d'ignoto.

 

Piovasco strenuo

Piovasco strenuo
mi schieno su vetrina
aspiro e fumo.

https://www.eziofalcomer.blogspot.com/

 

Da La vita picara

(Poesie 2007-2010)


Lanuvio RM
Narrativaepoesia
2010

Escrescenze di nodi


Escrescenze di nodi
delitti di un osare innocente
allo specchio sto
fievoli fantasmi di emozioni
tralucono
celiano di bruciori inghiottiti
irreversibili ferite
il passato è solo nella mente
vorrei dire, ma
cos'è questa viscera che non tace
cappio e catena
retribuzione di un vivere
che solo voleva andare
come spavaldo e sereno giocare
bambino che non voleva dormire.

Homenaje

S'assiepano rodei di odori africi tuoi

lungo i vicoli della mia anima

ed entro viscere che si consacrano a te

divina

con la lingua trascorrerò i tuoi petali

a bere le gocce di rugiada

che sanno di muschio e mare.

Aetos

Vorrei un giorno di refoli di luce

d'azzurri spasimi di niente

e planare su nuvole

gonfie d'elettrico e d'immenso

aquila

dominare cime e urli di baratri

con occhi che sanno

l'orrore e la bellezza

della storia

berlo, il calice

come un andare a scontro di schiere

a bolgia

di furia ed amore

a dolore attraversato

e vedere.

Anastasis ton nekron

Sono stato cadavere per secoli

ora canto alla luce di una stella

mannara e serafina

vidi gli abeti sussultare

su crosta lavica

licheni contorcersi

aspidi infami

su pianure di fuoco

e di polveri solitarie

lamenti di cavità viscerali

budelli di ululati

orchidee di apprensioni giallospeziate

setose lacrime

che non riuscivano ad annegare

nei torrenti della vita

avida ed incosciente.

Lejos

Come un lupo mi aggiro
nella notte
saturo di coscienza
nell'attesa di spegnermi
e separarmi da figure parole eventi

dove sono i tuoi fianchi?

felice la mano
si poserebbe
lieve
calda neve
sui tuoi colli addormentati

moriria feliz
a tu lado
mi amor.

Ebbro Ebro
Con questa camicia nera

sfondando vetrine di ovvietà

piogge fangose

sui miei bracieri di anarchia

ho camminato il mio miglio verde

per averti al prezzo

di un'elegia di luce e sinastria

senza di te non sono nulla

nell'uragano rigurgito sangue

e matricidi di civiltà andate

il mio vincolo è un tatuaggio

sull'odore della tua pelle

krishnamurti al kamasutra

del tuo incanto di fata celtica

piovuta su una terra

di silenzi e tori

sacrificati.

Sequestro

Ti ho sequestrata tra nevi e paludi

il vento mi diceva il tuo segreto

e cantava la tua vita amara

ignara di me.

Ti ho come perla

libera

che sfugge a consuetudine.

Ti ho come magia

gettata da un'onda

sulla riva della mia insipienza

stupido e stupito ti ho

e non ti ho mai del tutto.

Sei canto di ninfa

barbara e trasparente

fragile agli istinti

sei nenia ipnotica che ci si porta dentro

inquieta favola che cura e ammala

che regala incanti.

Saltimbanco

Che ansimare equivoco

è il canto che sale

da muffe e licheni

come strana salmodia

manto di emblemi

s'innalza da terra amara

io respiro fra nevi

per secoli di attimi

testardo, intimo al sole

sempre

nuove gocce di speranza

e mi contorco alla luce nuova

mattino che riannoda parole e amori:

saltimbanco sospeso

fra il male e la gioia

in gola l'urlo bambino

che domanda, come seme o spora,

sfrontato rigoglio continuo

ancora e ancora...

Sei bella miracolo di gheparda

Sei bella miracolo di gheparda,

scabra luce in fondo alla notte;

melmosa calda alga sei;

frecce le mie mani

ti inebriano, strette,

morbida albicocca.

Di febbre licantropa e criminale

oltraggio sepali tuoi,

irragionevole dettame d'amore,

mentre

in languido afrore marcisco

di lotta d'eroi,

errando in tuo aroma,

tempesta che involve

mia lurida anima

dannata.

Sei stella che ride e s'attarda

sul cuore mio che attinse alla notte.

Alma falena, le tue mani

tracce lasciano su me,

diroccato da arsura felice

di te.

Si addice

il miracolo che al deserto mio

s'attarda.

Succubi d'amore

La tua carne, infinita domanda

dove si placa il caso,

il possibile mio non esserci.

E il soffio della tua anima

è il mio esserci nell'avvolgerti,

donna di brivido e di mistero;

riempio nell'amarti

il possibile tuo non esserci.

Perderci nel donarci,

ascoltare la pioggia,

succubi dello stringerci

e dell'amarci.

Come un respiro

Come un respiro mi ritorni

alle ore di gocce e miele

sentirti in emozione e pensieri

averti sfuggente e acuta

in cuore

come orizzonte di gabbiano

ascoltarti nel volare comune

mangiare e mangiarti

i tuoi sonni proteggere

folle cerbiatta

di ansimi e graffi

penetrante liquore.

Un acanto, un lichene

Un acanto, un lichene

e trasmutarsi in liriche di vento

come di savana

eccedere nel compiersi

di favola gitana

amare e dire

il rosso della sera

come folle

su abissi e sommità

raccontare

l'odore di gimcana

fra corolle di luce

e freddi baratri di inerme niente.

Le sere che

Le sere che

pallidi i convolvoli

esclamano smeralda follia

si tingono i cuori

di un indaco serico

e madido amaranto

mi scorre

nel tacito grido

che anela

speziati cobalti d'ignoto.

Panismi

Sono ubriaco del tuo odore

nel dolore del tuo non esserci

mordo il mio canto pallido

e spasimo in sogno le tue carni

come gangetico tramonto

selene cananea

io strame d'angeli

dal mio deserto rosso

pastore di ade

risata e urlo di fetida foresta

t'assalgo in vampiriasi

di nenie per zufolo e crotalo

sei il mio centro

ti scuoto mea domina mio giogo

ti rovescio a estatico mistero

di respiri di maglio.

Anima predata

Se ti dài irrorata dai miei sguardi

straluma la mia anima predata

della ritirata brucio i ponti

alla lotta vado

con riso d'orgia commediata

al caos

e alla bolgia di sapori e silenzi e assensi

che mi trafigge

un'isola è ciò che vedo

(naufrago)

di polpe petali e battigie di sogno la sera

mormorio di schiume

galassie roteanti

su incroci di fiati

feroci.

https://www.eziofalcomer.blogspot.com/

 

*

 

 

 

 

TERENZIO FORMENTI


ha iniziato il suo viaggio nell'infinito
sabato 25 aprile 2009


[Poeta, psicodrammatista, psicoterapeuta, "persona attenta ai sogni,
alle immagini, alla fantasia, alla natura, alla vita" -
col quale ho avuto una breve corrispondenza alcuni anni fa, in occasione della
mia partecipazione alle "gocce di rugiada" (dewdrops) tradotte in molte lingue.
Bresciano, aveva 86 anni .]


"mi farò una casa nel vento"
mi farò
una casa nel vento
giocherò
con le nubi
mi poserò
sul vecchio baobab
mi confonderò
con la sabbia del deserto
fischierò
fra le rocce
canzoni d'amore
e
finalmente stanco
adagiato sulle onde
mi lascerò cullare...
dolcemente
*


IO SONO L'ARCOBALENO DELLA NOTTE

a Paola


Io sono l'arcobaleno della notte
nato dalle tenebre in questa sera di magia
mi chiederete quali sono i miei colori
chiudete gli occhi e li vedrete
sono il pianto di un bimbo nella notte
la luce negli occhi di due innamorati che si cercano nel buio
i sospiri i sussurri i baci di un incontro d'amore
un fuoco d'artificio che nasce dal buio e muore nel buio
sulle rive di un lago in una notte di festa
sono gli occhi di una tigre in amore che bramisce nella giungla
le luci di Broadway e di Chinatown
gli occhi di un gatto
che miagola alle stelle sul tetto di una baita
una falce di luna
che taglia la segala in un prato di montagna
gli occhi di una volpe
che ha deciso che questa notte non ammazzerà
gli occhi di una lepre
che rassicurata bruca l'erba di un prato tenero
i palpiti di luce di una lucciola
che cerca la sua compagna fra i cespugli
sono i fantasmi e i folletti buoni
che compongono i sogni della notte
uno gnomo
che gioca a nascondino con le sue immagini
la serenata di un grillo del focolare
un fuoco fatuo
che illumina le paure di un viandante
le favole di un nonnino
narrate alla luce dei tizzoni ardenti
un vulcano
che proietta nel cielo i suoi lapilli di gioia
il pianto di stelle della notte di San Lorenzo
sono un piccolo uomo
ma sono anche
l'arcobaleno di questa notte di magia
un frammento di infinito


Terenzio Formenti


per maggiori informazioni vai sul suo sito:
www.terenzioformenti.com

 

*

 

CORRISPONDENZE

 

SEBASTIANO AGLIECO

 

FRAMMENTI DELLA VOCE

Come un canto si sprigiona la sera

dai tuoi occhi
e in questo istante accetto di parlarti
verso la notte non c'è vento, né aria
solo attesa
perché il silenzio non dice che silenzio
e mi stupisco se il nome ancora chiedi
il tempo, l'ora, e ti dimentichi
che nulla ti può atterrire gli occhi
l'anima di colpo guarisce
quando ad un tratto dispare il riflesso della luce

Quanto ancora ti porti del mio sangue alla deriva?
dove tu attingevi scorre un fiume eterno di malinconia
ferita che sempre nutre le diaspore
a fondo devi scavare per trovare la sorgiva del tuo cuore
lì disseterai le solitudini
e spogliato dei tuoi amori, infine
ti disseccherai

Sempre il limite della tua terra varcherai
e ti parrà il ritorno sempre una partenza
e la partenza ti parrà sempre un ritorno
perché a lungo cercato sempre troverai
perché a lungo trovato sempre dovrai cercare

Non c'è niente che non abbia in sé un seme
e allora non chiedere l'origine e la fine
ma passa oltre e guarda dentro l'abisso
protenditi, e vedrai la tua vita
che ritorna dalle larvate strade
e la riconoscerai, come intatta
alla vista di un tremante colore

Quello che chiami ritmo
è un vuoto formicolante che si mostra in tratti
isole pulsanti dai confini calmi
o tumultuose prevaricazioni del respiro
io sono la forma della voce che sempre invochi
io sono, altro non posso dirti se non descriverti
questo esistere nostro in un ritmo più grande
ombra nella luce in cui respiro
luce nell'ombra in cui sono respirata

[dalla raccolta: "Poesie per la riconciliazione"]

*

 

GIUSEPPE GORLANI

 

SE VOLESSI

Potresti, se volessi,
togliere ombre dalle pareti delle case
tornare al pozzo cui s'abbevera la vita.
Se i tuoi pochi anni non annaspassero
distratti
in melmosi cortili senza cielo
ove s'assommano parole vuote,
potresti evocare cherubini e dèi,
comprendere la sapienza apofatica
dell'Areopagita
e rinascere nella quiete viva del cuore.
Ma ad abbracci d'innocenza
ti rifiuti.
Nelle orecchie trattieni seduzioni
striscianti
e in utopie televisive affoghi
a poco a poco.
Potresti sul nulla dei miraggi soffiare
con gote d'oro,
il mondo ricordare degli antichi eroi,
risalire al Principio,
spaziare sul mondo.
Potresti raccogliere l'amore
con mani sicure
e benedire
libero da pesi e fatiche.
Realizzare il Bene potresti se volessi,
ma non vuoi
ed innalzi inni alla materia,
inventi dicotomie, catene, muri, distanze,
tempo, evoluzione, antenati scimmie:
paludi nelle quali spegnere la fiamma
che Dio pose preziosa in te,
sua emanazione diretta,
l'Uomo.

*

 

MARCO MERLIN

 

Se ti dicessi
che ho ormai gustato tutta la mia vita
e il futuro mi è padre

diresti ch'è superbia, crederesti
di capire. Ma so vedere anch'io nel cieco
riflusso del millennio
l'alba del Quinto Giorno.

Quello che non comprendi
è l'oceano saturo di sale
nella goccia sorgiva,
è la piaga che ride sul mio volto.

 

L'ANGELO - LA MIA SORTE

I

Sia benedetta ogni strada, ogni voce
ascoltata
-se unica è la meta

Ma lasciatemi su queste rovine
a cercare la verità morente
il dubbio che ci libera. Io non sono
l'eroe che chiude nel pugno il passato
e punta le pupille dentro il sole
Io non posso , il mio destino è qui, in qualche
libro già letto,
in un balocco rotto
o in un nome troppo semplice, tradito
a dovere nel figlio
dal padre, come un amore irredento
Il mio viaggio profonda
questo tempo, il futuro
preme dietro le spalle.
In un vagito l'angelo
mi chiama sotto i sassi,
impetra l'obbedienza
l'abbandono

II

Comprendo bene
quale condanna dobbiamo scontare
trovare un nuovo
angolo di silenzio,
tornare a dire a sollevare al cielo
macigni di parole
e lasciarli ricadere su noi

Affondare le mani nella piaga

Ogni altra cosa
(anche la sapienza
anche la sapienza)
viene dalla paura.

La mia sorte è legare in ogni gesto
follia e umiltà

*

 

EMANUELE ROZZONI

 

(Lethe)

Sei acrocori e piane e bacini
strapiombi fiordi di mare
impazzito e rade profonde
scaglie di rame inverdito.

Nero orifizio dirupo scivoloso
per dove piombo a precipizio
m'inabisso, dal tuo lethe oblioso
sgravato riemergendo
stranito.

*

L'acqua, il vento posa
tace il piovasco venuto
iroso a rimbrottarmi.
Sorridi, e ti si increspa il viso.
Conosco la smorfia gentile
non condanna, sentenza
(dicono che qui finisca l'estate)
senza assoluzione.

Spiove, salgo le scale
(pure già tarda l'autunno a venire).
D'altro che resta? Guardarsi le mani,
aspettare, chiedersi cosa faremo

domani. Rispondersi è meglio dormire.

 

*

 

POETI SEGNALATI DAL PROFESSOR
GIORDANO GENGHINI (MONZA)

tramite i circuiti postali della "xeropoesia"
negli anni '80-'90

 

TRE POESIE DI VICO PIAZZA

1.
Standoti vicino, seduto così ad osservare
alberi, case rare, viadotti passare o restare
la giusta lunghezza della vita apprendo
in quest'ora meridiana d'ombre
corte come punte d'insetti, d'ombre
che nulla hanno di vita.
"Perché ci hai lasciati?"
"Viaggio ora solitario, so
che niente vale
ciò che mi attende".
Poi si interruppe - o così io credetti -
insieme cercammo la stazione. La radio
gracchiando francese, arabo, fischiava
gemendo. Vedi quel punto vuoto,
quel silenzio che ora temiamo
spostando - a dispetto della morte
che incombe - inutili le ore
ora, amandovi ora
poche sagome scorgo: la mia
le vostre riconosco.

2.
Non so descriverti
che per somma di cenni
(tralasci di assecondare il mio sguardo).
Ti aspetto
contando i minuti,
i secondi, mi accorgo
ch'eri tu la prima
a dover pazientare.

3.
Il volo trancia l'azzurro
lo incolora e srotola la strada
il nodo della tua venuta. Dicevi:
"Ciò che tu vuoi" - un'altra volta -
ed era un'arida ventata di scirocco.
L'ombra si leva agli angoli
solo un abile gioco di riflessi
metteva luce. Ma da te non traluce
alcun possibile nulla: era la tua mano
un segno, un pegno
senza proporzione essere
in quella sufficienza di perdono.

*

 

LUIGI GERARDO COLOMBO

DIES ILLA

Dio distrusse la morte
creando egli stesso la morte:
ogni giorno
costretto a vivere
per destino o miracolo
l'uomo si prepara la sua distruzione.
In un'ora destinata
a sua insaputa
si ritroverà
svestito della sindone
dei suoi rimorsi divoranti
destato dai suoni
delle tube angelicate
per risorgere
dai rimorsi devastatori
completamente trasfigurato
in un corpo uguale e diverso.
Gli specchi andranno in frantumi
gli enigmi sveleranno ogni segreto
in una nudità abbagliante
finalmente sottratta
al crollo strepitoso dello spazio
e al franare irresistibile del tempo.

*

CROCIFISSO

Non un fremito di pietà
viene dalla tua pupilla
alla mia anima in tumulto
ma il consenso accorato e costante
della tua mortale compostezza.
Nessun segno di stupore
né di rimprovero
nel tuo viso
che si china
in un bisogno di abbandono
sulla spalla destra
che è quanto di te
rimane da accarezzare.
Il tuo sguardo si rifugia
sotto le palpebre
e quando vorrei farmi forza
per avvertirne il tremito mi sento sospingere
ineluttabilmente
sul tuo cuore squarciato
per respirare
un alito
in cui si accordano
il tremito delle mie labbra
e il pulsare delle tue vene.

*

 

ACQUAMARINA

PER LA MANUTENZIONE DELLA VITA


MICHELE ARCANGELO FIRINU

Il mattino ti viene incontro, latteo,
adorno degli argentei ghirigori ricamati
coi fili di bave di lumache.

Ti ci vorrà quasi mezzo secolo
perché tu gli dedichi l'inchino
di quattro fili di erbe.

Il flusso delle ore verso di me si curva, radioso,
con deferenza.

Me ne infischio degli inchiostri più celebri:
io posso intingere il mio sguardo
nell'acquamarina delle mia mente.

Io sono obiquo,
se qui mi avvolgo e vado
in un saio di luce.

*

 

"HAIKU OCCIDENTALI"

composti durante un "Esercizio di Scrittura Creativa"

nell'Istituto 2E dell'Istituto Tecnico MOSE' BIANCHI di Monza

 

La morte
è un lenzuolo bianco
nel deserto in delirio.
(non firmato)

*

Vedemmo in loro
fitta la morte.
Tornammo a sentirci isole.
(non firmato)

*

Sospesa sopra il mondo
l'anima disperata vide
il suo corpo scomparire.
(Alessandro De Marco)

*

La via del sonno:
un fiume di ricordi che mi porta via
senza ritorno.
(Hu Bing Kiu)

*

Nel deserto era scesa
la mia colomba, stanca:
un lieve sogno nella sera bianca.

(Giordano Genghini - Insegnante)

*

 

PIERLUIGI PANZA

BENIAMINO

con gli occhi afflitti e con un pianto rotto
io sento come tu Beniamino
nel gravido convitto della notte
singhiozzi la speranza di un destino.

Tu che non morto voli un vento
che non è più dell'aria tu che non sei che aria
ma piangi a un respiro che può del tempo
cerchi un cercine di stracci nel cuore

un volto per volgerti ai vivi.
Oh! il tuo volto mi fa paura
mi fa paura il tuo viso furtivo
perché qui nel nido è già sera.

Ma ora che l'oscuro discende
e la regina si benda le ciglia
ma ora che la luna s'accende
e l'uncino arrotonda il suo taglio

tu chiara gora d'acqua
sorgi qual vento nel tondo del mio orto
e dall'urna per cui io giacqui
levati improvvisa nell'aria incerta.

O forse senza che ti veda
guarda fuori guarda la terra sotto
e senza che tu accada
rischiarati di te che non sai tutto

di te piangendo brilla
di te brillando piange
che già grave nel grembo della stalla
seppi di te che dentro ti raggiungo

e sono in te sono te... E già temo
che t'avrò tra il mio orrore
paura tra le paure e celato
ti conserverò tra il tremore e il dolore

di sempre.

[dalla rivista "il bagordo", anni '80]

*

 

MARIO TUCCI

STANZE SPARSE

Così ha pur fine l'inverno
l'ombra del cortile si addensa
dalla corte dei gatti innamorati sfuma
lo stupefatto febbraio. Ora che
m'è dato in tua memoria censire il mio tempo
e gli anni che ti ho attesa gli amici
mandano cartoline illustrate cartoline mandano
dalle frontiere dell'Ovest
da costole di azzurre periferie.
Thank you for a fine real time,
ma l'inverno ha graffiato
le strade di un tempo ha spento il lampione un sasso
prima che l'alba sorgesse dai bordi d'una
luna dimezzata; una tortora si schianta
nella barriera dell'ombra
si schianta a un segnale d'amore.
Parte di te mi chiama
dalla tromba di Satchmo per la campagna brulla
per filari indistinti per viottoli di bruma
quando la curva a un tratto si para davanti
e il prima di esistere salda un futuro
allo stridore dei freni al gioco dei piedi alla
scheggia di un brivido venuto da lontano.

***

L'erba nera della penombra
è un teatro inabitato affonda
nel silenzio delle tue ciglia nel sordo
mormorio della pioggia.

***

Ma vinta dall'ombra del prisma e del poi
una città riemerge dai campi dei papaveri
tra spiragli di nomi da ricomporre
verso le dune della sera
nella luna ridotta a sogno
oscilla lentamente dall' humus primordiale
d'una colomba morta.
Vira al rosso l'attesa della notte
alla prova del volo
voci distratte un suono
basta a scomporre ciò che non siamo
da ciò che non fummo per tutto
ciò che possiamo di nuovo gridare
mentre tubano allegre le tortore
e tu aspetti invano che il sonno
cancelli le tue impronte.

[da un numero del periodico letterario "il bagordo"]

 

*

 

Alfonso Gatto

 

Lettera non spedita

 

Albero chiuso in tutta la mia sera,

vento calmo di stelle ramo a ramo

compiuto nelle sillabe di un nome

che mi risponde se a tacerlo chiamo,

e tu, sempre lontana dalle chiome

della limpida notte, fresca nera

povera meraviglia del creato.

Amor che a suggello di ogni cosa

incide il segno della mano piena,

nel mio triste contento con me solo

per sempre resterò --fermo nel volo

che mai si leva -- a chiedere che il male

dell'offesa vivente mi sia vivo.

Albero chiuso in tutto il mio passato

e nel gesto perenne remissivo,

ch'io mai ritorni, o cara, a dire morta,

la mia pietà, la breve gioia porta

notizie, brucia, ma la lunga pena

trattiene le sue mani, ancora prova

nel dirti addio una parola nuova.

 

*

 

Alessia D'Errigo

 

Si dipinse la blasfemia dei giorni, il panciotto inciambellato

di ogni forma prese a volare, del resto, come i sognatori

e le unghie effimere del giorno seppellirono appena

l'oscurità reciproca del canto, la carità che fa vero pure il mare

agli occhi degli stolti. Dio ci sia in lode, quanto le fronde

di questo autunno gelate e secche da innumerevoli ammanchi,

si rifocillino pure di carne e neve, così, com'è la terra

nell'affrontare l'acqua e l'aria, così com'è l'uomo

nell'affrontare l'ombra e le pietre. Dio ci sia in lode!

C'è ancora tanto verde in giro e il gregge è ancora accosciato

da prendersi cura l'un l'altro, bruscamente, delle stagioni.

 

*

 

Ezra Pound

 

Histrion

 

Nessuno mai osò scrivere questo,

ma io so come le anime dei grandi

talvolta dimorano in noi,

e in esse fusi non siamo che

il riflesso di queste anime.

Così son Dante per un po' e sono

un certo Francois Villon, ladro poeta

o sono chi per santità nominare

farebbe blasfemo il mio nome;

un attimo e la fiamma muore.

Come nel centro nostro ardesse una sfera

trasparente oro fuso, il nostro 'Io'

e in questa qualche forma s'infonde:

Cristo o Giovanni o il Fiorentino;

e poi che ogni forma imposta

radia il chiaro della sfera,

noi cessiamo dall'essere allora

e i maestri delle nostre anime perdurano.

 

*

 

Raffaele Piazza

 

"Tesse una musica"

 

Tesse una musica il marino

fluire senza tempo, l'onda verde

che trasparente vola nella forma

di donna, di conchiglia che scolora

sulla spiaggia dalle felici trame

dove nella tua notte posi l'ombra

tra la sabbia dei passi che riveli

un moto precedente di parole

presunto tra l'argento che ti sfiora

di una luna a pochi tiri

di sasso levigato dall'attesa.

 

*

 

Flavio Almerighi

 

essere

 

essere treno d'ossa,

fiducioso aspetto un segno e uscire

dal mezzo di una stazione sognante

immersa emersa in mille soste estive,

tante volte una voce assonnata

annuncia partenza e liberazione

poi in sequenza muore,

senza lasciarmi andare

mai

 

*

 

Maria Grazia Calandrone

 

Una poesia-sudario per Genova 14 agosto 2018

 

Il sudario si chiama sudario

perché assorbe gli umori

dei morti. Viene deposto

sul volto, per nascondere allo sguardo dei vivi

il lavorio della morte

nei lineamenti amati, le enfiagioni

e lo scavo finale, la riduzione all'osso, che riporta

la materia conclusa di un corpo nel non finito dell'altra

materia, all'indistinto delle zolle e degli astri.

Il sudario è deposto per pudore

sul volto, perché quel volto smetta di finire

sotto i nostri occhi. Così vorrei

che le parole, poiché non possono asciugare davvero

neanche una goccia

del vostro sangue, ricordassero almeno

la vita, il celeste profondo

o la rosa canina fra i paranchi

che vi ha fatto sorridere

per la sua ostinazione d'essere viva

nel cantiere perpetuo del porto

luminoso di sole morente

o l'altro sole, la grandezza radiale dell'alba

sollevata tra guizzi di reale come un rinascimento.

Mondo contemporaneo che vai a morire

tra i gabbiani delle periferie,

sotto la rotazione della Via Lattea come una verde insonnia dell'universo

che non ci guarda, mondo che sei questo infinito esistere che non contempla

i mortali, senza nome e cognome torneremo cose

tra le cose, senza involucri e senza nostalgia ritorneremo

all'indifferenziato delle stelle. Ma adesso, adesso

che siamo vivi

 

*

 

 

 

 

 

Loreto Orati

 

LE MIE LABBRA NON SONO CHE SPONDE DI TERRA

 

E' nel tormento della parola

che respirano a fatica i poeti,

nella spina del verso,

nell'insonnia che rinnega il sogno,

e cercano luce, per spezzare tutto quel buio,

e frutteti rigogliosi, al centro preciso di ogni deserto,

ed io non posso che inchinarmi

davanti al sangue della bellezza, ai fogli d'oro e di miele,

al silenzio che diventa montagna inarrivabile,

d'echi che scuotono il mondo,

perchè le mie labbra non sono che sponde di terra

su cui germoglia soltanto il tuo nome...

*

Luigi Giordano

 

GLI EX MORTI

 

Sei dentro una bara

come la luna nel cono del sole

a calzare di notte il mare

con parole nascoste

dietro l'inchiostro

sul banco abbandonato

in una profonda voragine

e piano si allontanano i passi

al suono di una campanella

nell'ira dei morti

appesi agli angeli.

*

 

Raffaele Piazza

 

Del mio tempo il senso

A Felice Serino

 

Ascoltami, Felice, esiste

una forma che sgretola

le cose, entra ossigeno

nel sangue ed è la poesia.

Dove tu sei ancorato

ad un computer per emergere

dalla chiave della

nebbia, immagino la città

di te da me visitata nel 1984.

Dove accade la vita ed è la

Vergine a prendermi per mano

sotto il Manto, gioisco e

trasalgo per mio figlio

amato e non voluto diciottenne.

Calma estiva nelle mattine

di pace occidentale nella sua

per economia differenziandosi

essenza,

da quella dell'Africa Centrale,

la morte dei bambini neri.

Presagi di gioia, Felice, dopo

le visite rarefatte alle librerie

e alle farmacie e i libri letti,

lo squillo del telefono,

la voce degli amici e

bere il vino rosso per redenzioni.

Parlano i pini del Parco Virgiliano

e un messaggio giuntomi per e-mail

da sorgiva ragazza, dice che

le sono piaciute molto le mie poesie

sul sito di Felice Serino.

Pasolini e Dario Bellezza

vegliano, maledetti angeli.

Mio figlio guida l'auto con

sicurezza, padre gioioso, ho spiato

il suo diario dove ha scritto

sei una ragazza affascinante

verresti a cena con me?

Ieri succhiava dalla tetta.

Alessia, perdonami una vita!!!

 

*

 

Davide Rondoni


Addosso vienimi, non lasciare
spazio, che l'aria il cielo o cosa
sento fare pasto di me se

non ti stringi, non spezzi con linee
strane il disegno delle braccia, il bavero
il torso

se non disponi con il tuo il mio corpo
ai nuovi assalti del giorno

ferma le piastre del respiro
ho qualcosa di troppo antico nel petto,
radunami da tutte le città del mio volto

sono solo ombra che brucia
se la tua non mi viene
subito addosso.

***

 

LA MORTE CAMMINA A TACCHI ALTI


Di Tiziana Monari


Sgomente

s'ammassano mille bocche

in attesa del pianto

inermi

contano il sangue di angeli caduti


vaga smarrita

senza approdo

una fiumana

di membra sfollate e pietra.


E' sceso il buio

la morte ha camminato con i tacchi alti

impotente

sbircio la pioggia dietro i vetri.


Vorrei solo

portare a Dio

un altro conto da saldare.

[Fonte:
Stravagario Emozionale - numero 4 aprile 2009]

***

 

DAVID MARIA TUROLDO

(1916 - 1992)


Mostrati, Signore

a tutti i cercatori del tuo volto,

mostrati, Signore,

a tutti i pellegrini dell'assoluto,

vieni incontro, Signore;

con quanti si mettono in cammino

e non sanno dove andare

cammina, Signore;

affiancati e cammina con tutti i disperati

sulle strade di Emmaus;

e non offenderti se essi non sanno

che sei tu ad andare con loro,

tu che li rendi inquieti

e incendi i loro cuori;

non sanno che ti portano dentro:

con loro fermati perché si fa sera

e la notte è buia e lunga, Signore.


*

Tutto deve ancora avvenire nella pienezza:

storia è profezia sempre imperfetta.

Guerra è appena il male in superficie

Il grande Male è prima,

Il grande Male è amore-del-nulla.

Per favore, non rubatemi

la mia serenità.


*

E la gioia che nessun tempio ti contiene,

o nessuna chiesa t'incatena:

Cristo sparpagliato per tutta la terra,

Dio vestito di umanità:

Cristo sei nell'ultimo di tutti

come nel più vero tabernacolo:

Cristo dei pubblicani,

delle osterie, dei postriboli,

il tuo nome è colui che-fiorisce-sotto-il-sole.


*


Ti sento, Verbo, risuonare dalle punte dei rami

dagli aghi dei pini dall'assordante

silenzio della grande pineta

-cattedrale che più ami- appena

velata di nebbia come

da diffusa nube d'incenso il tempio.

Subito muore il rumore dei passi

come sordi rintocchi:

segni di vita o di morte?

Non è tutto un vivere e insieme

un morire? Ciò che più conta

non è questo, non è questo:

conta solo che siamo eterni,

che dureremo, che sopravviveremo...

Non so come, non so dove, ma tutto

perdurerà: di vita in vita

e ancora da morte a vita

come onde sulle balze

di un fiume senza fine.

Morte necessaria come la vita,

morte come interstizio

tra le vocali e le consonanti del Verbo,

morte, impulso a sempre nuove forme.

*

Non so quando spunterà l'alba

non so quando potrò

camminare per le vie del tuo paradiso

non so quando i sensi finiranno di gemere

e il cuore sopporterà la luce.

E la mente (oh la mente!) già ubriaca,

sarà finalmente calma e lucida:

e potrò vederti in volto senza arrossire.


*


"Anche Tu / finivi con la certezza di essere /

un abbandonato./ Anche Tu / non sapevi!

E hai gridato il perché/ di tutti i maledetti,

appesi / ai patiboli. E non era / desiderio di

sapere la ragione / del morire: non questo, /

non la morte è l'enigma.../ Mistero è che

nessuno comprende / come Tu possa, Dio,

coesistere / insieme al Male..."


(O sensi miei..., p. 606)


*

Liberata l'anima ritorna

agli angoli delle strade

oggi percorse, a ritrovare i brani.

Lì un gomitolo d'uomo

posato sulle grucce,

e là una donna offriva al suo nato

il petto senza latte.

Nella soffitta d'albergo

una creatura indecifrabile:

dal buio occhi uguali

al cerchio fosforescente di una sveglia

a segnare ore immobili.

E io a domandare alle pietre agli astri

al silenzio: chi ha veduto Cristo?


*

Perfino gli ulivi piangevano quella notte,

e le pietre erano più pallide e immobili,

l'aria tremava tra ramo e ramo

quella Notte.

E dicevi: "Padre, se è possibile...".

Così da questa ringhiera

quale un reticolato da campo

di concentramento, iniziava

la tua Notte.

Si è levata la più densa Notte

sul mondo tra questa

e l'altra preghiera estrema:

"Perché, perché... ma perché, mio Dio..."

Notte senza lume: disperata

tua e nostra Notte. "Perché...?"


*

Padre,

non sappiamo più ascoltare;

Padre,

nessuno più ascolta nessuno:

nessuno sa fare più silenzio!

Abbiamo perso

il senso della contemplazione,

perciò siamo così soli e vuoti,

così rumorosi e insensati;

e inevitabilmente idolatri!

Anche quando l'angoscia ci assale

donaci, o Padre, di non dubitare;

o anche di dubitare,

ma insieme di sempre più credere:

di credere alla tua fedeltà,

al tuo amore

al di là di tutte le apparenze;

e con il tuo Spirito

sempre presente

nella nostra storia.


(da "La notte del Signore")


***

 

Joë BOUSQUET

 

FUMAROLA

L'AMORE
nello specchio che affascina gli astri
POVERA
fumarola
SI
preferisce credere di aver sognato il tuo destino
e che nessuno conosca sogno
più esattamente significativo
di una laboriosa digestione
COSÌ
in piedi sulla terra che ti si rotola attorno
e ti stringe con i suoi anelli
ma
i tuoi occhi con i loro tesori
di ricordi e di visioni
subiscono l'attrazione di un astro
invisibile e quell'astro ha una stella
gemella che ti cattura con le canzoni
ch'ella ti fa sentire
e il tuo volto è appeso
alla quadriga stellare
affinché la terra vi entri
con gli orizzonti che ti hanno fatta
e che tu respiri
quando ami
E
tutto ciò che è in questo mondo
ti violenta con i suoi profumi
brucia dentro di te come una lampada
e prende dal tuo cuore delle
ispirazioni amorose
di cui ti ricopre
davvero bisogna che in piedi
seduta o distesa e perfino
con le gambe all'aria
e il sedere al vento tu
tenda dentro di te la ragnatela
ma
questo lavoro da schiavi
fa pietà
NON
si uscirà dunque mai
COME
si comprende il perverso
che vuole essere amato fino alla follia
e imporre all'innocenza
un amore che sia l'oblio
del proprio sesso
ah quello prende il fiore delle sfere
pianta una radice nella vita animale
e subito sente nella sua paura
la vastità e la pesantezza alata
di quella verità che l'occhio
di un uomo non può scorgere
MI
hanno spezzato le ossa affinché diventi
il pensiero la trasparenza di questa verità
e che l'insegni agli uomini
perché essa non può mangiarmi le viscere
L'AMORE
è eterno
come
gli altri amano
delle capre o delle pecore
io
amerò una
BAMBOLA

***

L'OMBRA DI UN'OMBRA
I
La luce fa spazio alla pura verità dei rumori
che si rintanano. Crepuscolo ansioso in cui, nella camera
di un malato, un ciuffo di giglio si ricorda che è
stato giorno.
Tutta la calma della sera, tregua di un cielo che
si dipinge le sue rive.
Ma colui che sa ha degli occhi per vedere il
bianco, il lungo dileguamento in cui le trasparenze
dell'aria sono le sole a sopravvivere, colui che sa che la
bellezza di una donna sogna senza fine quella
felicità che egli ha perduto…
Ascolta, è dolce, l'estate viene di notte
quest'anno. Ascolta, la canzone si ricorda di un
amore senza troppo sapere se si tratta del tuo…
Nell'ora strana che si capovolge, il silenzio viene
da per tutto. L'ombra del'anima, dove brillano
debolmente le forme degli esseri che io amo, mi
appare in tutta la sua grandezza rocciosa, e sento
che la mia realtà d'uomo è per un istante come
schiacciata davanti all'altezza di quello che chiamo il
mio sogno. Altezza materiale e sensibile, che ravviva
attorno a sé un orizzonte interiore in cui la purezza
delle forme è così grande da riuscire a dividere le
tenebre sulla propria chiarezza. Comprimo con due
mani il mio cuore che batte, perché, in questo
scorcio aperto su delle tenebre che fanno regnare
soltanto il mio essere su di me, scopro che il
sentimento della mia umanità si perde, e che
davanti a me, tremante, interdetto, sotto il cielo
morto di una fatalità implacabile, la mia vita ascolta
la mia vita.
Nessuno sa se io dormo. I miei occhi hanno
sognato che non c'erano più lacrime. Nella debole
luce che cade dalle stelle, mi sembra che la mia
anima interroghi il cielo attraverso il pallore del mio
volto che rabbrividisce; e indovino che ogni cosa
vivente si oblia nell'apparizione di una bellezza che,
in me stesso, è silenzio. Solo, come se nessuno
sapesse chi sono, ascolto nella vita dell'ora più
irreale il gemito di tutto ciò che vuol finire e pensa
così di sopravvivere. C'è per me nella macchia scura
di un vetro, sotto i tetti così lontani dalla finestra in
cui mi trattengo, un bambino che scrive il suo diario
senza sapere che egli sarà infelice e che mai una
donna si chiederà che cosa abbia portato dentro il
suo amore.
[...]***

da La conoscenza della sera (La Connaissance du Soir, 1947)
traduzione di Annamaria Laserra, in
Poesia Due, Milano, Guanda, 1981.


Passare

Infanzia passata nello spazio
Come un volo inseguito fino a sera
Chiamo piano la tua ombra
Per paura di vederti
Sorella a lutto dalla veste chiara
La tua fuga è l'uccello blu dei giorni
Che con il suo canto rischiara
I gesti sognati dall'amore
Una fanciulla per il tuo incanto
Con il corpo abbozzato nei cieli
Fece sciogliere le città in pianto
Illuminate nei suoi occhi
E avesti il coraggio di rendere
Il mio dubbio più vivo di me
Passarosa dalle ali di cenere
Che mi aprivi il tuo cuore nel vento

*

Il largo

Non è il suo nome a esaltarlo
Ma che piano sia mormorato
Nelle voci che non conosce
Il segreto di un cuore incrinato
Quando ogni lamento gli svela
Di che cosa abbia pianto la pena
L'uomo sente il suo cuore chiamarlo
Nelle voci che l'hanno ignorato
Così vedono tutte le stelle
Avverarsi la notte delle vette
Ventilando nella notte con le ali
La voce di qualcuno che verrà
Lui il suo male è la stessa pietà
Ciò che è lui a sua volta si oscura
E per rendergli quello che ama
Si rivolge alla pena del giorno

*

Madrigale

Dal tempo che era amata stanca di se stessa
Lei aveva giurato d'essere questo amore
E ne fu l'incanto lui ne fu il poema
La terra è leggera a promesse passate
Il vento piangeva gli uccelli migranti
Cullando i mari sulle ali di sale
Prendo la stella con una bella nuvola
Se la pagina bianca ha consumato il cielo
Nell'aria che fiorisce al suo riso
C'è un vecchio cavallo color del cammino
Capisci al suo passo la morte che m'ispira
E che va senza me a chiederne la mano

*

Poema della sera

Su un giaciglio sfinito
Il lampo che oscura un istante
Mette la veste di fumo
E segue il vento distante
Su terre senza memoria
Ogni piede ha la sua scarpa
L'ala è bianca l'ala è nera
Il giorno è solo metà
E su una trama di cenere
Dove l'uomo non è che i suoi passi
Il cuore palpitò per cogliere
Ciò che uno sguardo non vede
E' la speranza che un mondo a venire
Abbia fatto buio con la nostra ombra
E sorridendoci alla finestra
Abbia solo i nostri occhi per vedersi
Dietro le quartine che lei ispira
Ai giorni che dubitano di te
La vita ha i suoi denti per sorridere
Di ciò che una volta era già stata

*

L'ombra gemella

Varca la notte senza sponde
Se tu sei solo vagamente
L'oblio restituirà il tuo volto
Al cuore da cui nulla è assente
Il tuo silenzio nato da un'ombra
Che a tutto il cielo l'ha unito
Schiude l'amore dove ti abbandoni
Alle braccia di un doppio infinito
E annullandoti sotto i tuoi veli
Presi alla notte da un fiore
Concede occhi alla stella
Di cui la tua ombra è il cuore

*

La fortuna dei giorni

Io so un rosaio dove sboccia una rosa
Non c'è più notte per l'ombra che è
Da un'aiola errante di bagliori chiusi
Dove lo sciame vibrava dei giorni passati
Non c'è fuoco nel buio che il cielo non l'abbia
Con il mio amore morto a tante cose
Tessevo il drappo funebre dei voti sfumati
Era quello di un pianto in cui sboccia una rosa
Alba di una vita estranea ai giorni
L'oblio dell'imprevisto morto dal nostro amore
Dischiude nel fiore la mano che lo stringe
E senza me cogliendo la rosa delle notti
Una sorella di cenere lascia le nostre terre
Rende il corpo lunare ai morti che io sono

*

Giorno e notte

Sul corpo di un uccello di bosco
Inchiodati dalle sue ali immense
I giorni crocifissi alle notti
Aggiungono un nome al silenzio
Passando su lui senza vederlo
Fanno occhi più grandi della vita
All'amante che strugge di sapere
Come si muoia d'essere gradita
I giorni che disfecero i fiori
Per seppellirsi sotto il loro peso
Si sono uniti al cielo nei cuori
Dove s'aprono le ali dell'ombra
Denudandosi sotto le acque
Che la sua trasparenza ha velato
Il mattino che nasce a occhi chiusi
Allibisce di una stella fuggita
La croce che spalanca l'orizzonte
Sente in voci che si chiamano
Due nomi sbocciare un canto
Dove l'alba ride di una rondine

 

***

 

 

 

 

TIZIANO FRATUS

 

Il vangelo della carne, 2008
[torinopoesia.org]


da: Parte prima / Poesie in pelle

dittico marino

I.

a picco sul mare ogni giorno il sole sulla terra
mentre rinunciamo ad afferrare le parole che ci piacciono e rassicurano
raccogliamo noi in noi chini sulla sabbia compatta della spiaggia
rami secchi conchiglie spolpate e pezzi di vetro
li cataloghiamo nel nostro personale linguaggio mediocremente scientifico
li sedimentiamo in vasi trasparenti sigillati da tappi di sughero
ci capiamo senza ragionare in queste corte giornate di vento a piedi nudi
ci basta l'istinto l'intesa lo sguardo e il tatto
il resto del mondo resta in bilico ma le uniche notizie le scoviamo tra le braccia
scolpite tra ossa e arterie setacciate nel sangue
emerse di colpo sul fiorire delle labbra
ad un passo dal ruggire delle onde che spazza via ogni tentativo di fissità

II.

i piedi fasciati nelle scarpe che abbiamo comprato insieme
in una mattina di pioggia
sprofondano lateralmente nelle sabbie della spiaggia deserta
mentre il vento riempie le orecchie fessura le palpebre e arriccia le onde del mare
grigi e blu minerali mischiati in un continuo pulsare d'animale
che non tace un attimo
accade e non di rado che la felicità si faccia strada in noi
quando la parola non ha modo di fluire
quando ci si bacia negli occhi e ci si tiene per mano
e si resta appesi al presente privo di lividi

*
da: Parte seconda / Vene maggiori e vene minori

sei un uomo che crede in un unico dio

sei un uomo che crede in un unico dio
figlio di una terra dimenticata e dalle radici in continua ricerca di profondità
sei un uomo del mare rimasto senza pesci e senza fiato per tenere stretto fra le mani
il rumore della risacca che si rincorre in cavalloni che percorrono distanze maggiori
di quelle che separano i pianeti le costellazioni il cuore indurito di due amanti tagliati in parti
sei un uomo spento nel cuore del vulcano
sei un uomo senza futuro e con un passato mozzato e sbiadito
sei un uomo forse che si è dimenticato cosa possa essere un uomo
sei un uomo senza arti senz'anima
le figure umane costrette dentro le cornici nere che adornano le stanze della tua abitazione
dormi con gli occhi chiusi le rughe incarnate
le ciocche di capelli sfuggite ad un'idea vaga di ordine
sei un uomo che piange negli angoli nascosti dei castelli e dei musei che visiti
sei un uomo che ama tradendo sé stesso e tradisce sé stesso amando
senza riuscire mai a tradire e nemmeno ad amare
sei un uomo che sente ridere i ricordi lontani che non ha mai saputo raggiungere
sei un uomo che brulica in un abito di api intente nella piccola misura del loro ronzare
sei un uomo che si consuma come il fumo di una sigaretta svanendo verso il basso
o verso l'alto o verso un punto qualsiasi dell'universo

*
progetto architettonico per un acquedotto

la vita sgocciola e per quanto tu stringa perde sempre
quella goccia che nelle ellissi della luce sembra nulla
nel cubo di silenzio della notte scava a fondo
scuote i cieli e le profondità della terra
solleva i fondali degli oceani e ribolle il sangue
un'idea d'amore che non dà scampo
bracca la notte per annidarsi sotto cute e rifiorire il giorno
ti fotocopia al negativo
ti converte all'antica pratica del pianto per amore
a cui non avevi mai creduto
eppure se la vita tua può essere salvata
dipende anche dallo schianto della debolezza
dalle parole che scrivi la mattina sulla sabbia
a pochi centimetri dall'acqua
dal sapere abbracciare invece di fuggire
invece di uccidere

*
le legioni sguarnite dell'innocenza

I.

in anni lanosi di scorie o detriti che caricano le bocche e gonfiano le pupille
ti abbandoni all'idea che il vuoto pneumatico che pompa le ore del giorno e della notte
possa essere colmato e disatteso dalla compagnia occasionale
che sia possibile che da fuori qualcuno arrivi a stappare
per consentire lo sgorgo del mare nero che respira dentro le pareti dell'esistere
in anni raccolti i segni di una cura inefficace
in anni ti percuoti a insistere nell'errore
in anni ti racconti storie che non convincono nemmeno le statue nelle chiese
quando fra un passo e l'altro ti rifugi sotto lo sguardo pietroso di
una madonna di un san filippo o di un santo stefano
sedendoti in mezzo ai banchi vuoti
sui legni scheggiati dai secoli e dai silenzi di chi si pente
depositi monete che transitano dal buio delle tasche al buio delle scatole
abbassi il viso e componi una preghiera laica
fingi di rivolgerti al signore o al detentore spirituale della chiesa
chiedi scusa goffamente
chiedi perdono e talvolta cerchi di dire qualcosa che sappia di religioso
la cura dell'anima
la fuga dal vuoto della solitudine
passa per il silenzio delle stanze da letto
piuttosto che nel baccano confuso dei lamenti di due esseri senza pace
guarda il nostro respiro dico contando le ossa del tuo costato

[...]

*
alle porte di san pietro

si dice che si soffra per amore
in verità si soffre per mancanza d'amore
per quel senso di distanza che s'innesta nel sentiero dell'impotenza
dopo una quaresima di morti bianche
innescate dall'abbandono alle leggi del vangelo della carne
a braccia a testate a morsi avrei abbattuto le porte di san pietro
e divelto mani e alabarde delle guardie che si sarebbero interposte
fra la mia rabbia e il centro della conoscenza che fa della
filosofia commercio di reliquia
non interessava contestare il potere
lividare il dubbio di un'epoca densa di contusioni
è chiaro che l'uomo è in fuga dalla decadenza
dal giorno stesso del concepimento
il sangue nascosto schizza dalle atroci convulsioni dei corpi
macchia di scuro il vortice dei pensieri che nel silenzio dei secoli
preme al fondo dell'anima
senza che se ne renda conto piuttosto di raggiungere la punta delle lingue
una visione di mimi francesi e acrobati russi si inalbera
nel cuore del paesaggio
sul palcoscenico scarsamente illuminato
con una luce troppo chiara per rendere giustizia delle intenzioni del regista
quelle vesti riutilizzate da un'antica rappresentazione del riccardo terzo
emanano polvere ad ogni rilassamento nervoso
effetti che il pittore fatica a rendere nei giochi di ombre
del quadro a cui sta dando la caccia da anni
pensare da troppo tempo d'essere responsabili del proprio dolore
al di là di quello che altri dicono e compiono e azionano
si gira e dimentica il nome e il cognome con cui è stato battezzato
un coro di vergini vestali della dea atena e un controcanto di castrati romani
inneggiano al sacrificio che bisogna compiere per salvare sé stessi da sé stessi mentre da un pulpito giovanni sartori 

rispiega la politica per la milionesima botta
le donne usano nuovamente dipingersi nèi finti a lato del labbro


*
testa contro testa

proprio non so perché nella tua testa ti dica che per noi il futuro
non può che essere di dolore
non c'è alcun merito nel ritrovarsi nel sangue di un'altra persona
nel sentirsi così chimicamente in fusione
come avviene in noi quando siamo insieme
e ora in questo momento vorrei chiudere gli occhi
e riaprirli lì accanto a te sdraiati nel letto insieme
l'una contro l'altro ad accarezzarci a dirci piccole parole senza significato

*
da: Parte terza / I muri bianchi

sguardo miope di un discendente di galileo galilei

non raggiunge il silenzio qua carcerato
il tremolante gorgheggio del mare
ferito dalle lame del sole
che oggi illumina la distesa delle sabbie
le cinque pareti bianche che circondano
hanno perso presto la memoria della tua voce
le tue parole suicide su qualche foglio di carta
anche le tue foto riposano vuote
so che ti stai facendo divorare dal dubbio
dal torchio oliato del dolore
in una parte della città che non mi è concesso raggiungere
mormoro tra me e me il tuo nome
lo ripeto in chiesa quando riesco a trovare la forza di uscire fra la gente
ma a volte sembra che noi due non sia mai esistito


***

 

GIUSEPPE VETROMILE


UN PUGNO DI TEMPO

Ho appena conquistato un pugno di tempo da smaltirmi rilassato
sulla liquefatta balconata dopo aver rimesso in tasca
l'ultima ombra della cuccagna agguantata ieri in un effluvio
di sole abbacinante laggiù vedo un acero contorto e la luce
vi piove attorno come per accontentarlo io e lui
non siamo che gravità occasionali impulsi di terra
raccontati al cielo infinito come una fiaba per dormienti
buoni e castigati

non si sa mia cara veniamo da vicine ombre
l'uno all'altra affacciato per sentire le cose con gli stessi sensi
e i riti riprendere per esorcizzare la malasorte
e viviamo della stessa spesa e delle stesse orme di storia

nulla ci abbandona se non quest'ombra a sera e ci distacca la luna
dalle nostre orbite subliminali è vero siamo fantasmi mia cara
che cercano speranza nel buio corridoio
tra una stanza e l'altra

in abbondanza di miti scritti sulla nostra pelle di consumatori a sbafo


[segnalata con particolare menzione al XLIV Concorso Aspera -
edita sulla rivista Alla bottega n. 3/2006]

*

NON CI TOCCA LA SPERANZA

Siamo brevi incastri di terra e perdono:
mai nessuna nostra molecola è andata oltre
l'accoppiamento chimico dovuto
scritto nel quaderno del creato

un tornare indietro mille volte con la mente
cercando una possibile rinascita
laggiù nell'eden
o venuta dai cieli misteriosi
la nostra scaturigine ancora intonsa
e densa di peccato e immodestia
noi voluminoso amplesso di infiniti organi
incasellati da Dio in un fiat di luce

Non ci tocca la speranza
né l'avidità del prodigo figlio
che ritorna a scardinare ogni avere
per un attimo di felicità infeconda

Non ci tocca il domani inesistente e sgravato ora
pensando ad impossibili certezze
(nulla è il tempo che scandiamo ancora
dentro di noi)
mia cara:
ci dissero di profanare l'ombra e la morte
smagrirci fino a diventare spirito innocente

ma dove si compie il destino del sole
è su questo amen che ci richiude per sempre
nell'abito di terra

in questo qualsiasi giorno che non ci appartiene


[segnalata al XLVI Concorso Aspera -
edita sulla rivista Alla bottega n.3/2008]


***

 

TOMASO KEMENY

Tre poesie


Celebro la poesia

Celebro la poesia
che alle altre non somiglia:
scorre nelle vene azzurre dell'aria
per tingere di desiderio i cieli
e di gemme e di fiori incorona
la mai sazia d'amore.
Lei sola sfida il terrore senile
dell'avventura e accende il tramonto
a sospendere la lacrima stellata
della notte sovrana. Celebro lei,
la poesia che nel sangue germoglia
e ogni cosa decrepita muta
nella rosa di luce
che il mondo risveglia.

*

Stanze anarchiche

Ninna-nanna del porco mondo
la mia vita t'appartiene
e si trasforma di colpo
in un incubo a cinque stelle.

Chi cavalcherà la tempesta
alla testa dei giovani, dei vecchi, dei decrepiti?
Chi disgregherà lo smercio dei ritmi
spenti? Chi ruggirà
la gioia di vivere?
Chi suggerà la luce
dalle poppe stellate
della notte sconfinata?

*

Lappole

Fare l'amore
lungo il fiume
là dove la sabbia
bianca
diventa un letto
tra gli arbusti

Sentire
la vita
volare
sfiorando
le onde

Nel tuo grembo
di piacere
svanire

"Sei il vento
che mi
increspa
l'anima
di piacere"
mi sussurri,
qualche lappola
attaccata
alle calze di lana
tra salici e pioppi
in fuga
tra gli astri.

Ora il tuo volto
sembra una maschera di vento,
un sospiro infuocato
che mi rapisce l'anima.

L'albero e la sua ombra
tu ed io per sempre.

*

 

PIERLUIGI CAPPELLO


ASSETTO DI VOLO


Crocetti Editore, 2007


[per gentile concessione

dell' Editore, che ringrazio]

DA DENTRO GERICO

1998-2002


Isola


Padre, io a te

io inchiodato a te su questo scoglio

divino che conosci la tua alba

e allacci la tua potenza al fulmine

da questo culmine di spasimo

io vinto mando a te

vincitore di padri

la prora disorientata delle mie parole.

Concedi a coloro che erano ciechi

e a dismisura adesso vedono,

rotto il sigillo della fiamma,

l'ustione della carezza, il fragore

del pugno, ora che sanno

il tossico del palmo e delle nocche

ed è notte, profonda notte

a occidente di ogni immaginare

ora che le iridi conoscono

le costellazioni del dolore e del piacere,

concedi loro di sopportare

per ogni ciglio sospeso alle tenebre

al tramonto di ogni palpebra sfinita

la pronuncia dell'alba e del crepuscolo

e il rombo immenso, che sale dall'uomo.


*

DA DITTICO

1999-2003


dalla sezione Inniò

[versione in calce alla poesia in friulano]

Caino


Ma per te, Caino, fratello che ti scrivo,

le ginocchia sbucciate e la fronte segnata dal lampo,

rincorrersi, rincorrersi per sempre,

il sangue che batte il tempo, dentro le tempie,

la sua corsa il correre del tuo tremare

e ogni giorno la sosta un passo avanti a te;

per te, Caino, né il soltanto né l'abbastanza

né la pace del prima

né il conforto del dopo in pace,

soltanto la maledizione

di non poter cadere.


***

 

ANTONIO SPAGNUOLO

 

Da: Misure del timore

 

 

6 – Mare

 

La brezza ha una speranza lungo l'orizzonte:

una nenia che alberga tra il cielo

ed uno spazio che scivola.

Una vela, tre vele, venti vele, le tante vele

che intagliano arcobaleni incandescenti.

L'aria ti accarezza come un mutamento

nel capriccio celeste, corrode il sorriso

che vorresti affondare nel flessuoso millennio,

sino a divenire l'incavo dell'iride

e rischia di fluttuare tra le immagini

di un umido segnale.

 

*

 

10 – Dialoghi

 

Non ha senso annotare e scrivere nel nulla.

Desidero tornare a quella dolce malinconia

che ci accompagnava per i viali,

tra rami e ciottoli, tra le erbe aromatiche

ed il muschio, nell'umido rincorrersi.

Simile a quello che un tempo era il procedere

del destino, per scommettere qualche fantasia,

che circondi gli spazi della oltraggiosa passione,

per non tenerla in agguato come un presentimento

insonne sul corrodersi del tempo.

Chiedo un salmo che colmi il cuore,

una voce che tuoni profezie

e appaghi la tortura dell'ira.

Il dialogo che Dio non concesse

nel migrare di ore ventose,

nelle infinite pagine bianche

tramutate in un buffo risuonare dell' eco.

 

*

 

11- Ricordi

 

Come una volta ai miei ricordi,

quando la marina ripeteva richiami,

e gli scogli ascoltavano irrequieti,

ed il tramonto richiamava miraggi,

e le finzioni aggiravano sorprese,

e le acerbe lividure tornavano alle sere,

e brividi tormentavano il fascino delle ombre,

sgranare in silenzio qualche ritaglio

già seppellito più volte

per rinchiudermi nella solitudine.

Una sorpresa di colori,

come riserva ancora primavera,

misconosciuta nel volgere dei giochi

tra le carni per imperfezioni,

quasi mascherata da fiamme

per le mie urgenze che hanno il mutamento

della pelle che arrossa.

Hai l'ultima confidenza con le mie parole

per lasciare le corde degli estremi.

 

*

 

12 – Rimbalzi

 

La luna inceppa nel cielo,

impazzita per le fitte, barcollando,

per le sere che chiudono il mormorio,

a dissuadere gli incontri.

Decifrare il tuo ciglio è l'abbandono

più accogliente,

qualcosa che lentamente sgocciola,

nel fioco riverbero di alcune barriere.

Invano cerco lusinghe

nelle piccole storie quotidiane,

vagabondo a scartare le manie

o ancora una bugia da scoprire.

Più nulla intorno, intese di armonie

che fondono gli sguardi, suoni e colori,

per un'amara nostalgia

che sembra frammentare il passato

Fuggi mentre annaspo nel tempo

mentre fermenta la più strana parola,

e sventrano scorie intimidite

da nuove ferite, nei colori di ovattati

rimbalzi.

 

 

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*

 

 

Dalì

 

*

GUGLIELMO PERALTA

 

Da: Sognagione

 

 

L'albero della visione

 

Dammi Signore

la mia cecità

quotidiana

affinché io possa

mangiare

dell'albero

della visione

Nel giardino

soale

insegnami

ad arare

a coltivare

il canto

prodigioso

Ed io

mi nutra

del sonoro

frutto

E la terra

ne abbia

messe copiosa

E gli occhi

esultino

per la vendemmia

 

*

 

Sognagione*

 

Nella piantagione

dei sogni

l'agricantore**

coltiva

la sua messe

di stelle

E la vergine terra

accoglie

il suo canto

apre i frutti

sonori

nella bocca

del mondo

affinché tutti

mangino

dell'albero

in abbondanza

e ciascuno

veda

con gli orecchi

la luce e la dimora

 

* piantagione (o stagione) dei sogni

** è il poeta soale, che coltiva i sogni e il canto nella terra di Soaltà

 

*

 

Rivelazione

 

Nel sepolcro

di stelle

la notte

sapiente

custodisce

il suo

canto

E il mondo

che all'improvviso

si svela

ha il volto

del sogno

che squarcia

i sipari

 

*

 

Messia

 

Con la sua

scenografia

viene

la parola

lo s-guardo

ad incantare

E la parola

è il golgota

e il sogno

la sua croce

 

*

 

Metamorfosi

 

Vede stelle

lo s-guardo

nel nido

soale

Sull'albero

sono frutti

di luce

sonori

La mano

in ascolto

coglie

il canto

in volo

d'uccello

 

*

 

La visita

 

Io canto l'amore

che con passo di danza

viene a visitarmi

Ed ecco

il mio s-guardo si nutre di oro puro

plana nella notte profonda

come un sole-gabbiano

e l'ospite prima inatteso

ora mi è familiare

Nel giardino soale

cresce

col sillabario celeste

l'albero della visione

Amo quest'amore

che nel cielo infinito moltiplica

le mie braccia

Quando l'angelo viene

ha inizio lo spettacolo

il sogno si spalanca sulla scena

e apre nuovi sipari

Con mille bocche riproduce

il suono delle cornamuse

tracima il firmamento

con tutte le stelle

nello spazio fiorito

e la voce che chiama

silenziosa

è un fiume di luce

Io amo

questa veglia d'amore e di fuoco

amo la soglia segreta

il mistero numinoso

che fa di me un viandante

Amo

la Poesia

che con fruscio d'ali

bussa ed annuncia

Allora i miei passi conoscono

lo stupore del cosmo

E le cose

anche le piccole

e dimenticate cose

sognano il loro angelo

E l'uomo

che vinto si piega all'ascolto

libera le neurostelle*

per il convivio d'amore

 

* le idee, splendenti come stelle (neologismo dell'autore)

 

*

 

Dentro, fuori

 

Io canto il cielo invisibile

che con intima voce

canta. Dentro,

ove s'annida l'implume

parola, è il mito della nascita.

Fuori, nella falsa luce,

si aliena l'infinito. Ma

rotonda è la visione

che lo s-guardo assapora

nel giardino soale

dove coi sogni vola

la rondine sonora.

Io canto la pura dimora,

la scena segreta che s'apre

allo spettacolo. Dentro,

dove crescono i frutti,

si rinnova il miracolo.

Fuori, nell'uso quotidiano,

marcisce la rosa. Ma

sempreverde è la notte

dal candido calice,

dove sbocciano le stelle

per incanto,

dove fiorisce l'albero

dal fertile respiro del vero.

 

*

 

sito web di provenienza: https://www.ebook-larecherche.it/

 

*

 

Giangiacomo Amoretti

 

    Matura nel silenzio e vi si cela

    come in esilio la parola. Sembra

    inerte, viva a malapena – seme

    che non fiorisce, luce che non schiara.

     

    Ma radicole e filamenti vanno

    più giù, tentando il buio della terra.

    Un'acre linfa scorre tra le cellule –

    tra le sillabe un'ansia, come un tremito

     

    lungo di febbre.

     

    *

     

    DA "IL LIBRO DELL' INQUIETUDINE"

    DI BERNARDO SOARES (eteronimo di FERNANDO PESSOA)

     

    33. 

    (154)                                                                                                                               15.9.1931

     

     

           Nuvole… Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento, vivendo nella città senza vivere nella natura in cui la città è inclusa. Nuvole… Sono loro oggi la principale realtà, e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno dei grandi pericoli del mio destino. Nuvole… Corrono dall’imboccatura del fiume verso il Castello; da Occidente verso Oriente, in un tumultuare sparso e scarno, a volte bianche se vanno stracciate all’avanguardia di chissà che cosa; altre volte mezze nere, se lente, tardano ad essere spazzate via dal vento sibilante; infine nere di un bianco sporco se, quasi volessero restare, oscurano più col movimento che con l’ombra i falsi punti di fuga che le vie aprono fra le linee chiuse dei caseggiati. 

           Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso. Nuvole… Che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio! Nuvole… Continuano a passare, alcune così enormi (poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell’aria alta contro il cielo stanco; altre ancora piccole, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, da parte, in un grande isolamento fredde. 

          Nuvole… Mi interrogo e mi disconosco. Non ho mai fatto niente di utile né faro niente di giustificabile. Quella parte della mia vita che non ho dissipato a interpretare confusamente nessuna cosa, l’ho spesa a dedicare versi prosastici alle intrasmissibili sensazioni con le quali rendo mio l’universo sconosciuto. Sono stanco di me oggettivamente e soggettivamente. Sono stanco di tutto e del tutto di tutto. Nuvole… Esse sono tutto, crolli dell’altezza, uniche cose oggi reali fra la nulla terra e il cielo inesistente; brandelli indescrivibili del tedio che loro attribuisco: nebbia condensata in minacce incolori; fiocchi di cotone sporco di un ospedale senza pareti. Nuvole… Sono come me un passaggio figurato tra cielo e terra, in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose, che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l’oscurità, finzioni dell’intervallo e del discammino, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo. 

          Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto. 

      

     

    Traduzione di Maria José de Lancastre e Antonio 

     

    *

     

    JORGE LUIS BORGES

    IL COMPLICE



    Mi crocifiggono e io devo essere la croce e i ...
    chiodi.

    Mi tendono il calice e io devo essere la cicuta.

    Mi ingannano e io devo essere la menzogna.

    Mi bruciano e io devo essere l'inferno.

    Devo lodare e ringraziare ogni istante del tempo.

    Il mio nutrimento son tutte le cose.

    Il peso preciso dell'universo, l'umiliazione, il giubilo.

    Devo giustificare ciò che ferisce.

    Non importa la mia fortuna o la mia sventura.

    Sono il poeta.

     

    *


    ANTONIA POZZI


    Per Emilio Comici

    Si spalancano laghi di stupore
    a sera nei tuoi occhi
    fra lumi e suoni:

    s’aprono lenti fiori di follia
    sull’acqua dell’anima, a specchio
    della gran cima coronata di nuvole…

    Il tuo sangue che sogna le pietre
    è nella stanzaun favoloso silenzio.


    Misurina, 7 agosto 1938

    *

    Sgorgo

    Per troppa via che ho nel sangue
    tremo
    nel vasto inverno.

    E all’improvviso,
    come per una fonte che si scioglie
    nella steppa,
    una ferita che nel sonno si riapre,

    perdutamente nascono pensieri
    nel deserto castello della notte.

    Creatura di fiaba, per le mute
    stanze, dove si struggono le lampade
    dimenticate,
    lieve trascorre una parola bianca:
    si levano colombe sull’altana
    come alla vista del mare.

    Bontà, tu mi ritorni:
    si stempera l’inverno nello sgorgo
    del mio più puro sangue,
    ancora il pianto ha dolcemente nome
    perdono.

    (12 gennaio 1935)

    *

    Desiderio di cose leggere

    Giuncheto lieve biondo
    come un campo di spighe
    presso il lago celeste

    e le case di un’isola lontana
    color di vela
    pronte a salpare –

    Desiderio di cose
    leggere
    nel cuore che pesa
    come pietra
    dentro una barca –

    Ma giungerà una sera
    a queste rivel’anima liberata:
    senza piegare i giunchi
    senza muovere l’acqua o l’aria
    salperà – con le case
    dell’isola lontana,
    per un’alta scogliera
    di stelle –


    1° febbraio 1934

    *

    Funerale senza tritezza

    Questo non è esser morti,
    questo è tornare
    al paese, alla culla:
    chiaro è il giorno
    come il sorriso di una madre
    che aspettava.
    Campi brinati, alberi d’argento, crisantemi
    biondi: le bimbe
    vestite di bianco,
    col velo color della brina,
    la voce colore dell’acqua
    ancora viva fra terrose prode.
    Le fiammelle dei ceri, naufragate
    nello splendore del mattino,
    dicono quel che sia
    questo vanire
    delle terrene cose
    – dolce –,
    questo tornare degli umani,
    per aerei ponti
    di cielo, per candide creste di monti
    sognati,
    all’altra riva, ai prati
    del sole.

    3 dicembre 1934

    *

    Alpe

    (...)
    Sulle vette,
    quando la brezza che ci sfiora è l’alito
    di vite arcane riarse di purezza
    ed il sole è un amore che consuma
    e, a mezza rupe, migrando le nubi
    sopra le valli, rivelando a squarci,
    con riflessi di sogno, la pensosa
    nudità della terra, allora bello
    sopra un masso schiantarsi e luminosa,
    certa vita la morte, se non mente
    chi ci dice che qui Dio non è lontano.

    Pasturo, 28 agosto 1929

    *

    LASCIATE CHE IO MI PERDA


    O lasciate lasciate che io sia
    ...

    una cosa di nessuno

    per queste vecchie strade

    in cui la sera affonda -

    O lasciate che lasciate ch’io mi perda

    ombra nell’ombra -

    gli occhi

    due coppe alzate

    verso l’ultima luce -

    E non chiedetemi - non chiedetemi

    quello che voglio

    e quello che sono

    se per me nella folla è il vuoto

    e nel vuoto l’arcana folla

    dei miei fantasmi -

    e non cercate - non cercate

    quello ch’io cerco

    se l’estremo pallore del cielo

    m’illumina la porta di una chiesa

    e mi sospinge a entrare -

    Non domandatemi se prego

    e chi prego

    e perché prego -

    Io entro soltanto

    per avere un po’ di tregua

    e una panca e il silenzio

    in cui parlino le cose sorelle -

    Poi ch’io sono una cosa -

    una cosa di nessuno

    che va per le vecchie vie del suo mondo -

    gli occhi

    due coppe alzate

    verso l’ultima luce -

    *

    Fine 7

    Ritorno ed è ancora sul greto
    orma di mare
    mentre l’onda si esilia.
    E m’imbarca:
    e saluto le rive e i colori,
    sfumo nel dolce morente
    tramonto,
    con te mare,
    ora vasta
    della mia fine notturna.

    *

    Da PAROLE, 1938
    LAMENTAZIONE

    Che cosa mi hai dato
    Signore
    in cambio
    di quel che ti ho offerto?
    del cuore aperto
    come un frutto –
    vuotato
    del suo seme più puro –
    gettato sugli scogli
    come una conchiglia inutile
    poi che la perla è stata
    rubata – (...)

    Milano, 6 maggio 1933

     

     

    DORIAN VERUDA

     

    Da Sarò l'ultimo papa

    Genesi Editrice, 1987
    Collana di Poesia I Gherigli - n° 25

    PROMETEO – L'ELETTO

    A Sergio Quinzio


    1.

    Condannato a fissare

    Spire – su spire – di luce…

    - laggiù

    carriarmati si cozzano – esplodono – il napalm

    erige ululanti piramidi-torce

    La cupola

    è diventata falò gigantesco

    … e la folla

    … la folla ubriaca…

    crepita

    nel martirio

    supremo…

    La croce…

    la croce…

    danzerà…

    nel violaceo

    crepuscolo…

    Sarò

    L'ultimo Papa
    - l' Eletto…

    Me ucciso…

    l'orgiastico – tripudio – di abominio…

    culminerà…

    L'epocale fastigio.

    Poi calerà la – celestiale – armata.

    2.

    Nelle membra – inrocciate – una gioia

    - orrenda – formicola.

    E mentre

    per l'etere fisso sciamare quei punti

    barbuglianti – con essi compulso

    mi dissemino in quegli – assorti – nodi.

    Divengo un'orbita anch'io.

    (Nel tuo sudario

    accoglimi

    - o Notte –

    oppiaceo…)

    Ahi – nella grande

    metamorfosi

    - esplode –

    di fuoco

    - la memoria precosmica.

    (Nel tuo

    - calamitato –

    maestoso

    orgasmo…

    mi allucino…

    dilato…)

    3.

    Pupazzo

    mi guardo

    - lustrale…

    - alla forca

    - mi tasto –

    penzo

    lante

    - del colonnato di San Pietro.

    Ma tu…

    redivivo Plutone

    - Lucifero…

    Ahriman…

    non avrai

    il mio sangue

    - per sempre –

    il mio scettro…

    Dall'

    incesto

    obbrobrioso

    - per cui

    ora mi avvinghia aculeata rupe –

    sarò sbalzato

    - tratto nella sedia

    gestatoria…

    Corone di mani

    Corone di volti imploranti

    Sarò

    dischiodato

    da gente

    dissoluta

    - blasfema –

    per l'ultimo baratto

    … e poi sgozzato

    sul libro del dubbio…

    Cadrò

    con le flaccide membra…

    Sputeranno

    - imprecheranno

    - alle ceneri sparse…

    Nel fiume – insanguinato –

    sparirò.

    E la croce

    - la croce –

    danzerà

    nel violaceo crepuscolo…

    Allora

    - oh allora…

    (senza scampo è l'anatema)

    sarà l'inizio dell'Apocalisse.

    *


    DIALOGO CON MIO PADRE

    Padre, la notte s'è spogliata: aduna

    gufi e civette per il grande sabbath

    quando la mente straripata – formicolerà – di sulfuree

    lune e il destino – schiumerà – in vascelli

    di folli di streghe fachiri.


    Perché

    la morte trionfale prepara giumente di bronzo

    inghirlanda la fronte di diademi spettrali

    per il sommovimento archetipico

    il tripudio – che seppero – i re Magi dei mistici.

    Il mondo bolla iridescente svàpora…

    Il cavallo dall'ali – arpionanti – già plana

    con l'angelo d'infanzia su – ciminiere - gravide

    di putrescente – annichilante – gas.


    E noi…

    noi così dementi

    - penitenziali – cerei…

    aspettiamo lo squarcio del cratere

    la sibilla che grida

    che grida

    disseminando bambole – chiazzate – di pus.

    Padre, il mistero – mitico – dischiude le sue valve.

    Ciò che fu predetto fu ampliato in furore di trombe

    i sigilli divelti confessano arcaici enigmi.


    Il mondo

    Che amammo si svela

    Controfigura di un Moloch

    Sidereo…

    Le membra spezzate del Dio

    generarono mostri

    senza mai fine

    - ma i mostri

    sono scoppiati in un grottesco riso.

    Ed ha vinto la Morte paziente

    sacerdotessa del vento…

    Accetta, padre, la preghiera del bimbo

    trafugato

    al di là, nel deserto


    contraffatto


    del sogno.

    *

    UN GIORNO SCENDERAI

    Signore,

    un giorno

    scenderai dalle nubi d'argento

    col carro di fiamme che esplodono in grida

    entro lo sguardo di stella scoppiante

    uncinerai le – nostre – piattaforme

    i nostri grattacieli

    le piramidi.


    Un giorno scenderai – fulva cometa –

    sulle nostre metropoli schiantate.

    Troppo peccammo scatenammo giusto

    furore

    la tua sacra rabbia.

    I nostri

    misfatti – hanno tradito – il tuo sorriso

    il tuo splendido – sogno – aquilonare.


    Troppo peccammo: costruimmo ordigni

    di sterminio.

    Godemmo di boati

    ed – orizzonti – di bagliori.

    Croci

    uncinate intessemmo in camere a gas

    e labari librammo in processioni

    - fanatiche – empie.


    Facemmo tirassegno sui bambini.

    Sventrammo le donne

    con voluttuosa insania.

    Le città

    bombardammo.

    La cenere

    - cateratte di cenere –

    testammo

    ai nostri – figli – sciagurati…

    ° ° °


    Quale perdono noi potemmo chiederti

    quale preghiera osare?

    Dove cercare la tua franta Immagine?

    Quando dal Tuo silenzio ci balzasti

    e le voci dei giusti calpestati

    -dei miseri abbattuti –

    in Te si fusero…

    i morti si schiodarono dall'ombra

    brandirono i sudari come lance

    imbracciarono i teschi fiammeggianti.

    Ora marciano – insieme a te –

    per il grande olocausto.

    Per il compimento dei tempi.


    Signore,

    abbi pietà dei nostri bimbi.

    Soltanto – essi –

    ancora

    non hanno avuto il tempo di peccare.

    Essi corrono – ignari – come il vento.


    ***

    Chiedo venia, non mi è stato possibile riprodurre la posizione dei versi come nell'origine.

    ___

     

    JORGE LUIS BORGES

    IL COMPLICE



    Mi crocifiggono e io devo essere la croce e i ...
    chiodi.

    Mi tendono il calice e io devo essere la cicuta.

    Mi ingannano e io devo essere la menzogna.

    Mi bruciano e io devo essere l'inferno.

    Devo lodare e ringraziare ogni istante del tempo.

    Il mio nutrimento son tutte le cose.

    Il peso preciso dell'universo, l'umiliazione, il giubilo.

    Devo giustificare ciò che ferisce.

    Non importa la mia fortuna o la mia sventura.

    Sono il poeta.

     

    *


    GIOVANNI COZZA

    PIANSE LUI ALMENO

    Io cerco e non oso la
    svogliata ombra del
    Cristo sul muro al materialismo
    indotto e rotto
    trascino le mie bave per
    chiostri e affreschi remoti e
    sbiaditi. Oltre il
    dirupo urge il digiuno e il
    capo sotto la tenda allo
    sperpero delle miserie consce ove
    placa il fetore del sudato e il
    feroce turgore per l'esclusa rinuncia
    dato il breve spazio. Eppure
    non vale. La breccia torna da
    tempo troppo incisa e il
    tuo corpo di carne sale al
    mistico repertorio della sacrilega
    offerta nella stupenda
    lascivia di un mantello per me
    disteso e fatto. Appeso alle
    mie plastiche
    mani figuranti profili
    fermi d'avorio nello
    stillicidio mi vedo di mal
    sommerse paure. Pianse Francesco almeno
    un giorno lontano e santo nel
    saio avvolto.

    2° classificato al Premio Internazionale di Poesia
    "Guido Gozzano" 1975

    Da "Controcampo", anno II - N. 1

    *

    CARLO ERBETTA

    FANTASIA N. 6

    Bagliori viola su crocefissi
    aggrumati in deserti
    tabernacoli pipistrelli di
    silenzio "Cristo dove
    sei?" - "Ancora Ti
    giocano ai dadi del
    la parodia!" stingono rotule di
    legno farisaiche labbra al
    l'ora nona del Venerdì Santo da
    pulpiti-uragano agli eletti
    quaresimali di pani
    d'oro da graticole reprobi
    iconoclastici invocano
    paradisi il grido cade per
    la terza volta il
    clamide cade fustigato
    anfiteatro di fiaccole al
    Gladiatore morente
    "adagio maestoso" sul
    la piazza-proscenio si
    recita a soggetto strabocca il
    calice di tutti i
    crocefissi una
    parabolica verità
    mistificata.

    Encomio al Premio Internazionale di Poesia
    "Guido Gozzano" 1975

    Da "Controcampo", anno II - N. 1

    *


    TERESIO ZANINETTI

    Non per nulla
    tutti i fiori ritornano nel perimetro estatico
    del cuore rimasto
    sgranulando bocci d'orchidee e trifogli
    Nel caldo mattino
    solleviamo briciole
    per palpiti senza respiro e ancorché deserto
    il prato riavrà parole dovunque l'aria lo voglia
    silenzio
    di fate di prua
    nei vuoti balconi
    dove rasserena la dolce canzone
    di rabbie e singhiozzi
    silenzio
    non un'anima fiati
    il silenzio si scioglie nel gelo.

    (Dicembre 1994)

    Dalla Rivista GRANDE VETRO, Maggio '07


    *

    T. S. ELIOT

    La precipite colomba spezza l'aria

    La pricipite colomba spezza l'aria
    D'una fiamma di terrore incandescente
    Le cui fiamme proclamano
    L'unica remissione dell'essere e del peccato.
    L'unica speranza, o se no la disperazione,
    E' nella scelta dell'una o dell'altra pira -
    Ad essere redenti dal fuoco mediante il fuoco.

    Chi dunque appressò il tormento? L'Amore.
    Amore è il nome inusitato
    Dietro alle mani che temerono
    L'intollerabile tunica di fiamma
    Che forza umana non può strappare.
    E soltanto viviamo, soltanto sospiriamo
    Consunti dall'uno o l'altro fuoco.

    *

     

     

    Felice Serino - Collage apparso sul catalogo "Siviera", mailart

    *

     

    NICOLA FIORELLA

     

    DIARIO D'INVERNO

     

    Verdi onde salate muovono il linguaggio solare

    nella stagione che brucia le foglie.

    Qui di fronte al mare

    apro il mio diario d'inverno

    con le pagine logorate dal tempo

    e urlo per il sangue perduto,

    per il sole che cade nei giardini di pietra.

    Vibrazioni di voce

    narrano la storia dei mondi rovesciati

    nel vuoto del cielo.

    Un grido di terra

    nelle sfere ossidate, una luce ferita

    fra le ombre tradite

    battono le pietre nel gioco crudele degli atomi.

    Ora che l'uranio muove le ruote atomiche

    entro nel vuoto delle chitarre infelici

    dentro il labirinto della vita

    e con la rabbia del vento

    cancello tutte le memorie del computer.

     

    [dalla III Rassegna Int.le di Letteratura

    LOGOS 1988]

     

    *

     

    TERESIO ZANINETTI

     

    A questo non m'abituo

    (Leggevo il tuo profilo esangue nei libecci

    arrancando tra gladioli e fiordalisi

    dentro i covoni della morte in panne):

    questa luce falsa gli occhi, tradisce

    bisogni e pazienze, stronca

    sul nascere bocci - a questa luce

    dai lividi brulli non m'abitua

    il liso ricordo del domani in croce.

     

    (Leggevo le tue rughe nei cristalli tintinnanti

    assaporando intrecci mozzati di mani giunte

    nel girotondo degli scorticati vivi) -

    Forse era natale o capodanno, viziate

    di droga capitalista le famiglie serravano

    pance e manette (panettoni, anitre all'arancia

    figli & figlie parenti stretti al collo

    da gustare al dente)

    - forse era l'altr'anno o non ancora.

     

    Sta di fatto che a quest'aria di morte non m'abituo

     

    Mentre il boia sorride con piacere automatico

    ancora la mia mano rifiuta dovute tenerezze.

    Sto con le mie prigioni dentro il piombo

    del mio corpo stretto. Sto.

    Non so come né quando. Sto.

    Con il cranio dell'odio di classe. Sto

    In un mattino disatteso e stanco

    qualcuno esplorerà il relitto

    delle ossute gimkane a piedi freddi.

    A questa maturità che selvaggiamente delicata cresce

    solo un grido - domando - di vendetta e di riscossa,

    dolce e tremendo come il dolore

    nel tuo profilo esangue, trasparente, vivo.

     

    Teresio Zaninetti (fondatore e editore della Rivista) - 1988

     

    [da LOGOS, 1991]

     

    *

     

    CARLO ERBETTA

     

    BALLATA N. 8

     

    CHI MI DARA'

    palizzate d'oniriche

    speranze su zattere

    naufraghe in marciti

    fosforiche la

    meridiana d'ore a

    illudere il tempo proiezioni di

    sole dilaniato sul

    l'antico quadrante del

    cuore?

     

    CHI MI DARA'

    oltre pantografi numerati sul

    la tavola pitagorica del

    cemento lontananze di

    muschio comignoli non

    blasfemi presso un

    Natale di poche

    noci?

     

    CHI MI DARA'

    fiocine d'istanti

    esplosi entro coralli di

    rugiada tramontane a

    frugare lunari

    soffitte dietro chiuse

    vetrate per

    accogliere innesti di

    amore?

     

    CHI MI DARA'

    su caste pale una

    fronte di trittici rosa-

    pallido e oro la

    Annunciazione senza

    fiocchi d'organza o Rolls-

    Royce per vivi cassa da

    morto?

     

    CHI MI DARA'

    periferie gitane a

    percuotere cieli di

    rame gli orti lavati in

    absidi di nuvole il

    fragore di variopinte

    balere a

    dilatare vicoli in

    festa?

     

    INTANTO IL

    frantoio dei sogni da

    bidoni rovesciati inesorabile

    rigurgita pattume su

    anime di

    asfalto.

     

    [da Alla bottega -

    2° Premio al Concorso di Poesia -Aspera- 1974]

     

    *

     

    BALLATA N. 2

     

    RIDATEMI

    arcobaleni di gazze

    crocifisse su pali

    telegrafici di lira

    cherubini suonatori da

    arcate bramantesche a

    planare su

    sguardi d'ogivale

    stupore

    (Piangono dèmoni

    nascosti in pieghe di

    tufo con un occhio

    solo appollaiati!)

     

    RIDATEMI

    pascoli di nubi

    scotonate come

    tragiche meduse in

    metamorfosi d'acquario

    mani senza

    dimensioni algebriche né

    spazi incatenati da

    diagrammi di

    colore.

    (Il colesterolo morde

    coronarie aggrumate

    l'Amore sbadiglia

    nella noia del

    coito!)

     

    RIDATEMI

    binari di fumo

    palette ancora

    verdi su pensiline senza

    ritorno radure di

    carri imbalsamati nel

    sole trito da

    cicale a battere il 

    tempo.

    (Cornamuse di luna

    cantano remoti

    peana all'abbaglio

    angoscioso del

    laser!)

     

     

    *

     

    BALLATA N. 5

     

    TORNERANNO

    tènere sul mangiafumo

    coccinelle multicolore feltri

    giocheranno specchiere

    murali a

    Portobello.

     

    TORNERANNO

    filari di pace

    stemperata da

    nuvole d'erica dischiusi

    cancelletti in

    distici di

    rose.

     

    TORNERANNO

    pagine di azzurro

    sfilacciate ciglia del

    mattino una

    pausa di sole la

    paletta su

    vicoli di

    fiaba.

     

    TORNERANNO

    abbaini di polline

    spiovente sintonia per

    disperse dolcezze ritrovate

    se

    una foglia vizza dietro

    Nelson potrà ancora

    essere la

    luna!

     

    [da Alla bottega, n. 4 - luglio-agosto 1975]

     

     *

     

    GUIDO PAZZI

    MADRI DI SOLITUDINI


    Vicino a stelle che indossano vesti di malinconia
    ha vita un pasto di luci dovendosi posare fra occhi di bimbo
    con lievità sconosciuta e togliere dolore da madri
    con il cuore racchiuso in taglienti solitudini.


    *

     

     

     

     

    TERESIO ZANINETTI

    CANZONE


    già da sempre impiccati
    all'albero maestro i predoni
    della storia ricamata
    con cocci di diamante
    dal lustrascarpe di turno
    (per ossari e sacrestie
    conducevano il fanciullo censurando
    i clamori dell'incenso e i guaiti
    della folla incatenata
    al cerchio di luce sul capo)
    e se ancora la pioggia trasforma
    in palude il granaio
    restiamo insieme a rammendare
    il lacerato cielo sopra
    questa terra insanguinata.

    *

    GENESI UNO E DUE

    aruspice, dinastia di suoni amorfi
    cui il guanto sta come
    un seno alla donna. che se
    poi rughe sui ginocchi incrociandosi fanno
    vento si muore
    d'infamia procreando rettili. e
    così(s)sia
    (nell'antro del lupo). ma
    domani
    (sotto un sole nuovo)
    sventoleremo il giorno sopra
    le macerie dell'uomo
    (il mai nato di ieri che parla
    linguaggi di neve
    smussata agli albori
    tra scorie e cascate di sangue).
    e saremo.

    [da Alla bottega, n. 3 - maggio-giugno 1977]

    *

     

    GUIDO PAZZI

    GIARDINI DI LUNGO IGNOTO


    In un giardino di attimi abbigliati
    a lungo dall'ignoto termina un pasto di luci;
    dovendosi dileguare fra occhi di bimbi
    che tolgono lagrime da madri cariate di dolore
    e balzi di solitudine.
    E riposano dove il pudore sorride alla luna
    che sibila bianca eternità e dona fonti
    di silenzio purpureo che abbacina
    le notti dei sogni col cuore del vento.

    [da Alla bottega] 

     

    *

     

    GIOVANNI BARRICELLI

     

    RESURREZIONE

     

    Invocando vite inapparenti m'indussero

    le zolle sentore di prodigio, dai visceri

    del cardo d'impeto sgorgò il fiore giallo.

    Era la terra che impugnava il pennello

    a tempestare il grembo di colori nuovi.

    Il presagio del chicco morituro quando

    il pugno vibrava nuvole di grano simile

    a proclama: - Fango risorgerò dalle fibre

    infrante, in più vite rivivrò verde

    linfa ritornata sangue.

     

    *

     

    IO SONO DEL TUTTO E DEL NULLA

     

    Nel breve giro in quegli mi alleno, nel

    rapido abbraccio riscopro ambedue, il

    pianto ed il riso in comune.

    Sprofondo alla terra laddove radice è

    l'anima mia che arde in grovigli di spini,

    risalgo alla somma del tronco, ritrovo nei

    rami deformi le braccia che avevo perduto

    e dallo stormire di foglie richiamo il

    verbo facendolo mio.

    Io sono del tutto e del nulla e l'occhio

    m'è cieco perché ogni piccola piaga del

    mondo ricalca lo sguardo.

    Porziuncola di corpo, trattengo soltanto

    una parte di ciò che fu mio, che il più

    fu perduto dal seme che spiego nutrendone

    il mondo.

     

    *

     

    I RESPONSI DELLE NUVOLE

     

    Messaggi scritti sulla sabbia del cielo

    e tu che trattieni e rendi incancellabili

    geroglifici di steli

    sommersi da altre nuvole che incidono

    responsi, parole nuove su lavagne

    anch'esse inabissatesi e consunte

    tanto via via sbiadisce

    il detto e all'occhio trascolora

    perché si accavallano le nubi.

    E' tutto un rinnovarsi di coscienze

    che recano messaggi sopraggiunti.

     

    [Da Alla bottega]

    *

     

    GIORGIO BARBERI SQUAROTTI

    Per anni non fu che un'agonia (cioè - disse - una
    lotta o, meglio, una gara non voluta, una corsa obbligata avanti agli
    occhi dei carnefici, fra i curiosi attardati per le strade
    delle sere lunghe di dicembre), c'era di là forse la vita, ma
    non seppe mai quale voluntate fosse pace per te per lui per il Dio che
    ogni tanto pregava nel timore degli autunni o dei fulmini o dei giorni
    di veglia accanto al tuo sonno inquieto, alla tua febbre,
    o se di tutta la fatica e l'affanno il senso fosse
    continuare resistere durare
    senza fare domande.

    *

     

     

    Pierluigi Cappello

     

     

    GIORGIO BARBERI SQUAROTTI

    IL FOGLIO


    Candido un uccello bucò il foglio
    scialbo del cielo d'estate, lentamente
    si abbassò sul popolo di anime
    nude sotto il vento basso: e dallo strappo
    ecco uscire gonfi pesci nerastri con la bocca
    aperta, un volo di locuste, le gote rosse di un ragazzo
    che soffia invano dietro l'ombra lieve
    di una nube rotonda come un'ultima
    difesa del pudore sopra questa
    vulva spalancata della storia che produce
    vermi scorpioni re coronati che severi
    assistono alla morte degli schiavi
    topi con le lunghe code ispide
    un volo biondo di capelli un riso ambiguo
    sopra un volto caprino l'ano nero
    di una scimmia che vomita monete
    d'oro l'urto di una tempesta che forse
    è esplosa in qualche parte del tempo dove lascia
    rami spezzati, strade piene di fango, foglie,
    stracci di vapori velenosi, torri
    infrante, schegge di vetri in cui si specchia il nulla
    di un giorno senza fine, in cui già tutte
    le possibili storie sono state
    rappresentate fino in fondo, nessuna traccia ne rimane
    negli occhi fitti della gente che ora un poco
    si muove sulla spiaggia, scuote dalla
    memoria le immagini di fumo, le figure d'aria,
    i fantasmi usciti dalla pagina
    bucata del libro di Babele: un uccello,
    il primo che quest'anno giunge fin qui,
    con un pesce che ancora s'agita nel becco,
    poi si perde nel vuoto verso terra,
    il cielo si è richiuso sull'estremo guizzo di una coda,
    il tempo muore, e non c'è altro segno
    che quello di Giona.

    *

     

    GIAN LUCA FAVETTO

    PER UNA VOCE SOLA


    In una sera - quando ancora è giorno - buia di libri
    annego. In alto tra le medesime fiamme
    giacciono gli immortali invecchiati sonni.
    Il vento non li avesse amati! e musiche
    come preghiere, abbracci distruttori.
    Sfilano parole cicatrici che incantano e ribrezzano
    i cieli di fredde stelle e lune - chiazze
    nel lago, simili a lenzuola da poco usate.
    Allora immergo la mia pen(n)a e vorrei un altrove
    debole ma vero, ma fuggito all'imballo della carta.
    E mentre parlo dormo e il veleno in me è pace.
    Dilenziosa gioia per le ringhiere degli occhi
    sale lenta e senza affanno: che so che posso
    amare ancora fuori d'ogni inganno.
    Contro il futuro ed il possibile già digerito
    s'agita in lanterna una lamella d'inconnu,
    nuvola sospesa su altre nuvole
    piove - rada - ripida - e fulgente.
    Ed andavamo io e lei che era notte e alba e giorno fatto
    ed andavamo ancora.

    *

     

    FERDINANDO BANCHINI

    EVENTO


    Monti gregge violaceo che sta
    ammusato brucando la pianura
    vaporante la sua vita segreta,
    grani di luce che si spande lenta,
    stupore mattutino.
    Scacchiere colorate, luccichii
    d'acque di strade, chiazze verdi bianche
    d'alberi casolari, pigri fiumi,
    lo stridulo sfrecciare delle rondini,
    l'aprirsi del miracolo, l'avvento
    di sgomento e di fiamma, del mio tempo
    di cenere e di canto, la presenza
    che si staglia nel giorno.

    [da Noialtri - marzo/aprile 2007]

    *

     

    FERDINANDO BANCHINI

    OLTRE


    La sera allarga il suo varco quieto
    nell'ordito rosa-viola, avanza
    nel gioco indolente d'un soffio
    di vento salso fra gli ulivi. Sparsi
    segni fugaci brillano a un riverbero
    ultimo, di splendori in numeri annunzio
    sereno. Ampio indugio pacato
    bellezza rinnovantesi. Voci alate
    sommesse si rispondono nei folti
    cupi dei lecci. Oh certo trepide mani
    ora illudono volti di fiori e di luci,
    svanendo ansie in parole lievi.
    Quale gioia si spande, quale accordo
    mite si compie? Intorno
    la buona terra odora.

    Ma altrove, altrove è l'eterno.
    Oltre sabbie riarse, aerei picchi,
    alta aspra è la vita.

    [da Noialtri - gennaio/febbraio 2009]

    *

     

    FRANCESCO MAROTTA

    LA CANZONE DEL SONNO


    città irate cieco confine
    di cui diranno il nome
    frugando luci
    che gemono
    fra le pietre mappe
    invisibili
    che ondeggiano confuse armonie
    febbre di mani
    che si dissetano
    nella pietà di un fiore
    i passi somigliano
    di lampade
    verso orizzonti murati
    nel gelo
    di una voce gli occhi
    scomposti
    come lontane aurore
    questo notturno appesantire di stelle
    prive di mondi
    attendono gli sguardi e forse
    inventeranno un sole
    sulle pareti
    di palazzi vuoti
    giocheranno i domani
    come approdi sognati di sete
    dove è già tramonto
    ogni storia che strapparono ai giorni
    canti deserti
    di ore rovesciate
    le stagioni negate alla terra

    **

    perché è autunno
    l'anima che vedi rotolare lontano
    distaccata
    risonanza di abbandono
    che per nessun volo
    saprebbe ormai farsi sentiero
    o dimora costretta
    a stupore di liquidi ciechi
    di carne
    e memoria esplosa
    tra le rotaie
    e la sera compagna
    di un grido
    compagna di un dio che trascorre
    come chi semina
    voci di pietre
    e frutti domanda a penombre
    di sabbia
    un dio che morde e avvampa
    vestito da bambino
    che uccide le sue mani
    simili a vento
    profumo di spine
    dagli anni feriti parole fiorisce
    di un oggi che è tempo
    che non pesa
    e in pozzi di strade
    annega
    di luce
    che non conosce immagini

    ***

    nome non ha né giorno
    questa città che mi scoppiava
    in mezzo agli occhi
    di maschere liberate
    nella ritualità
    del suo dolore danza
    lungo il grigio delle ombre
    e i suoi istinti
    e notte il canto assenza il viso
    che si dispiega per cammini
    sterili nulla la voce
    che la guida
    tranne talvolta quell'unico
    lamentato silenzio
    che non grida che
    non chiede
    non dice i passi
    non legge l'ora sanguinante
    al fuoco dei suoi muri
    l'ombra dipinta
    che ti viene incontro la polvere
    che degli anni è rimasta
    impigliata in graffi lenta
    curva di lampi
    franati
    su strade arate di luna
    e porti di vento intorno
    che affondavano lievi
    il cielo superstite
    il giorno nell'acqua dei navigli

    ****

    a fatica sospeso in voli di peste
    ricompongo le voci
    del suo canto io vado là
    nel sole di un altrove sommerso
    a leggere torri di vetro
    stagioni di sale
    in un nome a gridare
    preghiere senza sonno
    come fossi già un passo
    sopra l'altro
    tra Milano e la follia
    più vicino alla lingua
    che senza sangue
    fa rivivere i volti
    non riflessi dagli specchi del giorno
    che abita grovigli di vite
    accenti e rumori di esistenze
    bruciate e neppure c'è un dio
    oltre il sonno
    ma un cielo compare
    e parla di giorni invisibili
    racchiusi in un punto io
    li penso così
    e trovano il tempo di fermare la mano
    sul cuore
    sia veglia sia sonno
    fosse anche l'ultimo sogno
    trovano spazio ancora recisi
    di sbocciare da radici
    di pietra

    [dalla rivista Alla bottega]


    *

     

     

     

     

    ALFONSO GATTO

    PRO MEMORIA


    Amico d'una volta,
    allegro giustiziere,
    ascolta.

    Forse di me dovrai dire:
    è morto per sbaglio
    o voleva morire.

    S'accusa sempre l'errore
    in ogni tempo di viltà.
    Sempre s'uccide il fiore.

    .

    AGLI AMICI

    Fumeremo nel bastimento della bottiglia
    tra le grandi lettere tremolanti sull'acqua
    la pipa dei racconti, il dolce odore del legno.
    Poi dal clamore esiterà nel nulla
    l'ultimo sparo che dondola il capo.

    *

     

    Dall'intimità - J.L. Borges


    Non sarò più felice. Non importa

    forse, ci sono ben altre cose al mondo;

    un istante qualunque è più profondo

    e più vario del mare. Breve il vivere

    benché lunghe le ore, e in una d'esse

    un oscuro miracolo si cela:

    la morte, un altro mare, un'altra freccia

    che ci fa liberi da sole e luna

    e dall'amore. Il bene che mi desti

    e mi togliesti devo cancellarlo;

    ciò ch'era tutto dev'essere niente.

    Solo mi resta il gusto d'essere niente.

    Solo mi resta il gusto d'essere triste,

    l'abitudine vana che m'inclina

    al Sud, a quella porta, a quel cantone.


    *

    Il Sud - J.L. Borges (Dall'intimità)


    Da uno dei tuoi cortili aver guardato

    le antichissime stelle,

    dalla panchina in ombra aver mirato

    le loro luci sparse

    che il mio ignorare non ha ancora appreso

    a chiamare per nome

    né a ordinarle in costellazioni,

    aver sentito l'acqua che fa circoli

    nell'occulta cisterna e l'odore

    di gelsomino e caprifoglio,

    il sonno silenzioso dell'uccello,

    sapere l'arco dell'androne e l'umido:

    questo forse è poesia, non altro.

    *

    FERNANDO PESSOA

    Grandi misteri stanno
    sulla soglia del mio essere,
    la soglia su cui si posano un momento
    grandi uccelli marini che mi fissano
    se lento avanzo a guardarli.

    Sono uccelli degli abissi,
    come quelli dei sogni.
    A pensare mi riempio di dubbi,
    per l'anima è un cataclisma
    la soglia su cui posa.

    Allora mi scuoto dal sogno
    e mi rallegro alla luce,
    se pur il giorno è triste;
    perché la soglia è terribile
    e ogni passo è una croce.

    [traduzione di Vittoria Corti]

    *

     

    Alfonso Gatto
    Il Caprimulgo


    Tornerà sempre l'ironia serena
    del sortilegio sulle tue corolle,
    fiore disfatto.
    E tu che voli e piangi
    stridendo coi tuoi grandi occhi oscuri,
    o caprimulgo dalle piume molli,
    il buio sempre ingoierà la notte
    delle farfalle nere, le lucenti
    blatte in cui l' uomo misero rattrae
    le mani e gli occhi a rispettarle,
    umane della pietà per sé.
    Per la scala degli inferi discende
    il consenso perenne, l'ordinata
    congrega delle vittime plaudenti.
    O misura dell'uomo in sé dipinto
    costretto oltre la morte, mummia salva
    a schermo delle mani,
    a non aver più limiti, distratta
    è la forza latente, il bruco insonne
    della materia che ci traccia e insegue.
    Un fenomeno oscuro il divenire
    l'enfasi sorda che alle sue parole
    non crede più, ma giura. Ancora scende
    questa scala degli inferi e l'informe
    che chiede un senso smania di figure.

    *

     

    Paul Celan

    Todesfuge


    Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
    lo beviamo al meriggio, al mattino, lo beviamo la notte
    beviamo e beviamo
    scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

    Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
    che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
    lo scrive e va sulla soglia e brillano stelle e richiama i suoi mastini
    e richiama i suoi ebrei uscite scavate una tomba nella terra
    e comanda i suoi ebrei suonate che ora si balla

    Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
    ti beviamo al mattino, al meriggio ti beviamo la sera
    beviamo e beviamo
    Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
    che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
    i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

    Egli urla forza voialtri dateci dentro scavate e voialtri cantate e suonate
    egli estrae il ferro dalla cinghia lo agita i suoi occhi sono azzurri
    vangate più a fondo voialtri e voialtri suonate che ancora si balli

    Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
    ti beviamo al meriggio e al mattino ti beviamo la sera
    beviamo e beviamo
    nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
    i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca coi serpenti
    egli urla suonate la morte suonate più dolce la morte è un maestro tedesco
    egli urla violini suonate più tetri e poi salirete come fumo nell’aria
    e poi avrete una tomba nelle nubi lì non si sta stretti

    Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
    ti beviamo al meriggio la morte è un maestro tedesco
    ti beviamo la sera e al mattino beviamo e beviamo
    la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
    egli ti centra col piombo ti centra con mira perfetta
    nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
    egli aizza i suoi mastini su di noi ci dona una tomba nell’aria
    egli gioca coi serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

    i tuoi capelli d’oro Margarete
    i tuoi capelli di cenere Sulamith

    da “Papavero e memoria”

    *

     

    BRUNO SOURDIN

    [Dal poemetto "Recandomi a Lisbona dopo una visita a Francois Augieras senza incontrarlo" - facente parte del libretto "Paris git-le-coeur", fuori serie della rivista Quetton L'Arttotal, 4° trimestre 1994, per la collana Poesie clandestine]

    .

    Neon ammiccanti, bagliore selvaggio, sul marciapiede all'alba
    Vento leggero, dopo una lunga notte magica
    Coltivata sotto un riflesso, strada misteriosa
    Le auto filano senza arrestarsi
    Sogno lampo, nell'aria scintillante

    *

    E io t'immagino entro la gioia
    Selvaggia di questo sole che sorge
    Solo appollaiato sul bordo di scogliere
    Da dove guardi scorrere la Dordogne
    In compagnia di uccelli di serpenti
    E del cri di cicale che ami

    *

    Nuvole fluttuanti del mattino
    Rotolate nel mio sacco a pelo
    Ho male a svegliarmi
    Cielo freddo, alcune case, colline

    *

    E t'immagino nel silenzio
    Selvaggio di questa caverna
    Accendere fuochi sul ciglio del vuoto
    Il tuo fumo sale verso il sole
    Tu sei felice e chiudi gli occhi
    Nella forza nascente del giorno

    *

    Si fila attraverso la Spagna
    Muscoli irritati, ubriachi di stanchezza
    Gli insetti gracchiano, gioia vigorosa
    Vento chiaro, ronzio di conversazioni
    La strada s'immerge attraverso la grande pianura accesa

    *

    E t'immagino nel sogno
    Selvaggio di questa notte d'estate
    Solo nel profondo segreto della pietra
    Donde fai cantare le corde del tuo arco
    I suoni si perdono all'infinito
    Ed è così che tu adori l'universo

    *

    Mille nuvole, sole già alto
    Erbacce, polvere fine, la strada profuma
    Noi parliamo, scherziamo
    Spirito chiaro, Lisbona appare
    Questa pura gioia del giorno, a che assomiglia?

    *

    E t'immagino nel sogno
    Selvaggio di questo pianeta
    Solo e felice di eternità
    Tu guardi a lungo il cielo crivellato di stelle
    Vecchio uomo venuto dagli astri
    Tu ami l'universo che è il tuo dio

    *

    Percorro Lisbona sacco in spalla, i grandi occhi aperti
    Rilucenti di sudore, stanchi

    Di nuovo solo, nel polverìo del sole
    Già vedo il Tage, mille dita s'agitano, cielo immenso
    Strade polverose, capelli al vento,
    Assaporo la luce pura, immacolata
    Una volta ancora rivedo la mia vecchia vita
    Vita magica, lasciatemi in pace
          Ah! questa chiara gioia
          D'esistere
          Lontano dagli uomini

    .

    Bruno Sourdin (traduzione di Felice Serino)

    *

     

    JORGE LUIS BORGES


    Rimorso per qualsiasi morte

    Libero dalla memoria e dalla speranza,
    illimitato, astratto, quasi futuro,
    il morto non è un morto: è la morte.
    Come il Dio dei mistici,
    del Quale si devono negare tutti i predicati,
    il morto ubiquamente estraneo
    non è che la perdizione e l'assenza del mondo.
    Tutto gli derubiamo,
    non gli lasciamo né un colore né una sillaba:
    qui c'è il patio che già non condividono i suoi occhi,
    là il marciapiede dove spiava la sua speranza.
    Perfino ciò che pensiamo potrebbe starlo pensando lui pure;
    ci siamo spartiti come ladroni
    il capitale delle notti e dei giorni.

    *

    Sabati

    Fuori c'è un occaso, gioiello oscuro
    incastonato nel tempo,
    e una profonda città cieca
    di uomini che non ti videro.
    La sera tace o canta.
    Qualcuno decrocifigge gli aneliti
    inchiodati nel pianoforte.
    Sempre, la moltitudine della tua bellezza.

    * * *

    A dispetto del tuo disamore
    la sua bellezza
    prodiga il suo miracolo nel tempo.
    E' in te l'avvenire
    come la primavera nella foglia nuova.
    Già quasi non sono nessuno,
    sono soltanto quell'anelito
    che si perde nella sera.
    In te sta la delizia
    come sta la crudeltà nelle spade.

    * * *

    Opprimendo l'inferriata sta la notte.
    Nella sala severa
    si cercano come ciechi le nostre due solitudini.
    Sopravvive alla sera
    il biancore glorioso della tua carne.
    Nel nostro amore c'è una pena
    che somiglia all'anima.

    * * *

    Tu
    che ieri soltanto eri tutta la bellezza
    sei anche tutto l'amore, adesso.


    [da: "Fervore di Buenos Aires"]





    PEDRO SALINAS


    LA MATERIA NON PESA

    La materia non pesa.
    Il tuo corpo ed il mio,
    uniti, non sentono mai
    schiavitù, sentono ali.
    I baci che tu mi dai
    sono sempre redenzioni:
    tu baci verso l'alto,
    e qualcosa di me porti a luce,
    costretto prima
    nel fondo oscuro.
    Lo salvi, lo guardiamo
    per vedere come ascende,
    e vola, per l'impulso che gli dài,
    verso il suo paradiso
    dove ci aspetta.
    No, non opprime la tua carne
    e neppure la terra che calpesti
    né il mio corpo che stringi.
    Sento, quando mi abbracci,
    che ho tenuto contro il petto
    un lieve palpitare,
    vicinissimo, di stella,
    che viene da un'altra vita.
    Il mondo materiale
    nasce quando tu parti.
    E sull'anima sento
    quest'oppressione enorme
    di ombre che hai lasciato,
    di parole, senza labbra,
    scritte su fogli di carta.
    Restituito alla legge
    del metallo, della roccia,
    della carne. La tua forma
    corporea,
    il tuo dolce peso rosa,
    è ciò che mi rendeva
    il mondo più lieve.
    Ma ciò che non sopporto
    è che mi schiaccia,
    chiamandomi alla terra,
    senza te per difendermi,
    è la distanza,
    è il vuoto del tuo corpo.

    Sì, tu mai, tu mai:
    il tuo ricordo, è materia.


    [trad. Emma Scoles]




    VICENTE HUIDOBRO


    Fatica

    Cammino giorno e notte
    come un parco desolato.
    Cammino giorno e notte tra sfingi cadute dai miei occhi;
    guardo il cielo e la sua erba che impara a cantare;
    guardo la campagna ferita a grandi grida
    e il sole in mezzo al vento.

    Accarezzo il mio cappello pieno di una luce speciale;
    carezzo il dorso del vento;
    i venti, che passano come le settimane;
    i venti e le luci con apparenza di frutta e sete di sangue;
    le luci, che passano come i mesi;
    mentre la notte s'appoggia alle case
    e il profumo dei garofani gira intorno al loro asse.

    Prendo posto, come il canto degli uccelli;
    è la fatica lontana e la bruma;
    cado come il vento sulla luce.

    Cado sulla mia anima.
    Ecco l'uccello dei miracoli;
    ecco i tatuaggi del mio castello;
    ecco le mie penne sul mare, che grida addio.

    Cado dalla mia anima.

    E mi rompo in pezzi d'anima sull'inverno;
    cado dal vento sulla luce;
    cado dalla colomba sul vento.

    *


    Illusioni perdute

    Foglia dell'albero caduta in infanzia
    foglia caduta in ginocchio
    al centro del suo oblio
    dolce balocco di speranze e lampi
    che sanguina dalla testa ferita
    come le illusioni ottiche
    nel palazzo di morte non scordabile
    costante nave dal cuore dolente
    tra naufragio e ombra che s'affretta

    Foglia del nodo caduto in albero caduto in infanzia
    dove mai ti trascinano foglia dal dolce cuore
    e gli eccessi del fuoco delle aquile visive
    foglie dei rami riscaldabili
    ferme nell'aria
    pronte alla corruzione fra le loro stesse braccia
    come le acque stregate

    Foglie di fantasmi sorpresi
    foglie di uccelli scritti
    ciascuna ha un cavallo e una colomba
    ciascuna ha un orizzonte ad ogni costo
    e per la sua amarezza né albero né vela.

    Foglie dell'albero cadute
    sul capo del poeta
    sul suo desiderio di piangere perché non giunge mai
    quello che aspetta in fondo ad ogni verso
    quello che attende dietro tutte le ombre


    *

     

     

    Fabio Greco è nato a Torino nel 1969. Ha pubblicato i volumi di poesie: Sulle rive dell'estro, Tra le pieghe dell'ego, L'orologio a vento.

     

     

    Alfonso Gatto

    Notte

    Tremo d’esile vena per lontane
    arie di suono, mi lusingo in volto.
    Come alleviate toccano le vane
    solitudini il cielo vuoto, ascolto.

    Lungo sereno dileguano piane
    voci apparenti nel mondo sepolto:
    m’adeguano nel sonno di montane
    bare odorose, ed il cuore n’è folto.

    *

    Erba e latte

    Mansueta di campani la sera remota
    alle finestre pallide di cielo
    odora umido, e tace in gradini la casa vuota.
    Svanisce, continuo tepore di gelo,

    nella bottiglia verde il latte; nuvole chiare
    lontanano nel fioco armonioso tacere
    della campagna. Sembra compiuto nel limitare
    della mia casa il sonno delle riviere.

    Beato volto al sereno, quasi la notte m’apra
    continuamente a sgorgare in fragranza.
    Tepida e lieve, cauta, mi lambisce una capra:
    odora d’erbe e di muschio la stanza.

    *

    Alba

    Passerà l’alba in un sogno
    al freddo freddo d’ogni casa
    al solitario azzurro del mare.
    È nudo il mondo un’altra volta.

    Erompa il cuore con la mela rossa
    contenta d’esser dura.

    In una selva molle di nuvole e di nevi
    pozz’acre di verde si rimescola il mare.

    Lo spazio smemorato si ridesta
    tra lontananze ventilato leggero.

    *

    Le cose

    Un giorno busseranno ad ogni casa,
    chi vive è già colpevole d’avere
    la sua vita segreta. Scende il buio
    della notte, si resta dietro ai vetri
    ad aspettare come giunge il vasto
    assurdo della quiete. È nelle cose
    di sempre ferme al loro posto il nuovo
    sguardo impietrito: l’angolo deserto
    mette in salvo il fuggiasco o per lo scarto
    gli affaccia la sua muta. Sembra un vano
    delirio questo credere alle cose.

    *

    Carri d’autunno

    Nello spazio lunare
    pesa il silenzio dei morti.
    Ai carri eternamente remoti
    il cigolìo dei lumi
    improvvisa perduti e beati
    villaggi di sonno.

    Come un tepore troveranno l’alba
    gli zingari di neve,
    come un tepore sotto l’ala i nidi.

    Così lontano a trasparire il mondo
    ricorda che fu d’erba, una pianura.

    *

    Vento sulla Giudecca

    I venti, i venti spogliano le navi
    e discendono al freddo
    e sono morti.

    Chi li spiegherà nel rigoglio
    delle accese partenze
    ove squilla più forte più forte il mare
    e l’antenna sventola il mattino?

    Tutta donna tutta forte tutto amore
    ed è rossa la mela, giallo il pane
    della Pasqua d’aprile…

    Ed eri calda
    ed eri il sole, mattone su mattone,
    oltre quel muro la campagna il cielo.

    *

    Osteria flegrea

    Come assidua di nulla al nulla assorta
    la luce della polvere! La porta
    al verde oscilla, l’improvvisa vampa
    del soffio è breve.

    Fissa il gufo
    l’invidia della vita,
    l’immemore che beve
    nella pergola azzurra del suo tufo
    ed al sereno della morte invita.

    (Tutte le poesie, Mondadori, 2017)

    Alfonso Gatto nasce a Salerno nel 1909.
    Nel 1941 ottiene la cattedra di Letteratura Italiana al Liceo Artistico di Bologna. Alfonso Gatto si dedica inoltre alla pittura e alla critica; è anche attore cinematografico. Muore nel 1976 per le conseguenze di un incidente d’auto.

    Fonte: https://poesiaurbana.altervista.org/alfonso-gatto-caffe-letterario/?fbclid=IwY2xjawHJMBtleHRuA2FlbQIxMQABHd_nffF7y2oUpH9dJouH_ZCrLn6nbRpFNhhEZJ3oX7ooV1TnRPyTWC7wrQ_aem_mExjbiU9bjlVte2lwac2Nw

     

    .

    Irene Rapelli

    DELICATEZZA

    Silenzio è il trasparente
    carcere di narcisi da potare.
    Attendono solo
    che una forbice incida
    steli e radici ed il pistillo voli, perpetuamente,
    nell'azzurrità rupestre
    dove l'abisso si apre a cesure ebbre,
    taciute o sfatte di essenza
    più sensuale del seme vincolante,
    in vene e suoni
    di millenni. Sorride
    del germoglio zittito l'aura informe,
    nuda ed aspersa dell'ultima luce
    prima del salto. L'assoluto parla, vivo e nullifico,
    di eternità rubata
    del tremulo sospiro nella bocca
    di fiori della poesia. Ancora qui? Da me
    odi delicatezza, un'agonia
    che pulsa, implode ed esplode, trabocca, piccola morte
    sul margine di ogni rupe, bianchezza, virgola lisa
    di pagine elettriche del sole sfrondato
    ch'emani. L'assoluto canta nero
    duramente, di povera
    immensità ridotta a buio
    nel tuffo d'acqua.

    https://irerapelli.blog/2025/03/13/delicatezza/

     

    .

    Giovanni Perri Agua

    Vorrei veder tramontare ad oriente
    sul breve canale delle canne addormentarmi
    sopra una scia di spari cacciatori
    fuggire gli alberi a ritroso
    e la notte incendiaria sentire
    l'annuncio dei cani arancioni
    vorrei nascondermi nel fieno di maggio
    nell'ampia volta del cielo che pende
    sorridere per un ricordo
    invertir l'ombra mia stessa
    di lividi e dimenticanze
    e d'anni che non ritrovo più.
    Ma d’ore numinose è fatta
    l’anima mia riflessa e d’archi e frecce,
    portami il cuore nella luce a planare
    sopra un acquaio di malinconie
    saltami allegramente sulle sponde
    della mia vena d’oro e scrivimi
    col vento ogni ferita
    degli occhi e della lingua
    io ti sono nel canto padre e figlio
    e fratello dei cocci lunari
    allora fammi terra
    fammi profumo di terra e di stalla
    oppure scovami nella campagna ramata, raggiungimi
    fin dove tocca l’erba la parola
    e non v’è peso
    né formula dei miei destini accumulati.

    .


    Giangiacomo Amoretti

    Solo nella penombra
    più rarefatta e interna,
    di là dalle figure
    stinte dell’iconòstasi,
    fra due colonne, spento
    anche l’ultimo cero,
    vedrò io – senza un lume
    che veli – per un attimo
    sospeso e come assolto
    dal tempo e dal morire –
    l’icona più segreta –
    l’invisibile Volto?

    .

    Settembre. Le ali porpora dei cirri
    sfatti nell'alto, gli esodi infiammati
    fra cielo e cielo dei rondoni, i voli
    e i silenzi e gli spazi,
    le albe, i non ritorni
    per sempre –
    ed i ricordi,
    i ricordi che straziano.

    .

    Spleen

    Malinconia dell’angelo che guarda e che non vede,
    che si avvicina a Dio da sempre e ne è lontano
    più di noi stessi – le sue ali bianche
    più alte di ogni cielo e di ogni nuvola.

    Malinconia di esistere – angelo, uomo o rondine –
    in bilico tra i mondi e sospesi nel tempo.
    La linea del confine sempre oltre.
    Il mare uguale senza un orizzonte.

    E quando si fa sera questo lungo discendere
    come di un velo fumido sulle spiagge deserte.
    Le acque immote, color blu cobalto.
    Sospeso in alto, fioco, il plenilunio.

     

    .

    Mattia Tarantino
    21 luglio '18
    C'è un'estate di sangue e mare. Un secolo che ci obbliga a tramare un'elegia, un'elegia all'Europa che muore.
    Per il Collettivo MalaTerra:

    "Oppure da una lingua del Nord
    sarà la sillaba che gonfia le ossa
    dei morti? Fummo il fanciullo e fummo
    l’acrobata: c’è sempre
    una fune tra luce e precipizio.

    Veniamo a bruciare
    le vertebre al cielo, veniamo
    a invertire la pioggia:

    certi versi sgozzano
    le aquile, altri
    marciscono i vessilli dell’Impero.

    Quest’acqua ci disperde, non conosce
    i nomi cui ha rubato sangue
    e sorte. A quest’acqua
    noi torniamo in obbedienza, senza croci
    che trattengano le stelle.

    Da lontano una Medea
    araba conduce la sardana:
    chi rompe il cerchio lo rimette
    ai margini del tempio.

    Arrivano le schiere: impugnano
    e rovesciano il gerundio;
    arrivano le gazze

    ma tu raccogli solo fiori estinti."

    Mi preme segnalarla a Claudio, Annamaria, Gabriele
    A Ginevra, che ne custodisce il segreto

     

    .

     

    La vita è davvero bizzarra: tutto prende un verso, tutto ha più di un verso, tutto è verso. Ma i versi non sanno molte cose, si perdono, si consumano.
    Per il Collettivo MalaTerra:

    "Ma i versi non sanno
    ingoiare le falene quando sempre
    più nere e sempre
    più feroci insorgono e devastano.

    Non sanno quanti nomi
    possiamo dare agli angeli, quante
    voci setacciare fino all'ultima
    vocale ancora intatta.

    Non sanno quali giri
    porta avanti la fortuna, quali sfere
    interrogare perché i bimbi
    non confondano il sangue con le rose.

    Eppure conoscono
    il mistero delle gazze quando legano
    alle ali un cielo furibondo."

    .

     

    Nunzio Buono

     

    Era l'oceano

    Il vento
    teneva il cielo
    sopra ogni tuo sguardo

    eri l'oceano
    e mi ricordo naufrago
    d'inverno

    *

     

    Giangiacomo Amoretti

     

    Settembre. Le ali porpora dei cirri
    sfatti nell'alto, gli esodi infiammati
    fra cielo e cielo dei rondoni, i voli
    e i silenzi e gli spazi,
    le albe, i non ritorni
    per sempre –
    ed i ricordi,
    i ricordi che straziano.


    Giangiacomo Amoretti

    Spleen

    Malinconia dell’angelo che guarda e che non vede,
    che si avvicina a Dio da sempre e ne è lontano
    più di noi stessi – le sue ali bianche
    più alte di ogni cielo e di ogni nuvola.

    Malinconia di esistere – angelo, uomo o rondine –
    in bilico tra i mondi e sospesi nel tempo.
    La linea del confine sempre oltre.
    Il mare uguale senza un orizzonte.

    E quando si fa sera questo lungo discendere
    come di un velo fumido sulle spiagge deserte.
    Le acque immote, color blu cobalto.
    Sospeso in alto, fioco, il plenilunio.

    *

     

    mattia tarantino - napoli, 2001

    Mi troverai al di là della luce,
    nell’orma bianca del passo
    tracciato dal canto, dove tutto
    il dolore del mondo è ammainato.

    Sarò il verbo custode
    di ogni avvenire, la fiamma
    che purifica il fiore:

    vivremo nel bosco segreto
    dove accade ogni cosa, dove
    regna la mano che stringe
    la mano, e l’uomo con l’uomo.

    Già tramo l’incanto dell’iride
    e conosco il mistero dei mondi.
    Ho visto la prima parola
    e il primo bacio svelarsi:

    saremo la grazia e la lira,
    il passero che addomestica il cielo.
    Saremo la rovina dell’angelo
    caduto da un cielo ostinato.

    (inedito per gentile concessione dell'autore)

    *


    "Felicità ti chiedevo"

    Felicità ti chiedevo
    avevi un sorriso scabro
    non molto misurabile nella luce
    dei tuoi occhi immani, e
    le spighe dei tuoi capelli
    in sogno, la prateria infinita
    sulla tua bocca si faceva
    parola, e così parlavi
    ondeggiando nel tempo
    nel colore rosa dello spazio.
    Raffaele Piazza

    *


    Mattia Tarantino
    21 luglio '18
    C'è un'estate di sangue e mare. Un secolo che ci obbliga a tramare un'elegia, un'elegia all'Europa che muore.
    Per il Collettivo MalaTerra:

    "Oppure da una lingua del Nord
    sarà la sillaba che gonfia le ossa
    dei morti? Fummo il fanciullo e fummo
    l’acrobata: c’è sempre
    una fune tra luce e precipizio.

    Veniamo a bruciare
    le vertebre al cielo, veniamo
    a invertire la pioggia:

    certi versi sgozzano
    le aquile, altri
    marciscono i vessilli dell’Impero.

    Quest’acqua ci disperde, non conosce
    i nomi cui ha rubato sangue
    e sorte. A quest’acqua
    noi torniamo in obbedienza, senza croci
    che trattengano le stelle.

    Da lontano una Medea
    araba conduce la sardana:
    chi rompe il cerchio lo rimette
    ai margini del tempio.

    Arrivano le schiere: impugnano
    e rovesciano il gerundio;
    arrivano le gazze

    ma tu raccogli solo fiori estinti."

    Mi preme segnalarla a Claudio, Annamaria, Gabriele
    A Ginevra, che ne custodisce il segreto

     

    piccolo sogno
    di irreale splendore,
    vivi di rose
    invernali fra i capelli e
    le mani,
    fluttui leggero
    sopra ogni cosa .
    gli occhi dentro
    gli occhi,
    i pensieri come
    ali di angeli.
    .
    silviavezzani
    (diritti riservati)


    Giovanni Perri Agua

    Vorrei veder tramontare ad oriente
    sul breve canale delle canne addormentarmi
    sopra una scia di spari cacciatori
    fuggire gli alberi a ritroso
    e la notte incendiaria sentire
    l'annuncio dei cani arancioni
    vorrei nascondermi nel fieno di maggio
    nell'ampia volta del cielo che pende
    sorridere per un ricordo
    invertir l'ombra mia stessa
    di lividi e dimenticanze
    e d'anni che non ritrovo più.
    Ma d’ore numinose è fatta
    l’anima mia riflessa e d’archi e frecce,
    portami il cuore nella luce a planare
    sopra un acquaio di malinconie
    saltami allegramente sulle sponde
    della mia vena d’oro e scrivimi
    col vento ogni ferita
    degli occhi e della lingua
    io ti sono nel canto padre e figlio
    e fratello dei cocci lunari
    allora fammi terra
    fammi profumo di terra e di stalla
    oppure scovami nella campagna ramata, raggiungimi
    fin dove tocca l’erba la parola
    e non v’è peso
    né formula dei miei destini accumulati.

    *


    Giangiacomo Amoretti

     

    Solo nella penombra
    più rarefatta e interna,
    di là dalle figure
    stinte dell’iconòstasi,
    fra due colonne, spento
    anche l’ultimo cero,
    vedrò io – senza un lume
    che veli – per un attimo
    sospeso e come assolto
    dal tempo e dal morire –
    l’icona più segreta –
    l’invisibile Volto?

    .
    Un atomo, un nonnulla
    di materia ed è già
    l’inizio di un bagliore –
    un lampo, un segnavia.

    Tra il cerchio e il centro è l’arco
    di un istante, la via
    brevissima che lega
    il minimo all’immenso,

    al non più il non ancora –
    il tuo volto, l’incerto
    fulgore dei tuoi occhi
    a me, all’universo.

     

    Irene Rapelli

    DELICATEZZA

    Silenzio è il trasparente
    carcere di narcisi da potare.
    Attendono solo
    che una forbice incida
    steli e radici ed il pistillo voli, perpetuamente,
    nell'azzurrità rupestre
    dove l'abisso si apre a cesure ebbre,
    taciute o sfatte di essenza
    più sensuale del seme vincolante,
    in vene e suoni
    di millenni. Sorride
    del germoglio zittito l'aura informe,
    nuda ed aspersa dell'ultima luce
    prima del salto. L'assoluto parla, vivo e nullifico,
    di eternità rubata
    del tremulo sospiro nella bocca
    di fiori della poesia. Ancora qui? Da me
    odi delicatezza, un'agonia
    che pulsa, implode ed esplode, trabocca, piccola morte
    sul margine di ogni rupe, bianchezza, virgola lisa
    di pagine elettriche del sole sfrondato
    ch'emani. L'assoluto canta nero
    duramente, di povera
    immensità ridotta a buio
    nel tuffo d'acqua.

    https://irerapelli.blog/2025/03/13/delicatezza/

    .
    Parola

    Fiore cannibale del male
    ansando sfonda l’arco del pensiero.
    Bellezza provocante del banale
    buco affollato allarga. L’infeconda
    rupe sul precipizio gronda
    per la stella del buio più nero
    obesa eternità per nullità.
    Scrive in cattività l’amplesso
    del canto. Terra, luna, poesia
    truffe o malattia. Schiavitù
    di moda e marchio rovente
    per eroi senza movente — va
    un’uguaglianza più larvale
    che danza senza figura né pane
    nel silenzioso fumo
    del rogo senza arrosto del rituale.
    Così il vestito ritaglia
    cervelli in libertà di vetro.
    Ed io ci ballo, senza riposare,
    il cuscino è una scacchiera cinica
    con un gioco truccato
    di saponi nel bagno del re nudo
    crudele solo in vanità.
    Sarò tenuta in vita, senza odiare
    che la sua infinità, aprirà
    gambe alle nozze per procura in clinica
    di morte, e pace sarà. Sta
    un’inesplosa bomba, nella tomba.
    Così sprofonda vegetale.
    I. Rapelli

    *

    "Così di noi non resta che il mistero
    d'esser vissuti ignoti anche a noi stessi;
    come vivono gli alberi confitti
    dalle radici entro la terra; e tutto
    è un vano giuoco di sequenze, uguale
    a specchi d'acque tra le nubi e il sole."

    Giuseppe Villaroel, Quasi vento d'aprile in La bellezza intravista. Antologia poetica 1914-1956, Firenze, Vallecchi, 1959, p.163.

     

    Flavio Almerighi

    Dio, dammi i remi giusti
    per potere attraversare
    tutto questo vino nero,
    la giusta direzione
    contro il sole spesso vago.
    Evitami litigi con le stelle,
    voglio gioire ogni momento
    (scrivi ancora?).
    Fa' che nudità e bellezza
    non si divorino, escano
    per onorare la luna piena.
    Sfila l'aureola, voglio toccarla
    niente spazio al freddo
    e nessuna catacomba.
    Nient'altro serve all'amore.
    Bollettino ondeggiante
    benedetto dalla luna piena
    riflessa su questo mare,
    vanitosa com'è, scende
    senza parole.
    Dio trovami tra mille rimandi,
    uova che il sole schiude.
    *
    "Dio trovami", in "Isole"
    Edizioni Ensemble, 2018

    *

     


    Lucia Triolo

    non si appartiene veramente
    che
    alla paura di incontrare
    se stessi

    non ha speranza
    l'ombra della rosa
    non ha profumo

    pettinare sogni
    e’ solo un lampo con radici
    nel sangue

    l'ombra della rosa
    incenerisce

     

    Nadine Swan
    Anche Dio ha avuto fame

    La fede in Dio è il passo
    lento sulla brace —
    Mi hai sciolto il sale negli occhi,
    Mi hai bendato la pelle
    come un corpo che ha attraversato il fuoco,
    e adesso ha cicatrici che parlano.

    Ora ti chiedo la tua sete,
    fammi spazio nella fame —
    tra la voce e il silenzio
    dove preghi con i lamenti taciuti.

    Così anch’io sarò carne
    che si lascia consumare,
    ostia non consacrata
    ma ardente,
    trafitta di tenerezza.

    Inchinami alla tua bocca
    non come chi implora,
    ma come chi conosce
    la grazia della ricostruzione.

    E poi mangiami
    in un nome che non serve più
    pronunciare.

    Non ti chiedo di amarmi,
    ma di scavarmi con la lingua
    come si fa col midollo:
    lì dove resta dolce anche il sangue.

    Sono il pane dimenticato sull’altare,
    l’ombra della benedizione,
    un grazie mai detto,
    rabbia masticata fino a farla bestemmia.

    Dammi la bocca,
    non il bacio —
    ma il morso che mi separa da me.

    Nutriti,
    che io mi svuoti a tua immagine:
    devota, spoglia,
    come un volo
    interrotto.

    Lasciami ferita,
    ma in tuo segno —
    come si lascia un graffio sulla costola,
    per ricordarsi che anche Dio
    una volta ha avuto fame.

    (da Facebook)

     

    Alfredo Bruni

    ho incontrato un mio pensiero
    nell'angolo più assurdo del mondo
    stava seduto per terra
    abbattuto
    le spalle appoggiate
    al muro caduto
    sembrava un barbone
    che era nato nobile
    e troppo presto decaduto
    sembrava un bambino
    troppo presto cresciuto
    sembrava una rosa
    da cui era nata una spina
    sembrava una morte
    che non poteva avvenire
    non chiedeva elemosina
    continuava a gridare
    squarciando il silenzio
    frantumando lo spazio
    abolendo il tempo
    e lo strazio
    ecco dov'eri ho pensato
    esiliato
    ma nemmeno dannato
    se un giorno apro il libro
    lo trovo
    che balla sul foglio
    come la stella
    che segue la luna
    e non può scaldare
    il bastardo
    sul volto ha messo
    una maschera
    di sangue e ricordi
    il mio pensiero indecente
    che sembrava perduto

    Sibari 15 aprile 2013

     

    Julie Sopetrán

    Sin aliento

    Hay algo entre las risas de la noche
    que provoca tristeza
    tedium vitae que socava y destruye
    como una araña de melancolía.
    Sinfonía de ecos como clavos
    que hieren el espectro, los sentidos, la gana,
    constelación de síntomas, ebullición de estrellas,
    dolor, insomnio, mordedura de fiera entronizada,
    silencio, ansiedad, fuego que agota, presión que vacía el ser
    y esta amargura que sangra biografía
    que tiene prisa de borrar el camino.
    Bailo con las normas y siendo libre me ato a las sombras
    me dejo caer siento el vértigo del malestar
    me aferro a la imprudencia
    de la nada
    Soy pluma en el abismo, desintegro mi llanto
    vuelo hacia el fondo
    voy y vengo
    quemo el aire.

    ©Julie Sopetrán

    *

    Senza fiato

    .

    C’è qualcosa nell’ilarità della notte

    che provoca una tristezza,

    un tedium vitae che mina e distrugge

    come un ragno di malinconia.

    Sinfonia di echi come chiodi

    che feriscono lo spettro, i sensi, il desiderio,

    costellazione di sintomi, ribollire di stelle,

    dolore, insonnia, morso di una bestia in trono,

    silenzio, ansia, fuoco che esaurisce, pressione che svuota l’essere

    e questa amarezza che sanguina biografia

    che ha fretta di cancellare il cammino.

    Danzo con le regole e essendo libera mi lego alle ombre

    mi lascio cadere sento la vertigine del disagio

    mi aggrappo all’incoscienza

    del nulla

    sono una piuma nell’abisso, disintegra le mie lacrime

    volo verso il fondo

    vado e vengo

    brucio l’aria.


    .trad. Flavio Almerighi

    .

    … non è che un sunto

    Fa in modo di farti trovare in piedi
    come gli steli fioriti di un prato
    non ancora calpestato o falciato:
    tant’è primavera e aperto è alla brezza
    lieve, da invitare alla danza d’ali.
    È breve il frusciare che di essa inebria
    per te che la morte non è che un sunto.

    E se un raggio arcobaleno ti accende
    sporgi sempre più il viso al sole caldo:
    ne avrai bisogno in ogni tua cellula
    quando alle membra sentirai gli spilli,
    sentimenti ipocriti mai sopiti,
    fondi infiggersi ghiacci nella pelle
    come rimorsi fruttati d’inverno.

    https://sempreadelantando.wordpress.com/2025/06/05/non-e-che-un-sunto/

     

    Franco Massimo Botturi
    ·
    SEA SONG

    Per la potenza dell’acqua, la scultorea
    madre magnanima che lava le mie angosce.
    Ne berrò come la belva il sangue caldo
    fino a impazzire la mente, e il corpo stanco
    al quale hai dedicato le mani più pazienti
    le vene della bocca, la danza dell’amore.
    L’utero d’acqua salina è la mia casa
    sparviero di pianura, fuori da storia e tempo;
    ho le narici di sale, il petto glabro, Nausicaa
    culla il mio divenire. Qui vivrò
    nell’ossatura dei pesci, e l’alghe, e spume.
    Tra le corriere dei fulmini e la nenia
    l’andare e poi il venire del piede della rosa.
    Tra la risacca e l’affondo, magma azzurro
    e verde del coriaceo guerriero. Tra carcasse
    gettate a riva nel saliscendi; il tempo vivo
    e quello morto in zattere e corda. Tra i bambini
    caduti come ceri pasquali da un altare
    sul fondo delle braccia più povere del mondo
    coperte di corallo e pietà, figlio anch’io
    sempre.

    (da Facebook)


    Lorenzo Curti

    Ancora
    mi vengono incontro
    memorie di notti lunari
    propizie agli incanti;

    ferite di luce nel cielo
    come fosforo di lampi
    oltrepassano stagioni e iridi,

    scrivono parole che sai,
    alfabeti segreti
    sulla pergamena del sangue.

     

    Mariangela Ruggiu

    prima che fossi questo corpo
    che sente pensa ama
    ero nell'Essere infinito
    indistinta e senza nome

    ero perfezione senza limiti
    conoscenza e amore
    poi è stato corpo e me che sono
    come un vaso di coccio
    che ha mani pelle occhi cuore

    vaso unico e diverso
    scrigno di bellezza

    seme di Amore e fame
    che non ci basta mai
    perché veniamo da un infinito
    che sempre chiama

    anche quando siamo persi
    abbiamo mani che si cercano
    corpo perso tra l'Io e il Noi

    c'è un oltre che ci aspetta
    quando andiamo oltre la morte
    ma siamo ancora vivi

    mr (da Facebook)

    .

    Edoardo Sanguineti

    '(...)
    Che cosa è l’uomo? dove sta la sua anima?
    è il teorema di Pitagora, la chitarra, il giornale:
    vedi la vanga, le tenaglie, la biro,
    che fanno il mondo che ti è naturale:

    sciogli il tuo braccio, che hai tanto sudato,
    e lungo è il tempo che ti hanno sfruttato:
    quando un automa ci avrà faticato,
    può incominciarci anche l’uomo umanato'

    'Senzatitolo ' Feltrinelli, 1992


    Pier Paolo Pasolini

    Per essere poeti, bisogna avere molto tempo:
    ore e ore di solitudine sono il solo modo
    perché si formi qualcosa,
    che è forza, abbandono,
    vizio, libertà, per dare stile al caos.

    Io tempo ormai ne ho poco:
    per colpa della morte
    che viene avanti, al tramonto della gioventù.

    Ma per colpa anche di questo nostro mondo
    umano,
    che ai poveri toglie il pane,
    ai poeti la pace.

     


    Emilio Capaccio
    ·
    Dio non nasconde
    le ragioni incomprensibili
    Sono inspiegabili ma esistono
    lo sappiamo
    Sono inspiegabili quanto basti
    per poterle accogliere con la fede
    e non nella pazzia
    La fede è lo scongiuro della pazzia
    Nessuno può dirsi pazzo
    se ha in mente nel viaggio
    la salvezza
    È una ragione incomprensibile
    dover morire per avvicinarsi
    ma la fede è una barca
    la pazzia il mare nella barca
    che urla l'insostenibile prigione

    (da Fb)

     

    Lorenzo Curti
    ·
    Dove si posa
    in volo la luce
    è timido riflesso d' acque
    tumida malinconia

    Distesa equorea
    fragile ai venti
    fomenta il senso del limite

    Noi termini di paragone
    malmessi vascelli
    non si sa se in mare aperto
    o vicini a qualche oscuro porto.

    Noi piante secche e virgulti
    rose marcescibili
    che abbiamo amato
    al loro sbocciare.

    Dove si quieta il pensiero
    l' abisso di ciò che sfugge
    alle nostre mani prensili
    incapace di trattenere
    l' essenza dei fiori
    fiotti di dolcezza.

    Appena in grado noi
    di imparare a morire
    disimparando a vivere.

    (da Fb)

     

    MARIO LUZI

    DURISSIMO SILENZIO
    TRA NOI UOMINI E IL CIELO

    Durissimo silenzio
    tra noi uomini e il cielo,
    arido
    per aridità di mente

    o scomparsa degli angeli
    rientrati nel Verbo, muti,
    alla sorgente,
    afasia, anche,
    o morte dei profeti,
    ma colmato
    da nuvole, da pietre,
    da alberi, animali,
    da quel loro
    ininterrotto afflato,
    tutto, creaturalmente.

    O anima del mondo,
    da tutto ferita,
    da tutto risarcita,
    non piangere, non piangere mai ­
    dice nel sonno
    la sua amorosa lungimiranza.

    da " VIAGGIO TERRESTRE E CELESTE DI SIMONE MARTINI " ed.GARZANTI

     

    Pedro Salinas

    Tu vivi sempre nei tuoi atti.
    Con la punta delle dita
    vai sfiorando il mondo, strappi aurore, colori, allegrie:
    la tua musica è questa
    e la vita sta nel tuo suono.

    Sì, io ti sto cercando al di là della gente.
    Non nel tuo nome, se lo dicono,
    non nella tua immagine, se la descrivono.
    Al di là, più in là, più oltre... ti vado cercando..

    E ti cerco anche al di là di te stessa.
    Non in questo tuo specchio
    e nella scrittura di te,
    e nemmeno nella tua anima.
    Più in là ancora, più oltre...

    Anche al di là di me stesso.ti sto cercando.
    Poiché tu non sei ciò che io sento di te.
    Non sei ciò che palpita
    con il mio sangue dentro le vene,
    e non sei nemmeno in ogni mia piccola parte.
    Ti vado cercando al di là, più oltre, ancora.

    E ti cerco per trovarti,
    per cessare alla fine di vivere in te,
    e in me - e negli altri.
    Per vivere al di là da tutto,
    sulla sponda altra di ogni nostra cosa,
    e finalmente raggiungerti,
    come se stessi attraversando
    la mia stessa morte.

    da "La voce a te dovuta"

     


    Umberto Saba

    Il profumo del ricordo

    Questa via stretta, antica,
    tra i muri caldi e l’ombra lieve,
    mi riporta a un tempo remoto,
    quando la mia anima bambina
    scopriva il mondo tra la polvere e il vento.
    Odor di pane, di terra bagnata,
    di vite intrecciate nella piazza,
    il canto dei panni stesi,
    il riso che si perdeva tra i tetti.
    Era un tempo povero,
    eppure così ricco d’immenso.
    La mia città era madre severa,
    ma nei suoi abbracci di pietra e mare,
    tra il sale che ardeva sulle labbra,
    io trovavo un calore antico,
    un rifugio dall’infinito mondo.
    Ora cammino tra le ombre di ieri,
    e il ricordo mi accompagna dolce,
    come una carezza sul viso stanco.
    Non ho più il cuore d’un ragazzo,
    ma questa memoria mi fa eterno.
    .

    MARIO LUZI

    Sangue – sua profusione
    in ogni dove
    del mondo,
    capillarmente
    in tutto l’universo,
    sua stormente
    ramificazione
    in ogni specie
    dell’aria, della terra,
    degli acquitrini
    dentro vene,
    arterie, cannule,
    tubicini –
    suo spreco,
    sua dissipazione antica
    nelle stragi palesi e clandestine,
    nelle cacce, nelle ecatombi,
    nelle mattanze, nelle carneficine,
    nelle croci – una alzata ad espiarne
    lo sperpero, lo scempio…
    Dove corre il sangue, dove annega?
    come l’acqua, come i fiumi
    ritorna alla sorgente
    il sangue, scende e sale
    dalla morte alla resurrezione
    O sanguis meus…

    da " POESIE ULTIME E RITROVATE "
    ed. GARZANTI

     

    Giovanni Perri Agua
    ·
    Forse il colore viene via soffiando
    e resta un codice occulto:
    così la statua nella canicola
    così il silenzio nella campagna di luglio, bum! lo sparo di un fucile,
    passare dove non sei e quasi sfiorare
    il calco di un'assenza
    questo sovramondo del nostro vedere.

    La vita è tutta una somma
    di questo non sapere in quale fotogramma finire
    con quale danza esplodere, farsi molecola, azzurro che il sole dolcemente decapita.

    Ma la magia è tutto il transuente,
    il vento che anticipa l'alba
    ripetere il bacio sulla nuca
    senza voce cantare.

    Sapete:
    vedervi crescere così in fretta
    è come la caduta dei gravi
    ma leggera
    come l'aria sulla stuoia del pomeriggio
    che tiene in equilibrio la casa.

     

    Irene Rapelli
    ·
    PAROLA

    Fiore carnivoro del male
    ansando sfonda l’arco del silenzio.
    Bellezza provocante del banale
    buco affollato allarga. L’infeconda
    rupe sul precipizio gronda
    per la stella del buio più nero
    obesa eternità per nullità.
    Scrive in cattività l’amplesso
    del canto. Terra, luna, poesia
    truffe o malattia. Schiavitù
    di moda e marchio rovente
    per eroi senza movente — va
    un’uguaglianza più larvale
    che danza senza figura né pane
    nel silenzioso fumo
    del rogo senza arrosto del rituale.
    Così il vestito ritaglia
    cervelli in libertà di vetro.
    Ed io ci ballo, senza riposare,
    il cuscino è una scacchiera cinica
    con un gioco truccato
    di saponi nel bagno del re nudo
    crudele solo in vanità.
    Sarò tenuta in vita, senza odiare
    che la sua infinità, aprirà
    gambe alle nozze per procura in clinica
    di morte, e pace sarà. Sta
    un’inesplosa bomba, nella tomba.
    Così sprofonda vegetale.

    https://irerapelli.blog/2025/03/19/parola/

     

    Francesco Marotta

    (...)
    scrivere è un’ora covata dal destino
    la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
    e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
    fino a che sanguinano anche i sogni,
    fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
    gli alfabeti rappresi dentro un grido

    (sono queste le voci che mancano a una pietra
    per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
    sono questi gli accenti
    che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
    dove la morte è presagio di stagioni,
    oracolo dei frutti e del ricordo)

    *

    da Esilio di voce

    scrivi strappando chiarori di pronome
    dalla voce la luce malata
    che s’innerva
    al rantolo di un verbo scrivi
    con lo stilo di ruggine che inchioda
    l’ala nel migrare anche la morte
    che sul foglio appare dal margine
    di sillabe di neve s’arrende alla caccia
    al sacrificio necessario
    dell’ultima lettera superstite
    *
    ci accomuna la conta differita dei morti
    la mano adusa a separare codici e correnti
    dal gorgo dove si adunano le ore
    indicibile chiusa
    di apocrifi in sembianti di volti
    di giorni in forme declinanti
    di parole
    *
    come questa luce di specchio
    quando raccoglierla è già spreco
    di fulgidi rosa un chiedere al sonno
    gli spazi
    intagli per minimi azzurri
    l’abuso di crescere che sia privo del prima
    mutilata la mano da una lama
    d’inchiostro
    che trema sul foglio.

    La radice del cielo

    nella vampa del crepuscolo, Gabriele,
    anche gli angeli cambiano colore – assumono
    sembianti carichi di voci, parvenze di infinito –
    talvolta somigliano una nuvola, profumano di corallo,
    e tu sai che più pura è la loro luce
    che avvolge la tavola imbandita di invisibili presenze
    fluttuanti nell’oro degli sguardi, più pura
    quando lacrima il sale della vita la materia del distacco,
    quando l’ombra ti lascia senza pace
    inquieto di un tremore opaco, preda del vento
    che succhia linfa alla fonte dei pensieri –
    cosa sono le nuvole mi hai chiesto – e io ho raccolto nel palmo
    la pioggia dispersa dell’aprile, la sua ferita d’aria
    per mostrarti come si forma un’ala,
    da quale precipizio risale il giorno e spinge a riva
    gli ospiti muti delle notti,
    come può una corona di piume legare alla terra
    esili germogli fioriti da suoi pori –
    cosa sono le nuvole –
    e io ti porgevo il calice delle mie mani d’acqua
    perché al richiamo di quell’ultimo bagliore di sorgente
    tu riprendessi la rotta del tuo volo,
    ritrovassi la radice da cui ricomincia il cielo

    da Lettera al figlio

    in Hairesis –

    https://rebstein.wordpress.com/.../francesco-marotta...

     

    Italo Bonassi (1932 – 2025)

    Come ti riconoscerò lassù?

    Come ti riconoscerò lassù?
    Curiosamente sfoglio tra le pagine,
    cerco la verità, ma non è facile,
    sai. Metti nel conto
    l’ansia, l’irrequietezza ed il dilemma
    dolceagro del credere o non credere…
    Come ti riconoscerò quel giorno,
    metti che ci sia?
    Oh, con stupore,
    penso, ti cercherò tra le altre anime
    nel vento freddo delle nebulose
    di un paradiso insospettato,
    tra vampate di colori e di riverberi
    di musiche, riflessi e luminarie
    di una città fantastica!
    Ma io
    come ti riconoscerò tra tanti?
    Appena appena ho in me
    una pallida idea del tuo profilo. Serbo
    con gran fatica la tua immagine, lo sai,
    ma ho ben poco di te. Indugio
    a volte nel pensarti vivo,
    giovane com’eri.
    Ma non credere,
    è illogico ch’io ti possa riconoscere,
    lassù! Frammenti di memorie
    non bastano, e l’anima tua nuda
    eternamente andrà come un fantasma
    anonimo.
    Arena di silenzio,
    giungla di desideri tramutati
    in bioccoli di echi! Una sottile
    pioggia di luce smeraldina
    trascolorante in morbidi ricami
    sarà alba perpetua per noi morti.
    Come riconoscerti?
    Chiamarti,
    dire forte il tuo nome ed il cognome,
    gridarlo mille e mille volte,
    e mille altre?
    Urlare
    la via e la città dove abitavi,
    infrangere il silenzio delle stelle,
    e poi udirti
    da quel mare di anime assopite
    rispondere ai miei urli?
    Vedi, fratello mio
    ( dici, parlandomi
    quasi con nostalgia ), è negli abissi
    di questa dolce eternità di morte
    che vive il mio pensiero come un’eco
    spenta di voce.
    Illusione di un sogno di fanciullo,
    l’idea in un paradiso interstellare,
    frutto di un desiderio!
    Anime no,
    né angeli né spiriti,
    siamo pensieri nella mente eterna
    di Dio. Pensieri
    sì, solo pensieri, eterni.

     

    Giangiacomo Amoretti
    ·
    Opaca luce, amaro
    trasalimento all’alba
    d’altre nubi, riflesso
    d’altri cieli – nell’alto
    ventare un nulla di
    nero-bianco, una rondine
    tutta ali – poi lieve
    ricadendo più giù
    la sua torbida, fuggitiva anima.

     

    Bastava che cantasse

    Faceva presto
    il canto a essermi sorriso.
    Indosso la camicia blu a righe
    —parevano cantare finanche quelle—
    e da cornice, in prospicienza,
    certi fatali pini
    —filosofia di odori forti—
    ed un agosto di luci appese ai colli.
    Sì che cantavi, padre!
    Ma gli occhi erano lucidi,
    lucidi di malinconia i tuoi occhi.
    E io lì a chiedermi:
    “Si è forse più inclini al canto, a sera?”
    Ora altissimi i silenzi.
    Memoria estatica,
    fragile a un tempo,
    infranta dal battacchio della mente:
    prima rintocchi indizi e decibel acuti,
    dopo nel nulla ti disperdi.
    Sei suono di campana.

    NUNZIA BINETTI

     

    Pierluigi Bacchini
    ·
    Vieni a sopportare ancora questa vita.
    È vita, abbiamo da fare, vieni. Fingi,
    con una lieve esaltazione. Non senti
    come scorre il suo respiro?
    C’è ancora tempo, qualche piacere.
    E parlare di ciò che vale oltre noi,
    questo nostro scoprire, la curiosità.
    E non abbandonare questi lineamenti,
    il tuo volto, che ancora appartiene a noi,
    o pare. Tutto è concreto, e sogno assieme, è
    non so, memoria. Abbi forza, ritroviamoci.

    da Staminali eterne, Mondadori

     

    Donatella Pezzino

    Monade

    Attese. Assonanze.

     

    Piccoli profumi da rendere al vento;

    è un gocciarmi lieve, di foglia
    in foglia

     

    il mio essere pioggia.

     

     

    Di un solo giorno


    Di un solo giorno


    Venivamo dalla marina,

     

    zingari come strade. Tutto
    era un dopo; le ore,

     

    una teoria
    di scale

     

    – i ceri accesi
    delle cattedrali. E infine
    la notte

     

    liquida, erbosa; una terra
    di mezzo

     

    nel torpore antico
    dove le nostre tristezze
    diventano cose.

     

    Potresti


    Potresti attutire il rumore che faccio
    cadendo; con le mani invece
    rabbocchi quello che non manca
    e mi peschi a caso
    dal sacco delle foglie. Ho voglia
    di liquirizia: ma non ricordo più la strada
    che porta alle tue tasche. Sotto la lampadina
    a risparmio
    si diventa letargici, ragionando d’uva buona
    e del mare sotto i treni e delle lenti da lettura
    che ti sperdi per casa. Fuori l’ autunno
    ostenta certi fiori piccoli
    che quando li calpesti fanno un silenzio
    odoroso e impotente; ma tanto, mi dici,
    verrà la pioggia a lavare via
    la terra nera dal mandorlo


    Basalto


    Noi siamo

    il silenzio che ci unisce:

     

    una ginestra

    e il suo abbraccio di cenere.

     

    Non ha importanza


    Silenzio. Silenzio
    dov’era musica, silenzio sulle mani,

     

    sul gorgo imploso dove finisce
    la pioggia dei giorni, coi detriti che non dicono,

     

    con tutti i fiori che non si aprono.

     


    A metà


    Ho amato

     

    come si amano gli angeli: a metà. Un’ala spezzata
    ha fatto da cornice. Forse avevo paura

     

    di rimarginarmi presto – ed era terrore, il mio –

     

    o forse temevo il logorio dei passi
    su quel lungo tappeto disteso
    fra la follia e l’abbandono.

     


    Angel


    Che il tuo volo mi sia lieve
    nel ricordarti carezza,

    che mi sia lieve il giorno, dove tutto
    è stanchezza; ora

    che sai di foglie.

     

    Vedessi com'è bianco il giorno


    Non uscire: così bianca

    ti confonderesti con la neve

    e ti perderei. Non dormire: fra le tende

    accostate

    lasciamo tremare la luce, un poco. Hai

    l’ultima sigaretta: fumala. Questa volta

    entrerai nel cono d’ombra

    a piccoli passi

     

    Lentamente


    Sola. Sono la piccola solitudine dei fiori
    quando non trovano il vento alla giusta latitudine
    da potersi dire carezza, olfatto, tintinnio di bicchieri; sono

     

    la pioggia che guarda gli uccelli sotto la gronda
    senza potersi fermare. Da questo cielo
    continuano a passare
    voli
    mentre io continuo a cercarti a ritroso
    seguendo il calco delle mie ferite.

     

    Samovar


    Mi spezzo
    proprio ora che il vento si ferma:

    ed è una morte
    gentile, dove trapassano
    i sogni, le rose, e le cose
    perdute

    che vedo solo io; e dove
    amore

    è un modo come un altro
    per chiamare la solitudine

     

    Binario 5


    Si aspetta; sempre. E nell’aspettare

     

    si diventa foto in bianco e nero

    per ricordare cose: il paltò

    senza tasche, l’orologio

    indietro. Si resta così,

    modelli in carta

     


    di profumi dimenticati

     

     

    C'è una fiamma


    Distanze. La diafana

    certezza dell’ora, che passa

     

     

    nel sentirsi

    tremare, in una foglia

    per cadere, infine; restituirsi

     

    alla terra; e cos’è

    ogni sera, in fondo

     

    se non un ritorno

     

     

    Lo spazio fra due punti


    Ecco il fiore dalle foglie scarne,
    la farfalla dimenticata sugli spilli.

     

    Figlia di Imran, di quante croci è fatta
    la sabbia che calpesti?

     

    Il respiro è pianta che germoglia sulla pietra.
    La tua mano, un velo sottile che si posa sulle cose.

     

    Le gerbere


    Non ti ho comprato le gerbere.

     

     

    “Abbiamo colori bellissimi,

    oggi” diceva la signora dei fiori.

     

    Colori. Bellissimi.

     

    C’era un azzurro

    che tremava nelle ossa: inverno

    e rimpianto. Giallo il polline

    che il vento portava lontano

    tra gli aranceti e il mare; dove la vita

    ti urla negli occhi. E sotto

    l’erba,

    petali ancora freschi

    che nessuno ricorda: il viola

    delle cose non colte.

     

    su larecherche.it

     


    g. amoretti

    Luce che all'alba defluisce e schiara
    le plaghe mute dell'inizio – luce
    più alta, che si stinge e si ritira.

    Nadir e zenit, nord e sud – il male
    da sempre già in questa incoincidenza,
    in questo non ancora e già non più,

    che è il cuore nero – il centro della luce.

     


    Vittorio Sereni

    PAURA SECONDA

    Niente ha di spavento
    la voce che chiama me
    proprio me
    dalla strada sotto casa
    in un’ora di notte:
    è un breve risveglio di vento,
    una pioggia fuggiasca.
    Nel dire il mio nome non enumera
    i miei torti, non mi rinfaccia il passato.
    Con dolcezza (Vittorio,
    Vittorio) mi disarma, arma
    contro me stesso me.

    *
    ALTRO COMPLEANNO

    A fine luglio quando
    da sotto le pergole di un bar di San Siro
    tra cancellate e fornici si intravede
    un qualche spicchio dello stadio assolato
    quando trasecola il gran catino vuoto
    a specchio del tempo sperperato e pare
    che proprio lì venga a morire un anno
    e non si sa che altro un altro anno prepari
    passiamola questa soglia una volta di più
    sol che regga a quei marosi di città il tuo cuore
    e un’ardesia propaghi il colore dell’estate.

    da "Stella variabile"

     

    Octavio Paz
    Come chi ascolta piovere

    Ascoltami come chi ascolta piovere,
    né attenta né distratta,
    passi lievi, pioviggine,
    acqua che è aria, aria che è tempo,
    il giorno non finisce di andarsene,
    la notte non arriva ancora,
    figure della nebbia
    al voltare l’angolo,
    figure del tempo
    nell’ansa di questa pausa,
    ascoltami come chi ascolta piovere,
    senza ascoltarmi, ascoltando ciò che dico
    con gli occhi aperti verso dentro,
    addormentata con i cinque sensi svegli,
    piove, passi lievi, rumore di sillabe,
    aria e acqua, parole che non pesano:
    ciò che fummo e siamo,
    i giorni e gli anni, questo istante,
    tempo senza peso, pesantezza enorme,
    ascoltami come chi ascolta piovere,
    lampeggia l’asfalto umido,
    il vapore si alza e cammina,
    la notte si apre e mi guarda,
    sei tu e il tuo sembiante di vapore,
    tu e il tuo volto di notte,
    tu e i tuoi capelli, lento lampo,
    attraversi la strada ed entri nella mia fronte,
    passi d’acqua sopra le mie palpebre,
    ascoltami come chi ascolta piovere,
    l’asfalto lampeggia, tu attraversi la strada,
    è la nebbia errante nella notte,
    è la notte addormentata nel tuo letto,
    è l’ondeggiare del tuo respiro,
    le tue dita d’acqua bagnano la mia fronte,
    le tue dita di fiamma bruciano i miei occhi,
    le tue dita d’aria aprono le palpebre del tempo,
    sgorgare di apparizioni e resurrezioni,
    ascoltami come chi ascolta piovere,
    passano gli anni, ritornano gli istanti,
    senti i tuoi passi nella stanza vicina?
    non qui né là: li senti
    in un altro tempo che è proprio ora,
    ascolta i passi del tempo
    inventore di spazi senza peso né luogo,
    ascolta la pioggia scorrere per la terrazza,
    la notte è ormai più notte fra gli alberi,
    fra le foglie si è annidato il fulmine,
    vago giardino alla deriva
    – entra, la tua ombra copre questa pagina.

    ***
    (Traduzione di Ernesto Franco)
    da “Albero interiore (1976-1987)”, in “Octavio Paz, Il fuoco di ogni giorno”, Garzanti, 1992


    Fernando Pessoa - Questa vecchia angoscia

    Questa vecchia angoscia,
    questa angoscia che porto da secoli dentro di me,
    è traboccata dal vaso,
    in lacrime, in grandi immaginazioni
    in sogni tipo incubi senza terrore
    in grandi emozioni improvvise, senza alcun senso.

    È traboccata.
    Quasi non so come comportarmi nella vita
    con questo malessere che mi riempie l’anima di pieghe!
    Se almeno impazzissi per davvero!
    Ma no: è questo essere a mezza strada,
    questo quasi,
    questo essere sul punto di…

    Il ricoverato di un manicomio almeno è qualcuno.
    Io sono il ricoverato di un manicomio senza manicomio.
    Sono pazzo a freddo,
    sono lucido e matto,
    sono estraneo a tutto e uguale a tutti:
    sto dormendo sveglio con sogni che sono pazzia
    perché non sono sogni.
    Sono in questo stato…

    Povera vecchia casa della mia infanzia perduta!
    Chi avrebbe detto che mi sarei tanto disperso!
    Che ne è del tuo bambino? È impazzito.
    Che ne è di colui che dormiva tranquillo sotto il tuo tetto provinciale?
    È impazzito.
    Ma chi, fra quelli che fui? È impazzito. Oggi costui è chi io sono.

    Se almeno possedessi una religione!
    Per esempio, una per quel feticcio
    che c’era in casa nostra, la vecchia casa, che veniva dall’Africa.
    Era bruttissimo, era grottesco,
    ma c’era in lui la divinità di tutto quello in cui si crede.
    — Giove, Geova, l’Umanità —
    uno qualunque servirebbe,
    infatti che cosa è tutto se non quello che pensiamo di tutto?

    Scoppia, cuore di vetro dipinto!
    .
    Fernando Pessoa,
    Poesie di Álvaro de Campos,
    a cura di Maria José de Lancastre,
    traduzione di Antonio Tabucchi,
    Biblioteca Adelphi, 1993, 5ª ediz.

     

    Flavio Almerighi

    Pioverà neve e ci daremo del tu.
    Nessuna anima sarà in disparte,
    perché amore è questo.
    Nei sotterranei troveremo aria fresca
    greve di umidità.
    Spesso la domanda è una sola:
    chissà dov’è adesso,
    mistero senza soluzione, vivere è questo
    ascoltare chi è svanito,
    la sua voce dentro i sogni.
    La pianura è insondabile, non ha orizzonte,
    le prime alture danno la sensazione
    di lontananze che diventano confini.
    Fortunati noi, non abbiamo subito guerre,
    ma abbiamo creduto fosse progresso
    esaudire desideri,
    annegare la stanchezza in un caffè,
    infine portare sulle spalle Anchise
    per preservarlo dal fuoco.


    https://almerighi.wordpress.com/2025/08/21/chissa-dove-adesso/?fbclid=IwY2xjawMa985leHRuA2FlbQIxMQABHvSbDw4nvnyVzyc0XPu_4IPzSucm968mAR8B72ZD_eJBoKlDWHH9qSXgpPc7_aem_Yquq9gtYIXND6bWrhWnM-w

     

    Enrico Cerquiglini
    ·
    Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto 1950)

    L’uomo che respirava le colline

    E Cesare perduto nella pioggia
    sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina
    (Francesco De Gregori, Alice, 1973)

    Aveva il passo doppio di chi non torna mai,
    anche se il ritorno lo fa ogni giorno.
    A Torino respirava il fumo e le nebbie,
    ma negli occhi portava vigne di settembre
    e mattini freschi, col fieno ancora umido.

    In campagna si sentiva cittadino
    – scarpe troppo strette, mani senza calli –
    in città, un contadino sperduto
    tra i muri che nascondono le stelle.

    Gli amori,
    un tavolo vuoto
    dove la donna siede
    solo per andarsene.
    Nei suoi letti restavano voci,
    e il freddo di chi non ha voluto restare.

    Non c’è niente di più amaro
    che un’alba vista da soli,
    scrisse,
    ed era già un epitaffio.

    Il mito lo teneva vivo:
    uomini che parlano agli dèi,
    donne nate dal mare,
    ragazzi che sfidano il padre
    e perdono sempre.
    Il mito come giustificazione
    del sangue e dell’abbandono.

    La guerra l’aveva vista troppo da vicino:
    le colline piene di passi che non tornavano,
    il fango che inghiottiva i nomi,
    il cadavere del nemico da guardare negli occhi.
    E dirsi:
    «Non sono io che cerco di non finire.
    Io non credo che possa finire.
    Ora che ho visto cos'è guerra, cos'è guerra civile,
    so che tutti, se un giorno finisse,
    dovrebbero chiedersi:
    “E dei caduti che facciamo? Perché sono morti?”
    Io non saprei cosa rispondere.
    Forse lo sanno unicamente i morti,
    e soltanto per loro la guerra è finita davvero.»

    Scrivere era il suo modo di restare in piedi.
    Ogni parola un sorso d’acqua
    in mezzo a un deserto che cresceva.

    E alla fine,
    nell’albergo anonimo,
    la solitudine non era più una stanza
    ma un coltello nel fiato.
    Ha scelto di fermarsi lì,
    lasciando frasi come vestiti piegati,
    pronti per un viaggio
    che non avrebbe fatto.

    Sulla collina il vento canta piano,
    parla di un uomo che nessuno chiama.

    (da Facebook)

     


    Cesare Pavese

    La finestra socchiusa contiene un volto
    sopra il campo del mare. I capelli vaghi
    accompagnano il tenero ritmo del mare.

    Non ci sono ricordi su questo viso.
    Solo un’ombra fuggevole, come di nube.
    L’ombra è umida e dolce come la sabbia
    di una cavità intatta, sotto il crepuscolo.
    Non ci sono ricordi. Solo un sussurro
    che è la voce del mare fatta ricordo.

    Nel crepuscolo l’acqua molle dell’alba
    che s’imbeve di luce, rischiara il viso.
    Ogni giorno è un miracolo senza tempo,
    sotto il sole: una luce salsa l’impregna
    e un sapore di frutto marino vivo.
    Non esiste ricordo su questo viso.

    Non esiste parola che lo contenga
    o accomuni alle cose passate. Ieri,
    dalla breve finestra è svanito come
    svanirà tra un istante, senza tristezza
    né parole umane, sul campo del mare.

    Cesare Pavese
    Mattino [9-18 agosto 1940]
    da "Le poesie aggiunte", in "Lavorare stanca",
    Einaudi, Torino, 1998

     


    Fabrizio De André

    Il mio bambino
    il mio
    labbra grasse al sole
    di miele
    tumore dolce benigno
    di tua madre
    spremuto nell’afa umida
    dell’estate
    e ora grumo di sangue orecchie
    e denti di latte
    e gli occhi dei soldati cani arrabbiati
    con la schiuma alla bocca
    cacciatori di agnelli
    a inseguire la gente come selvaggina
    finché il sangue selvatico
    non gli ha spento la voglia
    e dopo il ferro in gola i ferri della prigione
    e nelle ferite il seme velenoso della deportazione
    perché di nostro dalla pianura al mondo
    non possa più crescere albero né spiga né figlio
    ciao bambino mio l’eredità
    è nascosta
    in questa città
    che brucia che brucia
    nella sera che scende
    e in questa grande luce di fuoco
    per la tua piccola morte.


    Sidone, in genovese Sidun, è la città del Libano che nel 1982 fu devastata dall’offensiva delle truppe di Ariel Sharon.

     

    Cesare Pavese (1908 –1950)

    Sempre vieni dal mare
    e ne hai la voce roca,
    sempre hai occhi segreti
    d'acqua viva tra i rovi,
    e fronte bassa, come
    cielo basso di nubi.

    Ogni volta rivivi
    come una cosa antica
    e selvaggia, che il cuore
    già sapeva e si serra.

    Ogni volta è uno strappo,
    ogni volta è la morte.
    Noi sempre combattemmo.
    Chi si risolve all'urto
    ha gustato la morte
    e la porta nel sangue.
    Come buoni nemici
    che non s'odiano piú
    noi abbiamo una stessa
    voce, una stessa pena
    e viviamo affrontati
    sotto povero cielo.
    Tra noi non insidie,
    non inutili cose –
    combatteremo sempre.

    Combatteremo ancora,
    combatteremo sempre,
    perché cerchiamo il sonno
    della morte affiancati,
    e abbiamo voce roca
    fronte bassa e selvaggia
    e un identico cielo.

    Fummo fatti per questo.
    Se tu od io cede all'urto,
    segue una notte lunga
    che non è pace o tregua
    e non è morte vera.
    Tu non sei piú. Le braccia
    si dibattono invano.

    Fin che ci trema il cuore.
    Hanno detto un tuo nome.
    Ricomincia la morte.
    Cosa ignota e selvaggia
    sei rinata dal mare.

    19-20 novembre 1945


    Non sarà necessario lasciare il letto.
    Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
    Basterà la finestra a vestire ogni cosa
    di un chiarore tranquillo, quasi una luce.
    Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
    I ricordi saranno dei grumi d’ombra
    appiattati così come vecchia brace
    nel camino. Il ricordo sarà la vampa
    che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.

    Cesare Pavese (9 settembre 1908 - 27 agosto 1950)

    .

    Dino Campana

    Viaggio a Montevideo

    Io vidi dal ponte della nave
    I colli di Spagna
    Svanire, nel verde
    Dentro il crepuscolo d’oro la bruna terra celando
    Come una melodia:
    D’ignota scena fanciulla sola
    Come una melodia
    Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola
    Illanguidiva la sera celeste sul mare:
    Pure i dorati silenzii ad ora ad ora dell’ale
    Varcaron lentamente in un azzurreggiare:
    Lontani tinti dei varii colori
    Dai più lontani silenzi!
    ……La riva selvaggia sopra la sconfinata marina:
    E vidi come cavalle
    Vertiginose che si scioglievano le dune
    Verso la prateria senza fine
    Deserta senza le case umane
    E noi volgemmo fuggendo le dune che apparve
    Su un mare giallo de la portentosa dovizia del fiume,
    Del continente nuovo la capitale marina.
    Limpido fresco ed elettrico era il lume
    Della sera e là le alte case parevan deserte
    Laggiù sul mar del pirata
    De la città abbandonata
    Tra il mare giallo e le dune.

     

    SILENZIO
    Octavio Paz (1914-1998)

    Traduzione di Emilio Capaccio

    Così come dal fondo della musica
    germoglia una nota
    che mentre vibra cresce e s’assottiglia
    fino a che in un’altra musica ammutisce,
    germoglia dal fondo del silenzio
    un altro silenzio, acuta torre, spada,
    e sale e cresce e ci sospende
    e mentre sale cadono
    ricordi, speranze,
    le piccole menzogne e le grandi,
    e vorremmo gridare e nella gola
    si disperde il grido:
    confluiamo nel silenzio
    dove i silenzi ammutiscono.

    *

    SILENCIO

    Así como del fondo de la música
    brota una nota
    que mientras vibra crece y se adelgaza
    hasta que en otra música enmudece,
    brota del fondo del silencio
    otro silencio, aguda torre, espada,
    y sube y crece y nos suspende
    y mientras sube caen
    recuerdos, esperanzas,
    las pequeñas mentiras y las grandes,
    y queremos gritar y en la garganta
    se desvanece el grito:
    desembocamos al silencio
    en donde los silencios enmudecen.

    (da Fb)

     

    IL MIO SCRIVERE E' SOLO UN BUIO ERRARE

    Maria Marchesi, tre poesie

    Del mio inferno conservo le fallite
    ribellioni, il riverbero dell’impotenza,
    le successioni di ore che parevano secoli
    e creavano montagne cupe labirinti anemici.>
    ---
    Quale veramente il motivo
    per cui sono finita in manicomio?
    Quante ipotesi! Io ricordo che i tramonti
    mi portavano carrettate di carogne
    e non sapevo che farne, così danzavo nuda
    sul terrazzo per morire a mezzanotte
    nelle braccia d’un cameriere che portava
    cognac francese. Bevevo a garganella,
    rubavo qualche stella, facevo all’amore
    come un treno, dalle fogne
    arrivavano gridi senz’ardore.
    ---

    So che il dolore in parole è appena
    un venticello di stracci, murene nell’acquario.
    Ma io sono stata morta per troppi anni e adesso
    sono oltre le velleità del dolore e oltre la comprensione
    che sillabe su sillabe possano dare.
    Il mio scrivere è soltanto un buio errare
    tra funeste stazioni diroccate, tra binari spenti
    che tracciano disegni angusti, stenti
    ricoveri di stelle cadute nelle pozzanghere.

    dalla raccolta "L'occhio dell'ala"

     

    Milo De Angelis

    Milano era asfalto, asfalto liquefatto. Nel deserto
    di un giardino avvenne la carezza, la penombra
    addolcita che invase le foglie, ora senza giudizio,
    spazio assoluto di una lacrima. Un istante
    in equilibrio tra due nomi avanzò verso di noi,
    si fece luminoso, si posò respirando sul petto,
    sulla grande presenza sconosciuta. Morire fu quello
    sbriciolarsi delle linee, noi lì e il gesto ovunque,
    noi dispersi nelle supreme tensioni dell’estate,
    noi tra le ossa e l’essenza della terra.

    da Tema dell’addio (Mondadori, 2005)

     

    Ezio Falcomer

    La luna si declina in cento tinte,
    la mia sera ha il silenzio incantatore,
    così per scherzo
    mi sento quasi immortale.
    L’istante è eterno nel suo morire.

    Ho ansimato mille volte
    per arrivare a questo blu,
    a questo animale raffermo
    di vita nascosta.

    Sono muto.
    Il segreto della realtà
    è una stanza vuota.

    Il freddo protegge
    i bambini e il dolore.
    Se c’è un delirio
    non è molto irrazionale,
    è fatto di strade,
    di pensieri parassiti e semillegali.
    Nel vicolo c’è la festa dei lunatici;
    spariscono gli oggetti e le illusioni.

    Il sole a volte è un uccello nero
    e stride come legno di brigantino.
    Si può morire per troppa luce.

    (da "Mattina turchese")

     


    Dylan Thomas

    L’alba sorge dietro gli occhi,
    Tra i poli del cranio e dell’alluce il ventoso sangue
    Scivola come un mare;
    Senza legami, senza barriere, i torrenti del cielo
    Si versano dove magicamente
    Si svela in un sorriso l’olio delle lacrime.
    Notte nelle cavità delle orbite
    Come una luna di catrame, il limite dei globi;
    Il giorno inonda l’osso;
    Dove non è freddo, i venti che limano la pelle
    Disfano le vesti dell’inverno;
    Le membrane della primavera pendono dalle palpebre.
    La luce nasce sui segreti destini,
    Su particelle di pensiero dove i pensieri odorano nella pioggia;
    Quando muore la logica
    Il segreto della zolla cresce attraverso l’occhio,
    E il sangue balza nel sole;
    Al di sopra dei desolati terreni l’alba si ferma

    (versione di Raffaele La Capria )

     

    Luca Gamberini

    SE L'ACQUA SI BEVE LA LUCE DEI FIORI

    Il mio amore per te è stato
    come temere di perdere il treno
    che non passerà, come elicriso
    blindato dentro a un cassetto,
    come contare i minuti da una
    clessidra vuota. Un temporale
    estivo senza pioggia, un mare
    di cemento armato, di buone
    intenzioni. Smetterò di pensare

    se l'acqua si beve la luce dei fiori.

    Da questa larga finestra confondo
    me stesso con il finto buio del cortile,
    come scrivere il tuo nome sulla nebbia,
    come un mucchio di stracci inutilizzati.

    Anche fumare da soli, mentre muta
    la marea, potrebbe avere un senso.

    (da Fb)


    Giordano Genghini

    Anche noi ce ne andremo, spenti fuochi,
    da questi giochi intessuti dal tempo.
    Respiri e sguardi lasceremo, muti
    nel vento. E pare, ad ogni ora più lenti,
    di svanire, ed ormai trema la mano
    e la parola resta nella gola:
    lucciole al freddo di settembre, suoni
    di ultime note stonate di un piano.
    Andremo nel segreto e fra le ombre
    o quieti e preparati alla partenza
    o senza abbracci e senza addii, sorpresi,
    al lungo viaggio. Sarà forse ottobre
    o forse maggio. Andremo, nell’assenza
    di luci, un giorno notturno, con gli occhi
    velati come stelle senza forme
    perse nel cielo, o nubi grigie e strane
    di cenere, o, stupite ali di foglie
    tenere, che l’estate via dai rami
    toglie: ed invano vorremo restare
    per un minuto od un secondo ancora
    con lei o lui: dovremo abbandonare
    le cose e i visi vivi ed i sorrisi
    le rose e i prati e i sogni e il cielo e il mare.

     

    Else LaskerSchüler - (Elberfeld 1876 - Gerusalemme 1945)

    "L'ultima stella"
    Il mio argenteo guardare stilla nel vuoto,
    Mai presagii che la vita fosse cava.
    Sul mio raggio più leggero
    Scivolo come su trame d’aria
    Il tempo in cerchio, a palla,
    Instancabile la danza mai danzò.
    Freddo serpente scatta il fiato dei venti,
    Colonne di pallidi anelli salgono
    E crollano di nuovo.
    Che cos’è la silenziosa voglia d’aria,
    Questa oscillazione sotto di me,
    Quando io mi giro sopra i fianchi del tempo.
    Un lieve colore è il mio movimento
    Ma mai baciò il fresco albeggiare,
    Mai l’esultante fiorire di un mattino me.
    Si avvicina il settimo giorno –
    E la fine non è ancora creata.
    Gocce su gocce finiscono
    E si sfregano di nuovo,
    Nelle profondità barcollano le acque
    E si accalcano là e cadono a terra.
    Selvagge, scintillanti ebbre-braccia
    Schiumano e si perdono
    E come tutto si accalca e si stringe
    Nell’ultimo movimento.
    Più breve respira il tempo
    Nel grembo dei Senzatempo.
    Arie vuote strisciano
    E non raggiungono la fine,
    E un punto diventa la mia danza
    Nella cecità.

    (traduzione di Nicola Gardini)

     

    Giangiacomo Amoretti

    Non ha peso di corpo, non ha voce
    di labbra che riparlino. Si muove
    leggero, a passi morbidi. Non sai
    come né dove.

    Oscilla, avanza, retrocede. Pare
    non essere che un gesto, che lo stanco
    persistere di un fragile ricamo
    su un foglio bianco.

    Ma procede, in silenzio, ora vicino,
    ora lontano, come dietro un velo
    diafano, come in una teca, tra
    la terra e il cielo,

    sempre ed ancora. Il tempo senza tempo
    che obliquo sale-scende, nella pura
    trasparenza di un sogno antico – il tempo
    della scrittura.


    Cesare Pavese

    Mito

    Verrà il giorno che il giovane dio sarà un uomo,
    senza pena, col morto sorriso dell’uomo
    che ha compreso. Anche il sole trascorre remoto
    arrossando le spiagge. Verrà il giorno che il dio
    non saprà più dov’erano le spiagge d’un tempo.

    Ci si sveglia un mattino che è morta l’estate,
    e negli occhi tumultuano ancora splendori
    come ieri, e all’orecchio i fragori del sole
    fatto sangue. È mutato il colore del mondo.
    La montagna non tocca più il cielo; le nubi
    non s’ammassano più come frutti; nell’acqua
    non traspare più un ciottolo. Il corpo di un uomo
    pensieroso si piega, dove un dio respirava.

    Il gran sole è finito, e l’odore di terra,
    e la libera strada, colorata di gente
    che ignorava la morte. Non si muore d’estate.
    Se qualcuno spariva, c’era il giovane dio
    che viveva per tutti e ignorava la morte.
    Su di lui la tristezza era un’ombra di nube.
    Il suo passo stupiva la terra.

    Ora pesa
    la stanchezza su tutte le membra dell’uomo,
    senza pena, la calma stanchezza dell’alba
    che apre un giorno di pioggia. Le spiagge oscurate
    non conoscono il giovane, che un tempo bastava
    le guardasse. Né il mare dell’aria rivive
    al respiro. Si piegano le labbra dell’uomo
    rassegnate, a sorridere davanti alla terra.

     

    Giuseppe Ungaretti

    O NOTTE
    1919

    Dall’ampia ansia dell’alba
    Svelata alberatura.

    Dolorosi risvegli.

    Foglie, sorelle foglie,
    Vi ascolto nel lamento.

    Autunni,
    Moribonde dolcezze.

    O gioventù,
    Passata è appena l’ora del distacco.

    Cieli alti della gioventù,
    Libero slancio.

    E già sono deserto.

    Perso in questa curva malinconia.

    Ma la notte sperde le lontananze.

    Oceanici silenzi,
    Astrali nidi d’illusione,

    O notte.

     

    Wislawa Szymborska

    Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
    Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
    Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
    Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
    Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
    Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d'acqua.
    E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
    immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
    assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
    Chiedo scusa all'albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
    Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
    Verità, non prestarmi troppa attenzione.
    Serietà, sii magnanima con me.
    Sopporta, mistero dell'esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.
    Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
    Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
    Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
    So che finché vivo niente mi giustifica,
    perché io stessa mi sono d'ostacolo.
    Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
    e poi fatico per farle sembrare leggere.

     

    Alda Merini

    Bambino, se trovi l’aquilone della tua fantasia
    legalo con l’intelligenza del cuore.
    Vedrai sorgere giardini incantati
    e tua madre diventerà una pianta
    che ti coprirà con le sue foglie.
    Fa delle tue mani due bianche colombe
    che portino la pace ovunque
    e l’ordine delle cose.
    Ma prima di imparare a scrivere
    guardati nell’acqua del sentimento.

     

    Giorgio Caproni

    Quanti se ne sono andati…
    Quanti.
    Che cosa resta.
    Nemmeno
    il soffio.
    Nemmeno
    il graffio di rancore o il morso
    della presenza.
    Tutti
    se ne sono andati senza
    lasciare traccia.
    Come
    non lascia traccia il vento
    sul marmo dove passa.
    Come
    non lascia orma l’ombra
    sul marciapiede.
    Tutti
    scomparsi in un polverio
    confuso d’occhi.
    Un brusio
    di voci afone, quasi
    di foglie controfiato
    dietro i vetri.
    Foglie
    che solo il cuore vede
    e cui la mente non crede.

     

    Giovanni Raboni
    *
    Stanco della vita, io? Non scherziamo.
    Ma se me la mangio con gli occhi, ancora,
    tutte le sue insegne,se non c’è amo
    al quale non abbocchi! Semmai è ora
    d’accennare, questo sì, a qualche addio,
    cominciare a spegnere le candele
    e chiudere gli spartiti, un leggio
    per volta fino all’ultimo, al più fedele
    degli strumenti… Quale? La memoria
    sussurra i due violini, il cuore un flauto
    o il tuo silenzio – ma io so che una storia
    si fa da sola, e che è empio o almeno incauto
    scriversi il finale. Basti l’atroce
    strozzarsi in gola, vero, della voce.
    *
    Ogni giorno in una casa succede
    qualcosa d'inspiegabile: i coltelli
    col manico d'osso che erano quattro
    e adesso sono tre,
    le chiavi che di colpo si rifiutano
    di entrare nelle loro toppe,
    il libro sparito che ricompare
    dove nessuno, neanche i filippini,
    può averlo messo...Ma no, quali spiriti,
    a spostare o corrompere le cose
    non sono gli spiriti ma gli spifferi
    dei giorni che cadono a pezzi,
    delle settimane uscite dai cardini,
    dei mesi, degli anni che tremano
    alle spallate d'un vento invisibile.
    *
    Giovanni Raboni
    da "Barlumi di storia"
    Ed. All'insegna del Pesce d'Oro, 1963.
    e "Tutte le poesie" 1949 - 2004
    Einaudi, 2014.

     

    L'ultima annotazione dell'ultimo quaderno
    di Rainer Maria Rilke pochi giorni
    prima di morire di Leucemia.
    ***
    Vieni tu, tu ultimo ravvisato,
    Tu, insanabile dolore, intramato
    ora nel corpo. Un tempo nello spirito,
    ecco, in te, sono io ora calcinato;
    il legno a lungo s'è opposto
    della fiamma ad essere alleato,
    che in te avvivi, ma ora
    in te io brucio, ti sono a lato.
    La mia dolcezza nel tuo furore
    si fa furore non di qui, d'inferno.
    Salii, nudo, puro, né progetti,
    né futuro, sull'intrico
    del rogo del dolore.
    Certo di non poter comprare
    scheggia di futuro per questo cuore,
    che d'ogni provvista vuoto
    qui si è fatto muto.
    Sono ancora io, io che brucio
    Ormai qui inconoscibile?
    Non vi trascino ricordi.
    O vita, vita. Esser-fuori.
    E io in fiamme. Da Nessuno riconosciuto.

     

    Pedro Salinas

    A te si giunge solo
    attraverso di te. Ti aspetto.

    Io certo so dove sono,
    la mia città, la strada, il nome
    con cui tutti mi chiamano.
    Ma non so dove sono stato
    con te.
    Lí mi hai portato tu.

    Come
    potevo imparare il cammino
    se non guardavo altro
    che te,
    se il cammino erano i tuoi passi,
    e il suo termine
    l’istante che tu ti fermasti?
    Cosa ancora poteva esserci
    oltre a te offerta, che mi guardavi?

    Ma ora,
    quale esilio, che assenza
    essere dove si è!
    Aspetto, passano i treni,
    il caso, gli sguardi.
    Mi condurrebbero forse
    dove mai sono stato.
    Ma io non voglio i cieli nuovi.
    Voglio stare dove sono già stato.
    Con te, tornare.
    Quale immensa novità
    tornare ancora,
    ripetere, mai uguale,
    quello stupore infinito!

    E finché tu non verrai
    io rimarrò alle soglie
    dei voli, dei sogni,
    delle scie, immobile.
    Perché so che là dove sono stato
    né ali, né ruote, né vele
    conducono.
    Hanno tutte smarrito il cammino.
    Perché so che là dove sono stato
    si giunge solo
    con te, attraverso di te.

    (Traduzione di Emma Scoles)

     

    Lorenzo Curti

    LITURGIA DELLA MEMORIA

    Lo specchio al mattino
    ricorda che sei un grumo
    di sangue, un pingue nido
    di ossa, carne viva che muore
    a poco a poco ogni giorno,
    che ogni giorno reca il peso
    di tutte le albe, l' esile memoria
    di tutto gli addii, dei nuovi inizi,
    graffiti su un muro scrostato
    d' un vicolo muto. Una ruga
    accennata, una cispa d' occhio,
    un brivido di freddo,forse anche
    un disappunto l' eco di troppe lune
    tramontate, di un vento lamentoso
    su cardini arrugginiti; ritornano
    a sprazzi, per lacerti, guizzi
    di immagini a ricordarti chi fosti,
    a scongelare ibernati sussulti,
    odori perduti come sogni,
    al farsi fiore la luce,
    polvere la notte,
    incerto il domani.

    (da Fb)


    Nadine Spaggiari

    [La pratica dell'essere]

    Ecco l'uomo dalle morbide ceneri
    con il silenzio della roccia e il futuro di un adulto
    al passo pieno su un letto di conforto
    sempre assente al passaggio dell'inverno.

    L'uomo, finché esiste, avanza. Il suo traguardo è confine,
    confine di leggere braccia
    che scavano la luce chiara,
    il sole dolce,
    dolce l'acqua che sazia le gole dei bambini,
    le loro parole liquide,
    le voci familiari nello spazio aperto
    spalancato nelle loro coscienze di terra.

    E come l'inganno della promessa
    la menzogna dissolve, il puro lamento della fame,
    l'ambiguità dei loro desideri.
    Silenziosi santi, miti ritorni,
    santi con le bocche asciutte,
    sciolgono i lacci
    per mantenere lo sguardo
    sereno nei vostri occhi liberi,
    liberi ritrovati, ritrovati in una carezza.

    Santi che nutrono il giorno
    e guadagnano pietre,
    la durezza dei sentieri.

    Bellezze quiete, volti sereni,
    giunti, giunti a riposo
    sulla terra, sulla luce, sull'aria tersa.
    Chiari, chiari i confini all'orizzonte,
    nulla frena il nostro arrivo,
    e prati di stabile equilibrio,
    le strade gremite, gli amori sereni.
    E ovunque la pienezza,
    la solida consistenza della luce.

    L'uomo tra gli uomini e la strada davanti,
    la brezza sopra la brezza e intorno resta la domanda.
    La domanda è nel rifugio della viva tenerezza,
    che in ogni crepa hai dimenticato, la domanda a te stesso,
    te stesso è ancora una domanda irrisolta.

    La croce si è mutata in oro per te,
    e l'angoscia si è sciolta.
    Un piccolo guadagno, una piccola speculazione,
    è sempre la leggerezza del cielo
    che si posa sulla tua fronte sudata.
    Ma sei sereno in questi fari che ti contrastano,
    giri in cerchio tra le ombre che il tempo cancella,
    cancella attraverso gli anni
    come un rasoio
    il tronco della gioia.

    Libero nella calce del silenzio,
    l'intonaco si gratta con le unghie,
    nessun muro può trattenere il tuo vago andamento.
    Di fronte alla faccia ripulita,
    i santi si allungano ai tuoi piedi,
    l'erba alta ha accolto il tuo cristallo.
    Con un suono limpido sulle labbra e sulle mani,
    sei entrato nella luce.

    (da Fb)

    .

    Alfonso Gatto

    Le cose

    Un giorno busseranno ad ogni casa,
    chi vive è già colpevole d'avere
    la sua vita segreta. Scende il buio
    della notte, si resta dietro ai vetri
    ad aspettare come giunge il vasto
    assurdo della quiete. È nelle cose
    di sempre ferme al loro posto il nuovo
    sguardo impietrito: l'angolo deserto
    mette in salvo il fuggiasco o per lo scarto
    gli affaccia la sua muta. Sembra un vano
    delirio questo credere alle cose.

    (Da "Poesie", Mondadori 1943

     


    Eugenio Montale

    "La casa dei doganieri"

    Tu non ricordi la casa dei doganieri
    sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
    desolata t’attende dalla sera
    in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
    e vi sostò irrequieto.

    Libeccio sferza da anni le vecchie mura
    e il suono del tuo riso non è più lieto:
    la bussola va impazzita all’avventura.
    e il calcolo dei dadi più non torna
    Tu non ricordi; altro tempo frastorna
    la tua memoria; un filo s’addipana.

    Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
    la casa e in cima al tetto la banderuola
    affumicata gira senza pietà.
    Ne tengo un capo; ma tu resti sola
    né qui respiri nell’oscurità.

    Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
    rara la luce della petroliera!
    Il varco è qui? (Ripullula il frangente
    ancora sulla balza che scoscende…)
    Tu non ricordi la casa di questa
    mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

    (da Le occasioni, 1939)


    Giordano Genghini

    Gli uccelli fermi e la campana vuota
    nella casa in cui nulla più si muove.
    Sono le nove: immobile è la terra,
    Qualcuno – dove?- sembra sospirare:
    gli alberi pare sorridano: punte
    di foglie fanno l’acqua tremolare.
    Sola, una nube attraversa la sera.
    Un uomo canta su una porta rosa:
    la finestra si apre, silenziosa.

    (Versi ispirati a “Secret”- “Segreto” di Pierre Reverdy, 1889-1960).

     


    Mario Luzi (1914-2005)

    SE PURE OSI

    Vento d'autunno e di passione. E polvere,
    polvere che striscia sulla terra
    di queste vie più candide che ossa.
    Tempo, questo, che il cuore oppresso s'agita,
    revoca in dubbio quel che fu reale,
    non fiaba, non apparizione vana.
    Tue notizie che possono recarmi?
    Ti conosco abbastanza per saperti
    inquieta, sono certo che osi appena,
    se pure osi, chiederti che penso.
    Penso a te, alla tua passione schiusa,
    alla luce di gemma ch'è dell'Umbria
    di prima estate tra Foligno e Terni,
    mi chiedo, scusa la follia, se mai
    una gioia sarà gioia per sempre
    o comunque sia colma la misura
    delle cose che devo amare e perdere.


    Salvatore Quasimodo

    SOLITUDINI

    Una sera: nebbia, vento,
    mi pensai solo: io e il buio.

    Né donne; e quella
    che sola poteva donarmi
    senza prendere che altro silenzio,
    era già senza viso
    come ogni cosa ch’è morta
    e non si può ricomporre.

    Lontana la casa, ogni casa
    che ha lumi di veglia
    e spole che picchiano all’alba
    quadrelli di rozzi tinelli.

    Da allora
    ascolto canzoni di ultima volta.
    Qualcuno è tornato, è partito distratto
    lasciandomi occhi di bimbi stranieri,
    alberi morti su prode di strade
    che non m’è dato d’amare.

    Ognuno sta solo sul cuore della terra
    trafitto da un raggio di sole:
    ed è subito sera.

    TUTTE LE POESIE
    Nuova edizione MONDADORI 2020
    da “Acque e terre”

     


    Alfonso GATTO

    "Se tornerai una sera prossima
    lungo la strada dove l'ombra cade
    azzurra come se la primavera volesse già sbocciare,
    per raccontarti quanto è buio il mondo e come
    i nostri sogni accendono la libertà
    le speranze dei poveri nel cielo,
    vorrei trovare un bambino che piange,
    con gli occhi aperti e un sorriso, nero
    nero come le rondini del mare.

    Ho solo bisogno che tu sia vivo,
    un uomo che vive con il cuore, è un sogno.
    Tutta la terra è un ricordo ombra
    Della tua voce che diceva ai bambini:
    "Quanto è bella la notte e quanto è bello
    amarci così, così che l'aria trabocca
    nel sonno. Hai visto il mondo
    come la luna piena nel cielo che lo supera,
    gli uomini che camminano verso il sole nascente.

    (Poesia scritta per il padre.Tratta dalla raccolta Povertà come la sera)

     

    Bernardo Negro - in memoria

    IL PALPITO DELLA VALLE

    Dalle fronde ombrose della quercia
    s'alza un palpito e ne scuote l'alba.
    Tu sei lì nel silenzio che è ancora attesa
    dopo tanti anni. C'era la guerra in Vietnam
    quando, supina, cercavo la tua bocca
    e le labbra rispondevano al cuore. Poi un vento
    scialbo porto' la luce ed i nostri occhi
    erano una risposta alle fronde vertiginose.
    È la quercia che ci ha riparato dai lampi,
    dai furori smarriti nel tempo e gli anni
    si colmano di poesia, magari per una ghianda
    secca che non sa per quanto l'abbiamo cercata
    mentre le stagioni si piegavano al sonno
    e restava lontano il portafortuna dei poeti.

    16/10/2023

     

    Mariangela Gualtieri - Alcesti

    Ma solo pensare a te.
    Non è una figura che viene
    una nitida traccia.
    È come cadere in un posto
    con un po’ di dolore.

    Tu sei il mio tu più esteso
    deposto sul fondo mio. Tu. Non c’è
    un’altra forma del mondo
    che si appoggi al mio cuore
    con quel tocco, quell’orma.

    Tu. Tu sei del mondo la più cara
    forma, figura, tu sei il mio essere a casa
    sei casa, letto dove
    questo mio corpo inquieto riposa.

    E senza di te io sono lontana
    non so dire da cosa ma
    lontana, scomoda un poco
    perduta, come malata.

    Un po’ sporco il mondo lontano da te,
    più nemico, che punge, che
    graffia, sta fuori misura.
    Mio vero tu, mio altro corpo
    mio corpo fra tutti mio
    più vicino corpo, mio corpo destino
    ch’eri fatto
    per l’incastro con questo mio
    essere qui in forma di femmina
    umana. Mio tu. Antico suono
    riverberante, antico
    sentirti destino intrecciato
    sentire che sei sempre stato,
    promesso da ere lontane
    da distanze così spaventose
    così avventurose distanze da
    lontananze sacre.

    Tu sei sacro al mio cuore.
    Il mio fuoco
    brucia da sempre col tuo
    il mio fiato.

    Io parlo delle forze –
    di correnti sul fondo del mio lago
    sul fondo del tuo, oscure e potenti,
    più del tempo dure più dello
    spazio larghe, ma sottili
    al nostro sentire,
    afferrate appena
    e poi perdute, nel loro gioco.

    Che cosa siamo io e te? Che cosa eravamo
    prima di questo nome? E ancora
    saremo qualcosa, lo sappiamo e non
    lo sappiamo, con un sentire
    che non è intelligente lavorio cerebrale.

    Nessuna parte di corpo che muore
    nessun pezzo umano, nessun arto,
    nessun flusso di sangue, nessun
    cuore, nessuno, niente che sia
    stretto nel giro del sole, niente
    che sia solo terrestre umano muove
    il tuo cuore al mio, il mio al tuo,
    come fossero due parti di un uno.

    Allora tu sei la mia lezione più grande
    l’insegnamento supremo.
    Esiste solo l’uno, solo l’uno esiste
    l’uno solamente, senza il due.

     

    Nadine Spaggiari

    Non è un piacere osservare la miseria,
    non è l’osservare la miseria del piacere
    ma è un compito vegliare.
    È la voce che veglia, la più antica
    è il braccio che salva
    ciò che ancora respira.

    Sopra il capo fioriscono rose
    tortore e parole scendono a fiamme
    giri di foglie istrioniche tra i passi
    dèmoni che stanno in silenzio accovacciati
    come informi ammassi di tormenti
    negli occhi viandanti.

    Si custodiscono i passi smarriti
    si riportano le stelle al loro sonno.
    La via che respira il petto in fiamme
    di rabbia e di malizia
    non dà il verbo al giorno.

    Si pensa di amare come matti
    chi vedi morire in una guerra
    si pensa di ingannare l'ascesa
    d’ogni sera a venire.
    Il passo, il verso,
    la breve banalità del male.

    Mi chiamo ad adorare l'amore più giusto,
    lavare la fronte degli inquieti.
    Sarò madre del vuoto e del sogno,
    finché la luce non torni a cercarmi.

     

    Amina Narimi (Claudia Sogno)

    La morte si vive se come un sole
    si porta nel più profondo di sé
    lo strazio immenso, la stessa madre,
    quando si apre nel mattutino
    perdendo il suo sangue meraviglioso.

    L' osso fedele è il chiaro del bosco,
    nella foresta che adesso riposa.
    Tu veglia il suo corpo, l’orecchiodebole
    con la tua voce sussurrerà
    dove è il principio dell’arcobaleno.

    Tutti i bambini sanno il mistero
    dell’angelo che, prima di nascere,
    ponendo un dito sopra la bocca
    imprime il ricordo di un nome solo -
    un piccolo seme, tra il naso e le labbra.

    Se sfiori il contorno della fossetta,
    c’è il puntosplendenza delle sue ali;
    lui ti confida che un tempo toccò
    la fiamma, i suoi bordi, per poi gettarsi
    con tutto il corpo nel fiore dei cari,
    nell’identico istante dell’ultima foglia
    dell’ultimo albero
    __________________al grandeposto.
    Versando alla terra lacrime folli
    saremo le spose del loro sorriso,
    la spugna in ascolto che lascia passare
    fra i vuoti amati . . . tutta la luce.

     

    Mario Luzi, 20 ottobre 1914 – 28 febbraio 2005

    Lasciate il vostro peso alla terra
    il nome dentro il nostro cuore
    e volate via,
    quaggiù non è vostro l'amore.

    Nella sua profondità si libra il biancore notturno,
    le ore passano senz'orme
    e ovunque una dolce carità
    di voi, d'ogni bellezza parla del vostro corpo che dorme,

    e dormendo naviga senza dondolare al suo porto,
    lascia consumare il suo volto,
    il suo tenue colore ed il fiore
    del viso dove odorano le giovani pene, il desiderio raccolto...

     

    Gianfranco Isetta

    Dopo il temporale
    .
    Muto, come il ciclone del silenzio,
    il pesce arcobaleno che si tuffa
    tra il poco che rimane dello stile
    .
    di nuvole goccianti su un cortile
    e sull’umida quiete di quel secchio
    dove un sasso s’attende che riaffiori.
    .


    Giovanni Perri Agua - Fb
    è martedì e piove: dalla finestra gialla una sagoma scompare.
    Nel cielo molte radici, per questo gli alberi, per questo la notte;
    scrivo da una grondaia:
    da questo ramo d’aria bevo e scrivo:
    questa è l’ora dei matti, l’ora degli uccellini nei parchi
    delle lune astigmatiche.
    Sopra il divano silenzioso il cane rimbalza
    negli occhi una meticolosa pena
    penso – se questo è pensare:
    devo sognare il vento
    devo cadere anch’io da questa voce
    con un salto spettacolare
    da cuore a cuore fin dentro l’inverno maestoso
    fino alla faglia più intima del tempo, la sua più cruda
    stupefazione
    devo ingoiare tutta la luce del giorno
    che ogni mio organo si illumini
    di lampi versicolori
    come un cane rivolto allo specchio anch’io
    devo cercare annusando
    l’osso della felicità.
    .


    Umberto Saba (1883-1957)

    Inverno

    È notte, inverno rovinoso. Un poco
    sollevi le tendine, e guardi. Vibrano
    i tuoi capelli selvaggi, la gioia
    ti dilata improvvisa l’occhio nero;
    che quello che hai veduto – era un’immagine
    della fine del mondo – ti conforta
    l’intimo cuore, lo fa caldo e pago.
    Un uomo s’avventura per un lago
    di ghiaccio, sotto una lampada storta

     

    Rosario Bocchino (Sarino su wp)

    due grammi di perle bianche

    Nel mare che mi hanno dato
    porto il silenzio appena dopo una fiaba
    dove la luce si sceglie migrando
    alcuni dettagli da inseguire,
    porto il vento per stordire i rami
    e come un tramonto visto dall’alto
    ripasso qualche verso
    con gli occhi di nuvole pronte.
    Sono la barca complicata di mille parole
    e spero in quel rifugio simile all’onda
    con due grammi di perle bianche
    e l’attimo indeciso di una guancia.


    Sarà un discorso calmo
    la trama delle vampe,
    un ultimo rumore di fondo
    rimasto troppo a lungo tra i denti.
    Ma le labbra hanno l’affanno delle ali
    sono fiori che tendono a sparire,
    come la luna in partenza di una nave.

     


    Nunzio Buono

    Di mia Madre

    Di mia Madre il sogno è l’albero
    a cui hanno tolto i frutti. Il seno gravido di pioggia.
    Il deserto delle sere spese a contare i doni.

    L’abbecedario
    e la cartella quadra con le parole sulle spalle.
    Il letto rimboccato, la camicetta bianca dipinta da un sorriso.
    La ruga mai indossata, l’orologio spento.

    Di mia Madre
    ho il pasto freddo, la misura della sua mano alla mia bocca.
    La cena ringraziata.

    I suoi trent’anni appena,
    la gonna plissettata dove nascondersi era casa.
    La cartolina mai spedita; il suo diario a righe senza note.

    Di Lei
    la ferrovia del vento; il treno
    col saluto al finestrino in un abbraccio di ricordi.

    Dove è precipizio il mio cammino
    e la promessa è un orizzonte a gocce
    mi arriva ancora, sempre

    l’eco di una voce alla finestra
    l’onda lunga della sua ombra che mi chiama.

    .
    Lorenzo Curti

    Lava scorie di sonno
    l' alba, spezza silenzi
    con mani avvizzite
    di luce. Nascere è verbo
    antico, come un respiro
    di speranza nei polmoni
    del mondo; uno iato di tempo
    ci avvolge e ci illude; siamo
    l' intetcapedine tra due nulla
    un fuoco di paglia rapido
    a brillare nella notte, una parola
    monca. O forse siamo chicchi
    di grano gettati nell' universo,
    germogli, spighe d' amore
    e di solitudine, atomi di carne
    e di sogni.

     

    Enrico Cerquiglini

    Trattato dell’effimero

    Viviamo tra l’inizio e la replica,
    in un tempo che finge di scorrere
    mentre resta immobile,
    come un orologio che sogna di avere le lancette.

    Le vicissitudini –
    piccole, immense, uguali –
    passano accanto come nebbia che non tocca.
    Ci convinciamo di essere vivi
    perché il vento ci muove i capelli.

    Ma sotto la pelle,
    tutto è silenzio.
    Il cuore non ricorda perché batte,
    l’anima non sa per chi respira.

    Forse la vita è solo questo:
    una monotonia che cambia maschera,
    una speranza che si traveste da abitudine,
    un niente che si racconta
    per non morire del proprio nome.

    E noi, attori ciechi del consueto,
    cerchiamo un senso nel pulviscolo,
    mentre l’essere, calmo e distratto,
    si dissolve in se stesso
    senza accorgersi di noi.

    ****

    Non cercarmi nel pensiero.
    Io non abito dove la mente costruisce i suoi specchi.
    Sono la pausa tra due battiti,
    l’ombra che dimentichi accanto al tuo passo.

    Tu mi chiami “anima”
    ma io sono soltanto l’abitudine del respiro,
    un ricordo che ha smesso di appartenerti.

    Hai cercato la verità nei giorni,
    nelle vicissitudini,
    nel lento disfarsi della materia,
    ma la verità non è nei giorni.
    È nel loro svanire.

    Tutto ciò che ami ti lascia
    perché nulla può restare dove tutto passa.
    E il nulla che temi
    è soltanto la forma più pura dell’essere,
    quella che non ha più bisogno di nome.

    Tu, uomo che osservi il tuo stesso dissolverti,
    sei il sogno che io faccio
    quando mi illudo di esistere.
    Tu sei la mia illusione più dolce,
    la mia condanna più umana.

    Non cercare un senso:
    l’eternità non ne ha bisogno.
    Cammina, dunque,
    come chi attraversa un sogno sapendo di sognare,
    e lascia che il mondo, nel suo sfocato nulla,
    ti dimentichi con gentilezza.

    (da fb)

     


    Luca Erminio Pinato

    IL VUOTO CHE MI ABITA

    Non appartengo più a niente.
    Nemmeno al mio nome.
    Mi sveglio e il mondo non mi riconosce.
    Neppure io.
    Le cose esistono —
    la tazza, la luce, il respiro —
    ma tacciono, come gusci senza mare.

    Non voglio capire.
    Non voglio disfarmi.
    Solo stare.
    Nel punto in cui la mente si spegne
    e il cuore si ritira nel suo silenzio,
    qualcosa accade:
    il vuoto respira,
    la luce si piega,
    la presenza scompare.

    Il vuoto non è assenza —
    è Dio senza parola,
    è la vita spogliata del suo nome.
    Scrivo per sentire
    se ancora vivo
    o se è il vuoto che mi sogna,
    se è il silenzio che mi plasma,
    se è l’assenza che mi genera.

    E forse, in questo niente che resta,
    io sono finalmente intero,
    un frammento di nulla
    che contiene l’universo,
    un silenzio che parla
    con la voce del silenzio.

    (da fb)


    Enrico Cerquiglini

    Labirinto

    Abito stanze che non ricordo di aver costruito.
    Ogni pensiero apre una porta
    che conduce a un’altra mente,
    a un altro me che non sa di essere mio.

    Sono molti, e nessuno coincide.
    Alcuni pregano, altri dormono,
    altri ancora contemplano il nulla
    come un dio che li sogna.
    A volte mi incontro per caso
    in un frammento di memoria,
    in un volto che porto e che mi ignora,
    e capisco che la mia unità
    è una leggenda che mi serve per respirare.

    La mente è un labirinto che si disegna da sé,
    senza centro né uscita,
    un gioco di specchi che riflettono il vuoto
    fingendo una forma.

    Eppure,
    tra un riflesso e l’altro, qualcosa mi ricompone per un istante,
    una presenza che non esiste e tuttavia respira in me.
    Non come certezza,
    ma come miraggio che dà sapore al deserto.

    Nel suo abbaglio mi credo intero,
    per un istante dimentico la molteplicità,
    la deriva, il dubbio.
    Il mondo si contrae in una sola voce,
    e io, che non esisto,
    mi sento reale nel suo pronunciare il mio nome.

    Poi il silenzio ritorna,
    e le mie maschere riprendono a vivere,
    ciascuna col proprio cielo,
    col proprio abisso da guardare.

    So che l’amore è l’ultima illusione,
    l’inganno più misericordioso della mente.
    Ma se è un sogno,
    è quello che preferisco abitare,
    perché in esso il labirinto si quieta,
    e il nulla, per un momento,
    si lascia chiamare vita.

    (da fb)


    G. Amoretti

    Il sonno qui da sempre è già un morire.
    Non sogni, qui, non albe che si schiudano
    a stupefatti occhi. Senza stelle
    è qui la notte e grigio sangue il cielo.

    Si va in silenzio, tu e io e altri,
    da una piaggia a una landa senza luce.
    Qui tutto è uguale, sassi ed erbe e ceneri,
    e tu e io e un volto e un altro volto.

    Qui speranza è da angoscia indistinguibile.

     


    Giuseppe Conte

    Mia vita
    sempre cruda e in salita
    io ti assomiglio a Genova
    città di fili a piombo
    dove le case in bilico
    crescono sulle case
    e i muri sopra i muri
    incastrandosi ciechi
    tracciano come un carcere
    da cui sai che non esci
    se non voli nel cielo
    o se non prendi il mare.
    Che esistere è fatica
    qui impari con più antica
    sapienza. Che esistere è
    restare in ginocchio
    sopra grani di sale.
    Salire amare scale.
    O Genova
    sempre per me straniera
    sempre come stasera
    che mi fingo protetto
    nel tepore di un caffè
    di piazza Corvetto.
    O vita
    sempre sin troppo amata
    sempre a me sconosciuta.


    Milo De Angelis

    Ci teniamo vicini
    all’urlo, mentre passa il dodici
    e l’attimo separato
    dal suo vortice resta qui, nel cuore
    buio dell’estate, nell’annuncio
    di una volta sola. Tu
    non ci sei. Resta la tua assoluta
    voce nella segreteria, questa
    morte che non ha luogo.


    Nadine Spaggiari

    Con la stessa uguaglianza
    Pubblicato il 20.11.2025
    Anche se piena di nomi e di strade,
    la solitudine abita.
    Cammina tra gli sguardi,
    si siede nei bar, si veste di tenerezza.
    Quel respiro di brace
    che simile all’onda ritorna
    porta una lieve frattura nei versi,
    come se l’aria stessa
    esitasse prima di posarsi.

    Del dolore,
    per profonda che sia la ferita,
    non si parla — come fosse un vuoto d’aria,
    una lampada tenue sul tavolo,
    o un oggetto morto nel tuo sguardo
    rapido nel passare,
    nel cancellare i bordi
    d’un’ombra,
    in cambio di bellezza
    e colpi luccicanti.

    Ma ciò che resta sul fondo
    spacca la mitrale:
    calcola il disastro,
    le pupille appese al vuoto,
    i resti, l’accumulo,
    il disfarsi della vita
    che avanza,
    progressivo.

    Si può dire — forse —
    che a un certo punto il grido
    venga soffocato,
    la bocca interrata sotto un biancospino,
    così —
    che tutto appaia astratto,
    e il dolore non pesi più d’un grammo.
    (Il peso, poi,
    è soltanto un aspetto,
    un tremito misurato male.)

    L’aria contraria
    non toglie il volo agli uccelli.
    E noi ci chiudiamo
    nel dirsi, nel darsi,
    seduti su una crepa di terra,
    e non cambia l’immagine,
    non muta il destino
    d’una morte già in atto,
    d’un fatto sbiadito,
    d’un sangue seccato
    che ancora, in segreto, ci chiama.

    https://nadinespaggiaripoetry.com/2025/11/20/con-la-stessa-uguaglianza/13/poesia-di-nadine-s/nadine/#comment-125

     


    Giangiacomo Amoretti

    D’una troppo crudele alba d’estate già
    esausto ogni riflesso ormai, nell’aria senza
    colore più né aloni, appena questo acre
    sentore di salsedine, di sfatta erba e di menta.

    E da lungi una voce che più e più si allenta,
    come strozzata – il grido
    rauco di un cormorano oltre la spiaggia – e il soffio
    del libeccio, il risucchio fra gli scogli

    a mezzanotte, cupo, della schiuma gelata.

     

    Milo De Angelis

    In te si radunano tutte le morti, tutti
    i vetri spezzati, le pagine secche, gli squilibri
    del pensiero, si radunano in te, colpevole
    di tutte le morti, incompiuta e colpevole,
    nella veglia di tutte le madri, nella tua
    immobile. Si radunano lì, nelle tue
    deboli mani. Sono morte le mele di questo mercato,
    queste poesie tornano nella loro grammatica,
    nella stanza d’albergo, nella baracca
    di ciò che non si unisce, anime senza sosta,
    labbra invecchiate, scorza strappata al tronco.
    Sono morte. Si radunano lì. Hanno sbagliato,
    hanno sbagliato l’operazione.

    da “Tema dell’Addio”, “Lo Specchio” Mondadori, 2005


    Margherita Guidacci

    Non da montagne, da stelle
    o dall'irosa vastità dei flutti:
    da impercettibili ombre
    si misura tra noi la distanza.
    E neppur ombre, poiché spesso è diafano
    l'invalicabile schermo
    luogo cui come insetti smarriti
    sulle due opposte facce d'un vetro
    le nostre anime vagano senza incontrarsi.


    Luca Erminio Pinato

    A volte non ci lasciamo davvero,
    semplicemente smettiamo di guardarci in faccia.
    Questa è una poesia sul momento in cui
    smetti di passarti accanto
    e ti incontri davvero allo specchio.
    .
    IL RITORNO DEL VOLTO

    Da tempo passo oltre gli specchi,
    come si sfiora uno sconosciuto nel corridoio,
    lo sguardo inchiodato alle piastrelle,
    la fretta in tasca, pronta come alibi.

    Stasera la casa è una tregua di penombra,
    una lampada fioca tiene il bordo delle cose
    e all’improvviso mi incontro
    fermo sull’uscio,
    come una sentinella dimenticata
    che non ha mai smesso di aspettare.

    Il volto è più anziano dei pensieri,
    porta rughe che non ricordo di avere scelto,
    una piega alla bocca immobile
    tra resa e sorriso.
    Negli occhi un lume ostinato
    lasciato a bruciare dietro le palpebre
    per non dover rovesciare la vita.

    Resto così, senza raddrizzare i capelli,
    senza cercare un’espressione di riserva.
    Lascio che la faccia parli al posto mio,
    che dica chi ha sostenuto il peso
    mentre andavo in scena
    nel ruolo di chi sta bene.

    Ogni linea è un sentiero segnato,
    ogni ombra una frase rimasta in gola,
    ogni segno sussurra sei rimasto
    anche quando hai firmato la tua assenza.

    Non chiedo perdono allo specchio,
    non faccio patti, non mi prometto cambiamenti.
    Muovo appena le labbra e dico ci sono
    come si dice a chi è rimasto sullo zerbino
    con il cappotto in mano
    finché la stagione è cambiata.

    Nessuno verrà a restituirmi il volto,
    non esistono uffici oggetti smarriti
    per ciò che si abbandona vivendo.
    Il ritorno non è grazia, è passo nudo in avanti.

    Da domani potrò ancora tremare,
    tirare fuori maschere dai cassetti,
    farmi piccolo contro il muro,
    ma questo volto l’ho visto,
    porta il mio nome intero,
    non posso più travestirlo da nessuno.

     

    Roberto Fontana

    sangue

    e le tregue sottili — traditi
    dal potere i deboli — no pace —
    mentre il comunicato dice ‘bla bla bla’ —
    ‘cronache di sangue’ dice una figura
    di bomba esplosa su un bimbo
    aperto e inanimato — la madre
    il padre — tutto disperato

    e i cimiteri cenere si rifanno resort
    per ricchi morti viventi —
    e se la sorte ti ha messo tra i poveri
    sopravvissuti — devi capire — la gente
    di qua — educata male — soprattutto
    vuole consumare — vuole
    il nuovo nuovo — vuole vedere
    come muori

    https://robertofontana1991.wordpress.com/2025/10/14/sangue-2/?_gl=1*163d1on*_gcl_au*NDM1NzAyOTIzLjE3NTk5MDE2ODMuMTA0NTgwMDk2Ny4xNzYwNDIwMTA5LjE3NjA0MjAxNDg

     

    Franco Massimo Botturi

    PERCORSI ACCIDENTATI
    Vedemmo, ti ricordi? Quelle bestie.
    Costrette a legatura giravano d’intorno
    un cerchio che toccava la terra fino al sangue.
    Così, talvolta, capita a me certe serate
    che penso ai tuoi capelli lunghissimi sul seno.
    Sicura li potevi scalfire con il pianto
    coprirti come la Maddalena, farne nido
    per la mia bocca uccello presa dal primo volo.
    Ma ora, più succinta figura t’orna il capo
    la nevicata tenue che sale da radice.
    La fronte s’è ripresa l’origine del mondo
    il sole la fa un’aia piena di foglie e grano
    ed io ci casco e graffio le labbra, gli occhi belli.

    (da fb)

     

    Daìta Martinez

    non riesce a sentire la voce
    del vento e tutta d'aria cade
    nella mano la mano senza tempo
    a luce sbiadita per sbaglio divisa
    nell'eterna direzione dello sguardo
    "l'altro" quando indietro dal giardino
    nudo tenta il gelsomino come nuda
    è pioggia sotto appena l'ombra della
    testa resta prima che tornare sia tenerezza
    la volpe sul viso dell'angelo la lingua spezza

     


    Antonia Pozzi

    Solitudine

    Ho le braccia dolenti e illanguidite
    per un’insulsa brama di avvinghiare
    qualche cosa di vivo, che io senta
    più piccolo di me. Vorrei rapire
    d’un balzo e poi portarmi via, correndo,
    un mio fardello, quando si fa sera;
    avventarmi nel buio per difenderlo,
    come si lancia il mare sugli scogli;
    lottar per lui, finché non rimanesse
    un brivido di vita; poi, cadere
    nella più fonda notte, sulla strada,
    sotto un tumido cielo inargentato
    di luna e di betulle; ripiegarmi
    su quella vita che mi stringo al petto –
    e addormentarla – e anch’io dormire, infine…
    No: sono sola. Sola mi rannicchio
    sopra il mio magro corpo. Non m’accorgo
    che, invece di una fronte indolenzita,
    io sto baciando come una demente
    la pelle tesa delle mie ginocchia.

    Milano, 4 giugno 1929

     

    Josefa Parra

    C'è del sale sopra le labbra. Sulla lingua
    resti di naufragi e sirene,
    a volte alghe e il gusto dei fondali
    spumosi e verdi dell'oceano.
    Il sesso sempre ha il sapore del mare nell'inverno,
    di vento freddo nel cuore della notte.

     

    Umberto Saba

    Amai

    Amai trite parole che non uno
    osava. M'incantò la rima fiore amore,
    la più antica e difficile del mondo.
    Amai la verità che giace al fondo,
    quasi un sogno obliato che il dolore
    riscopre amica. Con paura il cuore
    le si accosta, che più non l'abbandona.
    Amo te che mi ascolti e la mia buona
    carta lasciata al fine del mio gioco.


    John Keats

    Stella lucente, foss’io come te costante –
    Ma non in solitario splendore sospesa sull’altura
    Della notte a osservare, con le tue eterne luci accese,
    Quasi paziente, insonne eremita della natura,
    Le acque mobili nel loro sacro dovere
    Di pure abluzioni per le spiagge umane,
    O a contemplare le nuove, dolcemente scese, maschere
    Di neve sulle montagne e sulle brughiere –
    No – costante sempre, mai mutevole, vorrei risiedere
    Sempre sul guanciale del seno dell’amore
    Mio, per sentirlo sempre pulsare cedevole,
    Per sempre sveglio in dolce inquietudine,
    Per sempre, sempre udire il suo respiro tenue
    E così vivere in eterno – o venir meno nella morte.

     

    Emilio Capaccio

    Quando l’occhio si stanca di dirmi che ti sta guardando
    è allora che mi addormento
    perché tutto il tuo corpo è dettagliato
    in un punto confuso
    e solo nel sonno mi vieni vicino
    L’aria ti trattiene nel suo immobile respiro
    nell’incessante rumore del non dir nulla
    e ti soffoca riempendoti la bocca
    del sangue che ti ho offerto
    Nel sonno la linea del mio viso si distende
    e cade tutta la carne
    cade il mio aggrapparmi sempre
    al profumo che porta ai polsi la tua trasparenza
    cade la voce dalle labbra che si sfogliano
    e diventano pietra per i giorni senza di noi
    È il primo tentativo della morte
    che promette ancora di restare solo per il sonno


    I POETI NASCONO VIANDANTI

    Me ne andrò a divellere le code rabide del vento
    sbrindellando in ampie direzioni d’occaso
    i sonagli dell’ostro e del garbino
    Me ne andrò con una pipa Oom Paul fra i denti
    sulla sagoma d’un vecchio galeone
    che sussurra l’epica venturosa del viaggio
    Me ne andrò in porti primaverili
    con una tasca colma di versi
    e canti di tritoni su ventagli di sogni appastellati
    Me ne andrò vestito di spuma e umanità
    parole per chi ha sete di parole
    e un mantello raso di fosforo e di zolfo

    Rischiarerà la notte una vampa d’ostro
    sulla mia scapola d’oro
    un alone saltellante che scandaglia il cammino

    Mi curerò l’anima ai bastioni di domani
    con preghiere erette a faraglioni
    da ebbri marinai di locande, infingardi

    spiriti tatuati di lungo corso

    (da Fb)

     

    Giangiacomo Amoretti

    Ancora salga a te il silenzio come
    una memoria mite senza luce
    e senza eco di parola – salga
    a poco a poco a te come la nebbia
    sale talora lungo le colline,
    d’autunno, e vela boschi e prati. Che
    si posi lieve sopra la tua fronte,
    domani, e ti sia balsamo, ti sia
    grazia, forse, in quest’ora
    notturna, così greve
    di suoni rochi e di vocii (a tratti
    un crepitio di mortaretti, un rombo
    di tuono in lontananza, che ti strazia).

    (da Fb)


    Giuseppe Ungaretti

    D’improvviso
    è alto
    sulle macerie
    il limpido
    stupore
    dell’immensità

    E l’uomo
    curvato
    sull’acqua
    sorpresa
    dal sole
    si rinviene
    un’ombra

    Cullata e
    piano
    franta.


    MARIO LUZI

    Il tempo,
    il tempo medica le piaghe,
    ché all'uomo, dici, è forza porre fine
    alle lacrime, è forza cominciare
    ogni giorno - questo è più acuto strazio -
    e la vita può darsi nella cenere
    e questa piaga atroce può volgere in salute
    o prossima o lontana di te o di tuo figlio
    che ora compita presso i vetri in un'altra stanza.
    Il tempo adduce e porta via le forme,
    il tempo ci dà vita e ci distrugge
    mentre immobile vigila l'essenza.

     

    Nadine Spaggiari

    Ma è sera tarda

    Forse sono io l’errore.
    Forse sono la diffidenza –
    un cambiamento di schema
    in ciò che avrei potuto essere —
    la virgola, una pausa breve,
    lì – nella tua figura,
    una parentesi di spalle.
    Ma è sera tarda —
    il cielo è un segno
    di punteggiatura,
    sembra unire le bocche aperte,
    c’è forse un dio in questo angolo,
    o forse tu che dichiari un’intenzione
    ad arco
    sulla mia schiena.
    Questa distanza
    funge da tenerezza, contro il nostro petto –
    alla certezza che l’amore da vicino
    si stacchi come carta da parati,
    o un vento salato a un’ombra negli occhi.
    Forse sono io una volata di piccione –
    per portare un messaggio esco
    fuori dal corpo –
    ciò che è visto come neve
    nella luce morente.
    Ma conferma un’intonazione,
    l’incapacità di volare
    porta a bruciare corpi —
    ho bisogno di scrivere con te.

    https://nadinespaggiaripoetry.com/?p=1205

    .

    Wislawa Szymborska

    La vita

    La vita – è il solo modo
    per coprirsi di foglie,
    prendere fiato sulla sabbia,
    sollevarsi sulle ali;

    essere un cane,
    o carezzarlo sul suo pelo caldo;

    distinguere il dolore
    da tutto ciò che dolore non è;

    stare dentro gli eventi,
    dileguarsi nelle vedute,
    cercare il più piccolo errore.

    Un’occasione eccezionale
    per ricordare per un attimo
    di che si è parlato
    a luce spenta;

    e almeno per una volta
    inciampare in una pietra,
    bagnarsi in qualche pioggia,
    perdere le chiavi tra l’erba;
    e seguire con gli occhi una scintilla
    nel vento;

    e persistere nel non sapere
    qualcosa d’importante.


    Salvatore Quasimodo

    Come il vento del Nord

    A primavera, quando
    l’acqua dei fiumi deriva nelle gore
    e lungo l’orto sacro delle vergini
    ai meli cidonii apre il fiore,
    ed altro fiore assale i tralci della vite
    nel buio delle foglie;
    in me Eros,
    che mai alcuna età mi rasserena,
    come il vento del nord rosso di fulmini,
    rapido muove: così torbido
    spietato arso di demenza,
    custodisce tenace nella mente
    tutte le voglie che avevo da ragazzo.

     

    Jorge Luis Borges

    Il sonno

    L'altro, lo stesso (1964)

    Se il sonno fosse (c'è chi dice) una
    Tregua, un puro riposo della mente,
    Perché, se ti si desta bruscamente,
    Senti che t'han rubato una fortuna?
    Perché è triste levarsi presto? L'ora
    Ci deruba d'un dono inconcepibile,
    Intimo al punto da esser traducibile
    Solo in sopore, che la veglia dora
    Di sogni, forse pallidi riflessi
    Interrotti dei tesori dell'ombra,
    D'un mondo intemporale, senza nome,
    Che già il giorno deforma nei suoi specchi.
    Chi sarai questa notte nell'oscuro
    Sonno, dall'altra parte del suo muro?

    JORGE LUIS BORGES
    TUTTE LE OPERE
    a cura di Domenico Porzio
    Volume secondo
    I Meridiani - Mondadori 1985


    Fernanda Ferni Ferraresso
    ·
    ai primi giorni della creazione
    ai primi fiumi alle prime albe ai lampi
    di temporanei miraggi
    mi sono incamminata
    poi una zanna un'impronta un corno qualche scaglia
    galleggia tra l'acqua e la riva furtiva
    mentre gli uccelli in rari voli lontani
    sembravano voler raggiungere il giorno in cui l’universo per loro ebbe inizio
    e da quel punto mi sono apparsi in un felice sogno
    luminosi e trasparenti i miei due altri figli
    perché anche i figli dei figli sono per me gioie
    di una felicità che non si divide e intera si fa casa
    per l'ultima attesa come un lungo ingresso lieve
    questa volta
    per le voci e i volti i passi che in me risuonano senza frantumi

    così come voi mi siete venuti incontro nei sogni
    così anch'io m'incamminerò in quegli stessi luoghi da cui veniste
    in una pioggia di luce dove tutte le pareti svaniscono
    le distanze crollano e il tempo s'inginocchia
    nel tempio dei nostri corpi in un unico trattino che ci unisce
    fin dal primo nostro mostrarci

    aspra e scricchiolante resta la vita ma c'è
    dovunque e canta
    una musica di tutte le eco tessuta
    ariosa una parola che tutto anima
    .
    l'anima ha truccato per me
    tutti gli attori di questa scena
    un linguaggio misterioso
    si è fatto premurosa lettera e lettura
    un breviario di incontri
    in cui lei recita
    l'infinito di questo attimo
    a cui ignara e cieca ho attinto
    in un paese senza passaporto
    che appartiene a lei
    a lei che tutto attraversa e abita
    .
    Puntellata di specchi e di nebbie
    la mia storia non è stata mai
    un lasciapassare per la verità

    tu che mi sei sorella
    delle cime un acquazzone di luce
    lungamente in una estenuante
    pianura che ho percorso
    ho consumato la mia vita
    per raggiungerti

    -ed era tranquillo il viaggio? o
    quanto ha galoppato il cuore
    fino all'ultimo battito?
    fino allo schianto sul muro del buio
    ha corso veloce il passo? e
    le lingue tutte le lingue raccolte in un unico ramo
    in amore si è trasformato?

    f.f.- AGLI ULTIMI TORNANTI

    (da Fb)

     

    Octavio Paz

    Due corpi, uno di fronte all'altro,
    sono a volte due onde
    e la notte è oceano.
    Due corpi, uno di fronte all'altro,
    sono a volte due pietre
    e la notte deserto.
    Due corpi, uno di fronte all'altro,
    sono a volte radici
    nella notte intrecciate.
    Due corpi, uno di fronte all'altro,
    sono a volte coltelli
    e la notte lampo.


    Amelia Rosselli

    … Chi mi fece dunque
    così cieca? Se non è per me, che sia per te! …
    Io non so se la tua faccia sa ripetere una
    tua crepa interna o se i miei sensi meglio sanno
    di questa mia virile testa che è vero, o se è
    falso colui che è bello, bello perché simile.
    O bello perché buono? Io cerco e cerco, tu corri
    e corri. E io corro! e tu ridi alle folle spaventate!
    Non so quale grandezza ci fu preparata: Iddio
    non perdona chi porta a fior di labbra soltanto
    il suo difficile nome, il suo dono di sangue,
    la sua gialla foresta. Spianai un terreno
    per riceverlo, ma scappai prima che i tamburi suonassero.
    E così saprai chi sono: la stupida ape che ronza
    per un punto fermo, cercando Lui, quella giungla
    di alberi di ferro battuto.

    Da : La libellula


    Salvatore Quasimodo

    "Dammi il mio giorno;
    ch’io mi cerchi ancora
    un volto d’anni sopito
    che un cavo d’acque
    riporti in trasparenza,
    e ch’io pianga amore di me stesso.

    Ti cammino sul cuore,
    ed è un trovarsi d’astri
    in arcipelaghi insonni,
    notte, fraterni a me
    fossile emerso da uno stanco flutto;

    un incurvarsi d’orbite segrete
    dove siamo fitti
    coi macigni e l’erbe."

     


    Lorenzo Curti

    Piovosi mattini
    ricordi? da arterie
    di esangui nubi
    spruzzi chiari
    su siepi di bossi
    e seni di mare

    prima che
    si sciogliesse il giorno
    in un gorgo di buio
    e una ruga di luna
    apparisse e sparisse
    a versare il suo obolo
    di luce sui miei occhi
    cisposi di stanchezza
    sui tuoi sibillini sguardi
    da profetessa d' amore.

    Sono graffiti quelle gocce
    sonore, stille di memoria
    nelle caverne dell' ippocampo,
    nei vestiboli di quel tempio
    sconsacrato che chiamano
    cuore ma è solo un pugno
    di tessuto che scandisce
    il tempo come una clessidra,
    condensa e dilata il fragile
    tempo d' ogni amore.

    (da Fb)

     

    Eugenio Montale

    Maestrale

    S’è rifatta la calma
    nell’aria: tra gli scogli parlotta la maretta.
    Sulla costa quietata, nei broli, qualche palma
    a pena svetta.

    Una carezza disfiora
    la linea del mare e la scompiglia
    un attimo, soffio lieve che vi s’infrange e ancora
    il cammino ripiglia.

    Lameggia nella chiarìa
    la vasta distesa, s’increspa, indi si spiana beata
    e specchia nel suo cuore vasto codesta povera mia
    vita turbata.

    O mio tronco che additi,
    in questa ebrietudine tarda,
    ogni rinato aspetto co’ tuoi raccolti diti
    protesi in alto, guarda:

    sotto l’azzurro fitto
    del cielo qualche uccello di mare se ne va;
    né sosta mai: ché tutte le cose pare sia scritto:
    “più in là”.


    Antonia Pozzi

    Canto selvaggio

    Ho gridato di gioia, nel tramonto.
    Cercavo i ciclamini fra i rovai:
    ero salita ai piedi di una roccia
    gonfia e rugosa, rotta di cespugli.
    Sul prato crivellato di macigni,
    sul capo biondo delle margherite,
    sui miei capelli, sul mio collo nudo,
    dal cielo alto si sfaldava il vento.
    Ho gridato di gioia, nel discendere.
    Ho adorato la forza irta e selvaggia
    che fa le mie ginocchia avide al balzo;
    la forza ignota e vergine, che tende
    me come un arco nella corsa certa.
    Tutta la via sapeva di ciclami;
    i prati illanguidivano nell’ombra,
    frementi ancora di carezze d’oro.
    Lontano, in un triangolo di verde,
    il sole s’attardava. Avrei voluto
    scattare, in uno slancio, a quella luce;
    e sdraiarmi nel sole, e denudarmi,
    perché il morente dio s’abbeverasse
    del mio sangue. Poi restare, a notte,
    stesa nel prato, con le vene vuote:
    le stelle − a lapidare imbestialite
    la mia carne disseccata, morta.

    Pasturo, 17 luglio 1929
    da “Parole: diario di poesia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

     


    Cesare Pavese

    Dove sei tu luce

    Dove sei tu, luce, è il mattino.
    Tu eri la vita e le cose.
    In te desti respiravamo
    sotto il cielo che ancora è in noi.
    Non pena non febbre allora,
    non quest’ombra greve del giorno
    affollato e diverso. O luce,
    chiarezza lontana, respiro
    affannoso, rivolgi gli occhi
    immobili e chiari su noi.
    E’ buio il mattino che passa
    senza la luce dei tuoi occhi.

    da Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi, 1951

     


    Ghiannis Ristos

    Cammino su ferite ancora aperte ,
    il cielo è lontano... ubriaco di assenze.
    Sprofondo i passi in un fango che geme,
    muto, cieco, dimentico di voce.

    La strada è lunga, scomposta, smarrita,
    popolata dai volti che sembrano maschere,
    e non conduce che a un baratro di gelo,
    o a un esilio muto come le celle spente.

    Dentro di me , ogni cosa si è fusa con un grido ranco, spezzato.
    Cammino colmo di vuoto,
    abbracciando passi ciechi
    che i marciapiedi deridono in silenzio.

    Fuggo da un corpo stanco,
    che inciampa nel tempo storto,
    e compie - a cuoro spento -
    i riti dolenti dello smarrimento.

     

    ANTONIA POZZI

    LA VITA SOGNATA

    Chi mi parla non sa
    che io ho vissuto un'altra vita -
    come chi dica
    una fiaba o una parabola santa.

    Perchè tu eri
    la purità mia,
    tu cui un'onda bianca
    di tristezza cadeva sul volto
    se ti chiamavo con labbra impure,
    tu cui lacrime dolci
    correvano nel profondo degli occhi
    se guardavamo in alto -
    e così ti parevo più bella.

    O velo
    tu - della mia giovinezza
    mia veste chiara,
    verità svanita -
    o nodo
    lucente - di tutta una vita
    che fu sognata - forse -

    oh, per averti sognata,
    mia vita cara,
    benedico i giorni che restano -
    il ramo morto di tutti i giorni che restano,
    che servono
    per piangere te.

    25 settembre 1933


    Guido Ceronetti

    Ahi lo straziato corpo della vita
    nella notte che piange i morti figli
    batte alla porta e casca senza vita.
    Io ti rivelo il mio viso atterrito:
    sul mio letto è quel corpo singhiozzato
    tutto piagato dal male infinito.
    E come baci nel cielo persi
    piango ogni vita in questi segni impressa
    i mari ventrali e le croci dorsali.

     

    DOVE LA PELLE SI STRAPPA

    Susana Chávez Castillo (1974-2011)
    Traduzione di Emilio Capaccio

    Essere l’opera perduta della morte
    è trovare l’origine sulla tua riva,
    essere un raggio di luna nel bosco
    che scopre che sei al suo centro.
    Dovrò ritornare
    dovrò strapparmi la pelle
    per cadere nella tua anima,
    per entrare,
    uscire dalla tua bocca.

    Scuoto le soglie in questa confessione
    con discorso profetico,
    dopo aver disfatto la tua libertà.
    Riconosciamoci nel luogo indicato:
    in quel luogo dove il guanto
    si sfila per prendere a schiaffi la verità.
    Dove le tue mani,
    abitano una colomba
    e tocco ciò che mi propongo.
    Luogo in cui il mio pane è il tuo vino
    e il mio vino è il tuo autunno morto.
    Mentre, sospese andiamo nella materia,
    attraversiamo il fondo,
    dondolandoci fin dove fugge la pioggia
    e il narrare abbandona il sogno,
    dove la pelle si strappa.

    *

    DONDE LA PIEL SE QUITA

    Ser la obra extraviada de la muerte
    es encontrar en tu orilla el origen,
    ser un rayo de luna en el bosque
    que descubre que te encuentras en su centro.
    Habré de regresar,
    habré de quitarme la piel
    para caer sobre tu alma,
    para entrar,
    salir de tu boca.

    Sacudo umbrales en esta confesión
    con discurso profético,
    después de haber deshecho tu libertad.
    Reconozcámonos en el sitio señalado:
    en ese sitio donde el guante
    se quita para abofetear a la verdad.
    Donde tus manos,
    habitan una paloma
    y toco aquello que me designo.
    Sitio en que mi pan es tu vino
    y mi vino es tu otoño muerto.
    Mientras, suspendidas vamos en la materia,
    cruzamos fondo,
    balanceándonos hacia donde la lluvia huye
    y narrar abandona el sueño,
    donde la piel se quita.

    (da Fb)


    Nadine Spaggiari

    Vorrei restare, come il tuo cane romantico,
    con la precisione di chi tocca le cose
    solo per sentirle respirare.

    Le luci sono spente sul silenzio umano,
    qui si riconosce chi ha amato troppo —
    chi ama porta la notte nelle tasche,
    una corrispondenza tra due segrete
    della stessa febbre.

    Una volta ho dormito accanto al fuoco
    e ho creduto che la brace mi capisse.
    Non chiedeva nomi — potevo travestirmi
    da lepre soprannaturale.
    Il mattino mi trovò sdraiata sull’asfalto,
    il volto sporco di stelle.

    Ognuno custodisce una città
    dove non può tornare.
    Quando piove calce ci riconosciamo
    dallo stesso modo in cui accendiamo
    una sigaretta.

    Ci sarà sempre un bar con la luce accesa,
    una ragazza che ride dietro il vetro,
    un poeta che scrive in comunione di pioggia.
    Una città da ricostruire —
    ma ogni gesto che condividiamo
    sarà una resurrezione.

     

    - Ero i sassi contro la tua finestra -

    Mi trovo qui, straniera, a piantare
    fiori nel buio della mia carne,
    a sputare zolle di terre lontane.
    Il cielo deve aprirsi, simile
    a un fiore di sangue
    evitando quel sapore moralistico.
    Il cielo deve accogliermi,
    poiché ho finito i sogni ed insieme i ricordi.
    Nessuno spazio è mai stato tanto vuoto,
    ero i sassi contro la tua finestra.

     


    Eugenio Montale

    Ti libero la fronte dai ghiaccioli
    che raccogliesti traversando l’alte
    nebulose; hai le penne lacerate
    dai cicloni, ti desti a soprassalti.

    Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo
    l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole
    freddoloso; e l’altre ombre che scantonano
    nel vicolo non sanno che sei qui

    (“mottetto” dedicato all’amata Irma Brandeis).

     

     

    Ora so che ogni poesia dev’essere provocata da un assoluto scandalo del sangue.
    Non si può scrivere solo con l’immaginazione, o solo con l’intelletto; è necessario che l’infanzia e il cuore e le grandi paure e le idee e la sete e di nuovo la paura lavorino all’unisono mentre io mi chino verso il foglio, mentre io stramazzo sulla carta e provo a dare un nome alle cose, e anche a me stessa.
    (Alejandra Pizarnik)

    .
    "Scrivere è tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive e legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene. Chi non scrive o non legge mai, è sempre fuori casa. È un povero, e rende la vita più povera."
    (Anna Maria Ortese)


    …dorsale di un altrove
    non ha altro orizzonte che la lingua
    dove il lampo si denuda.
    Thierry Metz


    "Avete fatto voi queasto orrore, maestro?"
    chiese l'ufficiale nazista.
    "No, l'avete fatto voi", rispose Picasso

    Guernica, 26 aprile 1937


    "La ragione del male non può trovarsi in alcun oggetto determinante l'arbitrio per inclinazione, né in alcun istinto naturale; ma soltanto in una regola, che l'arbitrio dà a sé stesso per l'uso della sua libertà."
    Immanuel Kant, La religione entro i limiti della sola ragione


    ""Pensò che la bellezza del mondo nascondeva un segreto, che il cuore del mondo batteva a un prezzo terribile, che la sofferenza e la bellezza del mondo crescevano di pari passo, ma in direzioni opposte, e che forse quella forbice vertiginosa esigeva il sangue di molta gente per la grazia di un semplice fiore"".
    (Cormac McCarthy, "Cavalli selvaggi")

    Il processo creativo è (...) un miscuglio di coscienza e incoscienza, di paura e piacere; è un po’ come amare, l’atto fisico dell’amare. Francis Bacon (pittore)


    la scienza più recente (la meccanica quantistica) dimostra sorprendentemente che in certi casi una cosa esiste se la pensiamo e la guardiamo altrimenti non c'è...


    Tutto questo mondo qui è solo una metà della realtà, solo la parte oscura, il debole riflesso di un altro mondo della vera realtà, irraggiungibile ai nostri sensi, però presenza viva nel nostro spirito che è esso stesso un frammento di questa realtà immutabile.
    Joseph Ratzinger, Popolo e casa di Dio in Sant'Agostino

    Tutte le volte che non penso alla morte ho l’impressione di barare, di ingannare qualcuno in me.
    Emil Cioran

    Ogni poesia è misteriosa. Nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere.
    Borges

    E' che sei tu. E quando si tratta di te io non so che mi succede. Per quanto cerca di trattenermi, se si tratta di te, io sono felice.
    Carlos Ruiz Zafòn

    Il migliore tra gli uomini è colui che arrossisce quando lo lodi e rimane in silenzio quando lo diffami.
    Kahlil Gibran


    Quando ti trasformi è tutto il mondo che si trasforma, perché il mondo è solo un riflesso di ciò che sei.
    (autore ignoto)


    Emilio Paolo Taormina

    era così stretta
    la porta del silenzio
    che la parola
    vi lasciò una traccia
    di sangue


    Peccato se la poesia non porta
    sulle spalle l'intero universo.
    Alain Borne


    "La stupidità deriva dall’avere una risposta per ogni cosa.
    La saggezza deriva dall’avere, per ogni cosa, una domanda."
    (Milan Kundera)


    «La poesia è l'arte di far entrare il mare in un bicchiere»
    Italo Calvino


    Preoccupati sempre di quello che pensano gli altri e sarai loro prigioniero.
    Lao Tzu


    “E sento
    che l’ io
    per me è poco.
    Qualcuno da me si sprigiona ostinato”
    V. Majakovskij "La nuvola in calzoni, I"


    Creature di nebbia
    andiamo di sogno in sogno
    sprofondiamo attraverso mura di luce
    dai sette colori.
    Nelly Sachs

    ... il più sublime lavoro della poesia è alle cose insensate dare senso.
    G. B. Vico


    Il segreto della vita è “morire prima di essere morti”, e scoprire così che non c’è morte.
    Eckhart Tolle

    Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile.
    Platone

    Lo spirito del profondo mi insegnò che la mia vita è cinta dal bambino divino.
    Dalla sua mano mi è giunta ogni cosa inattesa, ogni elemento vitale.
    Questo bambino è ciò che sento come una fonte di eterna giovinezza in me.
    C. G. Jung, Liber Novus– Liber Primus

    “Dio è presente, ma a modo suo... Non interviene al posto mio, ma insieme a me; non mi esenta dalla traversata, ma mi accompagna nell'oscurità. Non mi custodisce dalla paura, ma nella paura. Così come non ha salvato Gesù dalla croce, ma nella croce.”
    Ermes Ronchi

    “Penso sempre che la maggior parte degli uomini non sia in grado di conoscere e riconoscere la propria anima. Dopotutto, la quasi totalità delle persone vive con il corpo e nutre solo il corpo, quasi mai l'anima.”
    Franco Battiato

    “Si dice che quando una persona guarda le stelle è come se volesse ritrovare la propria dimensione dispersa nell'universo.”
    Salvador Dalì

    La vita dei morti è riposta nel ricordo dei vivi.
    Cicerone

    La giustizia è come una tela di ragno: trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi.
    Solone

    Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario.
    George Orwell

    La porta della conoscenza si apre solo quando inciampi nella vita.
    da kiranblog2.wordpress.com

    È - E con accento
    trobar clus: comporre in modo difficile, ermetico.
    polisemia: capacità di una parola di esprimere significati diversi
    esegeti: commentatori, interpreti
    tracce mnestiche: immagini mentali
    la "Weltschmerz": il dolore del mondo
    eigengrau: il colore del buio, non del tutto nero.
    abreazione Si può definire come una scarica emozionale avente una funzione catartica
    andare in giulebbe: beatitudine, fatua.
    epanalessi - ripetizione di una parola per rafforzarne l'idea.
    anedonico: appiattimento dell'affettività e delle emozioni
    bondage - costrizione, gioco erotico
    reverie - fantasticheria
    candente - d'un candore abbagliante
    attanti dell'essere: protagonisti che svolgono funzioni diverse (animali, piante ecc).
    non omnis moriar - orazio - non morirò interamente
    a rebours = in senso contrario
    hybris = insolenza, tracotanza
    liliale = puro come giglio
    tonitruante = di ciò che fa rumore di tuono
    pruderie = moralismo eccessivo
    altrettale = simile, tale e quale
    acribia = meticolosa precisione
    dilucolo = albore
    egro (corpo) = malato, fiacco, afflitto
    eradere = cancellare (il ricordo)
    streben = tendere all'infinito, alla bellezza, lontani dal quotidiano. neoromantici.
    il guindolo del tempo si dipana (arcolaio)
    sotteso di = venato, soffuso
    agglutinarsi = congiungersi
    interanimarsi = specchiarsi con
    paredolie di nuvole : vedere facce nelle altre forme
    odeporico: che è proprio del viaggio
    atrabile : bile - atrabiliare: irascibile
    malmostoso: scontroso, con la luna storta
    d'emblée: di primo acchito
    pareidolia: per es. volti o animali nella forma delle nuvole
    egregore: una forma-pensiero in meditazione collettiva.
    camena: ispirazione poetica

    “…non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola. / A volte ne scrivo una, e la guardo, fino a quando non comincia a splendere…”
    Emily Dickinson


    Sono vivo e ho sorpreso nell’alba le stelle […]

    Stamattina la vita ci scorre sull'acqua
    e nel sole [...]

    Non c’è voce che rompe il silenzio dell’acqua
    sotto l’alba. E nemmeno qualcosa trasale
    sotto il cielo. C’è solo un tepore che scioglie le stelle.
    Fa tremare sentire il mattino che vibra
    tutto vergine, quasi nessuno di noi fosse sveglio.

    CREAZIONE da "Poesie edite e inedite"
    A cura di Italo Calvino.
    Einaudi, 1967
    CESARE PAVESE (1908-1950)

     

    Giangiacomo Amoretti

    ·
    Matura nel silenzio e vi si cela
    come in esilio la parola. Sembra
    inerte, viva a malapena – seme
    che non fiorisce, luce che non schiara.

    Ma radicole e filamenti vanno
    più giù, tentando il buio della terra.
    Un'acre linfa scorre tra le cellule –
    tra le sillabe un'ansia, come un tremito

    lungo di febbre.


    G. Amoretti

    Essi nell’ombra, i senza tempo, i morti,
    così pallidi i loro volti, esili
    e tremanti le loro braccia, le
    mani diafane, aperte ancora, essi
    che non parlano, che
    forse appena respirano, lontani
    più del cielo e degli astri, e ci riguardano
    fissamente da sempre – sanno, i morti,
    di noi ciò che ci è ignoto o fu perduto
    nell’oblio, ciò che amammo
    e che sognammo; e tristemente osservano
    il logoro filmato in bianco e nero
    del nostro scivolare,
    del nostro lento approssimarci a loro.
    -------------

    Arpeggio di astri, calami d’ali e sangue
    bordone di singhiozzi sull’immagine
    d’infanzia di quel volto, fra il solstizio
    dei boccoli e il mattino verginale
    del Figlio d’uomo. Iperbole purpurea
    che nel silenzio aureo del raggio
    divino occiduo il mio delirio immìtria
    nell’ombra del crepuscolo che manca.
    Fulcro d’aurora in me rifuso indarno
    su un altare di porfido e alabastro
    in fondo al tempio astratto dei pensieri,
    Signore, spicca il volo, spazia d’aria
    nel cèrulo tiburio, ad ali spanse
    librati in alto, stempra lo sconquasso
    del tuo vassallo cieco esterrefatto,
    smarrisciti nel vorticoso specchio
    di brina dei miei occhi genuflessi…
    Corimbo di splendore sconfinato,
    Speme di Sion, e su di me ti libra
    in eco d’arpicordo o in oasi muta,
    Tu che fai giovane l’inveterato
    essere al mondo: estro e beltà, che all’alba
    fai trasalire in leggerezze alate
    gli embrici arcigni, e in tremule vesti d’aria
    danzi di luce, a fior di rupi morte,
    quando il cinabro sciolto di ogni sera
    d’amore germina, alchimia di platino.
    Dal mio vetusto ossame che si muta
    in volontà di un impeto increato,
    quell’infanzia risorgi in improvvisi
    getti di stelle e zuffa di scintille,
    sopra gioisci della mia rinata
    verginità, ch’io strinsi in dura terra
    per rinascere in sangue d’altra vita.
    © Paolo Melandri (4. 6. 2024)

     


    Donatella Maino

    Parole e parole

    La mia parola per dirti che al pontile c'è solo
    quel negro che conoscemmo in croce e ancora
    le mie parole per dirti che la pioggia scende
    per lavare la mia camicia di lino grezzo, mai
    ammorbidito dalla ricreazione di un giorno
    all'asilo. La mia parola che s'intreccia fra lingua
    e denti limati da pasti usuranti, la mia parola
    per dirti: chiudi la bocca degli apostoli che il
    vangelo fu scritto anche col sangue delle mie
    ferite. Le mie parole per proporti di ballare con
    me il valzer delle mezzelune che come falci
    tagliano la gramigna. Le mie parole, le mie
    parole...quante si sono staccate dal ciliegio in
    fiore, condannate a petali marciti
    in mitragliate di vento.

     

    Salvatore Leone

    Rifiuto di mare

    Vi ho detto del ventre baciato al solstizio
    nome aggiunto al grido dei gabbiani e bellezza
    che addolora le mani. Chiesi udienza a Nettuno,
    perchè tu avessi almeno le braccia, due gambe,
    spalle immortalate nei vermigli, canto della sera.
    Ora, scrivo e parlo del mio naufrago, a cui asciugo
    fronte e labbra, ucciso dal camminare terra, solenne
    strade buttate al sole. Ucciso dai rosa all'incarnato.
    Scrivo di spoglie e biancore, tutta carne buona
    rifiutata dal mare.
    sl

     

     

     

     

     

     

    mia madre indossa
    nuvole indaco quasi da nove anni:

    é un rumore calmo il cielo.

    Mcattaneo

    .
    Quando ho spezzato la parola insieme
    le due metà hanno sanguinato
    Sebastiano A. Patanè-Ferro


    Gil Ferando

    non ho mai davvero abitato me stesso
    (...)
    e tuttora non ne conosco i confini


    "Perché scrivo, se non scrivo meglio? Ma cosa sarebbe di me se non scrivessi ciò che riesco a scrivere per quanto nello scrivere io sia inferiore a me stesso?"

    Fernando Pessoa

    “Una poesia che si capisce troppo facilmente è sospetta di mediocrità!”.
    Montale

    La poesia è un atto di resistenza, un fiore cresciuto sulle macerie del mondo….
    Barbara Auzou

    sono così approssimativamente io

    Silvia Monti


    Il giorno in cui il potere dell'amore supererà l'amore per il potere, il mondo conoscerà la pace.

    Mahatma Gandhi


    Il potere è diabolico: il diavolo non era altro che un angelo con ambizioni di potere. Desiderare il potere è la grande maledizione dell’umanità.

    Emil Cioran, Un apolide metafisico.


    "Ci sono più cose naufragate in fondo a un’anima che in fondo al mare."
    citazione dal blog https://dimensionec.wordpress.com/

    “La paurosa immensità degli abissi del firmamento è un’illusione, un riflesso esteriore dei nostri abissi percepiti in uno specchio. Se vediamo la Via Lattea, è perché esiste veramente nella nostra anima” (Léon Bloy)


    La vita ci precede. Chi ci segue/ è la morte.
    Ennio Flaiano

    Disponi la tua mente su cose superiori, non su cose terrene.
    Perché tu sei morto e la tua vita è ora nascosta (…)- Colossesi 3: 2-3.


    L'universo è mentale. Consapevolezza che percepisce, sogna ciò che chiami realtà. Proprio come in un sogno, ciò che incontri all'esterno non è che un riflesso di te stesso.
    (considerazioni sul sincronismo di Jung).


    " Non so da dove vengano le tenebre, ma credo comunque che vengano dallo stesso posto da cui viene la luce, e credo anche che le tenebre si abbattano su di noi perché glielo lasciamo fare. Credo che sia difficile trovare la luce, a volte molto difficile, ma credo anche che nessuno possa andare a cercarla per noi. Non Dio, non Gesù, che forse avrebbe dovuto essere una donna perché così il mondo sarebbe stato diverso e migliore, né governatore, né agricoltura, né pescherecci, né libri. Se non ci mettiamo in cammino noi stessi, la vita si esaurisce. Dobbiamo vivere per vincere la morte, è l'unica cosa che sappiamo e possiamo fare. Se viviamo come possiamo, e magari anche un po' meglio, la morte non vincerà mai. Non moriremo, diventeremo qualcos'altro. Non conosco le parole per dirlo, intendo per spiegarlo. Forse semplicemente ci trasformiamo in musica. "

    ( Jón Kalman Stefánsson, Il cuore dell'uomo, Iperborea )


    Isidoro Martinelli

    Poichè ogni valore superiore è astratto, ne percepiamo la presenza, ne avvertiamo il profumo, lo cerchiamo; la precarietà della condizione umana non consente di conoscerlo, semmai di riconoscerlo.

    Forse l’anima che già conosceva i valori superiori, ne ha conservato memoria prima di abitare la precarietà del corpo.
    (Isidoro Martinelli)

    La poesia è corta per definizione. (E. Montale) - La parola non può dire il mistero che è in noi. Ma si avvicin<a. (G. Ungaretti)

    Lambda al quadrato Pi = 0
    .
    Quindi potrebbe essere
    in qualsiasi mente
    tutto ciò che accade
    come se il mondo che vedo
    non sia affatto il mondo
    .
    di Gary J Steele


    Aperto sei tu, ancora,
    e non sei tu – aperto
    sei la lama e sei il taglio,
    sei il sangue ed il respiro.
    Ti avvolge l’aria, ti
    brucia uno spasmo. Sei
    lo scatto breve, il gesto
    immobile – sei il volo
    che oscilla e non si arresta.
    Aperto, sei già oltre
    la terra infesta e l’ombra
    che la sòffoca. Aperto
    sei il non essere e il buio –
    l’orizzonte – la luce.

    G. Amoretti

    Malinconia dell’angelo che guarda e che non vede,
    che si avvicina a Dio da sempre e ne è lontano
    più di noi stessi – le sue ali bianche
    più alte di ogni cielo e di ogni nuvola.

    Malinconia di esistere – angelo, uomo o rondine –
    in bilico tra i mondi e sospesi nel tempo.
    La linea del confine sempre oltre.
    La voce morta – gli occhi semispenti.

    E quando si fa sera questo lento discendere
    come di un velo opaco sulle spiagge deserte.
    Il mare immoto, color blu cobalto.
    Sospeso in alto, fioco, il plenilunio.


    Giangiacomo Amoretti
    ·
    Tace, lontano, il mare.
    La torcia che solleva
    sopra l’altana luce e fumo inclina
    la sua fiamma ad un soffio di grecale.
    È mezzanotte. Un’ombra si allontana
    lunga fra i tetti. Resta
    nel buio questo aroma acre di sale.

    -------------
    sfumano in cieli altissimi
    quasi musica d’arpe,
    sbocciano lune e astri
    disorientati,
    e sentirti angelo farsi
    abbraccio infinito
    e grandi braccia luminose
    stringersi fasci di luce
    in quell'immensa foresta
    di corali e di respiri....
    .
    silviavezzani

     

    emilio paolo taormina

    era così stretta
    la porta
    del silenzio
    che la parola
    vi lasciò
    una traccia
    di sangue


    Flavio Almerighi

    alla musa darò sangue e lei
    gli artigli per aprire il cielo nuvolo
    su cui scrivere senza lamento
    con la voglia di essere felice
    accudirà madre il suo bambino

     

    Giovanni Perri Agua


    Uno che passa ride, ed apre il cielo;
    santo e demone col cuore intrecciato
    a una sua tutta piovosa malinconia.
    Sapergli il nome e la ferita, farlo cadere
    nell'ago di aprile come un sogno.
    Ecco con quale leggerezza il vento
    spiega un suo lucore alla notte,
    come gli riempie l'occhio la perla lunare.
    Inganno adulto è questo non sapere
    da quale feritoia cadrà la mezzaluce del giorno
    e dove infine apriremo al dolore la voce.

    in gioielli rubati, Pasqua 22


    G. Perri Agua

    Avevo preso tutta l'acqua del fiume.
    Il bicchiere era sul comodino
    insieme ai libri al termometro a una
    piccola macchia di sole wengè.
    Come un dio avevo esclamato
    nella lingua sonnolenta dell'acqua
    e ogni mio giorno era finito dentro
    quel fondo dal quale bevevo
    come da una delle 7 opere.
    Ma dentro, soldati e cavalieri e angeli dalle ali plananti, residui e residui di luce
    dentro ancora io era senza orizzonti, senza lamenti di navi greche o fenicie, pensavo un uomo in sè totale, del tutto assente, del tutto chiuso in un suo mondo ulteriore
    mentre dai labbri mi cadeva un albero maestro. ~Erano l'onde
    e le voragini buie
    e gli abissi labirinti a risalire
    da tutti i miei mari
    mischiati.
    E invece con che suoni
    dalla finestra il giorno
    pieno di geometrie
    nell'azzurro ignaro
    cantava.

    -------------------
    Ricordo profumi

    Io in perispirito
    ricordo profumi di sapone
    e di cuscini tiepidi da sprimacciare al mattino

    e assumo il mio corpo intermedio quasi fosse un calmante
    prescrittomi per compiacenza quando in realtà non c’è niente da fare,

    due compresse al dì: quanto basta per permettermi di passare con le dita
    tra le maglie dello specchio, o di confondermi col grido
    che si apre nell’erba

    quando la terra non respira. Io – fame d’aria
    lanciata in alto come una moneta

    indecisa
    da quale parte cadere

    (2017)

     

    ..Bastarmi.
    Come se le braccia
    bastassero al petto. Il freddo
    è una sola notte
    che mi piove dagli occhi; e il cuore
    è così vicino alle dita
    che non riesco a toccarlo
    *
    Donatella Pezzino


    Idola

    Arrivi al punto che tutte le voci ti collassano
    una sull’altra, come piani di un crollo annunciato; impossibile
    distinguere la voce di un bambino dal latrato di un cane. Puoi solo
    immaginare nuche albine, perlescenti. E pensare che di queste pseudo-vite
    da tramonto aranciato sullo sfondo sia più cosciente la tua tazza incrostata
    di caffè vecchio e di smunte certezze; che siano più cariati gli smalti
    bianchi lucenti a contatto con le frasi fatte e gli animaletti
    swarovsky in ordine finto-sparso-casuale; che vivremo
    e moriremo come un boccone sputato a terra
    e poi rimesso in bocca

    (2015)

    @Donatella Pezzino

    https://stanzadeglispecchi.wordpress.com/2023/09/29/idola/


    Dona - Potresti

    Potresti attutire il rumore che faccio
    cadendo; con le mani invece
    rabbocchi quello che non manca
    e mi peschi a caso
    dal sacco delle foglie. Ho voglia
    di liquirizia: ma non ricordo più la strada
    che porta alle tue tasche. Sotto la lampadina
    a risparmio
    si diventa letargici, ragionando d’uva buona
    e del mare sotto i treni e delle lenti da lettura
    che ti sperdi per casa. Fuori l’ autunno
    ostenta certi fiori piccoli
    che quando li calpesti fanno un silenzio
    odoroso e impotente; ma tanto, mi dici,
    verrà la pioggia a lavare via
    la terra nera dal mandorlo


    Su Gioielli rubati
    Linfa d’autunno
    .
    Foglia sgualcita, trasvolo lungo il fiume

    dove l’acqua
    ha le tue braccia, e un retrogusto

    di lacrime mentre mi accoglie. E’ lo stato larvale
    della farfalla che rientra nel bozzolo, e che s’appaga

    d’ovattato niente, rinunciando alle ali che ha bruciato
    tra il calore del grano maturato al gelo

    e il profumo struggente di un giorno che non torna

    .
    di Donatella Pezzino, qui:
    https://stanzadeglispecchi.wordpress.com/2023/04/05/linfa-dautunno/

     

    Dona

    Mi mettete in posa su un carretto dipinto
    e non sentite, fra le giunture molli
    i fruscii delle ortiche.
    Nessuno
    sente.
    Eppure le mie grida sono grida; a volte
    tracciano bestemmie nella sabbia calda
    sotto il piede del venditore di braccialetti.
    Mi avete disegnato addosso
    piccole pervinche assetate
    mentre la carne si disfaceva
    nell’erba alta: lasciatemi
    ora! Lasciatemi essere
    la sedia zoppa accanto alla finestra,
    una statua di polvere e di odori appassiti
    nell’ebete azzurrità che confonde gli strappi.

     

     

    Dona

    Quando le ali cadono lasciano erba
    smossa, e vuoti carichi di braccia

    respirate nel punto esatto dove le mandorle
    e i crisantemi si sfiorano, e si pensano uguali
    tristemente

    per aver dentro qualcosa
    di bianco, quasi un vellutato
    pianto

    e non saperlo ricordare.

     

    Dona

    Trasognati. Pur senza neve, ora,
    lasciarsi attutire. Su questa strada
    tutto è casuale: l’incrocio dei passi,
    le spalle che si sfiorano, gli occhi
    che non si riconoscono. E poi il vento
    caldo,
    che ci piange addosso i petali, e la sabbia
    come un lamento di gente lontana; lo stesso
    vento
    che ora canta fra i miei capelli
    l’inascoltata malinconia dei rami.

     

    Dona

    Non uscire: così bianca
    ti confonderesti con la neve
    e ti perderei. Non dormire: fra le tende
    accostate
    lasciamo tremare la luce, un poco. Hai
    l’ultima sigaretta: fumala. Questa volta
    entrerai nel cono d’ombra
    a piccoli passi

     


    Dona - nov 22

    Ci sono giorni che l’intonaco
    mi si scolla dal volto; e
    accade
    quel tutto che si aggruma e si vetrifica
    come gli occhi di certi santi di legno
    che contendono al dolore
    il salso; quell’odore
    che di me si porta via
    il vento del mare
    nelle ore disabitate.

     

    Dona
    Ho amato

    come si amano gli angeli: a metà. Un’ala spezzata
    ha fatto da cornice. Forse avevo paura

    di rimarginarmi presto – ed era terrore, il mio –

    o forse temevo il logorio dei passi
    su quel lungo tappeto disteso
    fra la follia e l’abbandono.


    Dona Disgelo

    Sbocciare; sfiorire. In tutto

    un profumo sottile,
    un male necessario. C’è
    una vena d’abbandono, nascosta

    in ogni primavera: la ruggine
    fra l’edera e il cancello,

    i tuoi occhi sinceri, e il vento
    che lasciammo
    ieri

    su un viale di petali caduti.

     

    Dona - Lentamente

    Sola. Sono la piccola solitudine dei fiori
    quando non trovano il vento alla giusta latitudine
    da potersi dire carezza, olfatto, tintinnio di bicchieri; sono

    la pioggia che guarda gli uccelli sotto la gronda
    senza potersi fermare. Da questo cielo
    continuano a passare
    voli
    mentre io continuo a cercarti a ritroso
    seguendo il calco delle mie ferite.
    *
    Estate 1979

     


    Dona su larecherche

    Lux

    Sul palmo delle tue mani
    nudità di foglia
    rabbrividisce al tatto

    - alchimia di una carezza -

    è solo polvere, ma alla luce
    sembrano mille piccoli soli

     

    Dona
    C'è una fiamma

    Distanze. La diafana
    certezza dell’ora, che passa

    nel sentirsi
    tremare, in una foglia
    per cadere, infine; restituirsi

    alla terra; e cos’è
    ogni sera, in fondo

    se non un ritorno

     


    Dona
    Quello che so

    Non importa
    se un fiore che appassisce fra le pagine
    lascia un’ombra inodore che non scompare

    se siamo tutti
    strappi deliranti, nella tela antica
    che un male oscuro corroderà in eterno

    clandestini a tempo
    in questa strana osmosi
    fra l’infinito ed un pugno di terra

    ti ho perduto,
    è quello che so

    e tu, caldo rifugio
    odoroso di talco e di carezze
    sei diventata il gelo di un vento che soffia

    tutte le volte
    che un angelo piange

    2013

     

    Dona
    Velvet

    Cercami
    dove tutto finisce.

    Lento è
    il lavorìo dell’alga; ossida le chiglie nel canale.

    Mentre io fiorisco ancora negli autunni di mezzo,
    quando le ore sono asfodeli sotto i porticati
    e il pettine odora di colonia per bambini.

    Ho voluto
    un nido oltre le cortine, sulle rocce a strapiombo,
    un vecchio merletto per proteggermi le spalle
    come fosse ombra.

     


    Dona
    Zucchero per i giorni amari

    Non c’è più il tergicristallo
    a movimentare la scena: il fluido
    resta fermo nei polmoni, fatta eccezione

    per qualche sasso piatto che lo sfiora di striscio
    facendo i cerchi. Pianto rami acerbi: ma il canneto è umido
    e i limoni nascono malati. Così lascio questa terra di finta torba

    portando con me solo l’essenziale: una lucerna senz’olio, le muffe
    di una vecchia casa demolita e una dose di veleno per tutte le notti

    in cui mi ricordo di sognare

     

    Dona
    Non parlatemi

    Il mio pianto è una strada che non conduce,
    il mio bambino un fiore sparpagliato a terra.
    Non parlatemi di angeli oggi,
    né di quante volte io debba pregare.
    Ho schegge sulla lingua che mozzano le parole
    e odori di sangue che piantano radici nel mio orto.
    Nell’aria che brucia seccano seni e fontane
    ma non ho mai avuto tanto freddo come adesso.
    2017

     

    Dona
    La gabbia

    C’è una mia costola che aspetta,
    un’altra è rampicante. La terza

    è il lenzuolo vecchio che è volato via
    perché avevo dimenticato le mollette

    e l’ultima sei tu, che continui
    a cedere
    scoprendo il cuore: un fragile
    contenitore di voci.

     

    Dona

    Odio la primavera perché mente
    al singulto dell’acqua, chiamandolo palpito

    e perché inganna i fiori con l’onnipotenza d’un giorno
    tacendo la neve sotto le zolle agre.

    Solo io non dimentico
    che il ceppo è solo uno scheletro

    e che non può germogliare.


    Dona Pezzino

    Si aspetta; sempre. E nell’aspettare

    si diventa foto in bianco e nero
    per ricordare cose: il paltò
    senza tasche, l’orologio
    indietro. Si resta così,
    modelli in carta

    di profumi dimenticati


    D. Pezzino

    Samovar - su bda

    Mi spezzo
    proprio ora che il vento si ferma:
    ed è una morte
    gentile, dove trapassano
    i sogni, le rose, e le cose
    perdute
    che vedo solo io; e dove
    amore
    è un modo come un altro
    per chiamare la solitudine

    22.02.2022
    data palindroma


    D. Pezzino

    Non ti ho comprato le gerbere.

    “Abbiamo colori bellissimi,
    oggi” diceva la signora dei fiori.

    Colori. Bellissimi.

    C’era un azzurro
    che tremava nelle ossa: inverno
    e rimpianto. Giallo il polline
    che il vento portava lontano
    tra gli aranceti e il mare; dove la vita
    ti urla negli occhi. E sotto
    l’erba,
    petali ancora freschi
    che nessuno ricorda: il viola
    delle cose non colte.


    Donatella Pezzino su BdA - nov 21

    Ecco il fiore dalle foglie scarne,
    la farfalla dimenticata sugli spilli.

    Figlia di Imran, di quante croci è fatta
    la sabbia che calpesti?

    Il respiro è pianta che germoglia sulla pietra.
    La tua mano, un velo sottile che si posa sulle cose.


    D. Pezzino

    Non sono niente
    fra i mucchi d’ossa senza fiori,
    fra i lembi di terra senz’occhi.
    Nel mio futuro c’è questo buio ammuffito
    a gocciolarmi su una fossa senza nome.
    Forse un giorno qualcuno ricorderà
    almeno una delle righe del mio pigiama;
    solo io
    non avrò memoria


    Maria Pina Ciancio

    Si torce il dolore sui muri
    e germoglia code di sangue
    che assomigliano a fiori.


    Gil Ferando
    ·
    Prima di sedermi alla tavola del verso
    c'è una dimenticanza dei nomi
    nel senso del loro significare
    la ragione come ombra delle cose.

    Qui tutto si raccoglie in una orazione
    di punti interrogativi, ignari
    se le risposte saldino il debito.

    La vita è l'attesa del mio cadavere
    ma il rosso nel bicchiere
    le strappa ancora buone ore.


    Gil Ferando

    Non credo di essere io,
    io non sono e sono l'altro
    non sono se non nell'atto
    in cui l'altro osserva me. Ecco:
    io sono solo dopo lo sguardo
    dell'altro, sono lo sguardo
    dell'altro, esisto nel suo vedermi
    mi vedo nel suo guardarmi,
    mi dò a me stesso nell'eco
    in cui risuono al suo svelarmi
    mentre anch'io lo rivelo, altro
    nel quale tutto ciò che io non sono
    accade. Camminavo stamattina
    nel vialetto dell'ospedale
    a lato di alberi e motorini in sosta.
    Loro erano i miei osservatori
    i loro occhi l'opera d'ostretricia
    taverso la quale io rivenivo l'essere
    nel quando del mio esistere. Allora
    sono stato, oltre
    il passaggio dei nomi.

     

    Giovanni Perri Agua

    Viene il pensiero di perderti talvolta
    la sera è un posto girato nel sonno
    stare di guardia fiutare come
    dal picco di una brace la tua cena.
    Ma non lo caccio, gli tocco l'osso
    del gomito, gli faccio fare il giro della casa
    prima che dica è tardi vai a letto
    e così vado
    a sedermi nelle sue occhiaie di marmo
    nei suoi capelli così pieni di cavalli e canali
    e penso che il tempo non passa, solo
    ascolta gli spigoli e le buche
    tiene girati i polsi sulla fronte.


    Giangiacomo Amoretti
    ·
    Le voci più lontane, il fruscio lento
    della risacca sugli scogli, i rauchi
    richiami a tratti dei gabbiani. È l’ora
    che precede il crepuscolo e dischiude
    a un silenzio più alto e mare e cieli
    e nuvole e colline, quando sale
    a poco a poco uno stupore nuovo
    nell’anima e si fa quasi dolente,
    guardando, il memorare – più segreto
    lo sperare, più limpido l’attendere.


    g. amoretti

    Appena trattenuto
    lucore – sangue o anello – tra le unghie,
    livido, come fosse
    già semistinto e ancora
    fin dentro la tua pelle
    avido e la tua carne
    di splendere nel vivo
    tutto della sua fiamma
    e nel suo sole, ancora, prima di
    svanendo farsi nulla dalle tue
    mani dischiuse – buie
    mani stremate dalla febbre, cieche.

     


    giovanni perri agua

    ma tu, con quello che dai,
    con tutto quello
    che a fatica dai
    per mantenere in vita
    un lembo silenzioso di cuore,
    hai mai capito che a tirarlo il cuore
    a tenderlo fino a sentirne il duro
    di ogni cucitura, ci manca poco
    che a qualcuno viene voglia
    di batterlo sul tavolo, tagliarlo a fette,
    farne porzioni da accompagnarci
    una serata con vino e canzoni?
    Vedi, è con questo banchetto
    di figure affamate
    che puoi imparare la vita,
    cacciarla da una pulsazione di orli
    ricevere quel che si dà
    per dire qualcosa ho meritato,
    ho amato e ho seminato anche, ma sempre
    dopo ho sanguinato nel buio di una parola.
    Anche là è inverno, e i volti si ripetono
    nei loro perfetti tagli appena sopra l'erba
    che cresce perché tu cresca in fretta
    come un sorriso nei campi appena lavati.
    Qualcuno implora
    che piuttosto andrebbe succhiata
    dal tralcio la parola
    e vi sarebbero gocce dappertutto
    che a guardarle ci vorrebbero mille occhi; ecco:
    io sogno una poesia dai mille occhi
    piovosa e lunare e franta
    come una foglia di auguri
    per le tue delusioni
    per i tuoi tanti piani d'emergenza
    che verranno
    come uno sconosciuto
    a raccontarti i segreti del bene.

     

    Marco Verrillo

    le tue mani di carta
    frugano dentro
    come farfalle di fuoco

     


    C’è stata una guerra tra il bene e il male.
    Abbiamo deciso di chiamare il corpo il bene.
    Questo ha reso la morte il male.
    Ha fatto ribellare l’anima
    contro la morte, completamente.
    Come un fante che vuole
    servire un grande guerriero, l’anima
    ha voluto schierarsi con il corpo.
    Sì è ribellata contro il buio,
    contro le forme di morte
    che riconosceva.
    Da dove arriva la voce
    che dice supponi che la guerra
    sia il male, che dice
    supponi che sia stato il corpo a farci questo,
    ci abbia resi timorosi dell’amore–

    Louise Glück -Nobel 2020
    traduz. Anna Maria Curci


    Giangiacomo Amoretti

    Io guardo te nel fondo dello specchio
    e in te lo specchio, il vetro e il suo riflesso,
    te immagine di nulla e corpo vero,
    tangibile ora-e-qui, fantasma e velo.

     

    Giangiacomo Amoretti

    Da quale sfatta mezzanotte a quale
    biancore a malapena intravisto e già forse
    temuto, tra le foglie, di là dai vetri, o

    adesso in questo ombroso interno di memorie
    e di vaghe presenze, quando spessi tendaggi
    o velami nascondano i gesti rallentati,

    nel sogno, di chi piange senza piangere – da
    quale ansia, remota ancora, o quale
    febbrile sussurrio, fra i divani, alla luce

    crepuscolare e fioca di un abat-jour – da quale
    rarefazione minima, là fuori, della coltre
    vellutata di bruma che avvolge alberi e siepi –

    a quale oltre, a quale via di fuga…

     

    Anna Leone

    (Di Gabriele Galloni)
    Morire è solamente
    farsi una vita altrove:
    non è il Tutto né il Niente.
    È intravedere il mare
    dietro un canneto; e qualche
    casetta sulla costa.
    Scoprirsi nudi; e nudi
    scoprire gli altri.
    La lingua, sai, è la stessa
    per tutti. E presentarsi
    con il nome più semplice da dire:
    ma non il proprio; un altro.
    (Chissà che nome avrai ora.) R.I.P.

     

    Giovanni Sepe

    Li ho veduti i tuoi occhi guardarmi
    come io fossi un cielo profondo
    con dentro altri cieli
    e dentro i cieli altri me.
    Li ho veduti i cieli nei tuoi occhi
    con me dentro e dentro me i cieli.
    Ho visto in cielo i tuoi occhi
    e ho avuto voglia di Dio
    che ha cieli e occhi per se'
    quando cieco ti guardo.

     

    LE PAROLE
    (Pierluigi Cappello)
    Annodammo la nostra infanzia ai capelli delle nuvole
    e non fu la pioggia, fummo la pioggia;
    la mano dell’uomo ci sradicò dall’aria
    e lungo i canyon della nostra pelle
    attecchì il pensiero;
    le nuvole furono scrittura,
    la nostra voce un nodo sciolto,
    noi da una parte, da un’altra parte il cielo.

     

    Io vivo in ciò che sembro

    Io vivo in ciò che sembro
    ma è solo nella profondità
    che esisto.
    Così tento di farla franca
    e di sfuggire ad una falsa realtà
    che finge per conto del tempo.
    Chi potrebbe sopravvivere
    altrimenti
    all’orrore.
    Flavio Malaspina


    Giangiacomo Amoretti

    E così passeranno i nostri morti –
    sarà memoria, sarà sogno, o altro... –
    a passo lieve, per le strade e i viottoli
    qui di Liguria, forse, o forse altrove,
    per campi senza alberi e pianure
    velate dalla nebbia. Passeranno
    ignoti a noi – ci guarderanno appena,
    come distratti, forse, o forse ci
    ignoreranno – alti, silenziosi,
    oramai senza volto e senza corpo,
    senza nome. Così, a uno a uno,
    scivolando fra terra e cielo e
    svanendo nel crepuscolo, da noi
    già quietamente prendono congedo.

     

     

    Amina Narimi ha condiviso un link.

    Siamo stati angeli nell'acqua,
    piccole stelle dell’alba,
    quando ancora le viti erano muschi,
    farfalle di mare che andavano alla deriva
    sbattendo l’azzurro dei piedi
    tra le onde del sole
    seguivamo il ronzio genitale dei nostri delfini
    i click sordi delle stenelle in amore,
    nutrendoci degli errabondi, i mangiatori di luce-
    di notte facevamo buon conto della neve marina-
    Più di tutto amavamo i verdazzurri,
    centomille in una goccia di sale,
    e i nostri capelli luccicavano a giorno.
    Quella notte, la grande notte,
    seguimmo una forma di lacrima
    che andava a deporre le uova.
    Ohh cosa stavamo vedendo
    nella buca profonda di sabbia,
    bambini! Stretti nella preghiera
    ci fermammo
    per ordine delle mani
    fino a farli sparire.
    Il mare si calmò, con l’anno nuovo,
    minuscoli pastori cercarono l’uscita,
    puntarono al largo verso l’acqua nera,
    portando sul dorso come faville.
    fu allora che le albere presero a far luce
    che ci contammo le ossa una ad una
    passando le dita a vicenda negli anni
    finché una bambina prese a salire,
    con le giumelle educate all’amore,
    le nostre timide gole per terra
    alzando la neve dal suo libro d’ore
    come fa un mattutino all’Ave Maria.

    https://www.youtube.com/watch?v=zthq9p8uTBg


    Franco Arminio

    Io qui col cuore storto,
    con mia madre che mi chiama
    dal piano di sotto della morte,
    con mio padre che mi piega
    l'ultima vertebra dietro la nuca.
    Io che ho strofinato il mio cuore
    in ogni modo per farlo parlare,
    io che ho una stanchezza millenaria
    nelle ossa.
    Io che come un pazzo scavo da anni
    dentro la morte come una rondine
    scava il suo cielo dentro un sasso.

     

    Giangiacomo Amoretti a Poeti italiani del '900 e contemporanei

    Questo mistero, che tu sia te stessa
    di là da me, guardandomi, eludendo
    a momenti il mio sguardo, e muta là
    respirando, lontana e vicinissima,
    di terra e d’aria, più mi inquieta, più
    mi meraviglia, adesso, del mio stesso
    ancora, qui, esistere, guardandoti.
    Forse altro non è, penso, l’amore
    che questo lungo riguardare, questo
    incantarsi dell’anima davanti
    a un’imago, a un’icona, a un volto in ombra –
    a una silente epifania dell’essere.

    .

    i fantasmi crescono a dismisura
    si stipano, si riconoscono,
    qui per caso o meraviglia sbagliata
    senza sapere dove volevano andare
    sedersi indifferenti sulle poltrone dei versi
    a zittire gli sguardi e le parole,
    un rifiorire di silenzi astratti
    di anonimi sorrisi dietro tende di lini opachi.

    I fantasmi indifferenti

    silviavezzani
    (diritti riservati)

     

    Fernanda Ferraresso Haziel

    Tu, come lama di coltello sei entrata nel mio cuore in lacrime!
    Charles Baudelaire, Il vampiro

    .

    su fondamenti invisibili fuori prospettiva
    con precisione chirurgica
    la lama della lingua
    ha affilato il verbo amare
    ma fu un punteruolo
    che impugnò il desiderio e impudico
    dal quel corpo analfabeta estrasse una costola parlante
    l'ombra viva che con il fiato rimodellò
    femmina da uno scheletro senza nome
    insieme la carne tornita di fresco
    ebbe la stessa immagine riflessa divina una sola semenza
    ma qualcosa andò per il verso sbagliato e
    lei non volle giacere sotto di lui non volle
    stare sottomessa per un volere che non fosse il suo
    rosso un mare aperto fu la sua casa di tendini e battiti e futura
    la conoscenza di se stessa l'albero e il frutto in una sola terra

    fuori dalla legge e lettera a se stessa il suo linguaggio
    fu notte e crepuscolo
    non addomesticabile la sua fiera è monaca ferina
    di una natura selvaggia e ingovernabile monca in lei la morte
    perché dea di terra in una terra la riconobbe
    nel suo ventre radica preistorica una realtà millenaria
    della vita e dell’inizio di ogni vita
    fertilità di una passione mai prona che ogni regola trasgredisce
    su tutto innalzando la bellezza
    di tutto quanto è un cosmo creato

    notte oscurità penombra è spirito di vento la sua orma
    nella tempesta avanza piegando il giglio del suo desiderio
    bianco regale e netto da terra si erge innocente in un caos di lussuria
    il fiore liberato da qualsiasi sottomissione e ricatto
    la sua purezza scintilla su uova di depravazione
    la sua astinenza è l’inizio di tutto quanto è possibile ancora

    f.f.- L'isola e il cerchio- su fondamenti invisibili fuori prospettiva è l'amore che non si può dire

     


    Giangiacomo Amoretti

    Come chiamare te – angelo, specchio,
    volto dentro lo specchio, altro me stesso?
    O nulla del mio nulla – né teda né lucore –
    fuoco fatuo, riflesso – tremito d’aura – albore.

    -----


    Il sorriso eterno
    Fa il verso al sole
    L' angelico volto
    Di pietra
    Si piega
    Al corpo non più tuo

    Aldo Forchia -fb-

     

    Giangiacomo Amoretti

    Velato amore, non dischiuso amore,
    amore di ombre, amore di silenzi,
    di non detto, di implicito, di vago,
    amore che si occulta, muto, e spasima,
    dolente – ignaro pur
    di sé, di sé dimentico e di tanta
    sua luce e fiamma.

     


    Giangiacomo Amoretti

    Sussurro: ‘tu’… e si apre a me uno spazio
    ove non sono già più io, ma quasi
    altro da me, da me remoto – come
    se per prodigio in me di colpo fosse
    qualcosa giunto a compimento di
    profondo e ancora inconosciuto – chiuso
    alfine il cerchio, risanata la
    ferita che doleva, antica. E posso
    parlare nuovamente, dire e forse
    udire – posso pronunciare un nome,
    questo, che è il tuo – tacendo, a tratti, gli occhi
    semichiusi, non quieto, non inquieto,
    o sussurrando, a voce bassa – io
    memore e stanco, attònito di te.

     

    Giovanni Giudici


    Vivranno per sempre?
    ………………………………..Sempre, sì – mi dicevo
    e le vedevo
    alla distanza del tempo rimpicciolire
    lontanissime, in piedi, a braccia conserte
    su quelle stesse soglie, o leggendo gli stessi giornali
    crollando il capo, scuotendo gli stessi grembiali,
    di nero o di grigio vestite e decisamente
    fuori di moda come diventerà
    ogni persona vivente
    – ovunque e su quella stessa
    strada fra il mare e una fila di platani
    dove quieta ubbidiente e dimessa passò
    la mia età infantile
    ………………………….– quelle persone viventi
    che passarono poi come l’età
    rispondendo di no alla domanda
    che avevo dimenticata: no (dicendo)
    non vivremo per sempre


    – senza notizia alcuna, senza coscienza
    di storia o di giustizia, senza il minimo dubbio
    che un’altra vita sarebbe stata a venire
    più vera, con più intelligenza:


    e dunque senza viltà consegnate alla sorte
    – alcune con stupore della morte,
    con desiderio altre, con sofferenza.


    (da La vita in versi, 1965)

     

     


    Giangiacomo Amoretti

    E le bare, le bare in fila a Bergamo
    davanti al cimitero – sullo sfondo,
    in penombra, il Famedio – le hai vedute
    dormendo? Quasi fossero
    le tue da sempre, immagini
    dei tuoi deliri, delle tue, né inconsce
    né coscienti, paure... O sogni, ancora,
    e null’altro che sogni... A una a una
    le vedevi posare
    più grevi sulla terra, oltre la notte –

    come uccelli feriti, come foglie marcite,
    premendo su di te, sul tuo silenzio.


    Giangiacomo Amoretti

    Forse è questa, mi diceva, la pena
    che ti attende e mi attende, non sai
    quanto amara, e piangeva, lei
    dolorando per me. Salivano lenti
    larghi fiocchi di nebbia a separarci,
    solo i suoi occhi ancora vivi e
    tremanti. Madre, oh madre, io,
    tendendo in alto le mani, invano,
    dicevo, o sognavo di dire,
    già muto, già di lei spogliato ancora.

    ----


    qualcosa se ne va,
    restano nei cortili disabitati
    le sottili impronte degli Angeli
    e le bianche rose di Dicembre.

    silviavezzani

     

    Donatella Pezzino
    su Gioielli rubati e bda

    Umbratile

    Così lieve
    nello sbocciare inverso

    che si fa inverno, radice: un circolo
    di pietre
    contro l’inerzia del giorno. Nel tuo bacio
    geme l’acquiescenza dei ricordi; una candela
    di più
    che ci spegne in segreto

    come fece il muschio
    sul vecchio roseto

    Poesia
    1 maggio 2017 ·
    Donatella Pezzino
    *

    -Silenzio-

    Silenzio
    dov’era musica, silenzio sulle mani,
    sul gorgo imploso dove finisce
    la pioggia dei giorni, coi detriti che non dicono,
    con tutti i fiori che non si aprono.

     

     

    Giovanni Perri Agua

    Andiamo per similitudini, e sembra quasi di sentirci
    in questa cosa che appena ci somiglia se ne va.
    Pellicola del sogno, mia pellicana dolcezza
    lasciati incorniciare da uno sguardo
    di pietra viva, fatti gettare da Pirra e da Eucalione
    nel mio cuore di latte e cemento e aspettami,
    io sono il tuo medesimo furto di occhi e di lingua
    nell’ora che agguanta e moltiplica ogni anelito andare,
    lasciati nominare miscuglio di ferro e mistero
    nel mio ottobre di addii smisurati
    e piegami e svolgimi e ripetimi
    del padre e della madre l'identica luce
    che accende parola e rivela.

     

    Giangiacomo Amoretti

    La luce che balùgina
    ai vetri a mezzanotte.
    Un brividio più lungo –
    un battere di denti.

    Il corpo che non sa
    e che sa – né dimentica
    la punta della spina,
    il bruciore del lampo.

    Il corpo che si affida
    al chiudersi, al non dire –
    ad occultare sé –
    a celare il morire.

     

    Salvatore Leone

    25 maggio
    Gli orgia

    Vengo da acque rotte e la Semele incenerita
    a danzare sui vostri specchi, ordinando fiori e vino nuovo
    e resistere allo scintillio che mia madre ha veduto.
    Sono qui, nel giglio e nel coltello
    a stordire l'oriente e la bestia cantando.
    Vengo da un porpora osceno che divarica l'inguine
    se gli ori ai padroni vi raddrizzano le schiene
    e giurate solenne obbedienza.
    E vengo a consacrare sudori al ventre
    le mischie fatte di voci e sulla pelle
    rantolo d'alba e la lama.
    Vengo a inumidirvi coi rossi e d'acque piegate
    al grido breve. A scongiurare il demone
    fermo sul collo, mani che stringono
    il cielo alla testa, e in terra la rigirano
    e la battono, e mi rivestono
    di fuoco migliore, l'altissimo bruciore.

    sl2019

     


    POESIA = RAFFAELE PIAZZA
    "Tu magica"

    Nella gioia delle cose prealbari convalescenze quotidiane
    di fragole a ritrovare quel senso che è poesia dietro l’albereto
    dove siamo stati a ovest della vita e della città, tu annudata
    il tuo tempio verso di te il greto a iridare visioni tranne del tuo
    slip rosaconfetto, i seni al vento, il percorso delle mani per ararti
    per toccare la felicità che traspare dopo la fisica gioia, dopo il piacere
    nel delta tra rosa e margherita gialla o anche amore universale,
    delle tue cosce la pelle, il tuo sesso dietro le barriere che di fiorevole
    trasgressione danno un dato compiuto del tuo stellante lucore, lume
    dei tuoi misteri che si apre alla luna portafortuna di te donna, da
    attraversare il culo, l’ombelico nel ventre piatto contro del mondo
    il tempo, la vita che mi hai donato nelle fibre tra alberi osservatori
    muti in esatta misura di desideri. Vieni di nuovo e cambieremo
    il rosaconfetto in nero per la forte trama di ragazza che sei,
    se poi in armonia con le parole saremo di nuovo vestiti, la tua
    minigonna, le calze, lo sguardo attento che non può mutare dove
    sta del tuo mare la perfezione, esistere di gioco e umori
    liquidità del frutto dove si asciugano le redenzioni nella splendida
    costellazione del tuo sguardo, infine i tuoi occhi che tento verso
    l’esultanza immensa.
    *
    Raffaele Piazza

     

    donatella maino

    Un'altra vita

    Il tuo perdono mi guarda lupa insanguinata
    nella selva del marmo che mi abbaglia,
    nel silenzio nudo della mia rosa ladra
    che nega di tornare al misero orto

    già affamato dal primo latte rancido,
    dal fragore di seni già disposti alla morte.

    Un'altra vita mi occorre per ritornare dal pianto.

     

    Giangiacomo Amoretti

    Esistere che arde e si fa cenere,
    che sale in alto – fumo, aria o luce;
    che si assottiglia, che si sfrangia e
    diventa altro, cede al non più essere,
    al non vedere, al non mai più sapere
    che è oblio e già evidenza – cecità
    e balenio di una veggenza d’oltre –
    nulla e non nulla – buio e primo incipit.

    E fosse, chi può dirlo, appena un filo
    d’erba che oscilla, un soffio
    lene di vento, o questo blando ora
    va e vieni delle acque
    sull’arenile. Esistere che palpita
    un attimo e dilegua
    subito nel non più – e così è
    per sempre, in questa notte che lo serba.


    G. Perri

    I° maggio

    Attorno era la festa dei morti bruciati
    un riapparire dentro le forme del fuoco
    ma sempre da un angolo nuovo
    e ognuno aveva addosso la sua sagoma
    e c'era sempre quel numero mancante,
    col pugno alzato sul fumo, a cantare.

     

    Giangiacomo Amoretti

    Tu chiedi chi io sia, tu che mi ascolti
    adesso fra speranza e dubbio – e io
    che non so nulla e a malapena so
    di te e delle tue angosce,
    dei tuoi silenzi e delle tue parole,
    io ti guardo stupito, a lungo… Io sono
    da te, io sono a te – invisibili
    i miei occhi, invisibili da sempre
    le mie ali di aria – io connato
    in te e con te dall’acqua
    purissima e segreta di una stessa
    polla battesimale.
    Io sono in te il silenzio, in te la voce.
    Sono l’Angelo – sono te medesimo.

     

    Giangiacomo Amoretti

    Di amore questo puoi
    dire, dubbioso: amore
    è appena un volto, appena
    due labbra che si schiudono;

    forse una mano che
    vada sfiorando lieve
    un‘altra mano; forse
    meno ancora, uno sguardo,

    una tinta, il profumo
    di un corpo che non c’è.
    E avresti quasi detto
    già tutto, e pure ancora

    mancherebbe qualcosa,
    un nonnulla, quell’ultima
    sfumatura che sfugge
    al dire – l’inespresso,

    l’inesprimibile altro:
    di là dal cielo il cielo,
    di là da questo mare
    il mare quando è l’alba –

    e l’altra rosa dietro questa rosa.

     

     


    Maria Grazia Calandrone

    Una poesia-sudario per Genova 14 agosto 2018

    Il sudario si chiama sudario
    perché assorbe gli umori
    dei morti. Viene deposto
    sul volto, per nascondere allo sguardo dei vivi
    il lavorio della morte
    nei lineamenti amati, le enfiagioni
    e lo scavo finale, la riduzione all’osso, che riporta
    la materia conclusa di un corpo nel non finito dell’altra
    materia, all’indistinto delle zolle e degli astri.
    Il sudario è deposto per pudore
    sul volto, perché quel volto smetta di finire
    sotto i nostri occhi. Così vorrei
    che le parole, poiché non possono asciugare davvero
    neanche una goccia
    del vostro sangue, ricordassero almeno
    la vita, il celeste profondo
    o la rosa canina fra i paranchi
    che vi ha fatto sorridere
    per la sua ostinazione d’essere viva
    nel cantiere perpetuo del porto
    luminoso di sole morente
    o l’altro sole, la grandezza radiale dell’alba
    sollevata tra guizzi di reale come un rinascimento.
    Mondo contemporaneo che vai a morire
    tra i gabbiani delle periferie,
    sotto la rotazione della Via Lattea come una verde insonnia dell’universo
    che non ci guarda, mondo che sei questo infinito esistere che non contempla
    i mortali, senza nome e cognome torneremo cose
    tra le cose, senza involucri e senza nostalgia ritorneremo
    all’indifferenziato delle stelle. Ma adesso, adesso
    che siamo vivi

     

    Padre
    di te l'immagine mi trova
    in ogni stanza

    di quando accesa
    era la tua luce e il giorno
    aveva ancora gli occhi

    - nel guardare
    della mia vita il passo

    l'impronta della sera
    mi fu l'ultima risposta

    poi il vento, che torna a cercarmi
    in ogni dire

    e in ogni dove privo
    io ti penso

    e mi ritrovo amore.


    - Nunzio Buono -

     


    Lina Donatella Pezzino

    Venivamo dalla marina,

    zingari come strade. Tutto
    era un dopo; le ore

    una teoria
    di scale

    i ceri accesi
    delle cattedrali. E infine
    la notte

    liquida, erbosa; una terra
    di mezzo

    nel torpore antico
    dove le nostre tristezze
    diventano cose.

     

    Donatella Maino

    Grido

    Gli uccelli abbandonano
    alti alberi di lacrime
    traversano gli sguardi,
    scrivono l'immagine lunga
    del loro grido isolato.

     


    Guido Cupani
    Inediti


    SANTIAGO, UBUNTU CAFÉ

    Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà (Mt 16,25)

    Giorni che sento
    che sto per nascere a me stesso
    ancora, dopo breve gravidanza

    Il mio parto è uscire a cercarmi per strada
    chissà mai che stavolta
    mi incontri

    Che inciampi per caso il mio
    passo nel mio passo
    che a capo chino andando
    non mi imbatta di testa
    in me
    rinato

    da atelierpoesia

     

    Flavio Almerighi

    essere

    essere treno d’ossa,
    fiducioso aspetto un segno e uscire
    dal mezzo di una stazione sognante
    immersa emersa in mille soste estive,
    tante volte una voce assonnata
    annuncia partenza e liberazione
    poi in sequenza muore,
    senza lasciarmi andare
    mai

     


    Enrico Marià “senza titolo” (testo edito coperto da diritto d'autore).

    Eroina la meraviglia del mondo intero
    il nastro dell’acqua a colpire la luce
    mangiami le ossa prima del tumore
    tu scheletro nido
    la madre morta della vita
    la madre viva della morte.

     

    G. Perri
    Lettera ad una madre

    E’ tempo di comprendere
    che siamo qui a dividerci il pane:
    scendo per dirti
    che sono capitato per caso
    e non ho ancora un nome:
    qui si parla di niente
    e la sera si contano i topi
    ma in compenso non si vive male,
    la gente passeggia e
    sorride, una ragazza si sente chiamare.
    Saluto te, madre
    che mi hai girato le spalle
    dicendomi di andare
    in ogni porto
    pregando
    ed io per ogni porto
    prego
    l’insurrezione e l’amore,
    ma sotto ho questo muro
    impregnato di urina
    e mi gira la testa:
    sto con questo animale
    e non parlo da giorni,
    sento pian piano morire
    anche il lamento del mare.

     

    Giordano Genghini

    ZI028, QUARTINA DI ENDECASILLABI –
    Nella notte è caduta un po’ di neve
    soltanto per un tempo molto breve.
    Al mattino si intrecciano le chiazze
    di ghiaccio e l’erba morta fra le pozze.
    * * *
    Molte grazie per aver letto il testo poetico che ho scritto e qui pubblicato. Ciao, multilingual greetings.


    Nunzia Binetti

    Alberi

    Alberi, obbedienti al vento,
    alberi, senza vocali o sillabe,
    in preghiera. Alberi dis-abili…
    Li vestono e li svestono materne le stagioni.

     


    BISOGNA

    Bisogna pronunciare l’evidenza,

    forse per tutti basterà tacere.

    Per l’uomo, sacro alfine, la presenza

    dell’essere l’escluda dal parere

    un simbolo stregato.

    Se la speranza è senza via d’uscita,

    la morte è senza fiato:

    e bisogna allenarla alla pazienza

    di vincere il passato

    darle tutti i traguardi di vita.

    Da POESIE D’AMORE DI ALFONSO GATTO GRAFFITE DA GIUSEPPE CACCAVALE – Mondadori Electa

     


    ©angela caccia

    (Seminatore al tramonto di Van Gogh)

    Depredata tutta la luce
    lasciò una porta nel cielo
    per noi -è nostro questo sole
    al di là di ogni notte d'inverno.
    Del suo giallo
    ne bastò una goccia,
    la stessa
    sospesa immobile
    all'ago...


    ALL'IPOTETICO LETTORE

    Ho messo la mia anima fra le tue mani.
    Curvale a nido .
    Essa non vuole altro
    che riposare in te .
    Ma schiudile se un giorno
    la sentirai fuggire . Fà che siano allora
    come foglie e come vento ,
    assecondando il suo volo .
    E sappi che l'affetto nell'addio
    non è minore che nell'incontro .
    Rimane uguale e sarà eterno .

    MARGHERITA GUIDACCI , 1921-1992

     

    Dormire
    di Cristina Bove

    il sonno ci conduce sul confine
    quasi una morte in prova
    _ poi si torna_

    ma quando resteremo addormentati
    in un mattino che non ci vedrà
    che non vedremo
    avremo perso il giorno
    e non sapremo della nostra assenza
    _né che non si ritorna_


    Raffaele Piazza

    "Tesse una musica"

    Tesse una musica il marino
    fluire senza tempo, l’onda verde
    che trasparente vola nella forma
    di donna, di conchiglia che scolora
    sulla spiaggia dalle felici trame
    dove nella tua notte posi l’ombra
    tra la sabbia dei passi che riveli
    un moto precedente di parole
    presunto tra l’argento che ti sfiora
    di una luna a pochi tiri
    di sasso levigato dall’attesa.

     

     

    Ezra Pound

    Histrion

    Nessuno mai osò scrivere questo,
    ma io so come le anime dei grandi
    talvolta dimorano in noi,
    e in esse fusi non siamo che
    il riflesso di queste anime.
    Così son Dante per un po’ e sono
    un certo Francois Villon, ladro poeta
    o sono chi per santità nominare
    farebbe blasfemo il mio nome;
    un attimo e la fiamma muore.
    Come nel centro nostro ardesse una sfera
    trasparente oro fuso, il nostro ‘Io’
    e in questa qualche forma s’infonde:
    Cristo o Giovanni o il Fiorentino;
    e poi che ogni forma imposta
    radia il chiaro della sfera,
    noi cessiamo dall’essere allora
    e i maestri delle nostre anime perdurano.

     


    Senza titolo
    Impressioni
    volano foglie d’oro, è il giorno degli avanzi di febbre,
    qualcuno posa le buste pesanti sull’asfalto, respira e riparte
    portando con sé una scia di ricordi.
    In alto danzano i lampioni,
    sembrano corpi condannati a resistere
    più che luce, lividi, persi nel tempo, sopra il primo strato del tempo.
    La sera ha questa pelle spessa
    un taglio che non sanguina
    una scritta sul vetro appannato, forse
    questa è la vita, dico,
    un rumore lontano, qualcosa che sai
    sta nascendo. Poesia in esclusiva
    E' nei tuoi autori preferiti
    Hai già letto questa poesia
    Giovanni Perri

     

    davide cortese
    da Darkana

    C’è altrove un mio volto
    che emerge dalle acque
    e si fa isola.

    E’ la punta di un iceberg
    sepolto dall’abisso.
    C’è altrove un’isola arcana
    che non è che il mio volto
    emerso
    in un altro tempo.

     

    Giuseppe Vetromile

    Dall'armadio alla pelle è solo un transito minimo
    : sono gli abiti che ci dicono il giro da farsi
    ogni giorno
    e la vita non è che un cambiarsi continuo la camicia
    senza mai sapere di che veramente è vestito
    il nostro andare sfumando

     

    Donatella Pezzino

    SONO CADUTA DALLE SCALE

    Silenzio, anima mia, silenzio.

    Lasciamoci
    affondare, mentre albeggia il niente di un altro giorno.

    Stordiamoci
    finché sarà, fra quelle cinque dita di pelle bruciante.

    La pelle ... lei si
    così morbida nel prendere la forma dell'insulto.

    Complice
    in questa livida schiavitù spacciata per amore.

    Carezza
    feroce, dalla stessa mano

    sulla stessa pelle.

     


    da Mio vero di Mariangela Gualtieri

    Sii dolce con me. Sii gentile.
    E’ breve il tempo che resta.
    Poi saremo scie luminosissime. E quanta nostalgia avremo dell’umano. Come ora ne abbiamo dell’infinità.
    Ma non avremo le mani.
    Non potremo fare carezze con le mani.
    E nemmeno guance da sfiorare leggere.
    Una nostalgia d’imperfetto ci gonfierà i fotoni lucenti.

    Sii dolce con me. Maneggiami con cura. Abbi la cautela dei cristalli con me e anche con te. Quello che siamo è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei e affettivo e fragile. La vita ha bisogno di un corpo per essere e tu sii dolce con ogni corpo.
    Tocca leggermente leggermente poggia il tuo piede e abbi cura di ogni meccanismo di volo di ogni guizzo e volteggio e maturazione e radice e scorrere d’acqua e scatto e becchettio e schiudersi o svanire di foglie fino al fenomeno della fioritura, fino al pezzo di carne sulla tavola che è corpo mangiabile per il tuo mio ardore d’essere qui. Ringraziamo. Ogni tanto. Sia placido questo nostro esserci – questo essere corpi scelti per l’incastro dei compagni d’amore.

     

     

    Questo continuo perderne i pezzi
    di Angela Caccia


    (Mia Madre e la sua demenza

    … madre demenza)

     

    Questo continuo perderne i pezzi

    un destino che mi si sfilaccia addosso

    ciò che non perdòno

    che sconvolge

    – e sconfigge – ogni tentativo di approdo,

    lei il mio arenile lei

    i resti di un falò che fumiga follia.


    Mi chiedo cosa Tu voglia – Dio– che

    mi strappi di dosso il suo nome

    mi togli la sola cittadinanza che mi riconosca

    la terra da cui – staccata – m’è cresciuta l’anima

    la pioggia che – in me – diluiva bene e male

    a indurire il callo a vivere

    lei il conflitto lei la riconciliazione

    lo squilibrio e l’ago che ricuciva lembi rotti

    lei al confine tra me

    e quanto di lei sarei potuta essere e non sono

    lei che mi è sangue e lingua d’origine – ora straniera –


    (… se Tu – Dio – hai un nome altro qui

    su questa terra dov’è il tuo cielo capovolto

    e – come me – frughi tra le macerie

    sarà Madre quel nome e non altri)


    Da Accecate i cantori (Fara, 2017)

     

     

    Alessia D'Errigo

    Si dipinse la blasfemia dei giorni, il panciotto inciambellato
    di ogni forma prese a volare, del resto, come i sognatori
    e le unghie effimere del giorno seppellirono appena
    l’oscurità reciproca del canto, la carità che fa vero pure il mare
    agli occhi degli stolti. Dio ci sia in lode, quanto le fronde
    di questo autunno gelate e secche da innumerevoli ammanchi,
    si rifocillino pure di carne e neve, così, com’è la terra
    nell’affrontare l’acqua e l’aria, così com’è l’uomo
    nell’affrontare l’ombra e le pietre. Dio ci sia in lode!
    C’è ancora tanto verde in giro e il gregge è ancora accosciato
    da prendersi cura l’un l’altro, bruscamente, delle stagioni.

     

    M. Tarantino

    Vorrei guardare il cielo

    Vorrei guardare il cielo, ma le stelle
    mi aprono il sangue e disturbano
    i versi in bocca ai morti:
    stanotte mia madre non partecipa
    al pane che si spezza, non consente
    né risate né preghiere, capovolge
    tutti i nomi e li scavalca;
    stanotte mio padre non ricorda
    quante volte ha indovinato, quante volte
    la parola gli ha mozzato la parola.
    Stanotte prendo l’ago e cucio
    i miei occhi agli occhi di mia madre, prendo
    un piccolo coltello e svuoto
    le mie ossa nelle ossa di mio padre.

    Vorrei guardare il cielo, ma le stelle
    le ho tra i denti e fanno male.

     


    D. Maino

    Un'altra vita

    Il tuo perdono mi guarda lupa insanguinata
    nella selva del marmo che mi abbaglia,
    nel silenzio della mia rosa ladra
    già affamata dal primo latte rancido,
    dal fragore di seni già disposti alla morte.

    Un'altra vita mi occorre per ritornare dal pianto.


    Cristina Bove

    Tentare è l’infinito d’un verbotranello

    Sotto i portici della città bianca
    guizzavano pesci venuti dal mare
    _ avevano appreso a volare da soli_
    non sapevano che
    l’insidia può essere un concavo azzurro
    dipinto da un folle pittore
    un’esca nell’arco
    nel varco dei suoni

    un coro di uccelli
    diretti a paesi lontani
    diceva di vita oltre muri e bastioni
    oltre fumi d’incenso e colonne di chiese
    mezzelune di sangue
    _di pinne o di ali si va controsole_
    si cade, si sale, si muore

    i pesci non hanno mai sete
    non sanno il sapore dell’aria
    e annegano in volo

     

    ANGELO CUSTODE

    Quante volte mi vado cercando
    passandomi accanto supponendo
    che gli altri avanti sono io
    e invece sono altri in cerca
    di se stessi da cui son scissi .
    Perché se l'angelo mi regge
    ovunque mi sento abbandonato ?
    Può anche esser che uno di me
    sia custodito e retto
    ma gli altri di me ignorano
    e s'ignorano ignorandosi se
    com'è vero ch'io son scisso
    in infiniti me solo da me .
    Ma l'angelo li tiene tutti per sé ?

    VITO RIVIELLO , 1933-2009
    in "Apparizioni ", Rossi & Spera Editori , 1989

     

    Amina Narimi

    Tutti gli organi vanno alla tua voce
    alle tue mani al libro aperto alla dorsale
    della pietra rosacarne sulla casa.

    E' da lontano che mi sei seduto accanto
    ma se ti volti nella stanza mi sei dentro.

     


    Alfredo Bruni

    Daniella

    è morta anche lei
    anche lei
    che aveva un cappotto
    rosso come il sangue e le rose
    e una maglietta
    grigia
    come il cielo d'inverno.
    a nulla è servito
    il nostro discutere denso
    il nostro dibattere altrove
    il nostro invocare gli dèi.
    gli dèi
    di ogni patria
    e nazione e continenti
    sterminati
    come galassie infinite
    mondi obliqui
    senza inizio
    e senza neanche una fine.
    ho sfidato il drago oppressore,
    lasciale almeno
    il suo cappotto rosso
    che aveva da Natale.
    lasciale almeno quello
    che la fa sentire bella
    nel deserto
    popolato di serpenti
    e di auto distratte
    e prepotenti.
    la mia arma
    era
    era
    era
    era troppo debole
    contro la sua bocca
    che sputava fuoco
    e morte.
    l'ho rapita lo stesso
    l'ho portata dal medico
    le ha tasfuso sangue umano
    il suo l'aveva perso,
    perso per strada
    per fecondare fiori
    e germogli di vita.
    aveva bisogno di trasfondere
    amore
    ma la sacca arrivò
    tardi, tardi, tardi,
    troppo tardi
    o doveva andare
    così, come certe cose
    che chiamiamo destino,
    almeno
    ci fosse stata una fata!
    ora viaggia su una zattera
    di legno, canne
    e di bambù
    verso un luogo
    che non so.
    torno adesso
    da Cosenza
    e se
    la storia fosse stata diversa
    la zattera ora
    solcherebbe il fiume rosso
    sotto il cielo che guarda
    e non sorride più,
    vuota
    come un guscio
    un guscio senza frutto amaro
    vuota e digiuna
    vuota e inutile
    vuota
    e dipinta tutta d'azzurro
    e con qualche striatura
    rubata alla luna.

    (Sibari 27 ottobre 2018)

     

    Mattia Tarantino

    Mio nonno

    "In autunno i morti gorgogliano,
    hanno in gola la rosa
    interrotta, le ultime
    parole mozzate ammainando
    la luna. Strette
    queste ossa, stretto
    il bacio che li negò al mondo:

    c’è qualcosa di sepolto
    tra mio nonno e il mio cognome"

     

    rimango qui
    a guardare le onde,
    la freschezza azzurra di quei giorni
    sul mare alto del suo sorriso.
    così vanno inalterate le danze
    curvando l'acqua sulla riva del tempo,
    fili sottili tra le mani.

    silviavezzani
    (diritti riservati)

     


    Marco Armando Ribani

    Non appartengo solo a questa vita

    c’è altro sentite?

    Come tutte le polveri cantano

    nel girotondo dei ricordi

    Io vivo bene con i morti come con i non nati

    Sono vicino alle assenze a ogni piccola luce.

    Il cielo stellato è’ un coro che sorge dal cuore

    Il vento sposta la luna

    e i cuccioli cercano nel vento una figura

     

    Piero Dal Bon

    Anelli di cenere

    (a Cristina Campo)

    Sono le mie voci che cantano
    affinché non cantino loro,
    gli imbavagliati grigi nell’alba,
    i vestiti di un uccello devastato nella pioggia.

    C’è, nell’attesa,
    un rumore di lillà che si rompe.
    E c’è, quando arriva il giorno,
    una partizione del sole in piccoli soli neri.
    E quando è notte, sempre,
    una tribù di parole mutilate
    cerca asilo nella mia gola,
    perché non cantino loro,
    i funesti, i padroni del silenzio.


    g. amoretti

    Acrostico (nuova versione)

    Ora la luce è come aerea, come
    Trasparente e remota, in questa ora
    Tarda che si fa sera e lunghe, rosee
    Ombre già si diffondono. È così
    Breve adesso al tramonto il giorno... questa
    Rarefatta chiaria, questo velato
    E dolente presagio di una fine...

     

    m. tarantino

    Un salmo usurato


    Comando che il tuo cuore tossisca
    timido, tra le mani degli angeli.
    Poiché non fui che un salmo usurato;

    il profeta dei morti e il fanciullo
    che invoca perdono dai fiori,

    chiedo in questa veglia la parola
    che ci salvi dall'inverno e faccia casa.

    ***


    La stanza

    Si ammala la parola, le mie
    vertebre si curvano in silenzio.
    Non piove che acqua sporca,
    e questa stanza è troppo bianca:

    morirò nel singhiozzo delle allodole.

    ***


    Luce


    C’è l’acqua, c’è la pietra, e tu potresti
    sprofondare nei miei versi non salvando
    che una rondine corrotta:
    troppa luce squarcia l’ala, troppa luce
    squarcia il nero e lo redime.

    Prenderemo Roma con i nostri
    nervi curvi in cui collassa
    il cielo; non avremo
    che una voce malaticcia a rivelare
    ciò che tramano le sillabe:

    questa luce è lo starnuto
    di ogni angelo perverso.

    ***


    Silenzio


    Ma lo conosci il segno
    degli angeli? Quello che confonde
    l'acqua con le rose, il pane
    e un antico verbo senza suono.


    Da molliche e da crepacci risorgiamo
    a una veglia furibonda:
    è singhiozzo, questi versi e poi il silenzio.

    ***

     

    giovanni perri

    Melancholia

    li morti tra li vivi s’assecondano:
    si toccano le schiene stanno muti
    ne li occhi rimestano paura
    e paura li mangia
    per fame, poco a poco:
    ma i morti sono morti di luce, ché luce acceca l’occhi e sfibra
    e parola s’accampa
    legittima resa;
    e più di tutto pesa
    del cuore allegrezza
    che è misura d’inganno e offesa.

     

    Piccoli pugni di terra

    Donatella Pezzino

    Quando le ali cadono lasciano erba
    smossa, e vuoti carichi di braccia

    respirate nel punto esatto dove le mandorle
    e i crisantemi si sfiorano, e si pensano uguali
    tristemente

    per aver dentro qualcosa
    di bianco, quasi un vellutato
    pianto

    e non saperlo ricordare.

     

    Alfonso Gatto

    Lettera non spedita

    Albero chiuso in tutta la mia sera,
    vento calmo di stelle ramo a ramo
    compiuto nelle sillabe di un nome
    che mi risponde se a tacerlo chiamo,
    e tu, sempre lontana dalle chiome
    della limpida notte, fresca nera
    povera meraviglia del creato.
    Amor che a suggello di ogni cosa
    incide il segno della mano piena,
    nel mio triste contento con me solo
    per sempre resterò --fermo nel volo
    che mai si leva -- a chiedere che il male
    dell'offesa vivente mi sia vivo.

    Albero chiuso in tutto il mio passato
    e nel gesto perenne remissivo,
    ch'io mai ritorni, o cara, a dire morta,
    la mia pietà, la breve gioia porta
    notizie, brucia, ma la lunga pena
    trattiene le sue mani, ancòra prova
    nel dirti addio una parola nuova.


    "Theo-blema" di Franco Cavallo

    ( ad Artaud)
    -
    Il muro è cieco, l'ombra lo avvolge
    nel suo nero viluppo e lo dissolve.
    Il vento agita la bianca spuma delle acacie.
    Antonin Artaud, Saint Antonin ,
    al tuo costato ho bevuto
    tutto il sangue degli uragani e mangiato
    l'urlo ineffabile della follia planetaria.
    *
    Franco Cavallo (1929/2006)

     

    Mattia Tarantino

    La vita è davvero bizzarra: tutto prende un verso, tutto ha più di un verso, tutto è verso. Ma i versi non sanno molte cose, si perdono, si consumano.
    Per il Collettivo MalaTerra:

    "Ma i versi non sanno
    ingoiare le falene quando sempre
    più nere e sempre
    più feroci insorgono e devastano.

    Non sanno quanti nomi
    possiamo dare agli angeli, quante
    voci setacciare fino all'ultima
    vocale ancora intatta.

    Non sanno quali giri
    porta avanti la fortuna, quali sfere
    interrogare perché i bimbi
    non confondano il sangue con le rose.

    Eppure conoscono
    il mistero delle gazze quando legano
    alle ali un cielo furibondo."

     

    Nunzio Buono

    Era l'oceano

    Il vento
    teneva il cielo
    sopra ogni tuo sguardo

    eri l'oceano
    e mi ricordo naufrago
    d'inverno

     

    Giangiacomo Amoretti

    Settembre. Le ali porpora dei cirri
    sfatti nell'alto, gli esodi infiammati
    fra cielo e cielo dei rondoni, i voli
    e i silenzi e gli spazi,
    le albe, i non ritorni
    per sempre –
    ed i ricordi,
    i ricordi che straziano.


    Giangiacomo Amoretti

    Spleen

    Malinconia dell’angelo che guarda e che non vede,
    che si avvicina a Dio da sempre e ne è lontano
    più di noi stessi – le sue ali bianche
    più alte di ogni cielo e di ogni nuvola.

    Malinconia di esistere – angelo, uomo o rondine –
    in bilico tra i mondi e sospesi nel tempo.
    La linea del confine sempre oltre.
    Il mare uguale senza un orizzonte.

    E quando si fa sera questo lungo discendere
    come di un velo fumido sulle spiagge deserte.
    Le acque immote, color blu cobalto.
    Sospeso in alto, fioco, il plenilunio.

     

    mattia tarantino - napoli, 2001

    Mi troverai al di là della luce,
    nell’orma bianca del passo
    tracciato dal canto, dove tutto
    il dolore del mondo è ammainato.

    Sarò il verbo custode
    di ogni avvenire, la fiamma
    che purifica il fiore:

    vivremo nel bosco segreto
    dove accade ogni cosa, dove
    regna la mano che stringe
    la mano, e l’uomo con l’uomo.

    Già tramo l’incanto dell’iride
    e conosco il mistero dei mondi.
    Ho visto la prima parola
    e il primo bacio svelarsi:

    saremo la grazia e la lira,
    il passero che addomestica il cielo.
    Saremo la rovina dell’angelo
    caduto da un cielo ostinato.

    (inedito per gentile concessione dell'autore)


    "Felicità ti chiedevo"

    Felicità ti chiedevo
    avevi un sorriso scabro
    non molto misurabile nella luce
    dei tuoi occhi immani, e
    le spighe dei tuoi capelli
    in sogno, la prateria infinita
    sulla tua bocca si faceva
    parola, e così parlavi
    ondeggiando nel tempo
    nel colore rosa dello spazio.
    *
    Raffaele Piazza


    Mattia Tarantino
    21 luglio '18
    C'è un'estate di sangue e mare. Un secolo che ci obbliga a tramare un'elegia, un'elegia all'Europa che muore.
    Per il Collettivo MalaTerra:

    "Oppure da una lingua del Nord
    sarà la sillaba che gonfia le ossa
    dei morti? Fummo il fanciullo e fummo
    l’acrobata: c’è sempre
    una fune tra luce e precipizio.

    Veniamo a bruciare
    le vertebre al cielo, veniamo
    a invertire la pioggia:

    certi versi sgozzano
    le aquile, altri
    marciscono i vessilli dell’Impero.

    Quest’acqua ci disperde, non conosce
    i nomi cui ha rubato sangue
    e sorte. A quest’acqua
    noi torniamo in obbedienza, senza croci
    che trattengano le stelle.

    Da lontano una Medea
    araba conduce la sardana:
    chi rompe il cerchio lo rimette
    ai margini del tempio.

    Arrivano le schiere: impugnano
    e rovesciano il gerundio;
    arrivano le gazze

    ma tu raccogli solo fiori estinti."

    Mi preme segnalarla a Claudio, Annamaria, Gabriele
    A Ginevra, che ne custodisce il segreto

     

    piccolo sogno
    di irreale splendore,
    vivi di rose
    invernali fra i capelli e
    le mani,
    fluttui leggero
    sopra ogni cosa .
    gli occhi dentro
    gli occhi,
    i pensieri come
    ali di angeli.
    .
    silviavezzani
    (diritti riservati)


    Giovanni Perri Agua

    Vorrei veder tramontare ad oriente
    sul breve canale delle canne addormentarmi
    sopra una scia di spari cacciatori
    fuggire gli alberi a ritroso
    e la notte incendiaria sentire
    l'annuncio dei cani arancioni
    vorrei nascondermi nel fieno di maggio
    nell'ampia volta del cielo che pende
    sorridere per un ricordo
    invertir l'ombra mia stessa
    di lividi e dimenticanze
    e d'anni che non ritrovo più.
    Ma d’ore numinose è fatta
    l’anima mia riflessa e d’archi e frecce,
    portami il cuore nella luce a planare
    sopra un acquaio di malinconie
    saltami allegramente sulle sponde
    della mia vena d’oro e scrivimi
    col vento ogni ferita
    degli occhi e della lingua
    io ti sono nel canto padre e figlio
    e fratello dei cocci lunari
    allora fammi terra
    fammi profumo di terra e di stalla
    oppure scovami nella campagna ramata, raggiungimi
    fin dove tocca l’erba la parola
    e non v’è peso
    né formula dei miei destini accumulati.


    Giangiacomo Amoretti

    Solo nella penombra
    più rarefatta e interna,
    di là dalle figure
    stinte dell’iconòstasi,
    fra due colonne, spento
    anche l’ultimo cero,
    vedrò io – senza un lume
    che veli – per un attimo
    sospeso e come assolto
    dal tempo e dal morire –
    l’icona più segreta –
    l’invisibile Volto?

    .
    Un atomo, un nonnulla
    di materia ed è già
    l’inizio di un bagliore –
    un lampo, un segnavia.

    Tra il cerchio e il centro è l’arco
    di un istante, la via
    brevissima che lega
    il minimo all’immenso,

    al non più il non ancora –
    il tuo volto, l’incerto
    fulgore dei tuoi occhi
    a me, all’universo.

     

    Irene Rapelli

    DELICATEZZA

    Silenzio è il trasparente
    carcere di narcisi da potare.
    Attendono solo
    che una forbice incida
    steli e radici ed il pistillo voli, perpetuamente,
    nell'azzurrità rupestre
    dove l'abisso si apre a cesure ebbre,
    taciute o sfatte di essenza
    più sensuale del seme vincolante,
    in vene e suoni
    di millenni. Sorride
    del germoglio zittito l'aura informe,
    nuda ed aspersa dell'ultima luce
    prima del salto. L'assoluto parla, vivo e nullifico,
    di eternità rubata
    del tremulo sospiro nella bocca
    di fiori della poesia. Ancora qui? Da me
    odi delicatezza, un'agonia
    che pulsa, implode ed esplode, trabocca, piccola morte
    sul margine di ogni rupe, bianchezza, virgola lisa
    di pagine elettriche del sole sfrondato
    ch'emani. L'assoluto canta nero
    duramente, di povera
    immensità ridotta a buio
    nel tuffo d'acqua.

    https://irerapelli.blog/2025/03/13/delicatezza/

    .
    Parola

    Fiore cannibale del male
    ansando sfonda l’arco del pensiero.
    Bellezza provocante del banale
    buco affollato allarga. L’infeconda
    rupe sul precipizio gronda
    per la stella del buio più nero
    obesa eternità per nullità.
    Scrive in cattività l’amplesso
    del canto. Terra, luna, poesia
    truffe o malattia. Schiavitù
    di moda e marchio rovente
    per eroi senza movente — va
    un’uguaglianza più larvale
    che danza senza figura né pane
    nel silenzioso fumo
    del rogo senza arrosto del rituale.
    Così il vestito ritaglia
    cervelli in libertà di vetro.
    Ed io ci ballo, senza riposare,
    il cuscino è una scacchiera cinica
    con un gioco truccato
    di saponi nel bagno del re nudo
    crudele solo in vanità.
    Sarò tenuta in vita, senza odiare
    che la sua infinità, aprirà
    gambe alle nozze per procura in clinica
    di morte, e pace sarà. Sta
    un’inesplosa bomba, nella tomba.
    Così sprofonda vegetale.
    I. Rapelli

    *

    "Così di noi non resta che il mistero
    d'esser vissuti ignoti anche a noi stessi;
    come vivono gli alberi confitti
    dalle radici entro la terra; e tutto
    è un vano giuoco di sequenze, uguale
    a specchi d'acque tra le nubi e il sole."

    Giuseppe Villaroel, Quasi vento d'aprile in La bellezza intravista. Antologia poetica 1914-1956, Firenze, Vallecchi, 1959, p.163.

     

    Flavio Almerighi

    Dio, dammi i remi giusti
    per potere attraversare
    tutto questo vino nero,
    la giusta direzione
    contro il sole spesso vago.
    Evitami litigi con le stelle,
    voglio gioire ogni momento
    (scrivi ancora?).
    Fa' che nudità e bellezza
    non si divorino, escano
    per onorare la luna piena.
    Sfila l'aureola, voglio toccarla
    niente spazio al freddo
    e nessuna catacomba.
    Nient'altro serve all'amore.
    Bollettino ondeggiante
    benedetto dalla luna piena
    riflessa su questo mare,
    vanitosa com'è, scende
    senza parole.
    Dio trovami tra mille rimandi,
    uova che il sole schiude.
    *
    "Dio trovami", in "Isole"
    Edizioni Ensemble, 2018


    Lucia Triolo

    non si appartiene veramente
    che
    alla paura di incontrare
    se stessi

    non ha speranza
    l'ombra della rosa
    non ha profumo

    pettinare sogni
    e’ solo un lampo con radici
    nel sangue

    l'ombra della rosa
    incenerisce

     

    Nadine Swan
    Anche Dio ha avuto fame

    La fede in Dio è il passo
    lento sulla brace —
    Mi hai sciolto il sale negli occhi,
    Mi hai bendato la pelle
    come un corpo che ha attraversato il fuoco,
    e adesso ha cicatrici che parlano.

    Ora ti chiedo la tua sete,
    fammi spazio nella fame —
    tra la voce e il silenzio
    dove preghi con i lamenti taciuti.

    Così anch’io sarò carne
    che si lascia consumare,
    ostia non consacrata
    ma ardente,
    trafitta di tenerezza.

    Inchinami alla tua bocca
    non come chi implora,
    ma come chi conosce
    la grazia della ricostruzione.

    E poi mangiami
    in un nome che non serve più
    pronunciare.

    Non ti chiedo di amarmi,
    ma di scavarmi con la lingua
    come si fa col midollo:
    lì dove resta dolce anche il sangue.

    Sono il pane dimenticato sull’altare,
    l’ombra della benedizione,
    un grazie mai detto,
    rabbia masticata fino a farla bestemmia.

    Dammi la bocca,
    non il bacio —
    ma il morso che mi separa da me.

    Nutriti,
    che io mi svuoti a tua immagine:
    devota, spoglia,
    come un volo
    interrotto.

    Lasciami ferita,
    ma in tuo segno —
    come si lascia un graffio sulla costola,
    per ricordarsi che anche Dio
    una volta ha avuto fame.

    (da Facebook)

     

    Alfredo Bruni

    ho incontrato un mio pensiero
    nell'angolo più assurdo del mondo
    stava seduto per terra
    abbattuto
    le spalle appoggiate
    al muro caduto
    sembrava un barbone
    che era nato nobile
    e troppo presto decaduto
    sembrava un bambino
    troppo presto cresciuto
    sembrava una rosa
    da cui era nata una spina
    sembrava una morte
    che non poteva avvenire
    non chiedeva elemosina
    continuava a gridare
    squarciando il silenzio
    frantumando lo spazio
    abolendo il tempo
    e lo strazio
    ecco dov'eri ho pensato
    esiliato
    ma nemmeno dannato
    se un giorno apro il libro
    lo trovo
    che balla sul foglio
    come la stella
    che segue la luna
    e non può scaldare
    il bastardo
    sul volto ha messo
    una maschera
    di sangue e ricordi
    il mio pensiero indecente
    che sembrava perduto

    Sibari 15 aprile 2013

     

    Julie Sopetrán

    Sin aliento

    Hay algo entre las risas de la noche
    que provoca tristeza
    tedium vitae que socava y destruye
    como una araña de melancolía.
    Sinfonía de ecos como clavos
    que hieren el espectro, los sentidos, la gana,
    constelación de síntomas, ebullición de estrellas,
    dolor, insomnio, mordedura de fiera entronizada,
    silencio, ansiedad, fuego que agota, presión que vacía el ser
    y esta amargura que sangra biografía
    que tiene prisa de borrar el camino.
    Bailo con las normas y siendo libre me ato a las sombras
    me dejo caer siento el vértigo del malestar
    me aferro a la imprudencia
    de la nada
    Soy pluma en el abismo, desintegro mi llanto
    vuelo hacia el fondo
    voy y vengo
    quemo el aire.

    ©Julie Sopetrán

    *

    Senza fiato

    .

    C’è qualcosa nell’ilarità della notte

    che provoca una tristezza,

    un tedium vitae che mina e distrugge

    come un ragno di malinconia.

    Sinfonia di echi come chiodi

    che feriscono lo spettro, i sensi, il desiderio,

    costellazione di sintomi, ribollire di stelle,

    dolore, insonnia, morso di una bestia in trono,

    silenzio, ansia, fuoco che esaurisce, pressione che svuota l’essere

    e questa amarezza che sanguina biografia

    che ha fretta di cancellare il cammino.

    Danzo con le regole e essendo libera mi lego alle ombre

    mi lascio cadere sento la vertigine del disagio

    mi aggrappo all’incoscienza

    del nulla

    sono una piuma nell’abisso, disintegra le mie lacrime

    volo verso il fondo

    vado e vengo

    brucio l’aria.


    .trad. Flavio Almerighi

    .

    … non è che un sunto

    Fa in modo di farti trovare in piedi
    come gli steli fioriti di un prato
    non ancora calpestato o falciato:
    tant’è primavera e aperto è alla brezza
    lieve, da invitare alla danza d’ali.
    È breve il frusciare che di essa inebria
    per te che la morte non è che un sunto.

    E se un raggio arcobaleno ti accende
    sporgi sempre più il viso al sole caldo:
    ne avrai bisogno in ogni tua cellula
    quando alle membra sentirai gli spilli,
    sentimenti ipocriti mai sopiti,
    fondi infiggersi ghiacci nella pelle
    come rimorsi fruttati d’inverno.

    https://sempreadelantando.wordpress.com/2025/06/05/non-e-che-un-sunto/

     

    Franco Massimo Botturi
    ·
    SEA SONG

    Per la potenza dell’acqua, la scultorea
    madre magnanima che lava le mie angosce.
    Ne berrò come la belva il sangue caldo
    fino a impazzire la mente, e il corpo stanco
    al quale hai dedicato le mani più pazienti
    le vene della bocca, la danza dell’amore.
    L’utero d’acqua salina è la mia casa
    sparviero di pianura, fuori da storia e tempo;
    ho le narici di sale, il petto glabro, Nausicaa
    culla il mio divenire. Qui vivrò
    nell’ossatura dei pesci, e l’alghe, e spume.
    Tra le corriere dei fulmini e la nenia
    l’andare e poi il venire del piede della rosa.
    Tra la risacca e l’affondo, magma azzurro
    e verde del coriaceo guerriero. Tra carcasse
    gettate a riva nel saliscendi; il tempo vivo
    e quello morto in zattere e corda. Tra i bambini
    caduti come ceri pasquali da un altare
    sul fondo delle braccia più povere del mondo
    coperte di corallo e pietà, figlio anch’io
    sempre.

    (da Facebook)


    Lorenzo Curti

    Ancora
    mi vengono incontro
    memorie di notti lunari
    propizie agli incanti;

    ferite di luce nel cielo
    come fosforo di lampi
    oltrepassano stagioni e iridi,

    scrivono parole che sai,
    alfabeti segreti
    sulla pergamena del sangue.

     

    Mariangela Ruggiu

    prima che fossi questo corpo
    che sente pensa ama
    ero nell'Essere infinito
    indistinta e senza nome

    ero perfezione senza limiti
    conoscenza e amore
    poi è stato corpo e me che sono
    come un vaso di coccio
    che ha mani pelle occhi cuore

    vaso unico e diverso
    scrigno di bellezza

    seme di Amore e fame
    che non ci basta mai
    perché veniamo da un infinito
    che sempre chiama

    anche quando siamo persi
    abbiamo mani che si cercano
    corpo perso tra l'Io e il Noi

    c'è un oltre che ci aspetta
    quando andiamo oltre la morte
    ma siamo ancora vivi

    mr (da Facebook)

     

    (Edoardo Sanguineti

    '(...)
    Che cosa è l’uomo? dove sta la sua anima?
    è il teorema di Pitagora, la chitarra, il giornale:
    vedi la vanga, le tenaglie, la biro,
    che fanno il mondo che ti è naturale:

    sciogli il tuo braccio, che hai tanto sudato,
    e lungo è il tempo che ti hanno sfruttato:
    quando un automa ci avrà faticato,
    può incominciarci anche l’uomo umanato'

    'Senzatitolo ' Feltrinelli, 1992


    Pier Paolo Pasolini

    Per essere poeti, bisogna avere molto tempo:
    ore e ore di solitudine sono il solo modo
    perché si formi qualcosa,
    che è forza, abbandono,
    vizio, libertà, per dare stile al caos.

    Io tempo ormai ne ho poco:
    per colpa della morte
    che viene avanti, al tramonto della gioventù.

    Ma per colpa anche di questo nostro mondo
    umano,
    che ai poveri toglie il pane,
    ai poeti la pace.

     


    Emilio Capaccio
    ·
    Dio non nasconde
    le ragioni incomprensibili
    Sono inspiegabili ma esistono
    lo sappiamo
    Sono inspiegabili quanto basti
    per poterle accogliere con la fede
    e non nella pazzia
    La fede è lo scongiuro della pazzia
    Nessuno può dirsi pazzo
    se ha in mente nel viaggio
    la salvezza
    È una ragione incomprensibile
    dover morire per avvicinarsi
    ma la fede è una barca
    la pazzia il mare nella barca
    che urla l'insostenibile prigione

    (da Fb)

     

    Lorenzo Curti
    ·
    Dove si posa
    in volo la luce
    è timido riflesso d' acque
    tumida malinconia

    Distesa equorea
    fragile ai venti
    fomenta il senso del limite

    Noi termini di paragone
    malmessi vascelli
    non si sa se in mare aperto
    o vicini a qualche oscuro porto.

    Noi piante secche e virgulti
    rose marcescibili
    che abbiamo amato
    al loro sbocciare.

    Dove si quieta il pensiero
    l' abisso di ciò che sfugge
    alle nostre mani prensili
    incapace di trattenere
    l' essenza dei fiori
    fiotti di dolcezza.

    Appena in grado noi
    di imparare a morire
    disimparando a vivere.

    (da Fb)

     

    MARIO LUZI

    DURISSIMO SILENZIO
    TRA NOI UOMINI E IL CIELO

    Durissimo silenzio
    tra noi uomini e il cielo,
    arido
    per aridità di mente

    o scomparsa degli angeli
    rientrati nel Verbo, muti,
    alla sorgente,
    afasia, anche,
    o morte dei profeti,
    ma colmato
    da nuvole, da pietre,
    da alberi, animali,
    da quel loro
    ininterrotto afflato,
    tutto, creaturalmente.

    O anima del mondo,
    da tutto ferita,
    da tutto risarcita,
    non piangere, non piangere mai ­
    dice nel sonno
    la sua amorosa lungimiranza.

    da " VIAGGIO TERRESTRE E CELESTE DI SIMONE MARTINI " ed.GARZANTI

     

    Pedro Salinas

    Tu vivi sempre nei tuoi atti.
    Con la punta delle dita
    vai sfiorando il mondo, strappi aurore, colori, allegrie:
    la tua musica è questa
    e la vita sta nel tuo suono.

    Sì, io ti sto cercando al di là della gente.
    Non nel tuo nome, se lo dicono,
    non nella tua immagine, se la descrivono.
    Al di là, più in là, più oltre... ti vado cercando..

    E ti cerco anche al di là di te stessa.
    Non in questo tuo specchio
    e nella scrittura di te,
    e nemmeno nella tua anima.
    Più in là ancora, più oltre...

    Anche al di là di me stesso.ti sto cercando.
    Poiché tu non sei ciò che io sento di te.
    Non sei ciò che palpita
    con il mio sangue dentro le vene,
    e non sei nemmeno in ogni mia piccola parte.
    Ti vado cercando al di là, più oltre, ancora.

    E ti cerco per trovarti,
    per cessare alla fine di vivere in te,
    e in me - e negli altri.
    Per vivere al di là da tutto,
    sulla sponda altra di ogni nostra cosa,
    e finalmente raggiungerti,
    come se stessi attraversando
    la mia stessa morte.

    da "La voce a te dovuta"

     


    Umberto Saba

    Il profumo del ricordo

    Questa via stretta, antica,
    tra i muri caldi e l’ombra lieve,
    mi riporta a un tempo remoto,
    quando la mia anima bambina
    scopriva il mondo tra la polvere e il vento.
    Odor di pane, di terra bagnata,
    di vite intrecciate nella piazza,
    il canto dei panni stesi,
    il riso che si perdeva tra i tetti.
    Era un tempo povero,
    eppure così ricco d’immenso.
    La mia città era madre severa,
    ma nei suoi abbracci di pietra e mare,
    tra il sale che ardeva sulle labbra,
    io trovavo un calore antico,
    un rifugio dall’infinito mondo.
    Ora cammino tra le ombre di ieri,
    e il ricordo mi accompagna dolce,
    come una carezza sul viso stanco.
    Non ho più il cuore d’un ragazzo,
    ma questa memoria mi fa eterno.
    .

    MARIO LUZI

    Sangue – sua profusione
    in ogni dove
    del mondo,
    capillarmente
    in tutto l’universo,
    sua stormente
    ramificazione
    in ogni specie
    dell’aria, della terra,
    degli acquitrini
    dentro vene,
    arterie, cannule,
    tubicini –
    suo spreco,
    sua dissipazione antica
    nelle stragi palesi e clandestine,
    nelle cacce, nelle ecatombi,
    nelle mattanze, nelle carneficine,
    nelle croci – una alzata ad espiarne
    lo sperpero, lo scempio…
    Dove corre il sangue, dove annega?
    come l’acqua, come i fiumi
    ritorna alla sorgente
    il sangue, scende e sale
    dalla morte alla resurrezione
    O sanguis meus…

    da " POESIE ULTIME E RITROVATE "
    ed. GARZANTI

     

    Giovanni Perri Agua
    ·
    Forse il colore viene via soffiando
    e resta un codice occulto:
    così la statua nella canicola
    così il silenzio nella campagna di luglio, bum! lo sparo di un fucile,
    passare dove non sei e quasi sfiorare
    il calco di un'assenza
    questo sovramondo del nostro vedere.

    La vita è tutta una somma
    di questo non sapere in quale fotogramma finire
    con quale danza esplodere, farsi molecola, azzurro che il sole dolcemente decapita.

    Ma la magia è tutto il transuente,
    il vento che anticipa l'alba
    ripetere il bacio sulla nuca
    senza voce cantare.

    Sapete:
    vedervi crescere così in fretta
    è come la caduta dei gravi
    ma leggera
    come l'aria sulla stuoia del pomeriggio
    che tiene in equilibrio la casa.

     

    Irene Rapelli
    ·
    PAROLA

    Fiore carnivoro del male
    ansando sfonda l’arco del silenzio.
    Bellezza provocante del banale
    buco affollato allarga. L’infeconda
    rupe sul precipizio gronda
    per la stella del buio più nero
    obesa eternità per nullità.
    Scrive in cattività l’amplesso
    del canto. Terra, luna, poesia
    truffe o malattia. Schiavitù
    di moda e marchio rovente
    per eroi senza movente — va
    un’uguaglianza più larvale
    che danza senza figura né pane
    nel silenzioso fumo
    del rogo senza arrosto del rituale.
    Così il vestito ritaglia
    cervelli in libertà di vetro.
    Ed io ci ballo, senza riposare,
    il cuscino è una scacchiera cinica
    con un gioco truccato
    di saponi nel bagno del re nudo
    crudele solo in vanità.
    Sarò tenuta in vita, senza odiare
    che la sua infinità, aprirà
    gambe alle nozze per procura in clinica
    di morte, e pace sarà. Sta
    un’inesplosa bomba, nella tomba.
    Così sprofonda vegetale.

    https://irerapelli.blog/2025/03/19/parola/

     

    Francesco Marotta

    (...)
    scrivere è un’ora covata dal destino
    la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
    e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
    fino a che sanguinano anche i sogni,
    fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
    gli alfabeti rappresi dentro un grido

    (sono queste le voci che mancano a una pietra
    per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
    sono questi gli accenti
    che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
    dove la morte è presagio di stagioni,
    oracolo dei frutti e del ricordo)

    *

    da Esilio di voce

    scrivi strappando chiarori di pronome
    dalla voce la luce malata
    che s’innerva
    al rantolo di un verbo scrivi
    con lo stilo di ruggine che inchioda
    l’ala nel migrare anche la morte
    che sul foglio appare dal margine
    di sillabe di neve s’arrende alla caccia
    al sacrificio necessario
    dell’ultima lettera superstite
    *
    ci accomuna la conta differita dei morti
    la mano adusa a separare codici e correnti
    dal gorgo dove si adunano le ore
    indicibile chiusa
    di apocrifi in sembianti di volti
    di giorni in forme declinanti
    di parole
    *
    come questa luce di specchio
    quando raccoglierla è già spreco
    di fulgidi rosa un chiedere al sonno
    gli spazi
    intagli per minimi azzurri
    l’abuso di crescere che sia privo del prima
    mutilata la mano da una lama
    d’inchiostro
    che trema sul foglio.

    La radice del cielo

    nella vampa del crepuscolo, Gabriele,
    anche gli angeli cambiano colore – assumono
    sembianti carichi di voci, parvenze di infinito –
    talvolta somigliano una nuvola, profumano di corallo,
    e tu sai che più pura è la loro luce
    che avvolge la tavola imbandita di invisibili presenze
    fluttuanti nell’oro degli sguardi, più pura
    quando lacrima il sale della vita la materia del distacco,
    quando l’ombra ti lascia senza pace
    inquieto di un tremore opaco, preda del vento
    che succhia linfa alla fonte dei pensieri –
    cosa sono le nuvole mi hai chiesto – e io ho raccolto nel palmo
    la pioggia dispersa dell’aprile, la sua ferita d’aria
    per mostrarti come si forma un’ala,
    da quale precipizio risale il giorno e spinge a riva
    gli ospiti muti delle notti,
    come può una corona di piume legare alla terra
    esili germogli fioriti da suoi pori –
    cosa sono le nuvole –
    e io ti porgevo il calice delle mie mani d’acqua
    perché al richiamo di quell’ultimo bagliore di sorgente
    tu riprendessi la rotta del tuo volo,
    ritrovassi la radice da cui ricomincia il cielo

    da Lettera al figlio

    in Hairesis –

    https://rebstein.wordpress.com/.../francesco-marotta...

     

    Italo Bonassi (1932 – 2025)

    Come ti riconoscerò lassù?

    Come ti riconoscerò lassù?
    Curiosamente sfoglio tra le pagine,
    cerco la verità, ma non è facile,
    sai. Metti nel conto
    l’ansia, l’irrequietezza ed il dilemma
    dolceagro del credere o non credere…
    Come ti riconoscerò quel giorno,
    metti che ci sia?
    Oh, con stupore,
    penso, ti cercherò tra le altre anime
    nel vento freddo delle nebulose
    di un paradiso insospettato,
    tra vampate di colori e di riverberi
    di musiche, riflessi e luminarie
    di una città fantastica!
    Ma io
    come ti riconoscerò tra tanti?
    Appena appena ho in me
    una pallida idea del tuo profilo. Serbo
    con gran fatica la tua immagine, lo sai,
    ma ho ben poco di te. Indugio
    a volte nel pensarti vivo,
    giovane com’eri.
    Ma non credere,
    è illogico ch’io ti possa riconoscere,
    lassù! Frammenti di memorie
    non bastano, e l’anima tua nuda
    eternamente andrà come un fantasma
    anonimo.
    Arena di silenzio,
    giungla di desideri tramutati
    in bioccoli di echi! Una sottile
    pioggia di luce smeraldina
    trascolorante in morbidi ricami
    sarà alba perpetua per noi morti.
    Come riconoscerti?
    Chiamarti,
    dire forte il tuo nome ed il cognome,
    gridarlo mille e mille volte,
    e mille altre?
    Urlare
    la via e la città dove abitavi,
    infrangere il silenzio delle stelle,
    e poi udirti
    da quel mare di anime assopite
    rispondere ai miei urli?
    Vedi, fratello mio
    ( dici, parlandomi
    quasi con nostalgia ), è negli abissi
    di questa dolce eternità di morte
    che vive il mio pensiero come un’eco
    spenta di voce.
    Illusione di un sogno di fanciullo,
    l’idea in un paradiso interstellare,
    frutto di un desiderio!
    Anime no,
    né angeli né spiriti,
    siamo pensieri nella mente eterna
    di Dio. Pensieri
    sì, solo pensieri, eterni.

     

    Giangiacomo Amoretti
    ·
    Opaca luce, amaro
    trasalimento all’alba
    d’altre nubi, riflesso
    d’altri cieli – nell’alto
    ventare un nulla di
    nero-bianco, una rondine
    tutta ali – poi lieve
    ricadendo più giù
    la sua torbida, fuggitiva anima.

     

    Bastava che cantasse

    Faceva presto
    il canto a essermi sorriso.
    Indosso la camicia blu a righe
    —parevano cantare finanche quelle—
    e da cornice, in prospicienza,
    certi fatali pini
    —filosofia di odori forti—
    ed un agosto di luci appese ai colli.
    Sì che cantavi, padre!
    Ma gli occhi erano lucidi,
    lucidi di malinconia i tuoi occhi.
    E io lì a chiedermi:
    “Si è forse più inclini al canto, a sera?”
    Ora altissimi i silenzi.
    Memoria estatica,
    fragile a un tempo,
    infranta dal battacchio della mente:
    prima rintocchi indizi e decibel acuti,
    dopo nel nulla ti disperdi.
    Sei suono di campana.

    NUNZIA BINETTI

     

    Pierluigi Bacchini
    ·
    Vieni a sopportare ancora questa vita.
    È vita, abbiamo da fare, vieni. Fingi,
    con una lieve esaltazione. Non senti
    come scorre il suo respiro?
    C’è ancora tempo, qualche piacere.
    E parlare di ciò che vale oltre noi,
    questo nostro scoprire, la curiosità.
    E non abbandonare questi lineamenti,
    il tuo volto, che ancora appartiene a noi,
    o pare. Tutto è concreto, e sogno assieme, è
    non so, memoria. Abbi forza, ritroviamoci.

    da Staminali eterne, Mondadori

     

    Donatella Pezzino

    Monade

    Attese. Assonanze.

     

    Piccoli profumi da rendere al vento;

    è un gocciarmi lieve, di foglia
    in foglia

     

    il mio essere pioggia.

     

     

    Di un solo giorno


    Di un solo giorno


    Venivamo dalla marina,

     

    zingari come strade. Tutto
    era un dopo; le ore,

     

    una teoria
    di scale

     

    – i ceri accesi
    delle cattedrali. E infine
    la notte

     

    liquida, erbosa; una terra
    di mezzo

     

    nel torpore antico
    dove le nostre tristezze
    diventano cose.

     

    Potresti


    Potresti attutire il rumore che faccio
    cadendo; con le mani invece
    rabbocchi quello che non manca
    e mi peschi a caso
    dal sacco delle foglie. Ho voglia
    di liquirizia: ma non ricordo più la strada
    che porta alle tue tasche. Sotto la lampadina
    a risparmio
    si diventa letargici, ragionando d’uva buona
    e del mare sotto i treni e delle lenti da lettura
    che ti sperdi per casa. Fuori l’ autunno
    ostenta certi fiori piccoli
    che quando li calpesti fanno un silenzio
    odoroso e impotente; ma tanto, mi dici,
    verrà la pioggia a lavare via
    la terra nera dal mandorlo


    Basalto


    Noi siamo

    il silenzio che ci unisce:

     

    una ginestra

    e il suo abbraccio di cenere.

     

    Non ha importanza


    Silenzio. Silenzio
    dov’era musica, silenzio sulle mani,

     

    sul gorgo imploso dove finisce
    la pioggia dei giorni, coi detriti che non dicono,

     

    con tutti i fiori che non si aprono.

     


    A metà


    Ho amato

     

    come si amano gli angeli: a metà. Un’ala spezzata
    ha fatto da cornice. Forse avevo paura

     

    di rimarginarmi presto – ed era terrore, il mio –

     

    o forse temevo il logorio dei passi
    su quel lungo tappeto disteso
    fra la follia e l’abbandono.

     


    Angel


    Che il tuo volo mi sia lieve
    nel ricordarti carezza,

    che mi sia lieve il giorno, dove tutto
    è stanchezza; ora

    che sai di foglie.

     

    Vedessi com'è bianco il giorno


    Non uscire: così bianca

    ti confonderesti con la neve

    e ti perderei. Non dormire: fra le tende

    accostate

    lasciamo tremare la luce, un poco. Hai

    l’ultima sigaretta: fumala. Questa volta

    entrerai nel cono d’ombra

    a piccoli passi

     

    Lentamente


    Sola. Sono la piccola solitudine dei fiori
    quando non trovano il vento alla giusta latitudine
    da potersi dire carezza, olfatto, tintinnio di bicchieri; sono

     

    la pioggia che guarda gli uccelli sotto la gronda
    senza potersi fermare. Da questo cielo
    continuano a passare
    voli
    mentre io continuo a cercarti a ritroso
    seguendo il calco delle mie ferite.

     

    Samovar


    Mi spezzo
    proprio ora che il vento si ferma:

    ed è una morte
    gentile, dove trapassano
    i sogni, le rose, e le cose
    perdute

    che vedo solo io; e dove
    amore

    è un modo come un altro
    per chiamare la solitudine

     

    Binario 5


    Si aspetta; sempre. E nell’aspettare

     

    si diventa foto in bianco e nero

    per ricordare cose: il paltò

    senza tasche, l’orologio

    indietro. Si resta così,

    modelli in carta

     


    di profumi dimenticati

     

     

    C'è una fiamma


    Distanze. La diafana

    certezza dell’ora, che passa

     

     

    nel sentirsi

    tremare, in una foglia

    per cadere, infine; restituirsi

     

    alla terra; e cos’è

    ogni sera, in fondo

     

    se non un ritorno

     

     

    Lo spazio fra due punti


    Ecco il fiore dalle foglie scarne,
    la farfalla dimenticata sugli spilli.

     

    Figlia di Imran, di quante croci è fatta
    la sabbia che calpesti?

     

    Il respiro è pianta che germoglia sulla pietra.
    La tua mano, un velo sottile che si posa sulle cose.

     

    Le gerbere


    Non ti ho comprato le gerbere.

     

     

    “Abbiamo colori bellissimi,

    oggi” diceva la signora dei fiori.

     

    Colori. Bellissimi.

     

    C’era un azzurro

    che tremava nelle ossa: inverno

    e rimpianto. Giallo il polline

    che il vento portava lontano

    tra gli aranceti e il mare; dove la vita

    ti urla negli occhi. E sotto

    l’erba,

    petali ancora freschi

    che nessuno ricorda: il viola

    delle cose non colte.

     

    su larecherche.it

     


    g. amoretti

    Luce che all'alba defluisce e schiara
    le plaghe mute dell'inizio – luce
    più alta, che si stinge e si ritira.

    Nadir e zenit, nord e sud – il male
    da sempre già in questa incoincidenza,
    in questo non ancora e già non più,

    che è il cuore nero – il centro della luce.

     


    Vittorio Sereni

    PAURA SECONDA

    Niente ha di spavento
    la voce che chiama me
    proprio me
    dalla strada sotto casa
    in un’ora di notte:
    è un breve risveglio di vento,
    una pioggia fuggiasca.
    Nel dire il mio nome non enumera
    i miei torti, non mi rinfaccia il passato.
    Con dolcezza (Vittorio,
    Vittorio) mi disarma, arma
    contro me stesso me.

    *
    ALTRO COMPLEANNO

    A fine luglio quando
    da sotto le pergole di un bar di San Siro
    tra cancellate e fornici si intravede
    un qualche spicchio dello stadio assolato
    quando trasecola il gran catino vuoto
    a specchio del tempo sperperato e pare
    che proprio lì venga a morire un anno
    e non si sa che altro un altro anno prepari
    passiamola questa soglia una volta di più
    sol che regga a quei marosi di città il tuo cuore
    e un’ardesia propaghi il colore dell’estate.

    da "Stella variabile"

     

    Octavio Paz
    Come chi ascolta piovere

    Ascoltami come chi ascolta piovere,
    né attenta né distratta,
    passi lievi, pioviggine,
    acqua che è aria, aria che è tempo,
    il giorno non finisce di andarsene,
    la notte non arriva ancora,
    figure della nebbia
    al voltare l’angolo,
    figure del tempo
    nell’ansa di questa pausa,
    ascoltami come chi ascolta piovere,
    senza ascoltarmi, ascoltando ciò che dico
    con gli occhi aperti verso dentro,
    addormentata con i cinque sensi svegli,
    piove, passi lievi, rumore di sillabe,
    aria e acqua, parole che non pesano:
    ciò che fummo e siamo,
    i giorni e gli anni, questo istante,
    tempo senza peso, pesantezza enorme,
    ascoltami come chi ascolta piovere,
    lampeggia l’asfalto umido,
    il vapore si alza e cammina,
    la notte si apre e mi guarda,
    sei tu e il tuo sembiante di vapore,
    tu e il tuo volto di notte,
    tu e i tuoi capelli, lento lampo,
    attraversi la strada ed entri nella mia fronte,
    passi d’acqua sopra le mie palpebre,
    ascoltami come chi ascolta piovere,
    l’asfalto lampeggia, tu attraversi la strada,
    è la nebbia errante nella notte,
    è la notte addormentata nel tuo letto,
    è l’ondeggiare del tuo respiro,
    le tue dita d’acqua bagnano la mia fronte,
    le tue dita di fiamma bruciano i miei occhi,
    le tue dita d’aria aprono le palpebre del tempo,
    sgorgare di apparizioni e resurrezioni,
    ascoltami come chi ascolta piovere,
    passano gli anni, ritornano gli istanti,
    senti i tuoi passi nella stanza vicina?
    non qui né là: li senti
    in un altro tempo che è proprio ora,
    ascolta i passi del tempo
    inventore di spazi senza peso né luogo,
    ascolta la pioggia scorrere per la terrazza,
    la notte è ormai più notte fra gli alberi,
    fra le foglie si è annidato il fulmine,
    vago giardino alla deriva
    – entra, la tua ombra copre questa pagina.

    ***
    (Traduzione di Ernesto Franco)
    da “Albero interiore (1976-1987)”, in “Octavio Paz, Il fuoco di ogni giorno”, Garzanti, 1992


    Fernando Pessoa - Questa vecchia angoscia

    Questa vecchia angoscia,
    questa angoscia che porto da secoli dentro di me,
    è traboccata dal vaso,
    in lacrime, in grandi immaginazioni
    in sogni tipo incubi senza terrore
    in grandi emozioni improvvise, senza alcun senso.

    È traboccata.
    Quasi non so come comportarmi nella vita
    con questo malessere che mi riempie l’anima di pieghe!
    Se almeno impazzissi per davvero!
    Ma no: è questo essere a mezza strada,
    questo quasi,
    questo essere sul punto di…

    Il ricoverato di un manicomio almeno è qualcuno.
    Io sono il ricoverato di un manicomio senza manicomio.
    Sono pazzo a freddo,
    sono lucido e matto,
    sono estraneo a tutto e uguale a tutti:
    sto dormendo sveglio con sogni che sono pazzia
    perché non sono sogni.
    Sono in questo stato…

    Povera vecchia casa della mia infanzia perduta!
    Chi avrebbe detto che mi sarei tanto disperso!
    Che ne è del tuo bambino? È impazzito.
    Che ne è di colui che dormiva tranquillo sotto il tuo tetto provinciale?
    È impazzito.
    Ma chi, fra quelli che fui? È impazzito. Oggi costui è chi io sono.

    Se almeno possedessi una religione!
    Per esempio, una per quel feticcio
    che c’era in casa nostra, la vecchia casa, che veniva dall’Africa.
    Era bruttissimo, era grottesco,
    ma c’era in lui la divinità di tutto quello in cui si crede.
    — Giove, Geova, l’Umanità —
    uno qualunque servirebbe,
    infatti che cosa è tutto se non quello che pensiamo di tutto?

    Scoppia, cuore di vetro dipinto!
    .
    Fernando Pessoa,
    Poesie di Álvaro de Campos,
    a cura di Maria José de Lancastre,
    traduzione di Antonio Tabucchi,
    Biblioteca Adelphi, 1993, 5ª ediz.

     

    Flavio Almerighi

    Pioverà neve e ci daremo del tu.
    Nessuna anima sarà in disparte,
    perché amore è questo.
    Nei sotterranei troveremo aria fresca
    greve di umidità.
    Spesso la domanda è una sola:
    chissà dov’è adesso,
    mistero senza soluzione, vivere è questo
    ascoltare chi è svanito,
    la sua voce dentro i sogni.
    La pianura è insondabile, non ha orizzonte,
    le prime alture danno la sensazione
    di lontananze che diventano confini.
    Fortunati noi, non abbiamo subito guerre,
    ma abbiamo creduto fosse progresso
    esaudire desideri,
    annegare la stanchezza in un caffè,
    infine portare sulle spalle Anchise
    per preservarlo dal fuoco.


    https://almerighi.wordpress.com/2025/08/21/chissa-dove-adesso/?fbclid=IwY2xjawMa985leHRuA2FlbQIxMQABHvSbDw4nvnyVzyc0XPu_4IPzSucm968mAR8B72ZD_eJBoKlDWHH9qSXgpPc7_aem_Yquq9gtYIXND6bWrhWnM-w

     

    Enrico Cerquiglini
    ·
    Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto 1950)

    L’uomo che respirava le colline

    E Cesare perduto nella pioggia
    sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina
    (Francesco De Gregori, Alice, 1973)

    Aveva il passo doppio di chi non torna mai,
    anche se il ritorno lo fa ogni giorno.
    A Torino respirava il fumo e le nebbie,
    ma negli occhi portava vigne di settembre
    e mattini freschi, col fieno ancora umido.

    In campagna si sentiva cittadino
    – scarpe troppo strette, mani senza calli –
    in città, un contadino sperduto
    tra i muri che nascondono le stelle.

    Gli amori,
    un tavolo vuoto
    dove la donna siede
    solo per andarsene.
    Nei suoi letti restavano voci,
    e il freddo di chi non ha voluto restare.

    Non c’è niente di più amaro
    che un’alba vista da soli,
    scrisse,
    ed era già un epitaffio.

    Il mito lo teneva vivo:
    uomini che parlano agli dèi,
    donne nate dal mare,
    ragazzi che sfidano il padre
    e perdono sempre.
    Il mito come giustificazione
    del sangue e dell’abbandono.

    La guerra l’aveva vista troppo da vicino:
    le colline piene di passi che non tornavano,
    il fango che inghiottiva i nomi,
    il cadavere del nemico da guardare negli occhi.
    E dirsi:
    «Non sono io che cerco di non finire.
    Io non credo che possa finire.
    Ora che ho visto cos'è guerra, cos'è guerra civile,
    so che tutti, se un giorno finisse,
    dovrebbero chiedersi:
    “E dei caduti che facciamo? Perché sono morti?”
    Io non saprei cosa rispondere.
    Forse lo sanno unicamente i morti,
    e soltanto per loro la guerra è finita davvero.»

    Scrivere era il suo modo di restare in piedi.
    Ogni parola un sorso d’acqua
    in mezzo a un deserto che cresceva.

    E alla fine,
    nell’albergo anonimo,
    la solitudine non era più una stanza
    ma un coltello nel fiato.
    Ha scelto di fermarsi lì,
    lasciando frasi come vestiti piegati,
    pronti per un viaggio
    che non avrebbe fatto.

    Sulla collina il vento canta piano,
    parla di un uomo che nessuno chiama.

    (da Facebook)

     


    Cesare Pavese

    La finestra socchiusa contiene un volto
    sopra il campo del mare. I capelli vaghi
    accompagnano il tenero ritmo del mare.

    Non ci sono ricordi su questo viso.
    Solo un’ombra fuggevole, come di nube.
    L’ombra è umida e dolce come la sabbia
    di una cavità intatta, sotto il crepuscolo.
    Non ci sono ricordi. Solo un sussurro
    che è la voce del mare fatta ricordo.

    Nel crepuscolo l’acqua molle dell’alba
    che s’imbeve di luce, rischiara il viso.
    Ogni giorno è un miracolo senza tempo,
    sotto il sole: una luce salsa l’impregna
    e un sapore di frutto marino vivo.
    Non esiste ricordo su questo viso.

    Non esiste parola che lo contenga
    o accomuni alle cose passate. Ieri,
    dalla breve finestra è svanito come
    svanirà tra un istante, senza tristezza
    né parole umane, sul campo del mare.

    Cesare Pavese
    Mattino [9-18 agosto 1940]
    da "Le poesie aggiunte", in "Lavorare stanca",
    Einaudi, Torino, 1998

     


    Fabrizio De André

    Il mio bambino
    il mio
    labbra grasse al sole
    di miele
    tumore dolce benigno
    di tua madre
    spremuto nell’afa umida
    dell’estate
    e ora grumo di sangue orecchie
    e denti di latte
    e gli occhi dei soldati cani arrabbiati
    con la schiuma alla bocca
    cacciatori di agnelli
    a inseguire la gente come selvaggina
    finché il sangue selvatico
    non gli ha spento la voglia
    e dopo il ferro in gola i ferri della prigione
    e nelle ferite il seme velenoso della deportazione
    perché di nostro dalla pianura al mondo
    non possa più crescere albero né spiga né figlio
    ciao bambino mio l’eredità
    è nascosta
    in questa città
    che brucia che brucia
    nella sera che scende
    e in questa grande luce di fuoco
    per la tua piccola morte.


    Sidone, in genovese Sidun, è la città del Libano che nel 1982 fu devastata dall’offensiva delle truppe di Ariel Sharon.

     

    Cesare Pavese (1908 –1950)

    Sempre vieni dal mare
    e ne hai la voce roca,
    sempre hai occhi segreti
    d'acqua viva tra i rovi,
    e fronte bassa, come
    cielo basso di nubi.

    Ogni volta rivivi
    come una cosa antica
    e selvaggia, che il cuore
    già sapeva e si serra.

    Ogni volta è uno strappo,
    ogni volta è la morte.
    Noi sempre combattemmo.
    Chi si risolve all'urto
    ha gustato la morte
    e la porta nel sangue.
    Come buoni nemici
    che non s'odiano piú
    noi abbiamo una stessa
    voce, una stessa pena
    e viviamo affrontati
    sotto povero cielo.
    Tra noi non insidie,
    non inutili cose –
    combatteremo sempre.

    Combatteremo ancora,
    combatteremo sempre,
    perché cerchiamo il sonno
    della morte affiancati,
    e abbiamo voce roca
    fronte bassa e selvaggia
    e un identico cielo.

    Fummo fatti per questo.
    Se tu od io cede all'urto,
    segue una notte lunga
    che non è pace o tregua
    e non è morte vera.
    Tu non sei piú. Le braccia
    si dibattono invano.

    Fin che ci trema il cuore.
    Hanno detto un tuo nome.
    Ricomincia la morte.
    Cosa ignota e selvaggia
    sei rinata dal mare.

    19-20 novembre 1945


    Non sarà necessario lasciare il letto.
    Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
    Basterà la finestra a vestire ogni cosa
    di un chiarore tranquillo, quasi una luce.
    Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
    I ricordi saranno dei grumi d’ombra
    appiattati così come vecchia brace
    nel camino. Il ricordo sarà la vampa
    che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.

    Cesare Pavese (9 settembre 1908 - 27 agosto 1950)


    Dino Campana

    Viaggio a Montevideo

    Io vidi dal ponte della nave
    I colli di Spagna
    Svanire, nel verde
    Dentro il crepuscolo d’oro la bruna terra celando
    Come una melodia:
    D’ignota scena fanciulla sola
    Come una melodia
    Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola
    Illanguidiva la sera celeste sul mare:
    Pure i dorati silenzii ad ora ad ora dell’ale
    Varcaron lentamente in un azzurreggiare:
    Lontani tinti dei varii colori
    Dai più lontani silenzi!
    ……La riva selvaggia sopra la sconfinata marina:
    E vidi come cavalle
    Vertiginose che si scioglievano le dune
    Verso la prateria senza fine
    Deserta senza le case umane
    E noi volgemmo fuggendo le dune che apparve
    Su un mare giallo de la portentosa dovizia del fiume,
    Del continente nuovo la capitale marina.
    Limpido fresco ed elettrico era il lume
    Della sera e là le alte case parevan deserte
    Laggiù sul mar del pirata
    De la città abbandonata
    Tra il mare giallo e le dune.

     

    SILENZIO
    Octavio Paz (1914-1998)

    Traduzione di Emilio Capaccio

    Così come dal fondo della musica
    germoglia una nota
    che mentre vibra cresce e s’assottiglia
    fino a che in un’altra musica ammutisce,
    germoglia dal fondo del silenzio
    un altro silenzio, acuta torre, spada,
    e sale e cresce e ci sospende
    e mentre sale cadono
    ricordi, speranze,
    le piccole menzogne e le grandi,
    e vorremmo gridare e nella gola
    si disperde il grido:
    confluiamo nel silenzio
    dove i silenzi ammutiscono.

    *

    SILENCIO

    Así como del fondo de la música
    brota una nota
    que mientras vibra crece y se adelgaza
    hasta que en otra música enmudece,
    brota del fondo del silencio
    otro silencio, aguda torre, espada,
    y sube y crece y nos suspende
    y mientras sube caen
    recuerdos, esperanzas,
    las pequeñas mentiras y las grandes,
    y queremos gritar y en la garganta
    se desvanece el grito:
    desembocamos al silencio
    en donde los silencios enmudecen.

    (da Fb)

     

    IL MIO SCRIVERE E' SOLO UN BUIO ERRARE

    Maria Marchesi, tre poesie

    Del mio inferno conservo le fallite
    ribellioni, il riverbero dell’impotenza,
    le successioni di ore che parevano secoli
    e creavano montagne cupe labirinti anemici.>
    ---
    Quale veramente il motivo
    per cui sono finita in manicomio?
    Quante ipotesi! Io ricordo che i tramonti
    mi portavano carrettate di carogne
    e non sapevo che farne, così danzavo nuda
    sul terrazzo per morire a mezzanotte
    nelle braccia d’un cameriere che portava
    cognac francese. Bevevo a garganella,
    rubavo qualche stella, facevo all’amore
    come un treno, dalle fogne
    arrivavano gridi senz’ardore.
    ---

    So che il dolore in parole è appena
    un venticello di stracci, murene nell’acquario.
    Ma io sono stata morta per troppi anni e adesso
    sono oltre le velleità del dolore e oltre la comprensione
    che sillabe su sillabe possano dare.
    Il mio scrivere è soltanto un buio errare
    tra funeste stazioni diroccate, tra binari spenti
    che tracciano disegni angusti, stenti
    ricoveri di stelle cadute nelle pozzanghere.

    dalla raccolta "L'occhio dell'ala"

     

    Milo De Angelis

    Milano era asfalto, asfalto liquefatto. Nel deserto
    di un giardino avvenne la carezza, la penombra
    addolcita che invase le foglie, ora senza giudizio,
    spazio assoluto di una lacrima. Un istante
    in equilibrio tra due nomi avanzò verso di noi,
    si fece luminoso, si posò respirando sul petto,
    sulla grande presenza sconosciuta. Morire fu quello
    sbriciolarsi delle linee, noi lì e il gesto ovunque,
    noi dispersi nelle supreme tensioni dell’estate,
    noi tra le ossa e l’essenza della terra.

    da Tema dell’addio (Mondadori, 2005)

     

    Ezio Falcomer

    La luna si declina in cento tinte,
    la mia sera ha il silenzio incantatore,
    così per scherzo
    mi sento quasi immortale.
    L’istante è eterno nel suo morire.

    Ho ansimato mille volte
    per arrivare a questo blu,
    a questo animale raffermo
    di vita nascosta.

    Sono muto.
    Il segreto della realtà
    è una stanza vuota.

    Il freddo protegge
    i bambini e il dolore.
    Se c’è un delirio
    non è molto irrazionale,
    è fatto di strade,
    di pensieri parassiti e semillegali.
    Nel vicolo c’è la festa dei lunatici;
    spariscono gli oggetti e le illusioni.

    Il sole a volte è un uccello nero
    e stride come legno di brigantino.
    Si può morire per troppa luce.

    (da "Mattina turchese")

     


    Dylan Thomas

    L’alba sorge dietro gli occhi,
    Tra i poli del cranio e dell’alluce il ventoso sangue
    Scivola come un mare;
    Senza legami, senza barriere, i torrenti del cielo
    Si versano dove magicamente
    Si svela in un sorriso l’olio delle lacrime.
    Notte nelle cavità delle orbite
    Come una luna di catrame, il limite dei globi;
    Il giorno inonda l’osso;
    Dove non è freddo, i venti che limano la pelle
    Disfano le vesti dell’inverno;
    Le membrane della primavera pendono dalle palpebre.
    La luce nasce sui segreti destini,
    Su particelle di pensiero dove i pensieri odorano nella pioggia;
    Quando muore la logica
    Il segreto della zolla cresce attraverso l’occhio,
    E il sangue balza nel sole;
    Al di sopra dei desolati terreni l’alba si ferma

    (versione di Raffaele La Capria )

     

    Luca Gamberini

    SE L'ACQUA SI BEVE LA LUCE DEI FIORI

    Il mio amore per te è stato
    come temere di perdere il treno
    che non passerà, come elicriso
    blindato dentro a un cassetto,
    come contare i minuti da una
    clessidra vuota. Un temporale
    estivo senza pioggia, un mare
    di cemento armato, di buone
    intenzioni. Smetterò di pensare

    se l'acqua si beve la luce dei fiori.

    Da questa larga finestra confondo
    me stesso con il finto buio del cortile,
    come scrivere il tuo nome sulla nebbia,
    come un mucchio di stracci inutilizzati.

    Anche fumare da soli, mentre muta
    la marea, potrebbe avere un senso.

    (da Fb)


    Giordano Genghini

    Anche noi ce ne andremo, spenti fuochi,
    da questi giochi intessuti dal tempo.
    Respiri e sguardi lasceremo, muti
    nel vento. E pare, ad ogni ora più lenti,
    di svanire, ed ormai trema la mano
    e la parola resta nella gola:
    lucciole al freddo di settembre, suoni
    di ultime note stonate di un piano.
    Andremo nel segreto e fra le ombre
    o quieti e preparati alla partenza
    o senza abbracci e senza addii, sorpresi,
    al lungo viaggio. Sarà forse ottobre
    o forse maggio. Andremo, nell’assenza
    di luci, un giorno notturno, con gli occhi
    velati come stelle senza forme
    perse nel cielo, o nubi grigie e strane
    di cenere, o, stupite ali di foglie
    tenere, che l’estate via dai rami
    toglie: ed invano vorremo restare
    per un minuto od un secondo ancora
    con lei o lui: dovremo abbandonare
    le cose e i visi vivi ed i sorrisi
    le rose e i prati e i sogni e il cielo e il mare.

     

    Else LaskerSchüler - (Elberfeld 1876 - Gerusalemme 1945)

    "L'ultima stella"
    Il mio argenteo guardare stilla nel vuoto,
    Mai presagii che la vita fosse cava.
    Sul mio raggio più leggero
    Scivolo come su trame d’aria
    Il tempo in cerchio, a palla,
    Instancabile la danza mai danzò.
    Freddo serpente scatta il fiato dei venti,
    Colonne di pallidi anelli salgono
    E crollano di nuovo.
    Che cos’è la silenziosa voglia d’aria,
    Questa oscillazione sotto di me,
    Quando io mi giro sopra i fianchi del tempo.
    Un lieve colore è il mio movimento
    Ma mai baciò il fresco albeggiare,
    Mai l’esultante fiorire di un mattino me.
    Si avvicina il settimo giorno –
    E la fine non è ancora creata.
    Gocce su gocce finiscono
    E si sfregano di nuovo,
    Nelle profondità barcollano le acque
    E si accalcano là e cadono a terra.
    Selvagge, scintillanti ebbre-braccia
    Schiumano e si perdono
    E come tutto si accalca e si stringe
    Nell’ultimo movimento.
    Più breve respira il tempo
    Nel grembo dei Senzatempo.
    Arie vuote strisciano
    E non raggiungono la fine,
    E un punto diventa la mia danza
    Nella cecità.

    (traduzione di Nicola Gardini)

     

    Giangiacomo Amoretti

    Non ha peso di corpo, non ha voce
    di labbra che riparlino. Si muove
    leggero, a passi morbidi. Non sai
    come né dove.

    Oscilla, avanza, retrocede. Pare
    non essere che un gesto, che lo stanco
    persistere di un fragile ricamo
    su un foglio bianco.

    Ma procede, in silenzio, ora vicino,
    ora lontano, come dietro un velo
    diafano, come in una teca, tra
    la terra e il cielo,

    sempre ed ancora. Il tempo senza tempo
    che obliquo sale-scende, nella pura
    trasparenza di un sogno antico – il tempo
    della scrittura.


    Cesare Pavese

    Mito

    Verrà il giorno che il giovane dio sarà un uomo,
    senza pena, col morto sorriso dell’uomo
    che ha compreso. Anche il sole trascorre remoto
    arrossando le spiagge. Verrà il giorno che il dio
    non saprà più dov’erano le spiagge d’un tempo.

    Ci si sveglia un mattino che è morta l’estate,
    e negli occhi tumultuano ancora splendori
    come ieri, e all’orecchio i fragori del sole
    fatto sangue. È mutato il colore del mondo.
    La montagna non tocca più il cielo; le nubi
    non s’ammassano più come frutti; nell’acqua
    non traspare più un ciottolo. Il corpo di un uomo
    pensieroso si piega, dove un dio respirava.

    Il gran sole è finito, e l’odore di terra,
    e la libera strada, colorata di gente
    che ignorava la morte. Non si muore d’estate.
    Se qualcuno spariva, c’era il giovane dio
    che viveva per tutti e ignorava la morte.
    Su di lui la tristezza era un’ombra di nube.
    Il suo passo stupiva la terra.

    Ora pesa
    la stanchezza su tutte le membra dell’uomo,
    senza pena, la calma stanchezza dell’alba
    che apre un giorno di pioggia. Le spiagge oscurate
    non conoscono il giovane, che un tempo bastava
    le guardasse. Né il mare dell’aria rivive
    al respiro. Si piegano le labbra dell’uomo
    rassegnate, a sorridere davanti alla terra.

     

    Giuseppe Ungaretti

    O NOTTE
    1919

    Dall’ampia ansia dell’alba
    Svelata alberatura.

    Dolorosi risvegli.

    Foglie, sorelle foglie,
    Vi ascolto nel lamento.

    Autunni,
    Moribonde dolcezze.

    O gioventù,
    Passata è appena l’ora del distacco.

    Cieli alti della gioventù,
    Libero slancio.

    E già sono deserto.

    Perso in questa curva malinconia.

    Ma la notte sperde le lontananze.

    Oceanici silenzi,
    Astrali nidi d’illusione,

    O notte.

     

    Wislawa Szymborska

    Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
    Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
    Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
    Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
    Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
    Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d'acqua.
    E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
    immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
    assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
    Chiedo scusa all'albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
    Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
    Verità, non prestarmi troppa attenzione.
    Serietà, sii magnanima con me.
    Sopporta, mistero dell'esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.
    Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
    Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
    Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
    So che finché vivo niente mi giustifica,
    perché io stessa mi sono d'ostacolo.
    Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
    e poi fatico per farle sembrare leggere.

     

    Alda Merini

    Bambino, se trovi l’aquilone della tua fantasia
    legalo con l’intelligenza del cuore.
    Vedrai sorgere giardini incantati
    e tua madre diventerà una pianta
    che ti coprirà con le sue foglie.
    Fa delle tue mani due bianche colombe
    che portino la pace ovunque
    e l’ordine delle cose.
    Ma prima di imparare a scrivere
    guardati nell’acqua del sentimento.

     

    Giorgio Caproni

    Quanti se ne sono andati…
    Quanti.
    Che cosa resta.
    Nemmeno
    il soffio.
    Nemmeno
    il graffio di rancore o il morso
    della presenza.
    Tutti
    se ne sono andati senza
    lasciare traccia.
    Come
    non lascia traccia il vento
    sul marmo dove passa.
    Come
    non lascia orma l’ombra
    sul marciapiede.
    Tutti
    scomparsi in un polverio
    confuso d’occhi.
    Un brusio
    di voci afone, quasi
    di foglie controfiato
    dietro i vetri.
    Foglie
    che solo il cuore vede
    e cui la mente non crede.

     

    Giovanni Raboni
    *
    Stanco della vita, io? Non scherziamo.
    Ma se me la mangio con gli occhi, ancora,
    tutte le sue insegne,se non c’è amo
    al quale non abbocchi! Semmai è ora
    d’accennare, questo sì, a qualche addio,
    cominciare a spegnere le candele
    e chiudere gli spartiti, un leggio
    per volta fino all’ultimo, al più fedele
    degli strumenti… Quale? La memoria
    sussurra i due violini, il cuore un flauto
    o il tuo silenzio – ma io so che una storia
    si fa da sola, e che è empio o almeno incauto
    scriversi il finale. Basti l’atroce
    strozzarsi in gola, vero, della voce.
    *
    Ogni giorno in una casa succede
    qualcosa d'inspiegabile: i coltelli
    col manico d'osso che erano quattro
    e adesso sono tre,
    le chiavi che di colpo si rifiutano
    di entrare nelle loro toppe,
    il libro sparito che ricompare
    dove nessuno, neanche i filippini,
    può averlo messo...Ma no, quali spiriti,
    a spostare o corrompere le cose
    non sono gli spiriti ma gli spifferi
    dei giorni che cadono a pezzi,
    delle settimane uscite dai cardini,
    dei mesi, degli anni che tremano
    alle spallate d'un vento invisibile.
    *
    Giovanni Raboni
    da "Barlumi di storia"
    Ed. All'insegna del Pesce d'Oro, 1963.
    e "Tutte le poesie" 1949 - 2004
    Einaudi, 2014.

     

    L'ultima annotazione dell'ultimo quaderno
    di Rainer Maria Rilke pochi giorni
    prima di morire di Leucemia.
    ***
    Vieni tu, tu ultimo ravvisato,
    Tu, insanabile dolore, intramato
    ora nel corpo. Un tempo nello spirito,
    ecco, in te, sono io ora calcinato;
    il legno a lungo s'è opposto
    della fiamma ad essere alleato,
    che in te avvivi, ma ora
    in te io brucio, ti sono a lato.
    La mia dolcezza nel tuo furore
    si fa furore non di qui, d'inferno.
    Salii, nudo, puro, né progetti,
    né futuro, sull'intrico
    del rogo del dolore.
    Certo di non poter comprare
    scheggia di futuro per questo cuore,
    che d'ogni provvista vuoto
    qui si è fatto muto.
    Sono ancora io, io che brucio
    Ormai qui inconoscibile?
    Non vi trascino ricordi.
    O vita, vita. Esser-fuori.
    E io in fiamme. Da Nessuno riconosciuto.

     

    Pedro Salinas

    A te si giunge solo
    attraverso di te. Ti aspetto.

    Io certo so dove sono,
    la mia città, la strada, il nome
    con cui tutti mi chiamano.
    Ma non so dove sono stato
    con te.
    Lí mi hai portato tu.

    Come
    potevo imparare il cammino
    se non guardavo altro
    che te,
    se il cammino erano i tuoi passi,
    e il suo termine
    l’istante che tu ti fermasti?
    Cosa ancora poteva esserci
    oltre a te offerta, che mi guardavi?

    Ma ora,
    quale esilio, che assenza
    essere dove si è!
    Aspetto, passano i treni,
    il caso, gli sguardi.
    Mi condurrebbero forse
    dove mai sono stato.
    Ma io non voglio i cieli nuovi.
    Voglio stare dove sono già stato.
    Con te, tornare.
    Quale immensa novità
    tornare ancora,
    ripetere, mai uguale,
    quello stupore infinito!

    E finché tu non verrai
    io rimarrò alle soglie
    dei voli, dei sogni,
    delle scie, immobile.
    Perché so che là dove sono stato
    né ali, né ruote, né vele
    conducono.
    Hanno tutte smarrito il cammino.
    Perché so che là dove sono stato
    si giunge solo
    con te, attraverso di te.

    (Traduzione di Emma Scoles)

     

    Lorenzo Curti

    LITURGIA DELLA MEMORIA

    Lo specchio al mattino
    ricorda che sei un grumo
    di sangue, un pingue nido
    di ossa, carne viva che muore
    a poco a poco ogni giorno,
    che ogni giorno reca il peso
    di tutte le albe, l' esile memoria
    di tutto gli addii, dei nuovi inizi,
    graffiti su un muro scrostato
    d' un vicolo muto. Una ruga
    accennata, una cispa d' occhio,
    un brivido di freddo,forse anche
    un disappunto l' eco di troppe lune
    tramontate, di un vento lamentoso
    su cardini arrugginiti; ritornano
    a sprazzi, per lacerti, guizzi
    di immagini a ricordarti chi fosti,
    a scongelare ibernati sussulti,
    odori perduti come sogni,
    al farsi fiore la luce,
    polvere la notte,
    incerto il domani.

    (da Fb)


    Nadine Spaggiari

    [La pratica dell'essere]

    Ecco l'uomo dalle morbide ceneri
    con il silenzio della roccia e il futuro di un adulto
    al passo pieno su un letto di conforto
    sempre assente al passaggio dell'inverno.

    L'uomo, finché esiste, avanza. Il suo traguardo è confine,
    confine di leggere braccia
    che scavano la luce chiara,
    il sole dolce,
    dolce l'acqua che sazia le gole dei bambini,
    le loro parole liquide,
    le voci familiari nello spazio aperto
    spalancato nelle loro coscienze di terra.

    E come l'inganno della promessa
    la menzogna dissolve, il puro lamento della fame,
    l'ambiguità dei loro desideri.
    Silenziosi santi, miti ritorni,
    santi con le bocche asciutte,
    sciolgono i lacci
    per mantenere lo sguardo
    sereno nei vostri occhi liberi,
    liberi ritrovati, ritrovati in una carezza.

    Santi che nutrono il giorno
    e guadagnano pietre,
    la durezza dei sentieri.

    Bellezze quiete, volti sereni,
    giunti, giunti a riposo
    sulla terra, sulla luce, sull'aria tersa.
    Chiari, chiari i confini all'orizzonte,
    nulla frena il nostro arrivo,
    e prati di stabile equilibrio,
    le strade gremite, gli amori sereni.
    E ovunque la pienezza,
    la solida consistenza della luce.

    L'uomo tra gli uomini e la strada davanti,
    la brezza sopra la brezza e intorno resta la domanda.
    La domanda è nel rifugio della viva tenerezza,
    che in ogni crepa hai dimenticato, la domanda a te stesso,
    te stesso è ancora una domanda irrisolta.

    La croce si è mutata in oro per te,
    e l'angoscia si è sciolta.
    Un piccolo guadagno, una piccola speculazione,
    è sempre la leggerezza del cielo
    che si posa sulla tua fronte sudata.
    Ma sei sereno in questi fari che ti contrastano,
    giri in cerchio tra le ombre che il tempo cancella,
    cancella attraverso gli anni
    come un rasoio
    il tronco della gioia.

    Libero nella calce del silenzio,
    l'intonaco si gratta con le unghie,
    nessun muro può trattenere il tuo vago andamento.
    Di fronte alla faccia ripulita,
    i santi si allungano ai tuoi piedi,
    l'erba alta ha accolto il tuo cristallo.
    Con un suono limpido sulle labbra e sulle mani,
    sei entrato nella luce.

    (da Fb)

     

     

     

     


    Alfonso Gatto

    Le cose

    Un giorno busseranno ad ogni casa,
    chi vive è già colpevole d'avere
    la sua vita segreta. Scende il buio
    della notte, si resta dietro ai vetri
    ad aspettare come giunge il vasto
    assurdo della quiete. È nelle cose
    di sempre ferme al loro posto il nuovo
    sguardo impietrito: l'angolo deserto
    mette in salvo il fuggiasco o per lo scarto
    gli affaccia la sua muta. Sembra un vano
    delirio questo credere alle cose.

    (Da "Poesie", Mondadori 1943

     


    Eugenio Montale

    "La casa dei doganieri"

    Tu non ricordi la casa dei doganieri
    sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
    desolata t’attende dalla sera
    in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
    e vi sostò irrequieto.

    Libeccio sferza da anni le vecchie mura
    e il suono del tuo riso non è più lieto:
    la bussola va impazzita all’avventura.
    e il calcolo dei dadi più non torna
    Tu non ricordi; altro tempo frastorna
    la tua memoria; un filo s’addipana.

    Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
    la casa e in cima al tetto la banderuola
    affumicata gira senza pietà.
    Ne tengo un capo; ma tu resti sola
    né qui respiri nell’oscurità.

    Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
    rara la luce della petroliera!
    Il varco è qui? (Ripullula il frangente
    ancora sulla balza che scoscende…)
    Tu non ricordi la casa di questa
    mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

    (da Le occasioni, 1939)


    Giordano Genghini

    Gli uccelli fermi e la campana vuota
    nella casa in cui nulla più si muove.
    Sono le nove: immobile è la terra,
    Qualcuno – dove?- sembra sospirare:
    gli alberi pare sorridano: punte
    di foglie fanno l’acqua tremolare.
    Sola, una nube attraversa la sera.
    Un uomo canta su una porta rosa:
    la finestra si apre, silenziosa.

    (Versi ispirati a “Secret”- “Segreto” di Pierre Reverdy, 1889-1960).

     


    Mario Luzi (1914-2005)

    SE PURE OSI

    Vento d'autunno e di passione. E polvere,
    polvere che striscia sulla terra
    di queste vie più candide che ossa.
    Tempo, questo, che il cuore oppresso s'agita,
    revoca in dubbio quel che fu reale,
    non fiaba, non apparizione vana.
    Tue notizie che possono recarmi?
    Ti conosco abbastanza per saperti
    inquieta, sono certo che osi appena,
    se pure osi, chiederti che penso.
    Penso a te, alla tua passione schiusa,
    alla luce di gemma ch'è dell'Umbria
    di prima estate tra Foligno e Terni,
    mi chiedo, scusa la follia, se mai
    una gioia sarà gioia per sempre
    o comunque sia colma la misura
    delle cose che devo amare e perdere.


    Salvatore Quasimodo

    SOLITUDINI

    Una sera: nebbia, vento,
    mi pensai solo: io e il buio.

    Né donne; e quella
    che sola poteva donarmi
    senza prendere che altro silenzio,
    era già senza viso
    come ogni cosa ch’è morta
    e non si può ricomporre.

    Lontana la casa, ogni casa
    che ha lumi di veglia
    e spole che picchiano all’alba
    quadrelli di rozzi tinelli.

    Da allora
    ascolto canzoni di ultima volta.
    Qualcuno è tornato, è partito distratto
    lasciandomi occhi di bimbi stranieri,
    alberi morti su prode di strade
    che non m’è dato d’amare.

    Ognuno sta solo sul cuore della terra
    trafitto da un raggio di sole:
    ed è subito sera.

    TUTTE LE POESIE
    Nuova edizione MONDADORI 2020
    da “Acque e terre”

     


    Alfonso GATTO

    "Se tornerai una sera prossima
    lungo la strada dove l'ombra cade
    azzurra come se la primavera volesse già sbocciare,
    per raccontarti quanto è buio il mondo e come
    i nostri sogni accendono la libertà
    le speranze dei poveri nel cielo,
    vorrei trovare un bambino che piange,
    con gli occhi aperti e un sorriso, nero
    nero come le rondini del mare.

    Ho solo bisogno che tu sia vivo,
    un uomo che vive con il cuore, è un sogno.
    Tutta la terra è un ricordo ombra
    Della tua voce che diceva ai bambini:
    "Quanto è bella la notte e quanto è bello
    amarci così, così che l'aria trabocca
    nel sonno. Hai visto il mondo
    come la luna piena nel cielo che lo supera,
    gli uomini che camminano verso il sole nascente.

    (Poesia scritta per il padre.Tratta dalla raccolta Povertà come la sera)

     

     

     

     

     

    Bernardo Negro - in memoria

    IL PALPITO DELLA VALLE

    Dalle fronde ombrose della quercia
    s'alza un palpito e ne scuote l'alba.
    Tu sei lì nel silenzio che è ancora attesa
    dopo tanti anni. C'era la guerra in Vietnam
    quando, supina, cercavo la tua bocca
    e le labbra rispondevano al cuore. Poi un vento
    scialbo porto' la luce ed i nostri occhi
    erano una risposta alle fronde vertiginose.
    È la quercia che ci ha riparato dai lampi,
    dai furori smarriti nel tempo e gli anni
    si colmano di poesia, magari per una ghianda
    secca che non sa per quanto l'abbiamo cercata
    mentre le stagioni si piegavano al sonno
    e restava lontano il portafortuna dei poeti.

    16/10/2023

     

    Mariangela Gualtieri - Alcesti

    Ma solo pensare a te.
    Non è una figura che viene
    una nitida traccia.
    È come cadere in un posto
    con un po’ di dolore.

    Tu sei il mio tu più esteso
    deposto sul fondo mio. Tu. Non c’è
    un’altra forma del mondo
    che si appoggi al mio cuore
    con quel tocco, quell’orma.

    Tu. Tu sei del mondo la più cara
    forma, figura, tu sei il mio essere a casa
    sei casa, letto dove
    questo mio corpo inquieto riposa.

    E senza di te io sono lontana
    non so dire da cosa ma
    lontana, scomoda un poco
    perduta, come malata.

    Un po’ sporco il mondo lontano da te,
    più nemico, che punge, che
    graffia, sta fuori misura.
    Mio vero tu, mio altro corpo
    mio corpo fra tutti mio
    più vicino corpo, mio corpo destino
    ch’eri fatto
    per l’incastro con questo mio
    essere qui in forma di femmina
    umana. Mio tu. Antico suono
    riverberante, antico
    sentirti destino intrecciato
    sentire che sei sempre stato,
    promesso da ere lontane
    da distanze così spaventose
    così avventurose distanze da
    lontananze sacre.

    Tu sei sacro al mio cuore.
    Il mio fuoco
    brucia da sempre col tuo
    il mio fiato.

    Io parlo delle forze –
    di correnti sul fondo del mio lago
    sul fondo del tuo, oscure e potenti,
    più del tempo dure più dello
    spazio larghe, ma sottili
    al nostro sentire,
    afferrate appena
    e poi perdute, nel loro gioco.

    Che cosa siamo io e te? Che cosa eravamo
    prima di questo nome? E ancora
    saremo qualcosa, lo sappiamo e non
    lo sappiamo, con un sentire
    che non è intelligente lavorio cerebrale.

    Nessuna parte di corpo che muore
    nessun pezzo umano, nessun arto,
    nessun flusso di sangue, nessun
    cuore, nessuno, niente che sia
    stretto nel giro del sole, niente
    che sia solo terrestre umano muove
    il tuo cuore al mio, il mio al tuo,
    come fossero due parti di un uno.

    Allora tu sei la mia lezione più grande
    l’insegnamento supremo.
    Esiste solo l’uno, solo l’uno esiste
    l’uno solamente, senza il due.

     

    Nadine Spaggiari

    Non è un piacere osservare la miseria,
    non è l’osservare la miseria del piacere
    ma è un compito vegliare.
    È la voce che veglia, la più antica
    è il braccio che salva
    ciò che ancora respira.

    Sopra il capo fioriscono rose
    tortore e parole scendono a fiamme
    giri di foglie istrioniche tra i passi
    dèmoni che stanno in silenzio accovacciati
    come informi ammassi di tormenti
    negli occhi viandanti.

    Si custodiscono i passi smarriti
    si riportano le stelle al loro sonno.
    La via che respira il petto in fiamme
    di rabbia e di malizia
    non dà il verbo al giorno.

    Si pensa di amare come matti
    chi vedi morire in una guerra
    si pensa di ingannare l'ascesa
    d’ogni sera a venire.
    Il passo, il verso,
    la breve banalità del male.

    Mi chiamo ad adorare l'amore più giusto,
    lavare la fronte degli inquieti.
    Sarò madre del vuoto e del sogno,
    finché la luce non torni a cercarmi.

     

    Amina Narimi (Claudia Sogno)

    La morte si vive se come un sole
    si porta nel più profondo di sé
    lo strazio immenso, la stessa madre,
    quando si apre nel mattutino
    perdendo il suo sangue meraviglioso.

    L' osso fedele è il chiaro del bosco,
    nella foresta che adesso riposa.
    Tu veglia il suo corpo, l’orecchiodebole
    con la tua voce sussurrerà
    dove è il principio dell’arcobaleno.

    Tutti i bambini sanno il mistero
    dell’angelo che, prima di nascere,
    ponendo un dito sopra la bocca
    imprime il ricordo di un nome solo -
    un piccolo seme, tra il naso e le labbra.

    Se sfiori il contorno della fossetta,
    c’è il puntosplendenza delle sue ali;
    lui ti confida che un tempo toccò
    la fiamma, i suoi bordi, per poi gettarsi
    con tutto il corpo nel fiore dei cari,
    nell’identico istante dell’ultima foglia
    dell’ultimo albero
    __________________al grandeposto.
    Versando alla terra lacrime folli
    saremo le spose del loro sorriso,
    la spugna in ascolto che lascia passare
    fra i vuoti amati . . . tutta la luce.

     

    Mario Luzi, 20 ottobre 1914 – 28 febbraio 2005

    Lasciate il vostro peso alla terra
    il nome dentro il nostro cuore
    e volate via,
    quaggiù non è vostro l'amore.

    Nella sua profondità si libra il biancore notturno,
    le ore passano senz'orme
    e ovunque una dolce carità
    di voi, d'ogni bellezza parla del vostro corpo che dorme,

    e dormendo naviga senza dondolare al suo porto,
    lascia consumare il suo volto,
    il suo tenue colore ed il fiore
    del viso dove odorano le giovani pene, il desiderio raccolto...

     

    Gianfranco Isetta

    Dopo il temporale
    .
    Muto, come il ciclone del silenzio,
    il pesce arcobaleno che si tuffa
    tra il poco che rimane dello stile
    .
    di nuvole goccianti su un cortile
    e sull’umida quiete di quel secchio
    dove un sasso s’attende che riaffiori.
    .


    Giovanni Perri Agua - Fb
    è martedì e piove: dalla finestra gialla una sagoma scompare.
    Nel cielo molte radici, per questo gli alberi, per questo la notte;
    scrivo da una grondaia:
    da questo ramo d’aria bevo e scrivo:
    questa è l’ora dei matti, l’ora degli uccellini nei parchi
    delle lune astigmatiche.
    Sopra il divano silenzioso il cane rimbalza
    negli occhi una meticolosa pena
    penso – se questo è pensare:
    devo sognare il vento
    devo cadere anch’io da questa voce
    con un salto spettacolare
    da cuore a cuore fin dentro l’inverno maestoso
    fino alla faglia più intima del tempo, la sua più cruda
    stupefazione
    devo ingoiare tutta la luce del giorno
    che ogni mio organo si illumini
    di lampi versicolori
    come un cane rivolto allo specchio anch’io
    devo cercare annusando
    l’osso della felicità.
    .


    Umberto Saba (1883-1957)

    Inverno

    È notte, inverno rovinoso. Un poco
    sollevi le tendine, e guardi. Vibrano
    i tuoi capelli selvaggi, la gioia
    ti dilata improvvisa l’occhio nero;
    che quello che hai veduto – era un’immagine
    della fine del mondo – ti conforta
    l’intimo cuore, lo fa caldo e pago.
    Un uomo s’avventura per un lago
    di ghiaccio, sotto una lampada storta

     

    Rosario Bocchino (Sarino su wp)

    due grammi di perle bianche

    Nel mare che mi hanno dato
    porto il silenzio appena dopo una fiaba
    dove la luce si sceglie migrando
    alcuni dettagli da inseguire,
    porto il vento per stordire i rami
    e come un tramonto visto dall’alto
    ripasso qualche verso
    con gli occhi di nuvole pronte.
    Sono la barca complicata di mille parole
    e spero in quel rifugio simile all’onda
    con due grammi di perle bianche
    e l’attimo indeciso di una guancia.


    Sarà un discorso calmo
    la trama delle vampe,
    un ultimo rumore di fondo
    rimasto troppo a lungo tra i denti.
    Ma le labbra hanno l’affanno delle ali
    sono fiori che tendono a sparire,
    come la luna in partenza di una nave.

     


    Nunzio Buono

    Di mia Madre

    Di mia Madre il sogno è l’albero
    a cui hanno tolto i frutti. Il seno gravido di pioggia.
    Il deserto delle sere spese a contare i doni.

    L’abbecedario
    e la cartella quadra con le parole sulle spalle.
    Il letto rimboccato, la camicetta bianca dipinta da un sorriso.
    La ruga mai indossata, l’orologio spento.

    Di mia Madre
    ho il pasto freddo, la misura della sua mano alla mia bocca.
    La cena ringraziata.

    I suoi trent’anni appena,
    la gonna plissettata dove nascondersi era casa.
    La cartolina mai spedita; il suo diario a righe senza note.

    Di Lei
    la ferrovia del vento; il treno
    col saluto al finestrino in un abbraccio di ricordi.

    Dove è precipizio il mio cammino
    e la promessa è un orizzonte a gocce
    mi arriva ancora, sempre

    l’eco di una voce alla finestra
    l’onda lunga della sua ombra che mi chiama.

    .
    Lorenzo Curti

    Lava scorie di sonno
    l' alba, spezza silenzi
    con mani avvizzite
    di luce. Nascere è verbo
    antico, come un respiro
    di speranza nei polmoni
    del mondo; uno iato di tempo
    ci avvolge e ci illude; siamo
    l' intetcapedine tra due nulla
    un fuoco di paglia rapido
    a brillare nella notte, una parola
    monca. O forse siamo chicchi
    di grano gettati nell' universo,
    germogli, spighe d' amore
    e di solitudine, atomi di carne
    e di sogni.

     

    Enrico Cerquiglini

    Trattato dell’effimero

    Viviamo tra l’inizio e la replica,
    in un tempo che finge di scorrere
    mentre resta immobile,
    come un orologio che sogna di avere le lancette.

    Le vicissitudini –
    piccole, immense, uguali –
    passano accanto come nebbia che non tocca.
    Ci convinciamo di essere vivi
    perché il vento ci muove i capelli.

    Ma sotto la pelle,
    tutto è silenzio.
    Il cuore non ricorda perché batte,
    l’anima non sa per chi respira.

    Forse la vita è solo questo:
    una monotonia che cambia maschera,
    una speranza che si traveste da abitudine,
    un niente che si racconta
    per non morire del proprio nome.

    E noi, attori ciechi del consueto,
    cerchiamo un senso nel pulviscolo,
    mentre l’essere, calmo e distratto,
    si dissolve in se stesso
    senza accorgersi di noi.

    ****

    Non cercarmi nel pensiero.
    Io non abito dove la mente costruisce i suoi specchi.
    Sono la pausa tra due battiti,
    l’ombra che dimentichi accanto al tuo passo.

    Tu mi chiami “anima”
    ma io sono soltanto l’abitudine del respiro,
    un ricordo che ha smesso di appartenerti.

    Hai cercato la verità nei giorni,
    nelle vicissitudini,
    nel lento disfarsi della materia,
    ma la verità non è nei giorni.
    È nel loro svanire.

    Tutto ciò che ami ti lascia
    perché nulla può restare dove tutto passa.
    E il nulla che temi
    è soltanto la forma più pura dell’essere,
    quella che non ha più bisogno di nome.

    Tu, uomo che osservi il tuo stesso dissolverti,
    sei il sogno che io faccio
    quando mi illudo di esistere.
    Tu sei la mia illusione più dolce,
    la mia condanna più umana.

    Non cercare un senso:
    l’eternità non ne ha bisogno.
    Cammina, dunque,
    come chi attraversa un sogno sapendo di sognare,
    e lascia che il mondo, nel suo sfocato nulla,
    ti dimentichi con gentilezza.

    (da fb)

     


    Luca Erminio Pinato

    IL VUOTO CHE MI ABITA

    Non appartengo più a niente.
    Nemmeno al mio nome.
    Mi sveglio e il mondo non mi riconosce.
    Neppure io.
    Le cose esistono —
    la tazza, la luce, il respiro —
    ma tacciono, come gusci senza mare.

    Non voglio capire.
    Non voglio disfarmi.
    Solo stare.
    Nel punto in cui la mente si spegne
    e il cuore si ritira nel suo silenzio,
    qualcosa accade:
    il vuoto respira,
    la luce si piega,
    la presenza scompare.

    Il vuoto non è assenza —
    è Dio senza parola,
    è la vita spogliata del suo nome.
    Scrivo per sentire
    se ancora vivo
    o se è il vuoto che mi sogna,
    se è il silenzio che mi plasma,
    se è l’assenza che mi genera.

    E forse, in questo niente che resta,
    io sono finalmente intero,
    un frammento di nulla
    che contiene l’universo,
    un silenzio che parla
    con la voce del silenzio.

    (da fb)


    Enrico Cerquiglini

    Labirinto

    Abito stanze che non ricordo di aver costruito.
    Ogni pensiero apre una porta
    che conduce a un’altra mente,
    a un altro me che non sa di essere mio.

    Sono molti, e nessuno coincide.
    Alcuni pregano, altri dormono,
    altri ancora contemplano il nulla
    come un dio che li sogna.
    A volte mi incontro per caso
    in un frammento di memoria,
    in un volto che porto e che mi ignora,
    e capisco che la mia unità
    è una leggenda che mi serve per respirare.

    La mente è un labirinto che si disegna da sé,
    senza centro né uscita,
    un gioco di specchi che riflettono il vuoto
    fingendo una forma.

    Eppure,
    tra un riflesso e l’altro, qualcosa mi ricompone per un istante,
    una presenza che non esiste e tuttavia respira in me.
    Non come certezza,
    ma come miraggio che dà sapore al deserto.

    Nel suo abbaglio mi credo intero,
    per un istante dimentico la molteplicità,
    la deriva, il dubbio.
    Il mondo si contrae in una sola voce,
    e io, che non esisto,
    mi sento reale nel suo pronunciare il mio nome.

    Poi il silenzio ritorna,
    e le mie maschere riprendono a vivere,
    ciascuna col proprio cielo,
    col proprio abisso da guardare.

    So che l’amore è l’ultima illusione,
    l’inganno più misericordioso della mente.
    Ma se è un sogno,
    è quello che preferisco abitare,
    perché in esso il labirinto si quieta,
    e il nulla, per un momento,
    si lascia chiamare vita.

    (da fb)


    G. Amoretti

    Il sonno qui da sempre è già un morire.
    Non sogni, qui, non albe che si schiudano
    a stupefatti occhi. Senza stelle
    è qui la notte e grigio sangue il cielo.

    Si va in silenzio, tu e io e altri,
    da una piaggia a una landa senza luce.
    Qui tutto è uguale, sassi ed erbe e ceneri,
    e tu e io e un volto e un altro volto.

    Qui speranza è da angoscia indistinguibile.

     


    Giuseppe Conte

    Mia vita
    sempre cruda e in salita
    io ti assomiglio a Genova
    città di fili a piombo
    dove le case in bilico
    crescono sulle case
    e i muri sopra i muri
    incastrandosi ciechi
    tracciano come un carcere
    da cui sai che non esci
    se non voli nel cielo
    o se non prendi il mare.
    Che esistere è fatica
    qui impari con più antica
    sapienza. Che esistere è
    restare in ginocchio
    sopra grani di sale.
    Salire amare scale.
    O Genova
    sempre per me straniera
    sempre come stasera
    che mi fingo protetto
    nel tepore di un caffè
    di piazza Corvetto.
    O vita
    sempre sin troppo amata
    sempre a me sconosciuta.


    Milo De Angelis

    Ci teniamo vicini
    all’urlo, mentre passa il dodici
    e l’attimo separato
    dal suo vortice resta qui, nel cuore
    buio dell’estate, nell’annuncio
    di una volta sola. Tu
    non ci sei. Resta la tua assoluta
    voce nella segreteria, questa
    morte che non ha luogo.


    Nadine Spaggiari

    Con la stessa uguaglianza
    Pubblicato il 20.11.2025
    Anche se piena di nomi e di strade,
    la solitudine abita.
    Cammina tra gli sguardi,
    si siede nei bar, si veste di tenerezza.
    Quel respiro di brace
    che simile all’onda ritorna
    porta una lieve frattura nei versi,
    come se l’aria stessa
    esitasse prima di posarsi.

    Del dolore,
    per profonda che sia la ferita,
    non si parla — come fosse un vuoto d’aria,
    una lampada tenue sul tavolo,
    o un oggetto morto nel tuo sguardo
    rapido nel passare,
    nel cancellare i bordi
    d’un’ombra,
    in cambio di bellezza
    e colpi luccicanti.

    Ma ciò che resta sul fondo
    spacca la mitrale:
    calcola il disastro,
    le pupille appese al vuoto,
    i resti, l’accumulo,
    il disfarsi della vita
    che avanza,
    progressivo.

    Si può dire — forse —
    che a un certo punto il grido
    venga soffocato,
    la bocca interrata sotto un biancospino,
    così —
    che tutto appaia astratto,
    e il dolore non pesi più d’un grammo.
    (Il peso, poi,
    è soltanto un aspetto,
    un tremito misurato male.)

    L’aria contraria
    non toglie il volo agli uccelli.
    E noi ci chiudiamo
    nel dirsi, nel darsi,
    seduti su una crepa di terra,
    e non cambia l’immagine,
    non muta il destino
    d’una morte già in atto,
    d’un fatto sbiadito,
    d’un sangue seccato
    che ancora, in segreto, ci chiama.

    https://nadinespaggiaripoetry.com/2025/11/20/con-la-stessa-uguaglianza/13/poesia-di-nadine-s/nadine/#comment-125

     


    Giangiacomo Amoretti

    D’una troppo crudele alba d’estate già
    esausto ogni riflesso ormai, nell’aria senza
    colore più né aloni, appena questo acre
    sentore di salsedine, di sfatta erba e di menta.

    E da lungi una voce che più e più si allenta,
    come strozzata – il grido
    rauco di un cormorano oltre la spiaggia – e il soffio
    del libeccio, il risucchio fra gli scogli

    a mezzanotte, cupo, della schiuma gelata.

     

    Milo De Angelis

    In te si radunano tutte le morti, tutti
    i vetri spezzati, le pagine secche, gli squilibri
    del pensiero, si radunano in te, colpevole
    di tutte le morti, incompiuta e colpevole,
    nella veglia di tutte le madri, nella tua
    immobile. Si radunano lì, nelle tue
    deboli mani. Sono morte le mele di questo mercato,
    queste poesie tornano nella loro grammatica,
    nella stanza d’albergo, nella baracca
    di ciò che non si unisce, anime senza sosta,
    labbra invecchiate, scorza strappata al tronco.
    Sono morte. Si radunano lì. Hanno sbagliato,
    hanno sbagliato l’operazione.

    da “Tema dell’Addio”, “Lo Specchio” Mondadori, 2005


    Margherita Guidacci

    Non da montagne, da stelle
    o dall'irosa vastità dei flutti:
    da impercettibili ombre
    si misura tra noi la distanza.
    E neppur ombre, poiché spesso è diafano
    l'invalicabile schermo
    luogo cui come insetti smarriti
    sulle due opposte facce d'un vetro
    le nostre anime vagano senza incontrarsi.


    Luca Erminio Pinato

    A volte non ci lasciamo davvero,
    semplicemente smettiamo di guardarci in faccia.
    Questa è una poesia sul momento in cui
    smetti di passarti accanto
    e ti incontri davvero allo specchio.
    .
    IL RITORNO DEL VOLTO

    Da tempo passo oltre gli specchi,
    come si sfiora uno sconosciuto nel corridoio,
    lo sguardo inchiodato alle piastrelle,
    la fretta in tasca, pronta come alibi.

    Stasera la casa è una tregua di penombra,
    una lampada fioca tiene il bordo delle cose
    e all’improvviso mi incontro
    fermo sull’uscio,
    come una sentinella dimenticata
    che non ha mai smesso di aspettare.

    Il volto è più anziano dei pensieri,
    porta rughe che non ricordo di avere scelto,
    una piega alla bocca immobile
    tra resa e sorriso.
    Negli occhi un lume ostinato
    lasciato a bruciare dietro le palpebre
    per non dover rovesciare la vita.

    Resto così, senza raddrizzare i capelli,
    senza cercare un’espressione di riserva.
    Lascio che la faccia parli al posto mio,
    che dica chi ha sostenuto il peso
    mentre andavo in scena
    nel ruolo di chi sta bene.

    Ogni linea è un sentiero segnato,
    ogni ombra una frase rimasta in gola,
    ogni segno sussurra sei rimasto
    anche quando hai firmato la tua assenza.

    Non chiedo perdono allo specchio,
    non faccio patti, non mi prometto cambiamenti.
    Muovo appena le labbra e dico ci sono
    come si dice a chi è rimasto sullo zerbino
    con il cappotto in mano
    finché la stagione è cambiata.

    Nessuno verrà a restituirmi il volto,
    non esistono uffici oggetti smarriti
    per ciò che si abbandona vivendo.
    Il ritorno non è grazia, è passo nudo in avanti.

    Da domani potrò ancora tremare,
    tirare fuori maschere dai cassetti,
    farmi piccolo contro il muro,
    ma questo volto l’ho visto,
    porta il mio nome intero,
    non posso più travestirlo da nessuno.

     

    Roberto Fontana

    sangue

    e le tregue sottili — traditi
    dal potere i deboli — no pace —
    mentre il comunicato dice ‘bla bla bla’ —
    ‘cronache di sangue’ dice una figura
    di bomba esplosa su un bimbo
    aperto e inanimato — la madre
    il padre — tutto disperato

    e i cimiteri cenere si rifanno resort
    per ricchi morti viventi —
    e se la sorte ti ha messo tra i poveri
    sopravvissuti — devi capire — la gente
    di qua — educata male — soprattutto
    vuole consumare — vuole
    il nuovo nuovo — vuole vedere
    come muori

    https://robertofontana1991.wordpress.com/2025/10/14/sangue-2/?_gl=1*163d1on*_gcl_au*NDM1NzAyOTIzLjE3NTk5MDE2ODMuMTA0NTgwMDk2Ny4xNzYwNDIwMTA5LjE3NjA0MjAxNDg

     

    Franco Massimo Botturi

    PERCORSI ACCIDENTATI
    Vedemmo, ti ricordi? Quelle bestie.
    Costrette a legatura giravano d’intorno
    un cerchio che toccava la terra fino al sangue.
    Così, talvolta, capita a me certe serate
    che penso ai tuoi capelli lunghissimi sul seno.
    Sicura li potevi scalfire con il pianto
    coprirti come la Maddalena, farne nido
    per la mia bocca uccello presa dal primo volo.
    Ma ora, più succinta figura t’orna il capo
    la nevicata tenue che sale da radice.
    La fronte s’è ripresa l’origine del mondo
    il sole la fa un’aia piena di foglie e grano
    ed io ci casco e graffio le labbra, gli occhi belli.

    (da fb)

     

    Daìta Martinez

    non riesce a sentire la voce
    del vento e tutta d'aria cade
    nella mano la mano senza tempo
    a luce sbiadita per sbaglio divisa
    nell'eterna direzione dello sguardo
    "l'altro" quando indietro dal giardino
    nudo tenta il gelsomino come nuda
    è pioggia sotto appena l'ombra della
    testa resta prima che tornare sia tenerezza
    la volpe sul viso dell'angelo la lingua spezza

     


    Antonia Pozzi

    Solitudine

    Ho le braccia dolenti e illanguidite
    per un’insulsa brama di avvinghiare
    qualche cosa di vivo, che io senta
    più piccolo di me. Vorrei rapire
    d’un balzo e poi portarmi via, correndo,
    un mio fardello, quando si fa sera;
    avventarmi nel buio per difenderlo,
    come si lancia il mare sugli scogli;
    lottar per lui, finché non rimanesse
    un brivido di vita; poi, cadere
    nella più fonda notte, sulla strada,
    sotto un tumido cielo inargentato
    di luna e di betulle; ripiegarmi
    su quella vita che mi stringo al petto –
    e addormentarla – e anch’io dormire, infine…
    No: sono sola. Sola mi rannicchio
    sopra il mio magro corpo. Non m’accorgo
    che, invece di una fronte indolenzita,
    io sto baciando come una demente
    la pelle tesa delle mie ginocchia.

    Milano, 4 giugno 1929

     

    Josefa Parra

    C'è del sale sopra le labbra. Sulla lingua
    resti di naufragi e sirene,
    a volte alghe e il gusto dei fondali
    spumosi e verdi dell'oceano.
    Il sesso sempre ha il sapore del mare nell'inverno,
    di vento freddo nel cuore della notte.

     

    Umberto Saba

    Amai

    Amai trite parole che non uno
    osava. M'incantò la rima fiore amore,
    la più antica e difficile del mondo.
    Amai la verità che giace al fondo,
    quasi un sogno obliato che il dolore
    riscopre amica. Con paura il cuore
    le si accosta, che più non l'abbandona.
    Amo te che mi ascolti e la mia buona
    carta lasciata al fine del mio gioco.


    John Keats

    Stella lucente, foss’io come te costante –
    Ma non in solitario splendore sospesa sull’altura
    Della notte a osservare, con le tue eterne luci accese,
    Quasi paziente, insonne eremita della natura,
    Le acque mobili nel loro sacro dovere
    Di pure abluzioni per le spiagge umane,
    O a contemplare le nuove, dolcemente scese, maschere
    Di neve sulle montagne e sulle brughiere –
    No – costante sempre, mai mutevole, vorrei risiedere
    Sempre sul guanciale del seno dell’amore
    Mio, per sentirlo sempre pulsare cedevole,
    Per sempre sveglio in dolce inquietudine,
    Per sempre, sempre udire il suo respiro tenue
    E così vivere in eterno – o venir meno nella morte.

     

    Emilio Capaccio

    Quando l’occhio si stanca di dirmi che ti sta guardando
    è allora che mi addormento
    perché tutto il tuo corpo è dettagliato
    in un punto confuso
    e solo nel sonno mi vieni vicino
    L’aria ti trattiene nel suo immobile respiro
    nell’incessante rumore del non dir nulla
    e ti soffoca riempendoti la bocca
    del sangue che ti ho offerto
    Nel sonno la linea del mio viso si distende
    e cade tutta la carne
    cade il mio aggrapparmi sempre
    al profumo che porta ai polsi la tua trasparenza
    cade la voce dalle labbra che si sfogliano
    e diventano pietra per i giorni senza di noi
    È il primo tentativo della morte
    che promette ancora di restare solo per il sonno


    I POETI NASCONO VIANDANTI

    Me ne andrò a divellere le code rabide del vento
    sbrindellando in ampie direzioni d’occaso
    i sonagli dell’ostro e del garbino
    Me ne andrò con una pipa Oom Paul fra i denti
    sulla sagoma d’un vecchio galeone
    che sussurra l’epica venturosa del viaggio
    Me ne andrò in porti primaverili
    con una tasca colma di versi
    e canti di tritoni su ventagli di sogni appastellati
    Me ne andrò vestito di spuma e umanità
    parole per chi ha sete di parole
    e un mantello raso di fosforo e di zolfo

    Rischiarerà la notte una vampa d’ostro
    sulla mia scapola d’oro
    un alone saltellante che scandaglia il cammino

    Mi curerò l’anima ai bastioni di domani
    con preghiere erette a faraglioni
    da ebbri marinai di locande, infingardi

    spiriti tatuati di lungo corso

    (da Fb)

     

    Giangiacomo Amoretti

    Ancora salga a te il silenzio come
    una memoria mite senza luce
    e senza eco di parola – salga
    a poco a poco a te come la nebbia
    sale talora lungo le colline,
    d’autunno, e vela boschi e prati. Che
    si posi lieve sopra la tua fronte,
    domani, e ti sia balsamo, ti sia
    grazia, forse, in quest’ora
    notturna, così greve
    di suoni rochi e di vocii (a tratti
    un crepitio di mortaretti, un rombo
    di tuono in lontananza, che ti strazia).

    (da Fb)


    Giuseppe Ungaretti

    D’improvviso
    è alto
    sulle macerie
    il limpido
    stupore
    dell’immensità

    E l’uomo
    curvato
    sull’acqua
    sorpresa
    dal sole
    si rinviene
    un’ombra

    Cullata e
    piano
    franta.


    MARIO LUZI

    Il tempo,
    il tempo medica le piaghe,
    ché all'uomo, dici, è forza porre fine
    alle lacrime, è forza cominciare
    ogni giorno - questo è più acuto strazio -
    e la vita può darsi nella cenere
    e questa piaga atroce può volgere in salute
    o prossima o lontana di te o di tuo figlio
    che ora compita presso i vetri in un'altra stanza.
    Il tempo adduce e porta via le forme,
    il tempo ci dà vita e ci distrugge
    mentre immobile vigila l'essenza.

     

    Nadine Spaggiari

    Ma è sera tarda

    Forse sono io l’errore.
    Forse sono la diffidenza –
    un cambiamento di schema
    in ciò che avrei potuto essere —
    la virgola, una pausa breve,
    lì – nella tua figura,
    una parentesi di spalle.
    Ma è sera tarda —
    il cielo è un segno
    di punteggiatura,
    sembra unire le bocche aperte,
    c’è forse un dio in questo angolo,
    o forse tu che dichiari un’intenzione
    ad arco
    sulla mia schiena.
    Questa distanza
    funge da tenerezza, contro il nostro petto –
    alla certezza che l’amore da vicino
    si stacchi come carta da parati,
    o un vento salato a un’ombra negli occhi.
    Forse sono io una volata di piccione –
    per portare un messaggio esco
    fuori dal corpo –
    ciò che è visto come neve
    nella luce morente.
    Ma conferma un’intonazione,
    l’incapacità di volare
    porta a bruciare corpi —
    ho bisogno di scrivere con te.

    https://nadinespaggiaripoetry.com/?p=1205

     

     

     

     


    Emilio Capaccio

    L’amore che è venuto
    —la donna che ha portato—
    ha un’unghia spezzata e quattro dita della mano
    Ha un abbraccio lungo e morto
    che scivola sui miei fianchi come una sciarpa sfilata
    che muore ogni volta per la paura che potrei crederlo triste
    che potrei non volerlo risollevare
    per gettarmelo addosso
    aspettandomi la stretta che ha perduto
    Fa una curva il suo passo che immaginavo dritto
    dove vanno a morire tutte le terre ferme della vita normale
    che non ha conosciuto sulla via delle chimere
    E mi parla di una chiave perduta nei viaggi di un’altra età
    quando ancora il cuore nel suo portafiori di sangue pulito
    attendeva sulla porta
    un’alchimia di bacio e promessa

    L’amore che è venuto ha incontrato un uomo sincero
    che ha trovato la chiave in fondo all’oceano
    nel portafiori dietro la porta

    (da fb)


    Eugenio De Signoribus

    domani chissà chi saremo
    quale nome in noi consisterà
    quando qualcuno a sé ci chiamerà
    o da distante ci additerà
    come disdetti o estranei

    in quelle acque che superano in febbre
    i loro letti ed esulando s’incrociano
    e si assumono, prima in cromi incandescenti
    poi in macchie spondali e via via
    in vite correnti a vista e sui fondali,

    in quelle acque dei popoli
    io, estraneo a te, ti parlerò
    (così spero di te)

     


    Ezio Falcomer

    E poi raccoglimi,
    nelle pieghe del tempo,
    sul letto del grande fiume,
    nella cesta di me neonato.
    Fammi passare il muro
    degli uccelli vagabondi,
    del gemito d'amore dei fiori fradici
    e pressati.
    Raccogli tutta quanta la mia paura.
    Stai accanto a me, magari per sempre,
    dove il sempre si parifica all'istante,
    dove il bacio e la carezza
    sbiadiscono la solitudine,
    anche solo per finta, per gioco.

    (da "Luna comica", 2021)


    Donatella Maino

    In primo piano

    Dio è qui, in primo piano,
    aspetta solo di essere riconosciuto.
    Quando capirò
    che il mondo non mi basta?

    Mi libererò dai confini della
    mia forma.

     

    Ezra Pound

    Invano ho lottato

    Invano ho lottato
    Per convincere il mio cuore a piegarsi;
    Inviano gli ho detto:
    «Ci sono poeti più grandi di te».

    La sua risposta, come vento e suono di liuto
    Come vago lamento nella notte
    Che non mi dà riposo, dice sempre:
    «Un canto, un canto».

    I loro echi ondulano uno nell’altro nel tramonto
    Cercando sempre un canto.
    Ah, io sono consumato dal lavoro
    E il vagare per infinite strade ha cerchiato di viola,

    Ha riempito di polvere i miei occhi.
    Su di me c’è ancora un tremore nel tramonto,
    E piccoli elfi rossi di parole gridano: «Un canto»,
    Piccoli grigi elfi di parole gridano per un canto,
    Piccole foglie gialle di parole gridano: «Un canto»,
    Piccole foglie verdi di parole gridano per un canto.
    Le parole sono foglie, vecchie foglie gialle già di primavera,
    Portate qua e là dal vento vanno cercando un canto.

    da "A lume spento"
    *
    Traduzione di Salvatore Quasimodo.

     

    Cristina Campo

    Si ripiegano i bianchi abiti estivi
    e tu discendi sulla meridiana,
    dolce Ottobre, e sui nidi.

    Trema l’ultimo canto nelle altane
    dove il sole era l’ombra ed ombra il sole,
    tra gli affanni sopiti.

    E mentre indugia tiepida la rosa
    l’amara bacca già stilla il sapore
    dei sorridenti addii.

     

    Milo De Angelis

    Tra figure d’indugio e di ansia, siamo scesi
    nel bacio, abbiamo attraversato il groviglio, siamo scesi
    nel tempo silenzioso, nella carne raggiunta,
    nel tempo, nel tempo: invasione corale
    della luce, idea sciolta nella sua infanzia, vela
    che ci porta congiunti, sorriso
    degli sposi promessi. Ma non ha regole, mai,
    la via del dolore.

     

    Emilio Capaccio

    Ti ho immersa nel tempo con il bacio lungo di tua madre.
    Ti ho dato da leggere la tua vita.
    Ora il mondo è un po’ confuso. Giungono voci contrastanti. Cadono e si rialzano i tiranni
    e non si parla tanto di Dio la domenica.
    Negli scantinati ci sono topi che fanno rumore.
    Vengono la notte ai piedi del letto con una candela
    e berretti con un campanellino
    a portare nei gusci delle noci gli incubi dei morti.
    Ci sono voci di profughi e stridori di barche sul vetro
    tra gli spifferi del vento nella piccionaia
    forse è solo la ripicca di dicembre
    o il dispetto delle foglie che al soffio si sono messe di taglio.
    Vorrei poterti dire che la terra ha fame dei nostri fallimenti
    che non ci sono anime avverse nell’uomo
    che non c’era l’uomo quando aprirono i gas e accesero i forni
    che non fu lui su Hiroshima a sganciare la collera
    che è tutto un equivoco, che mai torre è caduta
    che piante e animali si sono accordati
    per incastrarci con prove fasulle.
    Sarebbe la cosa più discolpante che potrei dirti!
    Ma siamo colpevoli, colpevoli di tutto
    colpevoli anche di questa bugia!
    Però non sarei tuo padre se non ti parlassi di speranza
    per questo ti ho messo in una culla
    al sereno da tutto il lapidare della nostra natura
    e al caldo, come la speranza, che è una bimba come te,
    che si battezza come te, nel nome del Signore,
    e ha bisogno di ogni farfalla del tuo futuro
    per non morire tra i pollini dell’indicibile.

     


    "Notturno" di Antonia Pozzi
    Curva tu suoni
    ed il tuo canto è un albero d’argento
    nel silenzio oscuro-
    Limpido nasce
    dal tuo labbro- il profilo
    delle vette- nel buio-
    Muoiono le tue note
    come gocce assorbite dalla terra-
    Le nebbie sopra gli abissi
    percorse dal vento
    sollevano il suono
    spento nel cielo-.

     

    Mario Luzi

    Di gennaio, di notte

    Di gennaio, di notte
    quando lungo le sue vene lo spazio
    trepida per un vento inesauribile,
    ravviva
    negli alberi speranze ancora vane
    e li sveglia a una vita ancora
    incerta,
    troppo remota oltre le cime
    ed oltre le radici;

    nei giorni incerti ai crocevia del tempo
    nelle ore dopo la passione quando
    anche il dolore ha fine
    e l'anima si tiene appena
    che non frani nel suo vuoto
    e si chiede stupita più che ansiosa
    s'è quella l'agonia ch'è in ogni inizio
    o il termine, il termine di tutto,

    e accade che qualcuno
    per certezza, per afferrarsi a un segno
    mormori il suo tra il nome dei suoi cari
    ed è strano come murare lapidi
    su case per memoria d'un passaggio,
    d'una sosta nel transitare eterno,

    viso di molto amata un tempo
    che tra pagina e pagina del libro
    sfogliato senza termine degli anni
    hai la pace che dà l'essere fiochi
    e spenti sotto la crudele patina
    qualcuno soffia nelle tue fattezze,
    t'eccita, ti richiama al mio tormento
    quale fosti d'età in età, puerile,
    puerile sotto nuvole di marzo
    giovinetta sgusciata da anni informi
    tra infanzia e pubertà, donna nel vento.
    Frattanto siamo divenuti grigi.

    Esco, guardo addossato ai muri alti
    la mia patria ventosa e montuosa,
    prendo fiato, poi seguo la via crucis.

    Quaderno gotico 1947

     


    Cristina Campo


    Moriremo lontani...

    Moriremo lontani. Sarà molto
    se poserò la guancia nel tuo palmo
    a Capodanno; se nel mio la traccia
    contemplerai di un’altra migrazione.

    Dell’anima ben poco
    sappiamo. Berrà forse dai bacini
    delle concave notti senza passi,
    poserà sotto aeree piantagioni
    germinate dai sassi...

    O signore e fratello! ma di noi
    sopra una sola teca di cristallo
    popoli studiosi scriveranno
    forse, tra mille inverni:

    «nessun vincolo univa questi morti
    nella necropoli deserta».

    (da "La tigre assenza", 1991)

     

    Giorgio Caproni, 1912-1990.

    Amici, credo che sia
    meglio per me cominciare
    a tirar giù la valigia.
    anche se non so bene l’ora
    d’arrivo, e neppure
    conosca quali stazioni
    precedano la mia,
    sicuri segni mi dicono,
    da quanto m’è giunto all'orecchio
    di questi luoghi, ch'io
    vi dovrò presto lasciare.
    Vogliatemi perdonare
    quel po’ di disturbo che reco.
    Con voi sono stato lieto
    dalla partenza, e molto
    vi sono grato, credetemi,
    per l’ottima compagnia.
    Ancora vorrei conversare
    a lungo con voi. Ma sia.
    Il luogo del trasferimento
    lo ignoro. Sento
    però che vi dovrò ricordare
    spesso, nella nuova sede,
    mentre il mio occhio già vede
    dal finestrino, oltre il fumo
    umido del nebbione
    che ci avvolge, rosso
    il disco della mia stazione.
    Chiedo congedo a voi
    senza potervi nascondere,
    lieve, una costernazione.
    Era così bello parlare
    insieme, seduti di fronte:
    così bello confondere
    i volti (fumare,
    scambiandoci le sigarette),
    e tutto quel raccontare
    di noi (quell'inventare
    facile, nel dire agli altri),
    fino a poter confessare
    quanto, anche messi alle strette,
    mai avremmo osato un istante
    (per sbaglio) confidare.
    (Scusate. È una valigia pesante
    anche se non contiene gran che:
    tanto ch'io mi domando perché
    l’ho recata, e quale
    aiuto mi potrà dare
    poi, quando l’avrò con me.
    Ma pur la debbo portare,
    non fosse che per seguire l’uso.
    Lasciatemi, vi prego, passare.
    Ecco. Ora ch'essa è
    nel corridoio, mi sento
    più sciolto. Vogliate scusare).
    Dicevo, che era bello stare
    insieme. Chiacchierare.
    Abbiamo avuto qualche
    diverbio, è naturale.
    Ci siamo – ed è normale
    anche questo – odiati
    su più d’un punto, e frenati
    soltanto per cortesia.
    Ma, cos'importa. Sia
    come sia, torno
    a dirvi, e di cuore, grazie
    per l’ottima compagnia.
    Congedo a lei, dottore,
    e alla sua faconda dottrina.
    Congedo a te, ragazzina
    smilza, e al tuo lieve afrore
    di ricreatorio e di prato
    sul volto, la cui tinta
    mite è sì lieve spinta.
    Congedo, o militare
    (o marinaio! In terra
    come in cielo ed in mare)
    alla pace e alla guerra.
    Ed anche a lei, sacerdote,
    congedo, che m’ha chiesto s’io
    (scherzava!) ho avuto in dote
    di credere al vero Dio.
    Congedo alla sapienza
    e congedo all'amore.
    Congedo anche alla religione.
    Ormai sono a destinazione.
    Ora che più forte sento
    stridere il freno, vi lascio
    davvero, amici. Addio.
    Di questo, sono certo: io
    son giunto alla disperazione,
    calma, senza sgomenti.
    Scendo. Buon proseguimento.

     


    Dylan Thomas

    La mano che firmò il trattato
    La mano che firmò il trattato fece crollare una città;
    Cinque dita sovrane posero un'ipoteca sul respiro,
    Raddoppiarono il globo dei morti e dimezzarono un paese;
    Quei cinque re un re misero a morte.
    La mano possente conduce a una spalla ricurva,
    Il gesso contrae le giunture delle dita;
    Una penna d'oca ha posto fine al delitto
    Che pose fine a ogni negoziato.
    La mano che firmò il trattato produsse una febbre,
    La carestia avanzò, e le locuste giunsero; è grande
    La mano che tiene in suo dominio l'uomo
    Grazie a un nome scribacchiato.
    I cinque re contano i morti, ma non possono curare
    La ferita incrostata, né spianare le fosse; una mano
    Amministra pietà come una mano amministra anche il cielo,
    Le mani non hanno lacrime da spargere.

    trad. di Roberto Sanesi
    *

    The hand that signed the paper
    The hand that signed the paper felled a city;
    Five sovereign fingers taxed the breath,
    Doubled the globe of death and halved a country;
    These five kings did a king to death.
    The mighty hand leads a sloping shoulder,
    The finger joints are cramped with chalk;
    A goose's quill has put an end to murder
    That put an end to talk.
    Tha hand that signed the treaty bred a fever,
    And famine grew, and locuste came;
    Great is the hand that holds dominion over
    Man by a scribbled name.
    The five kings count the deadh but do not soften
    The crusted wound nor stroke the brow;
    A hand rules pity as a hand rules heaven;
    Hands have no tears to flow.
    *
    Dylan Thomas
    Poesie - Ugo Guanda editore, 1976

     


    EugenioMontale

    Il primo gennaio

    So che si può vivere
    non esistendo,
    emersi da una quinta, da un fondale,
    da un fuori che non c’è se mai nessuno
    l’ha veduto.
    So che si può esistere
    non vivendo,
    con radici strappate da ogni vento
    se anche non muove foglia e non un soffio increspa
    l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
    So che non c’è magia
    di filtro o d’infusione
    che possano spiegare come di te s’azzufino
    dita e capelli, come il tuo riso esploda
    nel suo ringraziamento
    al minuscolo dio a cui ti affidi,
    d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
    So che mai ti sei posta
    il come – il dove – il perché,
    pigramente rassegnata al non importa,
    al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
    germinale di larve e arborescenze.
    So che quello che afferri,
    oggetto o mano, penna o portacenere,
    brucia e non se n’accorge,
    né te n’avvedi tu animale innocente
    inconsapevole
    di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
    e una sostanza, un raggio che si oscura.
    So che si può vivere
    nel fuochetto di paglia dell’emulazione
    senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
    da chi volle tu fossi…e se ne pentì.
    Ora,
    uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
    lo scheletro dell’albero di Natale,
    ti accompagna in sordina il mangianastri,
    torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
    ti getti a terra, con lo straccio scrosti
    dal pavimento le orme degli intrusi.
    Erano tanti e il più impresentabile
    di tutti perché gli altri almeno parlano,
    io, a bocca chiusa.

     


    ANTONIA POZZI

    TRENI

    A notte
    un lento giro d'ombre rosse
    alle pareti avviava i treni: tonfi
    cupi d'agganci
    al sonno si frangevano.
    E lavava
    lieve la corsa della pioggia il fumo
    denso ai cristalli: sogni
    s'aprivano continui, balenanti
    binari lungo un fiume.
    Ora ritorna
    a volte a mezzo il sonno quel tuonare
    assurdo
    e per le mute vie serali, ai lenti
    legni dei carri e dentro il sangue
    chiama
    lunghi fragori - e quell'antico ardente
    spavento e sogno
    di convogli.

    Torino, I maggio 1937

     

    Vittorio Sereni

    Altro compleanno

    A fine luglio quando
    da sotto le pergole di un bar di San Siro
    tra cancellate e fornici si intravede
    un qualche spicchio dello stadio assolato
    quando trasecola il gran catino vuoto
    a specchio del tempo sperperato e pare
    che proprio lì venga a morire un anno
    e non si sa che altro un altro anno prepari
    passiamola questa soglia una volta di più
    sol che regga a quei marosi di città il tuo cuore
    e un’ardesia propaghi il colore dell’estate.

     

    Eugenio Montale

    Gloria del disteso mezzogiorno
    quand'ombra non rendono gli alberi,
    e più e più si mostrano d'attorno
    per troppa luce, le parvenze, falbe.

    Il sole, in alto, - e un secco greto.
    Il mio giorno non è dunque passato:
    l'ora piú bella è di là dal muretto
    che rinchiude in un occaso scialbato.

    L'arsura, in giro; un martin pescatore
    volteggia s'una reliquia di vita.
    La buona pioggia è di là dallo squallore,
    ma in attendere è gioia più compita.

    Da Ossi di seppia

     

    Emilio Capaccio

    DI TUTTE LE STAGIONI CHE SONO MORTE

    Di tutte le stagioni che sono morte
    si nutre la radice dell’inverno
    Le stelle ingialliscono
    quando è tempo di rinascere: anche ora
    e non hanno l’apprensione delle foglie
    che al giallo accartocciano i cappelli
    per la finzione della morte
    L’inverno non dice fin dove arriva la vita
    svela solo il trucco della morte
    che niente uccide
    e raduna le sue stelle
    in nuovi pascoli universali
    sul mantello da elfo di oggi — addì 2 gennaio
    Cade una rugiada di salnitro
    sui tetti delle case
    con la stessa inviolabile indifferenza
    dei cicli delle stelle intorno alla terra
    che una volta vive e una volta stenta
    anche quando la morte pare l’abbia infreddolita

    (da Fb)

     

     

    Mario Luzi

    Aprile-Amore

    Il pensiero della morte m’accompagna
    tra i due muri di questa via che sale
    e pena lungo i suoi tornanti. Il freddo
    di primavera irrita i colori,
    stranisce l’erba, il glicine, fa aspra
    la selce; sotto cappe ed impermeabili
    punge le mani secche, mette un brivido.
    Tempo che soffre e fa soffrire, tempo
    che in un turbine chiaro porta fiori
    misti a crudeli apparizioni, e ognuna
    mentre ti chiedi che cos’è sparisce
    rapida nella polvere e nel vento.
    Il cammino è per luoghi noti
    se non che fatti irreali
    prefigurano l’esilio e la morte.
    Tu che sei, io che sono divenuto
    che m’aggiro in così ventoso spazio,
    uomo dietro una traccia fine e debole!
    È incredibile ch’io ti cerchi in questo
    o in altro luogo della terra dove
    è molto se possiamo riconoscerci.
    Ma è ancora un’età, la mia,
    che s’aspetta dagli altri
    quello che è in noi oppure non esiste.
    L’amore aiuta a vivere, a durare,
    l’amore annulla e dà principio. E quando
    chi soffre o langue spera, se anche spera,
    che un soccorso s’annunci di lontano,
    è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
    Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
    ora da te mi torna fatto chiaro,
    ora prende vivezza e verità.
    La mia pena è durare oltre quest’attimo.

    da "Primizie del Deserto" 1952

     

     

    Salvatore Quasimodo

    Oboe sommerso

    Avara pena, tarda il tuo dono
    in questa mia ora
    di sospirati abbandoni.

    Un oboe gelido risillaba
    gioia di foglie perenni,
    non mie, e smemora;

    In me si fa sera:
    l’acqua tramonta
    sulle mie mani erbose.

    Ali oscillano in fioco cielo,
    labili: il cuore trasmigra
    ed io son gerbido,

    e i giorni una maceria.

     


    Alfonso Gatto

    Poesia d'amore

    Le grandi notti d'estate
    che nulla muove oltre il chiaro
    filtro dei baci, il tuo volto
    un sogno nelle mie mani.

    Lontana come i tuoi occhi
    tu sei venuta dal mare
    dal vento che pare l'anima.

    E baci perdutamente
    sino a che l'arida bocca
    come la notte è dischiusa
    portata via dal suo soffio.

    Tu vivi allora, tu vivi
    il sogno ch'esisti è vero.
    Da quanto t'ho cercata.

    Ti stringo per dirti che i sogni
    son belli come il tuo volto,
    lontani come i tuoi occhi.

    E il bacio che cerco è l'anima.

     


    EugenioMontale

    Bagni di Lucca

    Fra il tonfo dei marroni
    e il gemito del torrente
    che uniscono i loro suoni
    èsita il cuore.

    Precoce inverno che borea
    abbrividisce. M’affaccio
    sul ciglio che scioglie l’albore
    del giorno nel ghiaccio.

    Marmi, rameggi -
    E ad uno scrollo giù
    foglie a èlice, a freccia,
    nel fossato.

    Passa l’ultima greggia nella nebbia
    del suo fiato.

     

    Alfonso Gatto

    Le cose

    Un giorno busseranno ad ogni casa,
    chi vive è già colpevole d'avere
    la sua vita segreta. Scende il buio
    della notte, si resta dietro ai vetri
    ad aspettare come giunge il vasto
    assurdo della quiete. È nelle cose
    di sempre ferme al loro posto il nuovo
    sguardo impietrito: l'angolo deserto
    mette in salvo il fuggiasco o per lo scarto
    gli affaccia la sua muta. Sembra un vano
    delirio questo credere alle cose.

     

    Lara Pagani ~ Per Franca Alaimo, 2026

    Mi hai raccontato che i fiori hanno suoni:
    ogni petalo è musica, strumento
    degli angeli e di chi governa i tuoni,
    la pioggia, le stagioni, il firmamento.

    Io ci credo perché tu non ragioni
    ma sai. Lo sai che cos’è lo sgomento
    di morire poi vivere, non poni
    freni alla meraviglia, è il tuo talento.

    Quando ti prende a morsi il crepacuore
    tu sai come fuggire la prigione.
    Ci vuole fantasia, ci vuole amore —
    ci vogliono i tuoi fiori sul balcone
    per cullare l’amarezza sul nascere.
    Chi canta la ferita può rinascere.

     

     

    Fernando Pessoa (1888-1935)

    STANCA ESSERE, SENTIRE FA MALE

    Stanca essere, sentire fa male, pensare distrugge.
    Estranea a noi, in noi e fuori,
    frana l'ora, e tutto in essa frana.
    Inutilmente l'anima piange.

    A cosa serve? E cosa deve servire?
    Abbozzo pallido e lieve
    del sole invernale che ride sul mio letto...
    Vago sussurro breve.

    Delle piccole voci con cui il mattino si desta,
    della futile promessa del giorno,
    morta sul nascere, nella speranza assurda e remota
    nella quale l'anima confida.

    1° gennaio
    -
    [Traduzione di Luigi Panarese]

     


    Pier Luigi Bacchini, 29 marzo 1927 – 5 gennaio 2014

    Tra dodici pini e una quercia autoctona
    là dove sorge la tomba del mio pioppo.
    Il rogo l’ho acceso d’inverno – crepitio e rossastro,
    sulla neve ondulata di riflessi.

    Presso di lui,
    è germogliata una quercia, con gridi di parto.
    Che nessuno la tocchi.

    Urlavano gli dèi, alti, fra quel perduto frascame.

     

    Antonia Pozzi

    Fili neri di pioppi –
    fili neri di nubi
    sul cielo rosso –
    e questa prima erba
    libera dalla neve
    chiara
    che fa pensare alla primavera
    e guardare
    se ad una svolta
    nascano le primule –
    Ma il ghiaccio inazzurra i sentieri –
    la nebbia addormenta i fossati –
    un lento pallore devasta
    i colori del cielo –
    Scende la notte –
    nessun fiore è nato –
    è inverno – anima –
    è inverno.

     

    Il mare come materiale di Giorgio Caproni

    Allo scultore Mario Ceroli

    Scolpire il mare...
    Le sue musiche...
    Lunghe,
    le mobili sue cordigliere
    crestate di neve...
    Scolpire
    – bluastre – le schegge
    delle sue ire...
    I frantumi
    – contro murate o scogliere –
    delle sue euforie...
    Filarne il vetro in làmine
    semiviperine...
    In taglienti
    nastri d'alghe...
    Fissarne
    – sotto le trasparenti
    batterie del cielo – le bianche
    catastrofi...
    Lignificare
    le esterrefatte allegrie
    di chi vi si tuffa...
    Scolpire
    il mare fino a farne il volto
    del dileguante...
    Dire
    (in calmerìa o in fortunale)
    l'indicibile usando
    il mare come materiale...
    Il mare come costruzione...
    Il mare come invenzione...

    (da “Il conte di Kevenüller”, 1986)


    Vincenzo Cardarelli - Passato

    I ricordi, queste ombre troppo lunghe
    del nostro breve corpo,
    questo strascico di morte
    che noi lasciamo vivendo
    i lugubri e durevoli ricordi,
    eccoli già apparire:
    melanconici e muti
    fantasmi agitati da un vento funebre.

    E tu non sei più che un ricordo.
    Sei trapassata nella mia memoria.
    Ora sì, posso dire che
    che m’appartieni
    e qualche cosa fra di noi è accaduto
    irrevocabilmente.

     

     

    Tutto finì, così rapido!
    Precipitoso e lieve
    il tempo ci raggiunse.
    Di fuggevoli istanti ordì una storia
    ben chiusa e triste.
    Dovevamo saperlo che l’amore
    brucia la vita e fa volare il tempo.

     

    Giangiacomo Amoretti

    Così riguardo io a lungo ancora
    queste maschere in ombra, questi volti
    cerei di donne e uomini che dopo
    tanto scorrere di anni e di silenzi –

    essi, i non mai pietosi, essi gli antichi –
    sembrano a tratti come respirare
    e, quasi, sussurrare – ecolalie,
    lamenti, balbettii? – a me che, attònito,

    li guardo e li riguardo e più e più
    me riconosco in loro – io, non altro
    da queste larve al fondo dello specchio,
    come loro uno spettro, una parvenza,

    un non ancora, io, un già non più.

     


    Walt Whitman, “Se tardi a trovarmi”

    Se tardi a trovarmi, insisti.
    Se non ci sono in nessun posto,
    cerca in un altro, perché io sono
    seduto da una qualche parte,
    ad aspettare te…
    e se non mi trovi più, in fondo ai tuoi occhi,
    allora vuol dire che sono dentro di te.

     


    Roberto Sanesi (1930-2001)

    ARCO DI LUCE

    Traccia un arco di luce alla finestra, un volo bianco
    di passeri, inverno, che non rifuggono mai
    da queste mura, e un fiore bianco, una natura morta
    nemica fatta a immagine di noi. Rifiuta il fuoco
    snello sopra le alture, il bucaneve
    di Dio, ma esisti con gli oggetti, unisci
    filo a filo la favola e l'idea, aria di libertà
    creata e ricreata a un solo scatto
    dei tuoi rami pesati dalla neve. Ascolta
    come il silenzio brulica alle imposte, e come geme
    la pietà in questo freddo. Se Minerva
    non discende la notte coi sinistri
    occhi d'intelligenza, accuseremo il cuore
    della sua gravità che ci conduce al centro della terra.

     

    Alda Merini

    Caro io e te siamo soli...
    (a mio marito Ettore)
    .
    Caro, io e te siamo soli,
    i nostri profili si stagliano contro il vento
    da innumeri anni ormai,
    ci teniamo per mano
    come andassimo al giudizio di Dio
    che tarda troppo a venire;
    per anni siamo stati associati alla morte,
    per anni ci siamo guardati in viso
    confondendo la nostra aspettazione
    e io ho raccolto ogni tuo strascico di anima,
    me ne son fatta un forte mantello,
    perché io e te siamo soli,
    nessuno che ci ami profondamente e forte,
    nessuno che ci ripari dal destino
    e allora abbiamo la pelle bruciata dal vento,
    dalle piogge, dal sole,
    perché tacendo abbiamo fatto un lungo discorso
    con l'Eterno, con Dio,
    perché, amor mio, purtroppo
    io e te siamo soli
    e gli angeli sono distanti.
    .
    (da: Confusione di Stelle)

     

    GIOVANNI RABONI

    REQUIEM PER COMPLEANNO

    Lo sai com'è gennaio qui da noi: ricordi
    che certe volte ogni cosa diventa
    più stretta d'un grumo di terra, d'una pietra,
    più stretta d'una croce. Così, credo,
    non serve che ti dica di pregare
    per i morti. Nessuno più di loro
    è preso senza scampo in questa trappola
    di corda grossa e corteccia
    che le mani gelate non riescono a slegare.

     


    Vincenzo Cardarelli

    Ti porto in me come il mare
    un tesoro affondato.
    Sei il lievito, il segreto
    d’ogni mio male, o amore a cui non credo.
    Amore che mi segui
    oltre ogni limite, ovunque,
    come un cane fedele
    segue un padrone ingrato.
    Ti fuggo invano.
    Poi che meno ti penso più mi opprimi,
    rimorso, celato affanno.
    Tu certo un giorno mi raggiungerai
    nella morte.
    Là, riposato e cheto, il tuo buon Genio
    mi assisterà.
    Voglio dormire all’ombra
    del suo tremendo sorriso.

     

    attilio bertolucci

    Come pesa la neve su questi rami
    come pesano gli anni sulle spalle che ami.
    L’inverno è la stagione più cara,
    nelle sue luci mi sei venuta incontro
    da un sonno pomeridiano, un’amara
    ciocca di capelli sugli occhi.
    Gli anni della giovinezza sono anni lontani.

     


    CESARE PAVESE

    Hai viso di pietra scolpita
    Hai viso di pietra scolpita,
    sangue di terra dura,
    sei venuta dal mare.
    Tutto accogli e scruti
    e respingi da te
    come il mare. Nel cuore
    hai silenzio, hai parole
    inghiottite. Sei buia.
    Per te l'alba è silenzio.
    E sei come le voci
    della terra - l' urto
    della secchia nel pozzo,
    la canzone del fuoco,
    il tonfo di una mela;
    le parole rassegnate
    e cupe sulle soglie,
    il grido del bimbo - le cose
    che non passano mai.
    Tu non muti. Sei buia.
    Sei la cantina chiusa,
    dal battuto di terra,
    dov'è entrato una volta
    ch' era scalzo il bambino,
    e ci ripensa sempre.
    Sei la camera buia
    cui si ripensa sempre,
    come al cortile antico
    dove s' apriva l' alba.

    5 novembre 1945

     

    Marco Plebani

    Ferita e benda,
    fluorescente circolazione
    di vene nel buio.
    Distendi, donna t'imploro,
    la tua viva e sanguinolenta carne
    accanto alla mia morte.

     

    G. Amoretti

    Le nubi in cielo e i riccioli di spuma,
    le linee oblique e i dilatati cerchi,
    i tempi e i sogni, il vivere e il morire –

    tutto questo oscillare, questo lento
    franare nel silenzio, questi brevi
    spasmi nell’aria – tremiti, fosfeni,

    transiti d’ali senza un dove – e a tratti
    come lo strazio di un sussurro, di una
    parola buia, soffocata – e il lampo

    di un’immagine – volto, rosa, icona –
    per un attimo a splendere, a svelare
    l’evidenza di un senso...

    Poi, più nulla.


    ALFONSO GATTO

    Soli, nel pianto tuo della mattina,
    l’erba, il silenzio, il muovere dell’ombra,
    e gli steli del vento. Il tuo sollievo
    è di vederti calma nell’attesa
    ch’io giunga da lontano, il tuo riposo
    è la speranza d’incontrarci a sera
    per caso in un inverno.

    Lasciarti per sparire,
    per essere il tuo cielo dove guardi
    senza rimorsi, avere il tuo rimpianto,
    la tua memoria, le tue mani vuote…

    Forse è più dolce piangermi che avermi.

    L'erba , da Poesie d'amore, I edizione, Lo Specchio, 1973

    ALFONSO GATTO
    TUTTE LE POESIE

     


    Giovanni Raboni

    Essere... essere, sì, intimi, nel cuore,
    nel midollo, con chi è noi, con chi
    d’altro noi siamo – forse è tutto qui
    il segreto, è così che si fa onore

    alla vita se è solo per ardore
    che le duecentosei ossa non si
    dissaldano innanzi tempo, se è di
    estraneità alla vita che si muore,

    con minima pena, come lasciamo
    una casa senza fuoco. E forse, ossa
    dimenticate, una provvida mente

    ci penserà, due amanti!, e nuovamente
    vivi traslocheremo nella fossa
    all’apparirci, all’essere che siamo.

    Da "Ogni terzo pensiero" (1993)

     

     

    Marcello Comitini

    Chiusa nella serra polerosa del mio cervello,
    Anima, Mente, Spirito, o qualunque
    immaterialità tu sia, senza memoria
    non sai più stendere le ali oltre i confini
    dei rami spogli della mia carne.
    Quando sono cadute le ultime foglie?
    Sulle ali rapaci di quale vento
    sono volate via le tue parole?
    Né senti le allodole che annunciano l'alba
    né l' usignolo che celebra la notte.
    Non hai più amore né desiderio d'amore.
    Sei neve che si scioglie tra i dirupi del passato
    ma ti disperdi lontano dalle mie radici
    nei mille rivoli segnati dal destino.
    In sordina li spinge
    verso quel mare temuto e inesplorato.

     

    GiuseppeUngaretti

    Dove la luce

    Come allodola ondosa
    Nel vento lieto sui giovani prati,
    Le braccia ti sanno leggera, vieni.

    Ci scorderemo di quaggiù,
    E del mare e del cielo,
    E del mio sangue rapido alla guerra,
    Di passi d’ombre memori
    Entro rossori di mattine nuove.

    Dove non muove foglia più la luce,
    Sogni e crucci passati ad altre rive,
    Dov’è posata sera,
    Vieni ti porterò
    Alle colline d’oro.

    L’ora costante, liberi d’età,
    Nel suo perduto nimbo
    Sarà nostro lenzuolo.

     

    Giorgio Caproni

    Sassate

    Ho provato a parlare.
    Forse, ignoro la lingua.
    Tutte frasi sbagliate.
    Le risposte: sassate.

    Alba

    Amore mio, nei vapori d’un bar
    all’alba, amore mio che inverno
    lungo e che brivido attenderti! Qua
    dove il marmo nel sangue è gelo, e sa
    di rinfresco anche l’occhio, ora nell’ermo
    rumore oltre la brina io quale tram
    odo, che apre e richiude in eterno
    le deserte sue porte?… Amore, io ho fermo
    il polso: e se il bicchiere entro il fragore
    sottile ha un tremitìo tra i denti, è forse
    di tali ruote un’eco. Ma tu, amore,
    non dormi, ora che in vece la tua già il sole
    sgorga, non dirmi che da quelle porte
    qui, col tuo passo, già attendo la morte.

    Perchè restare

    Chi sia stato il primo, non
    è certo. Lo seguì un secondo. Un terzo.
    Poi, uno dopo l’altro, tutti han preso la stessa via.
    Ora non c’è più nessuno.
    La mia
    casa è la sola
    abitata.
    Son vecchio
    Che cosa mi trattengo a fare,
    quassù, dove tra breve forse
    nemmeno ci sarò più io
    a farmi compagnia?
    Meglio – lo so – è ch’io bada
    prima che me ne vada anch’io.
    Eppure, non mi risolvo. Resto.
    Mi lega l’erba. Il bosco.
    Il fiume. Anche se il fiume è appena
    un rumore ed un fresco
    dietro le foglie.
    La sera
    siedo su questo sasso, e aspetto.
    Aspetto non so che cosa, ma aspetto.
    Il sonno. La morte direi, se anch’essa
    da un pezzo – già non se ne fosse andata
    da questi luoghi.
    Aspetto
    e ascolto.
    (L’acqua,
    da quanti milioni d’anni, l’acqua,
    ha questo suo stesso suono
    sulle sue pietre?)
    Mi sento
    perso nel tempo.
    Fuori
    del tempo, forse.
    Ma sono
    con me stesso. Non voglio
    lasciare me stesso uscire
    da me stesso come,
    dal sotterraneo
    il grillotalpa in cerca
    d’altro buio.
    Il trifoglio
    della città è troppo
    fitto. Io son già cieco.
    Ma qui vedo. Parlo.
    Qui dialogo. Io
    qui mi rispondo e ho il mio
    interlocutore. Non voglio
    murarlo nel silenzio sordo
    d’un frastuono senz’ombra
    d’anima. Di parole
    senza più anima.

    Foglie

    Quanti se ne sono andati…
    Quanti.
    Che cosa resta.
    Nemmeno
    il soffio.
    Nemmeno
    il graffio di rancore o il morso
    della presenza.
    Tutti
    se ne sono andati senza
    lasciare traccia.
    Come
    non lascia traccia il vento
    sul marmo dove passa.
    Come
    non lascia orma l’ombra
    sul marciapiede.
    Tutti
    scomparsi in un polverio
    confusi d’occhi.
    Un brusio
    di voci afone, quasi
    di foglie controfiato
    dietro i vetri.
    Foglie
    che solo il cuore vede
    e cui la mente non crede.

    L’occasione

    L’occasione era bella.
    Volli sperare anch’io.
    Puntai in alto. Una stella
    o l’occhio (il gelo) di Dio?
    Biglietto lasciato prima di non andar via
    Se non dovessi tornare,
    sappiate che non sono mai
    partito.
    Il mio viaggiare
    È stato tutto un restare
    qua, dove non fui mai.


    Saggia apostrofe a tutti i caccianti

    Fermi! Tanto
    non farete mai centro.
    La Bestia che cercate voi,
    voi ci siete.

     

    Sarino

    dove tutto è una notte ubriaca
    non ho abbastanza cenere
    per quello che ho dato
    passo in fondo alla vita
    con un nome amaro
    e il cuore di chi ha amato il vento
    e forse ama ancora
    ciò che m’ingarbuglia il giardino
    è la pace delle voci
    e l’inquietudine del sonno veloce

    per fare richiamo un’ultima luce
    fragile appare quel fiore
    che salendo al cielo
    ritaglia la nebbia
    tacendo la forza che impiega
    per non essere solo

     

    Giovanni Raboni
    22 gennaio 1932 – 16 settembre 2004

    Un giorno o l’altro ti lascio, un giorno
    dopo l’altro ti lascio, anima mia.
    Per gelosia di vecchio, per paura
    di perderti – o perché
    avrò smesso di vivere, soltanto.
    Però sto fermo, intanto,
    come sta fermo un ramo
    su cui sta fermo un passero, m’incanto…

     

    EugenioMontale

    Lo sai: debbo riperderti

    Lo sai: debbo riperderti e non posso.
    Come un tiro aggiustato mi sommuove
    ogni opera, ogni grido e anche lo spiro
    salino che straripa
    dai moli e fa l’oscura primavera
    di Sottoripa.

    Paese di ferrame e alberature
    a selva nella polvere del vespro.
    Un ronzìo lungo viene dall’aperto,
    strazia com’unghia ai vetri. Cerco il segno
    smarrito, il pegno solo ch’ebbi in grazia
    da te.
    E l’inferno è certo.

     

    Sandro Penna

    La vita… è ricordarsi di un risveglio
    triste in un treno all’alba: aver veduto
    fuori la luce incerta: aver sentito
    nel corpo rotto la malinconia
    vergine e aspra dell’aria pungente.

    Ma ricordarsi la liberazione
    improvvisa è più dolce: a me vicino
    un marinaio giovane: l’azzurro
    e il bianco della sua divisa e fuori
    un mare tutto fresco di colore.

     


    AlfonsoGatto

    Un bambino perduto fosti e un nome
    prima che il vento t’allietasse l’erba.
    Nel chiamarti dal bianco mezzogiorno
    taceva la città, eri già dove
    passano i sogni senza un’ombra e intorno
    lasciano strade dolci di rumore.

     


    Alda Merini

    Non pensavo, Signore,
    di diventare un fiore,
    dopo l'ostinazione dei miei peccati.
    Mi sembrava di essere un artificiere,
    uno che batteva con un martello
    il chiodo fisso della sua follia di uomo.
    Ecco, questo chiodo,
    la mia ostinazione terrena,
    l'ho messa nelle tue mani,
    e tu hai così sanguinato per me
    che sono venuto sotto la croce
    con la bocca aperta a bere il tuo sangue
    perché il tuo sangue generasse rose.

    (da: Mistica d'Amore-Francesco)

     

    Sarino

    sceglierò

    prima di essere stato
    ho tremato un poco contro vento
    ancora in fuga da un’ora che non si dice
    ma arrivassero al tramonto gli occhi
    dolce malinconia sarebbe il nome
    da dare ai solitari,
    svaniscano pure l’aria
    e quel fantasma che mi porta altrove
    quando raccoglierò l’acqua che finirà
    sceglierò l’attimo più divino
    per riempirmi il bicchiere,
    d’aver perso l’anima
    mi stancherò in rivolta
    sospendendo il cammino
    e le ali per un breve tempo

    mi scompiglia il brivido della presenza,
    il sordo ansimare nella notte

     

    Giorgio CAPRONI (Livorno 1912 – Roma 1990)

    Sono donne che sanno

    Sono donne che sanno
    così bene di mare
    che all’arietta che fanno
    a te accanto al passare
    senti sulla tua pelle
    fresco aprirsi di vele
    e alle labbra d’arselle
    deliziose querele.

    da Finzioni (1941)

     


    GiuseppeUngaretti

    La madre

    E il cuore quando d’un ultimo battito
    Avrà fatto cadere il muro d’ombra,
    Per condurmi, Madre, sino al Signore,
    Come una volta mi darai la mano.

    In ginocchio, decisa,
    Sarai una statua davanti all’Eterno,
    Come già ti vedeva
    Quando eri ancora in vita.

    Alzerai tremante le vecchie braccia,
    Come quando spirasti
    Dicendo: Mio Dio, eccomi.

    E solo quando m’avrà perdonato,
    Ti verrà desiderio di guardarmi.

    Ricorderai d’avermi atteso tanto,
    E avrai negli occhi un rapido sospiro.

     


    Nelly Sachs (1891-1970)

    CORO DEI SUPERSTITI

    Noi superstiti
    dalle nostre ossa la morte ha già intagliato i suoi flauti,
    sui nostri tendini ha già passato il suo archetto -
    I nostri corpi ancora si lamentano
    col loro canto mozzato.
    Noi superstiti
    davanti a noi, nell'aria azzurra,
    pendono ancora i lacci attorti per i nostri colli -
    le clessidre si riempiono ancora con il nostro sangue.
    Noi superstiti,
    ancora divorati dai vermi dell'angoscia -
    la nostra stella è sepolta nella polvere.
    Noi superstiti
    vi preghiamo:
    mostrateci lentamente il vostro sole.
    Guidateci piano di stella in stella.
    Fateci di nuovo imparare la vita.
    Altrimenti il canto di un uccello,
    il secchio che si colma alla fontana
    potrebbero far prorompere il dolore
    a stento sigillato
    e farci schiumar via -
    Vi preghiamo:
    non mostrateci ancora un cane che morde
    potrebbe darsi, potrebbe darsi
    che ci disfiamo in polvere
    davanti ai vostri occhi.
    Ma cosa tiene unita la nostra trama?
    Noi, ormai senza respiro,
    la nostra anima è volata a lui dalla mezzanotte
    molto prima che il nostro corpo si salvasse
    nell'arca dell'istante -
    Noi superstiti,
    stringiamo la vostra mano,
    riconosciamo i vostri occhi -
    ma solo l'addio ci tiene ancora uniti,
    l'addio nella polvere
    ci tiene uniti a voi -
    ---
    NellySachs
    Poetessa e scrittrice tedesca naturalizzata svedese, insignita nel 1966 del Premio Nobel per la Letteratura.

     


    XX
    da "Porto oscuro " - Mark Strand

    Sei tu tra gli ulivi
    oltre il cortile? Tu nel sole che con una mano
    mi fai cenno di avvicinarmi mentre l'altra
    ti scherma gli occhi dal fulgore che muta
    tutto ciò che non è te in bianco assoluto? Sei tu
    intorno a cui le foglie si spargono come spuma?
    Tu nella notte bisbigliante che profuma
    di menta ed è accesa dal remoto territorio incontaminato
    delle stelle? Sei tu? Sei davvero tu
    che sorgi dalla calligrafia delle onde, l'estensione
    del tuo corpo che getta un'ombra improvvisa sulla mia mano
    così che sento quant'è fredda mentre sfiora
    la pagina? Tu che ti chini e posi
    la bocca sulla mia, così che io sappia
    che un bacio è solo il principio
    di ciò che finora potevamo solo sognare?
    Sei tu o è il protratto vento pietoso
    che mi sussurra all' orecchio: ahimè, ahimè?

    Mark Strand
    Tutte le poesie
    Oscar Baobab Moderni
    Traduzione di Damiano Abeni con Moira Egan

     

    #GiuseppeUngaretti

    Ogni anno, mentre scopro che febbraio
    È sensitivo e, per pudore, torbido,
    Con minuto fiorire, gialla irrompe,
    La mimosa. S’inquadra alla finestra
    Di quella mia dimora d’una volta,
    Di questa dove passo gli anni vecchi.

    Mentre arrivo vicino al gran silenzio,
    Segno sarà che niuna cosa muore
    Se ne ritorna sempre l’apparenza?

    O saprò finalmente che la morte
    Regno non ha che sopra l’apparenza?

     

    eugenio montale

    Il sonno tarda a venire
    poi mi raggiungerà senza preavviso.
    Fuori deve accadere qualche cosa
    per dimostrarmi che il mondo esiste e che
    i sedicenti vivi non sono tutti morti.
    Gli acculturati i poeti i pazzi
    le macchine gli affari le opinioni
    quale nauseabonda olla podrida!
    E io lì dentro incrostato fino ai capelli!
    Stavolta la pietà vince sul riso.


    .

    Corno inglese

    Il vento che stasera suona attento
    – ricorda un forte scotere di lame –
    gli strumenti dei fitti alberi e spazza
    l’orizzonte di rame
    dove strisce di luce si protendono
    come aquiloni al cielo che rimbomba
    (Nuvole in viaggio, chiari
    reami di lassù! D’alti Eldoradi
    malchiuse porte!)
    e il mare che scaglia a scaglia,
    livido, muta colore
    lancia a terra una tromba
    di schiume intorte;
    il vento che nasce e muore
    nell’ora che lenta s’annera
    suonasse te pure stasera
    scordato strumento,
    cuore.

    Da "Ossi di seppia"

     


    Joseph Auslander (1897-1965)

    ALLA MIA SPOGLIATRICE
    Trad. E.C.

    Sì, mi hai portato via ogni cosa:
    bellezza, amore e tutta la smisurata
    impazienza del fiero aprile; anche il nostro mare
    che rugge sotto i gabbiani; tutta la bellezza
    di forma, suono, colore; tutto ciò
    che abbiamo toccato; curva di cose che eravamo soliti premere
    appassionati contro i nostri sensi; mistero
    e movimento… tutto portato via… portato via… Sì,
    anche le piccole e coraggiose irrilevanze
    come l’acqua cupa, il crescione che sgocciola,
    il fresco e cupo rumore del raccolto; le api che fanno rotta
    nelle calde spedizioni d’oro-anche questo
    mi hai portato via-Oh, risparmiami le carezze,
    lasciami almeno la cruda solitudine!

    *

    TO MY DESPOILER

    Yes, you have taken everything from me:
    Beauty and love and all the measureless
    Impatience of proud April; even our sea
    Shouting under the gulls; all loveliness
    Of form and sound and colour; all that we
    Had touched; the curve of things we used to press
    Glowing against our senses; mystery
    And movement… everything taken… taken.. Yes,
    Even the little brave irrelevancies
    Like brooding water, dripping water-cress,
    The cool dark noise of cropping; cruising bees
    On hot gold expeditions-even these
    You took from me-Oh spare me your caress,
    Leave me at least my own stark loneliness!

    (da facebook - trad. Emilio Capaccio)

     

    milo de angelis

    L’essenza della carne ferita
    vagava tra due muri,
    l’amore usciva
    dal presente e il lenzuolo
    dei volti era lì, ed era cemento
    tra le dita ed era buio
    tutta la luce era chiusa
    nel petto, tutte le parvenze
    della rosa, tutta la forza
    dell’ora persa.

     

    Fernanda Ferni Ferraresso

    Madre mia piena di terra
    madre che ci fasci con un futuro d’argilla
    madre tutta spine e senza corona
    madre mare e collina che abiti la selva
    e non sei mai padrona
    madre tutta occhi e d’amore piena
    gravida madre d’acqua che ti fai carena
    viaggiatrice madre di tutte le leghe
    del cosmo madre mia antenata e figlia che sogna
    un letto di selci e un tetto di viole
    madre sovrana che illumini i miei giorni
    in cento bocche e in più di mille seni
    tutti i tuoi segni di latte ho mangiato
    tutte le pietre tue vertebre ho camminato
    intatto il tuo volto in me ho disegnato
    madre che salvi e risolvi tutte le morti
    facendone humus di tutti i millenni
    madre e padre di vigilie che dolorano
    madre che cammini scalza e sanguini comete
    aprimi la bocca madre
    riempila di semi sostieni i miei piedi
    fanne radici sopra e sotto la tua veste
    madre ascoltami perché io ti ringrazio
    sei tu l’anima di ogni istante anche se tante ormai
    troppe sono per noi nelle tue strade le ore funeste.
    f
    f.f.- QUANDO MI SVEGLIERO'? ... perché sei la mia carne sottile e leggera una linea che si avviluppa tra altre migrazioni

     

    Cesare Pavese

    Anche tu sei l’amore.
    Sei di sangue e di terra
    come gli altri. Cammini
    come chi non si stacca
    dalla porta di casa.
    Guardi come chi attende
    e non vede. Sei terra
    che dolora e che tace.
    Hai sussulti e stanchezze,
    hai parole – cammini
    in attesa. L’amore
    è il tuo sangue – non altro.

     


    Fernando Pessoa

    Il sonno è dolce, ma il mezzo sonno
    lo è ancor di più. Saper
    di stare in quel lucido abbandono
    è come la brezza che all'ombra si diverte.

    Amare è dolce, ma il forse-amare
    lo è ancor di più. È come stare
    sul ridente ponte di una nave
    guardando senza vederli il cielo e il mare.

    Dolce è la vita, ma che un'altra
    migliore ce ne sia, lo è ancor di più.
    È come una margherita fra le erbacce:
    la scorgi, e l'intera campagna si abbellisce.

    Così pensai, sotto lo stormire di alti
    rami, e il lieve e incerto ponentino
    mi dettava pensieri più felici
    di quanto ogni felicità ci possa dare.

    Poco si sa di quel che c'è o che siamo.
    Niente sappiamo di quello che ci aspetta.
    Per alcuni, la vita è un frutto ben maturo,
    per altri, solo la sua fioritura.

    Fernando Pessoa

    1932
    da "Poesie"
    Adelphi
    Traduzione di Antonio Tabucchi


    Umberto Saba

    Ulisse

    Nella mia giovinezza ho navigato
    lungo le coste dalmate. Isolotti
    a fior d’onda emergevano, ove raro
    un uccello sostava intento a prede,
    coperti d’alghe, scivolosi, al sole
    belli come smeraldi. Quando l’alta
    marea e la notte li annullava, vele
    sottovento sbandavano più al largo,
    per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
    è quella terra di nessuno. Il porto
    accende ad altri i suoi lumi; me al largo
    sospinge ancora il non domato spirito,
    e della vita il doloroso amore.

     

    eugenio montale

    Lo sai: debbo riperderti e non posso.
    Come un tiro aggiustato mi sommuove
    ogni opera, ogni grido e anche lo spiro
    salino che straripa
    dai moli e fa l’oscura primavera
    di Sottoripa.
    Paese di ferrame e alberature
    a selva nella polvere del vespro.
    Un ronzio lungo viene dall’aperto,
    strazia com’unghia i vetri. Cerco il segno
    smarrito, il pegno solo ch’ebbi in grazia
    da te.
    E l’inferno è certo.

     

    Giangiacomo Amoretti

    Da chi, per chi è la parola? giunge
    da lontano, incrinata, fioca. È
    lamento, quasi, o voce sussurrante
    che si alza appena e trema – eco dolente
    di altre labbra, anima oltre l’anima…
    o corpo senza corpo, in noi e fuori
    da noi per sempre… Lieve come l’aria
    come un presagio, una memoria minima,
    un soffio, meno ancora, un nulla… Ma
    è qui, miracolosamente. Qui.
    E parla…


    È soffice la stoffa della notte
    alle tue dita ceree, alla tua angoscia.
    Velami vi si oscurano d’argento, aloni sfatti,
    evanescenze sullo specchio diafano.

    Resistere ti è dato a questo lento
    sciogliersi d’ombre. Il vetro non si frange.
    Se un volto vi si imprime, semistinto e sbiadito,
    è ancora il tuo, salvato, forse, per un istante.


    Fernando Pessoa

    Penso a te nel silenzio della notte,
    quando tutto è nulla,
    e i rumori presenti nel silenzio
    sono il silenzio stesso,
    allora, solitario di me, passeggero fermo
    di un viaggio senza Dio, inutilmente penso a te.
    Tutto il passato, in cui fosti un momento eterno,
    è come questo silenzio di tutto.
    tutto il perduto, in cui fosti quel che più persi,
    è come questi rumori,
    tutto l’inutile,
    in cui fosti quel che non doveva essere,
    è come il nulla che sarà
    in questo silenzio notturno.
    ho visto morire, o sentito che morirono,
    quanti amai o conobbi,
    ho visto non saper più nulla
    di quelli che un po’ andarono
    con me, e poco importa se fu un’ora
    o qualche parola;
    o un passeggio emotivo e muto,
    e il mondo oggi per me è un cimitero di notte,
    bianco e nero di tombe e alberi
    e di estraneo chiardiluna
    ed è in questa quiete assurda di me
    e di tutto
    che penso a te.

     


    Giovanna Cristina Vivinetto

    Ho costruito un altare per ogni separazione.
    Non la morte ma un suono più tenue
    come l’incrinarsi cupo del ghiaccio sotto i piedi.
    Chiamavo e voi in risposta accorrevate
    perché non sapevate fare altro che rispondere.
    Il mondo lassù era di una lucidità opprimente.
    Qui potevo avere nomi che non raschiassero
    ma una penombra come un sasso dentro l’acqua di fiume.
    Opaca ma fitta di peso. Chiusa nel fondo. Esausta.
    Il rovo, l’albero nella luce, il nodo che si scioglie
    se lo tocchi. La vita che è seguita è stata
    questo ricompattarsi di masse lontanissime
    con galleggianti verde smeraldo sulla superficie.
    Avrei potuto unire i punti come segni su una mappa.
    Avrei scoperto dove conduce il dolore.

    Ma non c’è niente che possa ferirmi
    in questo rettangolo di terra in cui mi sdraio,
    nessuno che possa dirmi: alzati, sciocca,
    lei non vive più ma danza leggera sulla sabbia
    e ti soffia i granelli sugli occhi con il suo
    andarsene, la sua assenza ti rimane schiacciata dentro la gola.

    Di ritorno a casa, nel cortile dove legano le bici
    senza farmi vedere mi sono piegata nel buio.
    Nel buio ho lavato la mia notte con la sua.

     


    Mario Luzi, 20 ottobre 1914 – 28 febbraio 2005

    Che speri, che ti riprometti, amica,
    se torni per così cupo viaggio
    fin qua dove nel sole le burrasche
    hanno una voce altissima abbrunata,
    di gelsomino odorano e di frane?

    Mi trovo qui a questa età che sai,
    né giovane né vecchio, attendo, guardo
    questa vicissitudine sospesa;
    non so più quel che volli o mi fu imposto,
    entri nei miei pensieri e n’esci illesa.

    Tutto l’altro che deve essere è ancora,
    il fiume scorre, la campagna varia,
    grandina, spiove, qualche cane latra,
    esce la luna, niente si riscuote,
    niente dal lungo sonno avventuroso.

     

     


    Alphonsus de Guimaraens Filho (1918-2008)
    DELL’AZZURRO IN UN SONETTO
    Trad. E.C.

    Verificare l’azzurro non sempre è puro.
    Meglio sarà rivederlo tra le alberate
    E gli alti frutti di un pomario oscuro
    — Azzurro di tenue bocche desolate.

    Meglio sarà sognarlo in albeggiate,
    Chiaro, incostante azzurro e immaturo,
    Azzurro di chiarezze soffocate
    Che pulsa tra le pietre — nascituro.

    Non questo, ma un altro e addolorato,
    Evanescente azzurro che nella rugiada
    È restato, petalo ingenuo, torturato.

    Lo recupero, invisibile, ed eccolo perduto,
    Azzurro di voce, d’ombra avvelenata
    Che in noi svanisce senza aver vissuto.


    *
    DO AZUL NUM SONETO

    Verificar o azul nem sempre é puro.
    Melhor será revê-lo entre as ramadas
    E os altos frutos de um pomar escuro
    — Azul de ténues bocas desoladas.

    Melhor será sonhá-lo em madrugadas,
    Claro, inconstante azul sempre imaturo,
    Azul de claridades sufocadas
    Latejando nas pedras — nascituro.

    Não este azul, mas outro e dolorido,
    Evanescente azul que na orvalhada
    Ficou, pétala ingênua, torturada.

    Recupero-o, sem ver, e ei-lo perdido,
    Azul de voz, de sombra envenenada,
    Que em nós se esvai sem nunca ter vivido.

    (da facebook - trad. Emilio Capaccio)

     

    Franco Buffoni

    Di quando il ventre ti fioriva di me
    E lì il nostro tempo si è fermato.
    Le nostre infanzie con le fiabe al Caran d’Ache
    Nella scatola di metallo
    E l’ultima già in età adulta,
    Fino al tuo dolore animale
    Che si fa quieta disperazione.
    Quello è il passaggio che mi fa impazzire,
    La trasformazione della fiaba in vita.

     


    Alfonso Gatto

    Le cose

    Un giorno busseranno ad ogni casa,
    chi vive è già colpevole d'avere
    la sua vita segreta. Scende il buio
    della notte, si resta dietro ai vetri
    ad aspettare come giunge il vasto
    assurdo della quiete. È nelle cose
    di sempre ferme al loro posto il nuovo
    sguardo impietrito: l'angolo deserto
    mette in salvo il fuggiasco o per lo scarto
    gli affaccia la sua muta. Sembra un vano
    delirio questo credere alle cose.

     


    Pierre Reverdy

    Tardi nella vita

    Sono duro.
    Sono tenero.
    E ho perduto il mio tempo
    a sognare senza dormire,
    a dormire durante il cammino.
    Dovunque sia passato
    ho trovato la mia assenza.
    Non sono da nessuna parte,
    abito il nulla.
    Ma porto nascosto nella profondità delle viscere
    nel luogo dove il fulmine troppo spesso ha colpito
    un cuore dentro cui ogni parola ha inciso il suo taglio:
    e alla minima scossa la mia vita ne sgocciola via.

     

    Amelia Rosselli

    Attorno a questo mio corpo
    stretto in mille schegge, io
    corro vendemmiando, sibilando
    come il vento d’estate, che
    si nasconde; attorno a questo
    vecchio corpo che si nasconde
    stendo un velo di paludi sulle
    coste dirupate, per scendere
    poi, a patti.
    Attorno a questo corpo dalle
    mille paludi, attorno a questa
    miniera irrequieta, attorno
    a questo vaso di tenerezze
    mal esaudite, mai vidi altro
    che pesci ingrandire, divenire
    altro che se stessi, altro
    che una incontrollabile angoscia
    di divenire, altro che se
    stessi nell’arcadia di un
    mondo letterario che si forniva
    formaggi da sé; sentendosi
    combattere, nelle vacue cene
    da incontrollabili istinti
    di predominio: logori fanciulli
    che si stiravano altre membra
    pulite come il sonno, in vacue
    miniere.
    Amelia Rosselli
    "Serie Ospedaliera"
    "La libellula e altri scritti"
    Edizione SE


    GIOVANNI GIUDICI

    "Il complice"

    Attenzione che nessun particolare non manchi,
    guai alla banale dimenticanza:
    benché qui il complice è indispensabile
    meglio mille volte fare da soli.
    Ma guardarsi anche dalla soverchia perfezione
    che non sia troppo arduo non credere
    un quadro vero la commedia , ordine la pantomima
    e perfidia la simulata perfidia .
    Già le prevedo la lamentose spiegazioni del dopo
    con te o me che diciamo - come si fa
    avere fede nell'esatto contrario della vista
    se altro è così di casa nel mondo alieno
    che arriva , apre con chiavi proprie la porta
    entra, abbraccia gli astanti deposte le valigie
    saluta l'ombra stampata sul muro
    riordina i cassetti senza futuro.

    da "Il ristorante dei morti"

     


    Dino Campana

    FABBRICARE

    Fabbricare fabbricare fabbricare
    preferisco il rumore del mare
    che dice fabbricare fare e disfare

    fare e disfare è tutto un lavorare
    ecco quello che so fare


    LA SPERANZA (SUL TORRENTE NOTTURNO)

    Per l’amor dei poeti
    principessa dei sogni segreti
    nell’ali dei vivi pensieri ripeti ripeti
    principessa i tuoi canti:

    o tu chiomata di muti canti
    pallido amor degli erranti
    soffoca gli inestinti pianti
    da tregua agli amori segreti:

    chi le taciturne porte
    guarda che la Notte
    ha aperte sull’infinito?

    Chinan l’ore: col sogno vanito
    china la pallida Sorte
    per l’amor dei poeti, porte
    aperte de la morte
    su l’infinito!

    Per l’amor dei poeti
    principessa il mio sogno vanito
    nei gorghi de la Sorte!


    MARRADI

    Il vecchio castello che ride sereno sull'alto
    la valle canora dove si snoda l'azzurro fiume
    che rotto e muggente a tratti canta epopea
    e sereno riposa in larghi specchi d'azzurro:

    vita e sogno che in fondo alla mistica valle
    agitate l'anima dei secoli passati:

    ora per voi la speranza
    nell'aria ininterrottamente
    sopra l'ombra del bosco che la annega
    sale in lontano appello
    insaziabilmente
    batte al mio cuor che trema di vertigine

     


    Lampo - Simone Weil

    Che il cielo puro mi mandi sul viso
    -Questo cielo spazzato da lunghe nubi-
    un vento così forte, profumato di gioia,
    che tutto nasca, mondato dai sogni:

    Per me nasceranno le umane città
    che un soffio puro ha pulito da brume,
    i tetti, i passi, i gridi, i cento lumi,
    rumori umani, quanto consuma il tempo.

    Nasceranno i mari, l’ondeggiante barca,
    il colpo di remo e i fuochi della notte;
    nasceranno i campi, il giavellotto lanciato;
    nasceranno le sere, stella che a stella segue.

    Nasceranno il lampo e le ginocchia chine,
    l’ombra, l’urto alle svolte della miniera;
    nasceranno le mani, i duri metalli rotti,
    il ferro morso nell’urlo della macchina.

    Il mondo è nato; fallo durare, vento, nel tuo soffio!
    Ma esso muore coperto di fumo.
    M’era nato in uno squarcio
    di pallido cielo verde tra le nubi.

    Simone Weil
    "Poesie "
    Traduzione di Roberto Carifi

     

    Fernando Pessoa

    AMO TUTTO CIÒ CHE È STATO


    Amo tutto ciò che è stato,
    tutto quello che non è più,
    il dolore che ormai non mi duole,
    l’antica e erronea fede,

    l’ieri che ha lasciato dolore,
    quello che ha lasciato allegria
    solo perché è stato, è volato
    e oggi è già un altro giorno.


    L’ALTROVE

    Andiamo via, creatura mia,
    via verso l’Altrove.
    Lì ci sono giorni sempre miti
    e campi sempre belli.

    La luna che splende su chi
    là vaga contento e libero
    ha intessuto la sua luce con le tenebre
    dell’immortalità.

    Lì si incominciano a vedere le cose,
    le favole narrate sono dolci come quelle non raccontate,
    là le canzoni reali-sognate sono cantate
    da labbra che si possono contemplare.

    Andiamo via, creatura mia,
    via verso l’Altrove.
    Lì ci sono giorni sempre miti
    e campi sempre belli.

    La luna che splende su chi
    là vaga contento e libero
    ha intessuto la sua luce con le tenebre
    dell’immortalità.

    Lì si incominciano a vedere le cose,
    le favole narrate sono dolci come quelle non raccontate,
    là le canzoni reali-sognate sono cantate
    da labbra che si possono contemplare.

    Il tempo lì è un momento d’allegria,
    la vita una sete soddisfatta,
    l’amore come quello di un bacio
    quando quel bacio è il primo.

    Non abbiamo bisogno di una nave, creatura mia,
    ma delle nostre speranze finché saranno ancora belle,
    non di rematori, ma di sfrenate fantasie.

    Oh, andiamo a cercare l’Altrove.

     


    TRAMONTI

    Paul Verlaine

    Un'alba estenuata
    sparge per i campi
    la malinconia
    dei soli morenti.
    La malinconia
    culla con dolci canti
    il mio cuore in oblìo
    nei soli morenti.

    E strani sogni,
    simili a soli
    che muoiono sui greti,
    fantasmi vermigli,
    sfilano senza tregua,
    sfilano, simili
    a grandi soli
    che muoiono sui greti.

     

    GiuseppeUngaretti

    Silenzio

    Conosco una città
    che ogni giorno s’empie di sole
    e tutto è rapito in quel momento

    Me ne sono andato una sera

    Nel cuore durava il limìo
    delle cicale

    Dal bastimento
    verniciato di bianco
    ho visto
    la mia città sparire
    lasciando
    un poco
    un abbraccio di lumi nell’aria torbida
    sospesi

     


    Sebastiano A. Patanè-Ferro

    la parola esausta (sanaria)

    una disobbedienza è il cuore
    che non ha occhi
    non vede le matriosche né il terzo suono
    delle voci mongole. il dettaglio poi si perde
    lungo congetture… no
    non eravamo così grandi quanto la separazione
    non eravamo che mani senza tempo
    dentro una città dalle sillabe distanti
    quasi impronunciabili senza toni
    piene di paure di contraddizioni
    volevamo toccarci si, rimanendo fermi
    alberi senza vento e una foresta dentro
    la sposa vera senza manto e un regno tra le dita

    un cavallo per navigare i prati
    possiamo disegnarlo? possiamo?

    cosa rimane di una lunga poesia
    immensa quanto noi che siamo immensi
    cosa resta del suono che viaggia
    da qui alle tue braccia
    profumandosi del timo
    battendo l’acqua buona
    e farne sorriso aperto… dimmi
    che rimane se non il desiderio
    il seno stretto la bocca che scorre
    lungo il bacio mai salato
    e l’esausta parola che adesso vuol tacere
    nel silenzio dell’abbraccio fitto
    come un bosco antico?

    soccorri -ti prego- la rosa nata sulla neve
    ho il tuo respiro ancora in dono
    dimmi sposa mia, verrà primavera?

     


    EZRA POUND:

    PARACELSUS IN EXCELSIS

    Non essendo più umano
    perché dovrei far finta di esserlo o addossarmene la fragile veste?
    Ho conosciuto uomini e uomini ma mai uno
    che fosse diventato una libera essenza
    o semplicemente un elemento come me.
    La bruma è scomparsa dagli specchi e io vedo.
    Vedete! il mondo delle forme laggiù spazzato via,
    il tumulto divenuto palese sotto la nostra pace.
    E noi, diventati senza forma,
    salire in alto, fluidi intangibili, un tempo uomini.
    Noi sembriamo statue intorno alla cui base rialzata
    un qualche fiume straripante corre impazzito.
    Solo in noi l'elemento della calma.

    da “Poesie”- Ezra Pound- traduzione di G.Singh- Newton Compton- giugno 1997

     

    Giangiacomo Amoretti

    Quando non è più dire il dire, e tutto
    come sospeso è nel silenzio, come
    non fosse più che attesa e muto ascolto
    della notte che giunge –
    allora è il tempo
    che non è tempo, è l’attimo, è il kairòs –
    il non più nome, il non più voce. Tu
    lo sai e già lo oblii, non parli e guardi,
    le labbra semiaperte, gli occhi fissi
    all’orologio, alla lancetta immobile,
    tesa a filo – un istante a mezzanotte.


    Pablo de Rokha (1895-1968)
    BAMBINA DELLE STORIE MALINCONICHE
    Trad. E.C.

    Bambina delle storie malinconiche, bambina,
    bambina dei romanzi, bambina delle canzonette
    hai un gesto immobile di stampa di provincia
    nell’acqua d’autunno del viso perduto
    e nei seri capelli gocciolanti di drammi.
    Stai sulla mia vita di pietra e ferro rovente
    come l’eternità in cima ai morti,
    ricordo che venisti e che sei sempre esistita,
    donna, mia donna mia, congiunto di donne,
    tutta la razza umana geme nelle tue ossa.
    Colmi tutta la terra, come un vento rotante,
    i tuoi capelli odorano di canzonetta oceanica,
    arancio dei paesi terrosi e gioviali,
    hai la solitudine piena di solitudini,
    e il tuo cuore ha la forma di una lacrima.
    Come un gregge di nuvole che trascinano
    l’immensa e torba coda dell’ignoto,
    la tua anima enorme oltrepassa le tue ossa e i tuoi canti,
    ed è la stessa cosa di un vento terribile e millenario
    incatenato a un cespuglietto di sospiri.
    Somigli a quelle cantate popolari,
    così spiritose e sovente modeste;
    la tua immobile aristocrazia odora di verdura rurale,
    ragazza di paese, fiorita di velami,
    e di creta bruna, d’azzurri e tristi uccelletti.
    Derive di minatori e di conquistatori,
    larga e violenta gente portò il tuo sangue straniero,
    e il tuo avo, Domingo de Sánderson, fu un uomo;
    li guardo e li vedo attraversando l’orizzonte
    con il tuo atteggiamento futuro sulle spalle.
    Sei la permanenza delle cose profonde
    e l’amata geografica che riempie l’occidente;
    le tue labbra e i tuoi seni sono un favo d’angoscia,
    e il tuo ventre maturo è un grappolo d’uve
    appeso all’abrostine colossale della morte.
    Amica, mia amica, così amica la mia amica,
    affettuosa come il pane del pover’uomo;
    nascesti piangendo e singhiozzando alla vita;
    ti paragono a una catena di sofferenze
    fatta per legare stelle in disordine.

    *

    NIÑA DE LAS HISTORIAS MELANCÓLICAS

    Niña de las historias melancólicas, niña,
    niña de las novelas, niña de las tonadas
    tienes un gesto inmóvil de estampa de provincia
    en el agua de otoño de la cara perdida
    y en los serios cabellos goteados de dramas.
    Estás sobre mi vida de piedra y hierro ardiente
    como la eternidad encima de los muertos,
    recuerdo que viniste y has existido siempre,
    mujer, mi mujer mía, conjunto de mujeres,
    toda la especie humana se lamenta en tus huesos.
    Llenas la tierra entera, como un viento rodante,
    y tus cabellos huelen a tonada oceánica,
    naranjo de los pueblos terrosos y joviales,
    tienes la soledad llena de soledades,
    y tu corazón tiene la forma de una lágrima.
    Semejante a un rebaño de nubes, arrastrando
    la cola inmensa y turbia de lo desconocido,
    tu alma enorme rebasa tus huesos y tus cantos,
    y es lo mismo que un viento terrible y milenario
    encadenado a una matita de suspiros.
    Te pareces a esas cántaras populares,
    tan graciosas y tan modestas de costumbres;
    tu aristocracia inmóvil huele a yuyos rurales,
    muchacha del país, florecida de velámenes,
    y la greda morena, triste de aves azules.
    Derivas de mineros y de conquistadores,
    ancha y violenta gente llevó tu sangre extraña,
    y tu abuelo, Domingo de Sánderson, fue un hombre;
    yo los miro y los veo cruzando el horizonte
    con tu actitud futura encima de la espalda.
    Eres la permanencia de las cosas profundas
    y la amada geográfica, llenando el Occidente;
    tus labios y tus pechos son un panal de angustia,
    y tu vientre maduro es un racimo de uvas
    colgado del parrón colosal de la muerte.
    Ay, amiga, mi amiga, tan amiga mi amiga,
    cariñosa lo mismo que el pan del hombre pobre;
    naciste tú llorando y sollozó la vida;
    yo te comparo a una cadena de fatigas
    hecha para amarrar estrellas en desorden.

    (da facebook - trad. Emilio Capaccio)

     

     

    Dylan Thomas (1914-1953)
    LA GIOVENTÙ CHIAMA L’ETÀ
    Trad. E.C.

    Il sole come un uccello di fuoco tu anche l’hai visto
    calpestare nuvole nel cielo dorato,
    l’invidia dell’uomo hai conosciuto e il suo debole desiderio,
    hai amato e perduto.
    Tu, che vecchio sei, come me hai amato e perduto
    tutto ciò che è bello ma è nato per morire,
    hai impresso il tuo stampo nel gelo che viene in fretta.
    E hai camminato di notte sulle colline,
    e sotto il cielo vivo ti sei scoperto la testa,
    quando a mezzogiorno nella luce sei andato,
    conoscendo la mia stessa gioia.
    Anche se ci sono anni in mezzo a noi, essi non sono nulla;
    attraverso gli anni stanchi la gioventù chiama l’età:
    “Cosa hai trovato”, grida, “cosa hai cercato?”.
    “Cosa tu hai trovato”, risponde l’età dietro le lacrime,
    “Cosa tu hai cercato”.

    *

    YOUTH CALLS TO AGE

    You too have seen the sun a bird of fire
    Stepping on clouds across the golden sky,
    Have known man's envy and his weak desire,
    Have loved and lost.
    You, who are old, have loved and lost as I
    All that is beautiful but born to die,
    Have traced your patterns in the hastening frost.
    And you have walked upon the hills at night,
    And bared your head beneath the living sky,
    When it was noon have walked into the light,
    Knowing such joy as I.
    Though there are years between us, they are naught;
    Youth calls to age across the tired years:
    'What have you found', he cries, 'what have you sought?'
    'What you have found', age answers through his tears,
    'What you have sought'.

    (da facebook - trad. Emilio Capaccio)

     

    J. L. Borges

    «Non ci sarà una sola cosa che non sia
    una nuvola. Lo sono le cattedrali
    di vasta pietra e cristalli biblici
    che il tempo appianerà. Lo è l'Odissea,
    che cambia come il mare. Qualcosa è diverso
    ogni volta che la apriamo. Il riflesso
    del tuo volto è già un altro nello specchio
    e il giorno è un dubbioso labirinto.
    Siamo quelli che se ne vanno. La numerosa
    nuvola che si dissolve a ponente
    è la nostra immagine. Senza sosta
    la rosa si trasforma in un'altra rosa.
    Sei nube, sei mare, sei oblio.
    Sei anche ciò che hai perduto.»

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

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